Non è  chiaro quanto siano vincolanti per il nuovo Governo le risposte che il Governo Berlusconi ha tempestivamente fornito alle 39 richieste di chiarimento che l’Unione Europea gli aveva inviato, in merito al suo programma di riforme. Credo però che sia comunque interessante esaminare lo scambio di lettere tra la UE ed il Governo italiano sulle riforme riguardanti il sistema universitario italiano.

La corrispondenza inizia con la lettera che Berlusconi ha portato con sé per gli incontri di Cannes. Ecco che cosa diceva sull’università:“Si amplieranno autonomia e competizione tra università. Si accrescerà la quota di finanziamento legata alle valutazioni avviate dall’ANVUR e si accresceranno i margini di manovra nella fissazione delle rette di iscrizione, con l’obbligo di destinare una parte rilevante dei maggiori fondi a beneficio degli studenti meno abbienti. Si avvierà anche uno schema nazionale di prestiti d’onore. Da ultimo tutti i provvedimenti attuativi della riforma universitaria saranno approvati entro il 31 dicembre 2011.”

“Autonomia e competizione” costituiscono, in accoppiata o singolarmente, uno slogan cui possono essere dati significati contrastanti. Ha invece un contenuto ben definito la proposta di accrescere “i margini di manovra nella fissazione delle rette di iscrizione con l’obbligo di destinare una parte rilevante dei maggiori fondi a beneficio degli studenti meno abbienti.” Per capire perché si parla di “margini di manovra”, bisogna ricordare che attualmente le università italiane possono “liberamente” fissare le tasse universitarie, purché sia rispettata la regola che impone che le entrate derivanti dalle tasse di iscrizione non superino il 20% delle entrate derivanti dal finanziamento pubblico ordinario. In particolare, una contrazione del finanziamento pubblico non può essere compensata con un aumento delle tasse di iscrizione, le quali, anzi, potrebbero, in conseguenza, diminuire. Insomma i “margini di manovra nella fissazione delle rette di iscrizione” sono molto ristretti. Il Governo proponeva dunque di ampliare questi margini, prevedendo  un aumento delle entrate contributive, che doveva però essere, in gran parte, destinato a beneficio degli studenti meno abbienti, presumibilmente estendendo i benefici delle borse di studio ad un maggior numero di studenti o aumentando l’importo delle borse stesse.

A questi propositi l’UE ha risposto con la domanda N. 15 nell’elenco delle “39 domande”: Il Governo ci può fornire più dettagli a proposito dei piani per la crescita dell’economia e della competitività fra le università? Cosa significa, in pratica, e cosa implica la «maggior libertà nello stabilire le tasse universitarie»? La risposta del Governo Berlusconi a questa domanda consiste di due pagine fitte, fitte (oltre ottocento parole) che descrivono i contenuti della Riforma Gelmini, che promuoverebbero “autonomia e competizione”. Del problema delle tasse di iscrizione, invece, non si parla più. L’unico accenno è il seguente (è mia la traduzione dall’inglese):

“Per quanto riguarda le tasse di iscrizione due misure previste dalla Legge 240 e dai suoi decreti attuativi sono di particolare importanza. La legge ha delegato al Ministro la riforma del Diritto allo Studio, il decreto legislativo in applicazione di questa delega stabilisce che, al di là del limite garantito dallo Stato, le Regioni e le università possono stabilire limiti di accesso diversi alle borse di studio basati sul merito, per gli studenti più capaci e meritevoli anche se privi di mezzi. Il nuovo fondo coprirà anche le tasse di iscrizione degli studenti più bravi a beneficio diretto delle migliori università.”

Per quel che si capisce qui si parla indirettamente del Fondo per il Merito previsto, ma non finanziato, dalla Legge Gelmini. Nulla invece riguarda l’ampliamento dei margini di manovra per la fissazione delle tasse di iscrizione. Eppure,  in aggiunta alle misure di contenimento delle spese per l’università che ho già proposto in un mio precedente articolo (Il Riformista 16 luglio), non sarebbe sbagliato intervenire, anche sui vincoli riguardanti le tasse universitarie, specialmente se le maggiori entrate fossero destinate a finanziare una vera riforma del diritto allo studio.

Vale forse anche la pena di osservare che gran parte della risposta concernente l’università è dedicata a descrivere una “innovazione”  che in realtà risale al 1993 (Governo Ciampi), e cioè la previsione che il Fondo di Finanziamento Ordinario delle università sia distribuito sulla base di una formula che incorpori incentivi a comportamenti delle università ritenuti “virtuosi” dal governo. In particolare il finanziamento sarebbe diventato il principale strumento di governo del sistema. Secondo le norme del 1993 la formula  si sarebbe inizialmente applicata ad una porzione modesta del finanziamento, che sarebbe gradualmente cresciuta fino a raggiungere il finanziamento totale. La Legge Gelmini fa proprio questo schema. La risposta del Governo all’UE stima in 5-7 anni il periodo necessario per arrivare alla integrale applicazione di una “formula di finanziamento”. Si sfiorerebbe quindi un quarto di secolo per l’applicazione integrale di una norma (di contenimento della spesa) varata nel dicembre del 1993.

Una versione più breve di questo articolo è uscito su Il Riformista del 17.11.2011

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