Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Sette ricercatori tornati in Patria per il celeberrimo programma della Regione Sardegna “Rientro dei cervelli” (L.R. 3/2008), entrati in servizio nel Novembre 2013, non sanno se trascorreranno le vacanze da Ricercatori o da Disoccupati. I fondi per la loro proroga di due anni sono scomparsi dai bilanci. Si sono trovati i soldi per nuovi rientri e per finanziare visiting professor. “Sembra infatti che a nessuno interessi ciò che rappresentiamo, noi 7 Ricercatori che tre anni fa scegliemmo, in controtendenza, di rientrare in Sardegna per partecipare a questo programma.”

Gent.ma Ministra dell’Istruzione, Università, Ricerca Stefania Giannini,

Gent.mo Presidente della Regione Sardegna Francesco Pigliaru,

A scriverle è un ristretto gruppo di ricercatori a tempo determinato che svolgono il proprio mandato presso l’Università degli Studi di Sassari e si trovano oggi davanti al vergognoso silenzio che avvolge l’eventuale proroga dei contratti, per alcuni di noi ormai divenuta così prossima che le vacanze di Natale non sappiamo ancora se le trascorreremo da Ricercatori o da Disoccupati.

E fin qui, cara Ministra e caro Presidente, niente di nuovo. Di colleghi con la data di scadenza ne abbiamo visti tanti, in questi anni, sollevarsi in protesta per conoscere le sorti del proprio destino. Noi sette ricercatori sardi a tempo determinato, però, facciamo parte di quei Ricercatori tornati in Patria per il celeberrimo programma Regionale “Rientro dei cervelli” (L.R. 3/2008) dell’Università di Sassari, entrati in servizio nel Novembre 2013. Rappresentiamo, infatti, la versione sarda del concorso per Ricercatori “Rita Levi Montalcini” a livello Ministeriale.

Il nostro concorso, forse è il caso di ricordarlo, trova la sua base normativa nella l. r. 3 del 5.3.2008, art. 4 comma 1 lett. F. per la promozione di occasioni di rientro nell’Isola di docenti e ricercatori sardi che abbiano maturato importanti esperienze professionali all’estero (UPB S02.01.009)”.

Sì, perché con grande lungimiranza e spirito di evoluzione era stato concepito un programma, il nostro, di rilievo internazionale, capace di proiettare il mondo accademico sardo verso un’internazionalizzazione sempre più richiesta dalla normativa europea. Per questo, i candidati, rispetto ai normali ricercatori, dovevano aver maturato ulteriori competenze attraverso percorsi di studio/docenza e ricerca effettuati presso Università e Centri di Ricerca Esteri.

Giova ricordare anche il forte investimento della Regione Sardegna (€ 500.000 in totale) nel finanziare i singoli progetti di ricerca di cui siamo titolari io e gli altri sei colleghi, che in questi tre anni si è tradotto in acquisto di macchinari/attrezzature e nell’avvio e potenziamento di laboratori di ricerca.

In questo triennio, che a brevissimo arriverà a conclusione, ciascuno di noi ha creato laboratori di ricerca all’avanguardia, attivato scambi Erasmus con i paesi membri dell’Unione Europea a giovamento di studenti e docenti interessati alla mobilità, contribuito alla didattica per la quale in alcuni casi arriviamo a coprire un monte ore pari a quello di un Professore Associato, avviato corsi interamente in Inglese per favorire l’internazionalizzazione del nostro Ateneo, organizzato Seminari e Congressi Internazionali, perfino adempiuto al disbrigo di pratiche amministrative.

La finalità del concorso per il cosiddetto “rientro dei cervelli” era quello di portarci a una stabilizzazione per favorire un ricambio generazionale con persone che avessero la capacità di relazionarsi non solo con l’ambiente accademico circostante, ma che tendessero naturalmente al fruttuoso confronto con l’estero, capace di apportare nuova linfa e nuove idee per il futuro sviluppo della Sardegna.

Tuttavia, il 30 Novembre 2016 scadranno i nostri contratti e l’argomento “proroga” pare essere diventato un assoluto tabù. Restiamo basiti di fronte a tanta indifferenza e silenzio; sembra infatti che a nessuno interessi ciò che rappresentiamo, noi 7 Ricercatori che tre anni fa scegliemmo, in controtendenza, di rientrare in Sardegna per partecipare a questo programma. Ci sono, fra noi “cervelli rientrati”, casi di chi ha abbandonato carriere ben avviate negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Fra di noi c’è persino chi ha scelto di lasciare la prestigiosa John Hopkins University.

Sì, perché noi, nelle potenzialità della nostra Regione Sardegna, ci abbiamo creduto fino a giocarci la nostra carriera e la nostra vita; siamo fermamente convinti che ciò che abbiamo per tanti anni imparato all’estero fosse la chiave di un progresso che credevamo già in atto. Adesso ci troviamo con una carriera abbandonata a metà nei Paesi che per anni ci hanno accolto, puntando su di noi e sulla nostra professionalità, e una carriera abortita qui in Italia. Infatti, se la proroga non dovesse arrivare per Novembre noi ci troveremmo nell’incresciosa situazione di dover partecipare all’abilitazione nazionale da disoccupati.

In questi mesi ci siamo spesi in una continua sensibilizzazione presso la Regione Sardegna ma alla richiesta dei fondi da parte del Rettore Massimo Carpinelli ancora non è stata data nessuna risposta ufficiale. Pare però, da voci che si rincorrono in Ateneo, che la Regione non abbia i fondi per coprire l’ammontare dell’intera spesa per le proroghe dei nostri contratti. Eppure da fonti regionali ci era stato detto a suo tempo che il programma “rientro dei cervelli” possedeva fondi residui accantonati. Infatti dai bandi “rientro cervelli” banditi presso l’Università di Cagliari e Sassari nel 2012 avanzò una somma complessiva di almeno 1.459.285 €. Tali fondi, però, sono stati successivamente cancellati dal bilancio e destinati ad altre spese. Tale azione (legittima, ci chiediamo?) ora ci lascia completamente scoperti dal punto di vista finanziario. Senza un forte intervento di tipo politico i nostri destini sono ormai segnati. Sarebbe sufficiente richiamare una parte di quei 1.460.000 € residui del programma “rientro cervelli” e destinarli alle proroghe dei nostri contratti. Precisiamo che ne basterebbero circa 700.000€. Questo tipo di concorso esiste identico sia a livello nazionale che internazionale, e in quei casi i vincitori sono tutelati con un posto RTD di tipo B. Noi stiamo chiedendo solo ciò che ci spetta per contratto e per Legge (il cosiddetto +2), il minimo sindacale per chiudere un percorso che prevede 5 anni di attività e non soli 3 per un ricercatore a tempo determinato di tipo A.

Stupisce, infine, la grossa contraddizione che si perpetra di progetto regionale in progetto regionale.

Infatti lo scorso anno – ed è solo un esempio – la Regione Sardegna stanziò un totale di 750.000€ (addirittura 250.000€ in più rispetto a quanto richiesto originariamente dall’Ateneo di Sassari) destinati a finanziare visitng-professor-sardegnal’arrivo in loco di numerosi “visiting professor” esteri per seminari e attività didattiche. Interessante scelta quella di spendere così tante risorse per far venire esperti dall’estero, per poi dichiarare di non avere fondi a sufficienza per tenersi dei ricercatori sardi specializzatisi all’estero e fatti rientrare con un apposito concorso.

I giornali locali lo gridano già, il fallimento delle passate edizione del Master & Back, stupiti del fatto che i giovani partano all’estero per la formazione post lauream senza poi rientrare in Sardegna, scegliendo di non usufruire delle opportunità offerte dal “Back”. Non c’è di che stupirsene, cara Ministra e caro Presidente, noi siamo rientrati da tre anni e siamo già costretti a prendere in considerazione l’idea di andar nuovamente via perché, diciamolo, sembra che in Italia non ci sia posto per noi.

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Di fronte a questa situazione la Regione Sardegna cosa fa? Preso atto del fallimento del Master & Back, sembrerebbe voler perseverare, avendo stanziato di recente altri 7 milioni di euro per un nuovo programma: Entrepreneurship & Back, volto a mandare i giovani a trovare ispirazione nelle realtà lavorative estere per poi tornare e applicarle in Sardegna.

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Forse, però, caro Presidente e qui è a lei che ci rivolgiamo in particolare visto che lei fu un fautore del Master and Back, sarebbe il caso di prendersi cura di quei giovani iperspecializzati che la scelta del rientro la fecero circa tre anni fa, scommettendo sulla propria terra, sulla possibilità che ci fosse margine di miglioramento e di integrazione. Forse, seguendo il cuore, abbiamo solo puntato sul cavallo sbagliato.

Qualora la nostra proroga salti saremmo costretti a varie azioni di emergenza quali ad esempio un esposto alla Corte dei Conti per sperpero di denaro pubblico. Citando infatti un caso paradossale, grazie a questi fondi il Dr.Giampaolo Piga ha acquistato lo scorso anno un potentissimo forno per arrivare ad altissime temperature, unico in Sardegna e secondo in Italia come potenza, simile a quello in dotazione presso il CNR. Ebbene, a causa di lunghe tempistiche di installazione, ancora non è riuscito ad utilizzarlo per poter fare esperimenti. Noi sardi siamo abituati, a questi paradossi. Basti ricordare il G8 della Maddalena: una montagna di quattrini per tante belle strutture, lasciate poi inutilizzate perché non servivano più a nulla.

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Però, forse, se anche abituati, non siamo più disposti a subirle in silenzio.

Vi ringraziamo sentitamente per l’attenzione.

Distinti saluti,

 

Paola Cadeddu,

Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali, Università degli Studi di Sassari.

paola.cadeddu79@gmail.com

 

Giampaolo Piga

Dipartimento POLCOMING, Università degli Studi di Sassari.

giapiga@uniss.it,

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1 commento

  1. Commentare lettere di questo tipo è molto doloroso. La vicenda mi è geograficamente abbastanza vicina e si collega alla precedente del Master and Back, che quest’anno ha visto fondi regionali destinati ad incentivare l’ingresso di chi tornava dall’estero, presso privati anziché nelle università di Sardegna (detto in poche parole e spero di aver riassunto correttamente). Vista da vicino, la vita universitaria è un mix (e dico senz’altro una banalità) di cose eccellenti e di piccole o meno piccole miserie quotidiane, di ‘grandi opere e iniziative’ senz’altro ben fatte e di altre, grandi e non grandi, fatte coi piedi. So benissimo che non tutti gli investimenti nel campo dello studio e delle ricerca, tutti tutti, possono dare risultati buoni o i risultati attesi (v. il caso dell’amartamento fallito), immagino che anche qui le leggi della probabilità possano essere applicate, considerato che si tratta di grandi numeri e di processi complessi. Tuttavia, ciò che è inquietante se non grave è che i piccoli correttivi quotidiani possibili, attuabili soprattutto con il coinvolgimento democratico della popolazione universitaria (il che formalmente è garantito), non sia una via regolarmente e istituzionalmente percorsa. Una delle conseguenze è che il flusso di danaro, proveniente da varie fonti anzitutto pubbliche, scorre in alvei mal monitorati (anche a causa della burocrazia mostruosa che pesa su tutti). Per cui ci può essere da una parte una sorta di spreco, dall’altra un prosciugamento incomprensibile, e comunque sia, uno sbilanciamento. Come si dice sopra, perché tutti questi Visiting se poi mancano i soldi per l’ordinaria amministrazione già programmata? I Visiting sono già garantiti a casa loro, mentre questi giovani non lo sono qua. Se i soldi sono pochi o meno, si devono fare delle scelte sensate e non di facciata per nutrire la cd. immagine. E, in generale, come si può reggere un’istituzione complessa e fondamentale sulla precarizzazione-schiavizzazione sempre più estesa?

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