La divaricazione ex imperio tra “teaching” e “research universities”: a questo sembra preludere l’Agenda Monti. Quali previsioni formulare considerando precedenti affermazioni del premier? O dichiarazioni di persone a lui contigue? I concorsi universitari nel nostro paese sono stati sinora uguali per tutti. Quali distorsioni produrrebbe l’introduzione di università diverse per compiti, organizzazione del lavoro e statuti?

 

Si discute molto, in questi giorni, di Agenda Monti; e con qualche pedanteria si compulsano le 25 cartelle di un documento spesso iniziale e generico. Pare che non esistano altri testi da interrogare, o che Monti non si sia mai espresso in precedenza su ciò che a suo avviso occorre fare[1]. Possiamo esemplificare considerando le politiche universitarie, cui, così si afferma, l’Agenda Monti riserverebbe ben poca attenzione.“Filtrano promesse di investimenti”, si sussurra sibillini[2]. Ma è proprio vero che manchiamo di informazione sugli effettivi propositi di Monti in tema di università e ricerca? O ha ragione chi, come ROARS, trova l’Agenda “reticente”?

 

E’ prioritario accrescere gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione”, così il documento, “incentivando in particolare gli investimenti del settore privato, anche mediante agevolazioni fiscali e rafforzando il dialogo tra imprese e università”. Gli investimenti in istruzione, apprendiamo, sono mirati non solo a aumentare il “capitale umano”, ma pure a migliorare la competenza autobiografica e la capacità di scelta delle persone. Una considerazione per più versi in linea con quanto affermato nel manifesto Il PD e l’Agenda Monti, cofirmato da Pietro Ichino, Enrico Morando, Marco Follini e da taluni considerato come fonte primaria dell’Agenda Monti stessa [3]. Si tratta, leggiamo nel manifesto delle componenti liberal del PD, di tornare a “investire sulla formazione del capitale umano, sulla ricerca e sull’infrastrutturazione del paese, per introdurre maggiori elementi di equità intergenerazionale nel sistema del welfare”.

 

Come che sia quanto alla paternità dell’Agenda Monti, non ci sono dubbi sul fatto che l’abbozzo di politica universitaria del costituendo Centro riprende fedelmente le linee-guida della riforma 204|2010, la stessa, ricordiamolo, che Monti accolse a suo tempo con estremo favore in un editoriale sul Corriere della Sera[4]. Dunque: riduzione dei finanziamenti; consolidamento dei processi di valutazione individuale, dipartimentale e di ateneo; possibili accorpamenti di atenei minori o in soprannumero. Non è tutto.

 

“Sbagliano le università quando [vedono] solo nella carenza di fondi la ragione di comparazioni sfavorevoli con il resto del mondo”[5]. Sfugge forse ai tanti commentatori che Monti si esprime qui con grande chiarezza sul futuro dell’università e della ricerca, come abbiamo già avuto occasione di avvertire in altra occasione[6]. Le sue affermazioni sono passate sotto silenzio forse per l’eccessiva loquacità dei suoi ministri: meritano tuttavia di essere considerate. “Ci sono altre tare che hanno bloccato la qualità delle università italiane”, conclude Monti. “La quasi totale mancanza di concorrenza. Un sistema di governance lasciato nelle mani dei professori, con il rettore eletto dagli stessi professori. Massimo spazio alle tutele delle corporazioni e scarsa voce agli studenti e alle famiglie”.

 

Due osservazioni sul passaggio citato, risalente a un’intervista rilasciata nei primi mesi del mandato di premier. In primo luogo. Le continuità nella politica universitaria tra il governo “tecnico” e il governo Berlusconi-quattro sono rivendicate: il governo “tecnico”, si preannuncia, vorrà contenere o meglio esautorare la “governance” accademica, che ha dato assai opinabile prova di sé. Emerge inoltre, dalle parole di Monti, il proposito di ristabilire i compiti di servizio dell’istituzione, oggi preda di “corporazioni” e tale da disattendere alle esigenze formative e professionalizzanti di “studenti e famiglie”. Se il cittadino-consumatore torna a costituire riferimento di politiche volte a suscitare concorrenza anche nei settori dell’istruzione, ne consegue che la relazione tra università e territori verrà a costituirsi in termini di mercato, dunque di sostenibilità culturale e occupazionale. I mutamenti saranno profondi.

Che cosa possiamo ragionevolmente attenderci dal futuro governo, sia esso un Centro-Sinistra o un Sinistra-Centro? Prevediamo infatti che le politiche universitarie non si discosteranno di molto, anche se una premiership Bersani e un MIUR assegnato al Centrosinistra potrebbe risultare meno severa nei confronti degli attuali vertici accademici, CRUI in primo luogo [7].

 

In occasione della presentazione del già citato manifesto Il PD e l’Agenda Monti, settembre 2012, Ichino e Morando hanno proposto alcuni brevi punti di governo (le “scelte essenziali”) intesi a preservare e rilanciare quanto già fatto dall’esecutivo “tecnico” nel corso dei dodici mesi in cui è stato in carica. Si è già molto parlato del conflitto che divide i filomontiani del PD dagli esponenti più orientati a sinistra, tra cui il responsabile economia del partito, Stefano Fassina: non è dunque il caso di soffermarci sull’argomento. Vale invece la pena considerare le annotazioni riservate a istruzione, università e ricerca. Vi troviamo ulteriori indicazioni circa l’azione del (possibile, probabile) futuro governo. In primo luogo: si prevede che istituti scolastici e atenei siano provvisti della più ampia autonomia “anche riguardo alla selezione del personale didattico e amministrativo, con responsabilizzazione piena dei rispettivi vertici e corrispondente pieno recupero da parte loro delle prerogative programmatorie e dirigenziali necessarie”. Si pone l’esigenza di “completare e rafforzare il nuovo sistema di valutazione centrato sull’azione di Invalsi e Indire”. Si propone infine di introdurre premialità individuali e istituzionali condizionate dagli “indice di performance”. Nelle università accade che “di ogni facoltà [sarà] rilevata in modo sistematico la coerenza degli esiti occupazionali a sei mesi e tre anni dal conseguimento della laurea. I risultati di entrambe le rilevazioni, per ciascuna facoltà, ciascun dipartimento e ciascun professore e ricercatore, [saranno] resi accessibili on line”.

 

Altre voci, sul sito Il PD e l’Agenda Monti, sono più esplicite. “L’unica differenza tra scuola e università riguarda gli strumenti redistributivi”, affermano sbrigativamente giovani collaboratori di Ichino. “Nell’università, non c’è bisogno di sussidiare le strutture che resteranno indietro appena le risorse cominceranno ad affluire verso le realtà premiate dalla valutazione (anzi, l’obiettivo è quello di penalizzarle per arrivare a un numero ridotto di istituzioni, alcune concentrate sulla ricerca d’eccellenza e altre sull’insegnamento)”.

Ci siamo pronunciati più volte a favore di processi di valutazione anche più severi dell’attuale, purché virtuosi e retti da criteri trasparenti. Proviamo però disagio a accettare le rozze retoriche discriminatorie dell’intervento citato, che riporta alla mente infauste allusioni recenti ai colleghi da ridurre in zombies. L’insolenza non produce buoni argomenti, né l’eccesso di ambizione individuale. “Grazie al lavoro dell’Anvur e al meccanismo per le abilitazioni nazionali”, leggiamo ancora, “nell’università si sono già predisposti gli strumenti per identificare i docenti che non producono ricerca da decenni e quelli che, al contrario, competono alla frontiera della ricerca internazionale. Perché non cominciare subito, allora, differenziando il salario e i finanziamenti alla ricerca tra i primi e i secondi, lasciando immutato lo status quo solo per la massa che si trova nel mezzo tra i due estremi?”. Siamo senz’altro d’accordo sull’introduzione di corroboranti premialità individuali, esiste tuttavia una fallacia argomentativa nella proposta, evidente a chiunque si dia la pena di riflettere un attimo sulle parole. Come conciliare premialità dipartimentale, tale quale oggi si configura attraverso la Vqr, e premialità individuale, congiunta magari alla portabilità del salario, che può davvero costituire incentivo e vantaggio individuale? Sull’aporia, rilevata da tempo, non è stata data risposta; né la risposta può venire da altro se non da un provvedimento legislativo ad hoc sinora non pervenuto. Inoltre: se introdotta repentinamente, la distinzione tra “teaching” e “researching universities”, comunque discutibile sotto il profilo del diritto allo studio e estranea alla tradizione universitaria italiana, risulta lesiva di aspettative e diritti individuali. Spieghiamo meglio. L’appartenenza a questo o quel dipartimento o ateneo è in buona parte casuale. Può dipendere da stanzialità accademica dell’ex-studente, oggi in ruolo; o da nomadismo di chi, già idoneo non strutturato, si trova a insegnare dove è stato chiamato. La circostanza consegue alla storia recente dell’università italiana e non è imputabile al singolo docente e ricercatore. In nessun modo, pare, è opportuno pretendere di stabilire corrispondenze univoche tra preparazione individuale da un lato, sede di attività dall’altro. Al contrario: a causa di processi di reclutamento non di rado opachi può essere accaduto che scienziati innovativi e indipendenti, particolarmente nelle discipline storiche e sociali, abbiano non di rado preferito (o siano stati costretti a) migrare verso sedi periferiche. In Italia, ricordiamolo, non è esistito un mercato delle cattedre: è dunque ridicolo pretendere oggi di ragionare come vi fosse stato. “Nel caso in cui l’evoluzione dovesse essere [quella di una divaricazione tra “teaching” e “researching universities”]”, obietta Settis, “bisognerebbe differenziare nettamente le modalità di reclutamento degli insegnanti; mentre ora i concorsi sono uguali per tutti”[8]. Occorre affermarlo ancora una volta. Punire o premiare i dipartimenti, e addirittura prefigurare una distinzione ex imperio tra “teaching” e “researching universities”, come pure si è fatto con una temerarietà che non vorremmo si rivelasse profetica, equivale oggi a introdurre illegittimi principi di discriminazione; e a demotivare i capaci.

 


[1] Nel recente La democrazia in Europa (con Sylvie Goulard, Rizzoli, Milano 2012), Monti non si pronuncia sull’università se non per lanciare la proposta di “un nuovo «Collège de France» per l’Europa” (p. 197). In più luoghi dello stesso testo, tuttavia, chiama gli intellettuali a contibuire al progetto europeo e a “trovare le parole” per contrastare le retoriche nazionaliste. All’elevato appello corrisponderanno politiche adeguate?

[2] Valentina Conte, L’Agenda, in: la Repubblica, 24.12.2012, p. 9.

[3] Pietro Ichino qui a 5’ 01”; Daria Gorodisky, “Monti si è ispirato alle posizioni di Ichino”, intervista a Enrico Morando, in: Corriere della Sera, 27.12.2012, p. 9.

[4] Mario Monti, Meno illusioni per dare speranza, in: Corriere della Sera, 2.1.2012, adesso in: Mario Monti, Le parole e i fatti, a cura di Federico Fubini, Rizzoli, Milano 2012, pp. 265-267.

[5] Mario Monti nell’intervista rilasciata a Claudio Tito, la Repubblica, 4.2.2012, p. 3.

[6] Michele Dantini, Humanities e innovazione sociale, Doppiozero, Milano 2012, pp. 3 e qui.

[7] Mentre scriviamo questo articolo giunge notizia della probabile candidatura di Francesco Profumo nella lista Monti: è una conferma della contiguità di posizioni in tema di politiche universitarie. La candidatura di Maria Chiara Carrozza, rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa solitamente assai critica nei confronti delle “gerontocrazie”, può tuttavia avere senso, per il Pd, di una scelta di discontinuità politico-istituzionale.

[8] Salvatore Settis, Quale eccellenza? Intervista sulla Normale di Pisa, a cura di Silvia Dell’Orso, Laterza, Bari 2004, p. 132.

 

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