Si è molto parlato, nel corso del lungo dibattito che ha accompagnato il percorso parlamentare della riforma universitaria, dell’ “introduzione della tenure track” nel sistema universitario italiano. Nella versione originale del Ddl Gelmini, approvata dal Consiglio dei Ministri nell’autunno del 2009, la tenure track consisteva nella riforma dei contratti a tempo determinato (TD), trasformati in contratti della durata di 3 anni rinnovabili una volta, che potevano culminare nella chiamata diretta come professore associato qualora il contrattista avesse conseguito l’abilitazione nazionale, previo parere favorevole del Dipartimento di appartenenza.

L’iter parlamentare della riforma ha svuotato questo meccanismo di gran parte del significato iniziale, attraverso alcune modifiche sostanziali introdotte durante il primo passaggio in Senato. Il 3+3 originario è stato trasformato in una successione di due contratti distinti: per accedere al ruolo di professore associato attraverso il meccanismo della tenure track si dovrà, verosimilmente dopo essere transitati per alcuni anni (fino a 4) di assegni di ricerca, tentare di accedere a un contratto di tipo a) triennale eventualmente rinnovabile per ulteriori due anni, e infine vincere un altro concorso per un contratto di tipo b). I contratti di tipo a) sono propedeutici a quelli di tipo b) e solo questi ultimi possono culminare, sempre previo ottenimento dell’abilitazione nazionale e dopo pronuncia favorevole del dipartimento, nella chiamata diretta come professori associati.

Per evitare un periodo troppo prolungato di blocco di questo canale di reclutamento, è stata introdotta una fase transitoria nella quale l’accesso ai contratti di tipo b) è comunque consentito a chi in varie forme ha già accumulato almeno tre anni di esperienza di ricerca (l. 240/2010 art. 24 c. 3b). Occorre comunque notare che, sempre nel corso del primo passaggio in Senato la vecchia maggioranza, ispirata dall’intento ideologico di muoversi verso la sostanziale abolizione dei concorsi universitari lasciando all’abilitazione nazionale a numero aperto il compito di operare una blanda preselezione, ha voluto abolire di fatto i concorsi universitari, eliminando qualsiasi regolamentazione per le normali procedure concorsuali locali a professore associato e ordinario regolamentate dall’articolo 18 della legge 240.

Con queste modifiche non ci sono più differenze sostanziali fra concorsi e chiamate dirette, il che ha fatto venir meno gran parte dei vantaggi della posizione di ricercatore a TD di tipo b). La prima considerazione da fare è che prevedibilmente il nuovo meccanismo fallirà clamorosamente l’obiettivo di abbassare l’età media di ingresso in ruolo, precedentemente attestata attorno ai 36 anni di età. Sebbene un paragone diretto sia improprio, dal momento che finora l’accesso ad una posizione stabile avveniva nel ruolo scomparso del ricercatore a tempo indeterminato, data l’ampiamente verificata tendenza del sistema universitario ad utilizzare in maniera esaustiva tutti gli spazi di dilatazione del precariato a sua disposizione, il percorso più verosimile prevederà per quasi tutti i futuri professori un percorso di 3 anni di dottorato, 4 di assegno di ricerca, 5 di TDa e 3 di TDb, per un totale di 15 anni dopo la laurea, culminante in un ingresso come professori associati successivo ai 39 anni di età anagrafica, ben oltre i 30 anni propagandati per mesi dall’ex-ministro Gelmini (e calcolati non si capisce bene come).

En passant, è ben evidente che quello appena descritto è un iter bizantino che non ha uguali nel mondo: in altre nazioni è tutt’altro che raro trovarsi già a capo, fra i 30 e i 40 anni, di progetti e gruppi di ricerca, mentre in Italia nella stessa fascia di età si sarà costretti a barcamenarsi fra un assegno e un TDa, con un occhio magari a qualche lavoretto extra per sopravvivere nei buchi fra un contratto e l’altro. Una seconda considerazione riguarda il confronto fra il nuovo sistema e quello precedente, confronto che mostra come sia quasi automatico accostare i vecchi assegni di ricerca ai nuovi, il TDa ai vecchi ricercatori a TD della “riforma” Moratti e il TDb al vecchio periodo di conferma dei professori associati e come quindi in definitiva le novità si riducano sostanzialmente all’incremento dell’età di ingresso in ruolo e alla scomparsa del ricercatore a tempo indeterminato. Due modifiche dell’assetto preesistente che potrebbero avere come effetto una riduzione dell’indipendenza dei ricercatori nella lunga fase precedente l’accesso al ruolo di professore e che si tradurranno per il nostro sistema universitario nella totale incapacità di attrarre talenti dall’estero e di valorizzare l’attitudine alla creazione di nuovi filoni di ricerca in una della fasi di massima creatività nella carriera di un ricercatore.

Tutto questo se davvero i nuovi meccanismi, per ora solo sulla carta, avranno mai applicazione pratica: finora i numeri parlano di un clamoroso fallimento della presunta tenure track, testimoniato dai 177 TDa e dai 2 soli TDb banditi fino a questo momento. Si può fare un grossolano esercizio numerico: preso atto della sostituzione dei ricercatori a tempo indeterminato con quelli a TD, assumendo che in futuro si entri come TDa dopo il dottorato e qualche anno di assegno attorno ai 30 anni e si vada poi in pensione attorno ai 70, una distribuzione uniforme delle attuali 60000 unità di personale lungo i 40 anni di carriera comporterebbe circa 1500 pensionamenti annui da compensare con 1500 contratti di tipo b) alimentati da un numero almeno uguale di contratti di tipo a). Poiché in realtà l’attuale distribuzione anagrafica del personale universitario non è affatto uniforme, ma fortemente sbilanciata verso le fasce di età prossime al pensionamento, nei prossimi anni sarebbe necessario un reclutamento ancora più consistente per il mantenimento dell’attuale consistenza numerica, obiettivo quasi obbligato per un Paese che già occupa le ultimissime posizioni fra le nazioni europee per la percentuale di ricercatori sulla popolazione attiva e per il rapporto fra docenti e studenti universitari, attualmente uno dei principali fattori che determinano il basso posizionamento dei nostri atenei nelle classifiche internazionali. Ma anche a volersi rassegnare al proposito del vecchio governo di scendere a 40000 unità di personale sarebbero comunque necessari 1000 ingressi l’anno, molti più di quelli oggi registrati. Dove sta andando allora l’università italiana?

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6 Commenti

    • La “tenure track” è un percorso di conferma “in ruolo” con modalità molto diverse delle “commissioni di conferma” passate. Innanzitutto è un processo locale ed in secundis corrisponde anche ad una promozione da “assistant” ad “associate”. È la “località” e l’assunzione di responsabilità sempre locali che rendono il processo ragionevole.

  1. Un aspetto, seppur minore, collegato a quello che spiega chiaramente Luca Schiaffino è la contro-selezione che si sta generando: sempre più spesso un buon ricercatore precario Italiano (in particolare chi abbia fatto anche un solo anno di post-doc all’estero) ha più probabilità di inserimento in un sistema straniero che nel nostro, a parità di curriculum.
    Ogni anno in più che un precario investe in un assegno, RTDa etc, è un rischio ulteriore che corre, andando avanti in una strada che potrebbe rivelarsi alla fine non percorribile. Il paradosso è che la tenure track dovrebbe servire all’accompagnamento in ruolo, ovvero esattamente ad evitare questo, ma fin che i numeri tra TDa e TDb restano quelli che sono, la tenure track sta praticamente solo dopo il traguardo. Come la conferma prima, del resto.

  2. […] Si parla molto del prossimo reclutamento straordinario di professori associati, ma questo può interessare i precari? Sembrerebbe di no, a giudicare dalle parole del neo-Ministro (e rettore) Francesco Profumo che, a proposito dei ritardi nell’avvio delle procedure di abilitazione ha recentemente dichiarato “Entro la primavera 2012 vorrei che partisse la procedura nazionale per le abilitazioni dei ricercatori“. Dobbiamo quindi dedurre che, nonostante la riserva dei posti da associato ai soli ricercatori non sia prevista in alcun articolo di legge, i precari e gli scienziati italiani all’estero possono tranquillamente smettere di pensare all’abilitazione e concentrarsi sull’allettante prospettiva che il vecchio ed il nuovo ministro hanno voluto riservare loro: la tenure track. Peccato però che anche questa strada sia sbarrata, dalle scarse risorse disponibili, dall’eliminazione degli sconti sul personale medico nel calcolo del rapporto spese fisse/FFO e, soprattutto, dalla cultura accademica italiana amante del ricorso sistematico all’utilizzo del ricercatore usa e getta, che si può tenere comodamente sotto controllo e non consuma preziose risorse da utilizzare per i propri avanzamenti di carriera. Non è un caso che ad oggi su 203 posizioni da ricercatore a TD bandite finora, 201 siano di tipo a), prive cioè di qualsiasi sbocco, e solo 2 di tipo b). Anche la tenure track della “riforma” è nei fatti una strada sbarrata. […]

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