Da qualche mese le università non hanno più la possibilità di bandire procedure per l’avanzamento da professore associato a ordinario riservate ai docenti “interni” in possesso della relativa abilitazione. Molti hanno salutato con soddisfazione la mancata approvazione di una proroga: d’ora in poi sarà possibile ottenere il passaggio al livello più alto della carriera accademica solo in competizioni aperte a tutti. Apprezzo l’intenzione, ma non l’ottimismo sulle conseguenze di questa decisione.

Ho fatto una piccola ricerca su tre settori concorsuali di aree diverse, nei quali, a partire dal 1° gennaio 2017, hanno complessivamente preso servizio più di cento nuovi professori ordinari. Al netto di quelle che sembrano essere chiamate dirette dall’estero e di qualche concorso vinto da chi già era ordinario, bastano ampiamente le dita di una mano per esaurire il numero di coloro che non erano già professori associati nella stessa sede. Potrei aver commesso qualche errore e concedo senz’altro che possano esserci molti settori con dati diversi. Resta però la sensazione di un incredibile spreco di tempo e di risorse, visto che, di fatto, la faticosa attivazione di una procedura concorsuale (con le sue commissioni, le sue riunioni e i suoi verbali) ha avuto quasi sempre come risultato la promozione di un docente “interno”. E proprio questo è il punto decisivo, fermo restando, a scanso di equivoci, che do per scontato che tale promozione sia stata pienamente meritata. Chi ha voluto con intransigente determinazione il definitivo superamento delle procedure riservate avrebbe ragione se ci fosse una netta, chiara distinzione fra l’esito di queste ultime (che potevano comunque imporre di scegliere fra più candidati, non potendosi escludere la presenza nell’ateneo di più abilitati nel settore) e l’esito di bandi aperti a tutti. Non so quale sia l’esatta proporzione fra le due tipologie nei tre settori che ho considerato e sarebbe anzi auspicabile, da parte del Ministero o dell’Anvur, una precisa indagine al riguardo, ma è evidente che non è così. Le procedure aperte, anche per l’esistenza di un preciso vincolo di legge, erano certamente di gran lunga più numerose del numero dei vincitori “esterni”.

Questa considerazione avrebbe dovuto a mio avviso suggerire una riflessione più articolata, a partire da quella che è la vera anomalia del sistema. Il professore ordinario e il professore associato fanno sostanzialmente lo stesso mestiere, ma la differenza fra le due “fasce” resta ben marcata in termini di potere (che, se esercitato con correttezza e senso di responsabilità, non è sinonimo di male), prestigio e anche stipendio. È del tutto naturale che un professore associato desideri diventare ordinario, ma questo passaggio, se si realizza, non comporterà di per sé alcun cambiamento nell’offerta formativa della struttura alla quale appartiene. La sua università può avere interesse a bandire un posto di prima fascia nel suo settore, per le ricadute connesse al potere e al prestigio (o anche semplicemente per offrire un’opportunità a un docente e studioso ritenuto meritevole), ma si assume così il rischio, in caso di vincitore esterno, di dover pagare un altro stipendio (e non semplicemente la differenza) per un nuovo docente del quale forse non aveva bisogno, compromettendo così anche la possibilità di procedere con altri bandi. Per non parlare della delusione di chi vedrà occupata da un altro la “prima” fascia alla quale aspirava.

Quello della confusione fra procedure di reclutamento e procedure di avanzamento è a mio avviso il vero problema, che continua a essere eluso. È vero che l’eliminazione delle procedure riservate potrebbe rendere più difficile il passaggio a ordinario di candidati abilitati ma non sufficientemente “forti”. Ma è purtroppo ugualmente indubitabile che cresceranno anche le tentazioni, compresa quella di non bandire e mortificare così ulteriormente colleghi che ben meriterebbero il pieno riconoscimento dei risultati del loro lavoro. Non si può neppure escludere che si rafforzi la deriva verso la trasformazione non dichiarata e magari tendenzialmente non conflittuale di procedure formalmente aperte in procedure con un numero sempre più esiguo di candidati, fra i quali non mancherà l’associato “interno”. Anche in settori nei quali il numero degli abilitati lascerebbe immaginare una ben diversa partecipazione. Ogni tanto continuerà a esserci un ricorso, ma è in fondo quello che succede già adesso.

C’è bisogno di scelte più radicali e coraggiose. Una via potrebbe essere quella di trasformare in regola quella che è attualmente una possibilità di fatto residuale, escludendo i professori associati dalla possibilità di partecipare a procedure bandite dalla loro sede. Ci sono però alcune controindicazioni, prima fra tutte la prevedibile contrazione del numero di posti disponibili, anche in considerazione delle nuove norme che rendono più agevole il trasferimento dei docenti da una sede all’altra. L’alternativa è quella di prendere finalmente atto che reclutamento e avanzamento sono due cose diverse, prevedendo per il secondo norme semplici e trasparenti e non per questo meno rigorose. Occorre naturalmente tenere conto dell’articolo 97 della Costituzione. Torna così una domanda troppo a lungo scansata: ha senso mantenere due ruoli distinti per professori che, come ho ricordato, fanno sostanzialmente lo stesso mestiere?

Scritto apparso anche su Corriere.it del 12 aprile 2022.

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5 Commenti

  1. Il senso dell’articolo non mi è chiarissimo. Se non ci sono differenze tra il ruolo di associato e ordinario perché è così importante prevedere procedure non competitive (poi qualcuno mi spiegherà che significa procedura rigorosa non competitiva) per facilitare la progressione di carriera di un dipendente pubblico? Sono anni che imprechiamo contro il localismo, sono anni imprechiamo contro le sanatorie, l’onnipresente ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) definisce la procedura art. 24 residuale e non in grado di scegliere il meglio nell’interesse della pubblica amministrazione, i Tar e le procure mettono sotto accusa intere commissioni se qualcuno si permette di utilizzare il profilo dei candidati per definire il migliore per quel singolo concorso, i concorsi con un solo o pochi candidati sono oggetto di indagini penali e adesso ci si ricorda che sarebbe utile la proroga dell’art. 24 per la progressione di carriera. Siamo un paese fantastico, non c’è che dire

  2. Carissimi,
    è indubbio che la procedura ex art. 18, co.1, sia una procedura ipocrita, in cui non solo il candidato interno ha interesse a vincere, ma anche chi è dietro di lui in coda nel suo stesso Dipartimento, se non nello stesso Ateneo, in attesa di una procedura nel suo settore di appartenenza, ha il medesimo interesse, perché, se non vince l’interno, i punti organico non tornano indietro e non si può ribandire.
    Da ultimo, inoltre, mi è capitato di leggere un paio di regolamenti universitari in cui questa situazione è aggravata, perché, in modo che mi pare radicalmente illegittimo, non si prevede che la commissione indichi un vincitore, ma i candidati qualificati. Tra i candidati qualificati, poi, sceglierà un organo politico, come il Dipartimento o il Senato (poco cambia), chi chiamare.
    A mio avviso, la commissione in questo modo diventa il pretesto, per l’Ateneo, di poter chiamare sostanzialmente chi vuole, ovviamente trai soggetti qualificati, ovverosia per definizione tra tutti i candidati, visto che per partecipare devi essere già associato/ordinario (essendo stati erroneamente eliminati i concorsi per trasferimento, quasi che davvero un associato abilitato ordinario possa concorrere alla pari con un ordinario) o, comunque, abilitato associato/ordinario.
    Mi pare evidente, tuttavia, che un commissione locale composta da tre persone che dovesse giudicare non qualificato per un posto da ordinario un candidato che, per essere tale, o è già ordinario o, almeo, è stato abilitato ordinario da una commissione nazionale composta da cinque persone, si esporrebbe a un facile, vincente ricorso. Quindi, immagino che in questi casi vada generalmente a finire con un “tutti qualificati” (o, paradossalmente, “tutti nonqualificati”), e poi sceglie l’Ateneo: il che, però, mi pare un modo per sostanzialmente bypassare il concorso pubblico.
    Sicuramente, se fossi chiamato io a comporre una simile commissione, comunque mi premurerei di indicare il vincitore, o comunque, in maniera chiara ed esplicita, quello che -tra i vari candidati che, per le ragioni già esposte, non possono che essere qualificati- risulta il migliore. Che ci vuole? Basta scrivere “a giudizio della commissione il candidato Tizio è il maggiormente qualificato a ricoprire il posto per il quale è stato bandito il concorso”.
    Non sono un amministrativista, ma mi pare che questo potrebbe sanare l’eventuale illegittimità di simili regolamenti, perché verrebbe meno la prova di resistenza o, se si vuole, perché si potrebbe parlare di un vizio non invalidante: insomma, anche se il regolamento avesse chiesto alla commissione di indicare il vincitore, l’esito sarebbe stato lo stesso, e quindi il ricorrente non indicato dalla commissione come maggiormente qualificato (insomma più meritevole, e in definitiva vincitore), non può lamentare il vizio del regolamento. Sempre, beninteso, che l’organo politico si attenga all’indicazione del vincitore/più qualificato fornita dalla commissione; ma, diversamente, mi pare evidente che la chiamata di un soggetto indicato come meno qualificato dalla commissione diventerebbe, quantomeno, di dubbia legittimità.
    La questione, tuttavia, per quanto illustrato anche nell’articolo, non cambia di molto nei casi di 18,1 banditi dalle università che hanno regolamenti meno controversi, in cui alla commissione, cioè, viene chiesto di indicare il vincitore. Può succedere qualche inconveniente giusto nel caso di associati interni rimasti “orfani” del proprio ordinario di riferimento, e privi di altre forme di aggancio, ma anche qui non mi pare una questione di merito
    La verità è che la scelta di eliminare, non rinnovare, il 24,6, coperta dalla foglia di fico del merito, è, come sempre avviene ormai in Italia, non solo nell’università, solo una scelta di DEFLAZIONE SALARIALE.
    L’elimnazione del 24,6, infatti, significa solo allungare di anni e anni le code, già annose, per le procedure da bandire.
    In definitiva: invece di andare in pensione a 75 anni, si va in pensione a 70 (per altro col sistema contributivo e non retributivo); si diventa ordinari il più tardi possibile (sempre se lo si diventa, e questo a prescindere dalla propria produzione scientifica, e più che altro per ragioni lato sensu politiche); non si arriva mai e poi mai a prendere lo stipendio pieno, ma solo una sua frazione (su questo ultimo punto non vorrei sbagliarmi, ma ciò è dovuto anche al cambiamento di normativa per cui, post Gelmini, se passi da associato ad ordinario, perdi l’anzianità da associato e riparti da zero).
    Tutto questo ha un solo nome DEFLAZIONE SALARIALE.
    Non ci credete? Basta vedere la quotazione del punto organico (cioè lo stipendio medio lordo annuo di un ordianrio). Quant’era all’inizio, quando è stato introdotto? 110K? Ora quant’è, 100k? E con l’eliminazione del 24,6, tra dieci anni, quanto sarà, 90K?
    Ma davvero non si riesce a capire questa cosa che a me risulta tanto evidente?
    Il resto è fuffa e quello del merito è solo un preteso: per questo è stato eliminato il 24,6, per bloccare la macchina dei bandi, punto e basta.
    Io, invece, distinguerei nettamente tra progressione e reclutamento e, anche per i posti da ordinario (ché io un 18,4 da ordinario non l’ho mai visto, chissà perché sono tutti da associato…!) prevedrei, da un lato il 50% dei posti a concorso col 18,4 (quindi riservati solo agli esterni), per garantire il merito e, dall’altro, il 50% dei posti col 24,6, per garantire la celerità dell’espletamento delle procedure, in un sistema che risulta già ingolfato. E che con i soli 18,1 rallenterà ulteriormente (risultando per altro un’anomalia, visto che la Corte Costituzionale ha chiarito da anni che il 50% dei concorsi riservato agli interni non comporta una lesione del principio dell’accesso mediante concorso), venedosi a creare una situazione da bandi ex art. 18 con il contagocce, che saranno distribuiti nei dipartimenti sicuramente mediante un criterio politico, cioè di peso politico del soggetto all’interno del dipartimento, e non certo di merito scientifico, senza neanche il parametro oggettivo della sofferenza didattica (ma credetimi, volendo, si può giostrere anche quello: basta prevedere che il rapporto tra didattica erogata ed erogabile sia la differenza tra i due termini, e non, appunto, il rapporto), che è valso solo per il passaggio da ricercatore ad associato.
    Ma ripeto: la soluzione non passa necessariamente dal ruolo unico di professore associato/ordinario, perché invece la succitata, netta differenziazione tra il canale del reclutamento e quello della progressione mi pare il vero modo per garantire sia il merito che la celerità (il termine mi fa quasi ridere, diciamo, almeno per chi non è forte politicamente, la non eccessiva annosità) delle procedure e delle carriere.
    Un caro saluto a tutti dalla Vecchia Foresta.
    Tom Bombadillo

  3. mha, il mio collega di Davis, California, per il quale l’amministrazione di appartenenza mi ha chiesto di produrre un documento di valutazione del candidato, ha presentato una domanda e in meno di 3 mesi ha avuto il passaggio da associato a professor. avranno delle norme anche loro, ma per gli utenti (candidati) è tutto trasparente e lineare. L’abbiamo già scritto che il sistema anglosassone è più snello, ma il nostro è l’ipocrisia tradotta in codice. Eccellenza e qualità sono diventati termini abusati e inapplicabili come resilienza ed empatia.

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