Perché discutere di telematiche

Fin dalla loro prima istituzione, con il decreto interministeriale del 17 aprile 2003 si assiste al riaccendersi periodico di dubbi e polemiche sulla qualità dell’offerta delle università telematiche. La questione è all’ordine del giorno, se non altro perché la ministra Maria Chiara Carrozza ha nominato una commissione incaricata di elaborare proposte per affrontarne le criticità[1].

In effetti, dopo otto anni dall’istituzione voluta nel 2005 dall’allora Ministro Moratti, quello italiano è un caso unico, con undici diversi atenei telematici molto differenti per dimensioni, per quantità dell’offerta formativa,  numerosità di docenti e di studenti: Università Telematica “LEONARDO da VINCI”, Università Telematica “E-CAMPUS”, Università Telematica “GIUSTINO FORTUNATO”, Università Telematica “GUGLIELMO MARCONI”, Università Telematica “San Raffaele”, Università Telematica Internazionale “UNINETTUNO”, Università Telematica “ITALIAN UNIVERSITY LINE”, Università Telematica “PEGASO”, Università Telematica “UNITELMA SAPIENZA”, Università degli Studi Niccolò Cusano , Università Telematica “Universitas MERCATORUM”.

Le inchieste giornalistiche, non ultima la lunga e interessante intervista rilasciata agli inizi di luglio dalla Rettrice dell’Università Marconi[2], sono utilissime a sollevare questioni reali ma spesso sono molto meno utili ad affrontarle analiticamente e lucidamente. La stampa ha in passato denunciato il “bluff milionario” delle università online, utilizzando la definizione di “università fantasma” per segnalare la presunta assenza di un corpo docente proprio[3], o, laddove vi sia, di “docenti compiacenti”, dando per scontato che chi ci lavora, contrattisti esterni per lo più, non possa che condividere gli obiettivi aziendali o essere disposto a svendere il titolo di studio allo studente-acquirente. Toccherà alla commissione ministeriale individuare le criticità del sistema e proporre al Ministro gli adeguati correttivi, è compito del Ministero e dei suoi organi – per le rispettive competenze – svolgere un lavoro di verifica della qualità e della sostenibilità dell’offerta formativa degli atenei telematici. Infine, è compito della Magistratura vigilare che dietro, dentro o intorno alle telematiche non vi siano comportamenti illegali. Non sono questi gli aspetti che intendiamo discutere in questo breve articolo.

Piuttosto, ci interessa discutere un aspetto che rimane totalmente nascosto in questo battage negativo intorno alle “università esamifici”, che è relativo alla condizione e al ruolo che ricopre il corpo accademico strutturato, ricercatori (in gran parte) e professori (in misura notevolmente minore) assunti con normali concorsi pubblici come in tutte le università statali. E che di queste procedure vivono, quindi, i limiti al pari di ogni altro ateneo italiano. Una condizione che non è solo il frutto di prassi che sfiorano spesso l’illegittimità (talvolta la superano), ma che affonda le sue radici nell’insanabile contraddizione tra l’interesse dell’assetto proprietario di Università (quello di trarre dalla didattica universitaria on line un profitto) con la natura complessa della docenza universitaria che è tale se è in grado di offrire, al meglio possibile, il senso della relazione stretta tra didattica e ricerca. Con modi, tempi e processi lontanissimi da quelli necessari a “fare business”, in un contesto caratterizzato da una competizione al ribasso tra un numero elevatissimo di atenei telematici .

Innanzitutto, proviamo a fornire qualche elemento informativo relativo alle dimensioni del fenomeno “telematiche”, pur nell’incertezza che ci restituisce la scarsità di dati pubblicati sui siti degli atenei e lo scarso aggiornamento di quelli ministeriali. In assenza di banche dati specifiche, facciamo quindi riferimento all’anagrafe degli studenti, i cui dati parziali sono stati visionati alla data del 6 giugno 2013, per ricavare il numero degli studenti iscritti. Quindi al sito “www.cercauniversità.cineca.it” per verificare il numero di docenti a tempo indeterminato e determinato presenti negli atenei telematici. Infine ai siti degli atenei, e alla banca dati dell’offerta formativa del Miur, per ricavare i corsi attivati e di nuova attivazione. È  necessario rilevare che tutti i dati, compresi quelli ricavabili dal sito Cineca che abbiamo consultato alla data del 1 giugno (e che quindi non riporta quei docenti che saranno a breve reclutati da quegli atenei che intendono aprire per il prossimo anno accademico nuovi corsi di studio), sono meramente indicativi e certamente parziali.

Le telematiche: i dati

Università

Studenti iscritti al 2012/2013

Corsi attivati

Numero docenti

Università Telematica “Leonardo da Vinci” 149 3 corsi di laurea di primo livello e ciclo unico e 1 corso di laurea magistrale a ciclo unico 11 ricercatori a tempo determinato
Università Telematica “E-Campus” 4756 9 corsi di laurea di primo livello e una magistrale a ciclo unico, cui aggiungere 24 tra master di primo o secondo livello e corsi di perfezionamento o formazione professionale 77 docenti, in prevalenza ricercatori a tempo determinato (49)
Università Telematica “Giustino Fortunato” 476 1 corso di laurea di primo livello e 1 corso di laurea magistrale a ciclo unico 14 docenti, di cui 11 ricercatori a tempo determinato
Università Telematica “Guglielmo Marconi” 15520 14 corsi di laurea di primo livello e ciclo unico, 1 corso di laurea magistrale a ciclo unico; 15 corsi di laurea magistrale; 70 master; 18 dottorati nonché corsi di specializzazione e di alta formazione 152 docenti, di questi circa 50 sono straordinari, 3 ricercatori a tempo indeterminato, 6 professori ordinari, 12 professori associati e la restante parte ricercatori a tempo determinato
Università Telematica San Raffaele 830 3 corsi di laurea di primo livello, 2 nuovi corsi richiesti 17 docenti, tutti ricercatori a tempo determinato
Università Telematica Uninettuno 2714 8 corsi di laurea di primo livello, 12 master; 5 nuovi corsi richiesti 72 docenti, di cui 10 ricercatori a tempo determinato, 17 ricercatori a tempo indeterminato, 45 professori straordinari a tempo determinato
Università Telematica IUL 0 (gli ultimi studenti risultano iscritti all’anno 201/11) 1 corso di laurea di primo livello Nessun docente
Università Telematica Pegaso 0 (presumibilmente per carenza di dati) 1 corso di laurea di primo livello e 1 corso di laurea magistrale a ciclo unico; 7 nuovi corsi richiesti 29 docenti, di cui 3 professori ordinari, 2 ricercatori a tempo indeterminato e i rimanenti a tempo indeterminato
Unitelma Sapienza 1466 2 corsi di laurea di primo livello e 1 corso di laurea magistrale a ciclo unico, 8 master; corsi di perfezionamento e aggiornamento professionale 18 docenti, di cui 1 professore ordinario, 1 professore associato, 1 ricercatore a tempo determinato e i rimanenti docenti sono ricercatori a tempo indeterminato
Università delle scienze umane “Niccolò Cusano” 9752 2 corsi di laurea di primo livello e 1 corso di laurea magistrale a ciclo unico, 13 master, corsi di perfezionamento e aggiornamento professionale; 8 nuovi corsi richiesti di cui 5 magistrali 37 docenti, di cui 2 professori ordinari, 3 professori associati,  25 ricercatori a tempo indeterminato, 3 ricercatori a tempo determinato e 2 straordinari a tempo determinato
Università Telematica Mercatorum 151 1 corso di laurea di primo livello e 1 master, corsi di formazione e aggiornamento professionale; 2 nuovi corsi di studio 19 docenti, di cui 4 professori ordinari, 3 professori associati, 12 ricercatori a tempo determinato

Pur tenendo conto della parzialità dei dati, quello che emerge è un sistema imponente, anche se disorganico e frammentato e che offre, spesso, corsi di studio sovrapponibili (basti pensare all’alto numero di corsi di studio magistrali a ciclo unico in Giurisprudenza). È importante sottolineare che gli atenei fin qui visitati, 8 su 11, hanno comunque superato indenni, a parte qualche osservazione critica e poche raccomandazioni per il futuro, le ultime valutazioni dell’Anvur[4], che ne ha fornito un giudizio complessivamente positivo. Giudizio che segue, e sostituisce, quanto espresso dall’ormai cessato Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario in un  rapporto del gennaio 2010[5].

Le università telematiche non sono quindi più il coniglietto uscito dal cilindro del ministero Moratti che, in un quadro legislativo molto permissivo, hanno intrapreso la loro attività senza limiti di sorta alla loro libertà di azione e organizzazione. Il coniglietto sembra piuttosto diventato un pachiderma che tenta di competere con un sistema pubblico alla cui “decadenza”, frutto di decenni di tagli e sottofinanziamenti, si propone di contrapporre l’efficienza dei servizi e la disponibilità a garantire strumenti tali da rispondere alla richiesta dello studente del minimo sforzo e della massima flessibilità istituzionale: iscrizioni tutto l’anno, esami tutti i mesi, possibilità di sostenerli nelle sedi remote, e, naturalmente, l’utilizzo della didattica on line, libera da vincoli di tempo e di spazio, le cui potenzialità sono riconosciute e sperimentate in gran parte del mondo universitario, ivi compreso quello “tradizionale”. A questo approccio “customer-oriented” si deve il successo di mercato delle telematiche, che tuttavia sembrano quest’anno non immuni dalla crisi. Del resto, i segnali di debolezza erano da tempo visibili, come era ben segnalato da Francesco Coniglione in un articolo apparso su Roars nel 2011[6], nel quale si poneva il problema della sostenibilità economica e finanziaria della gran parte degli atenei telematici. E che domina, sottotraccia, la relazione tra docenti delle telematiche e la proprietà: se gli atenei statali possono entrare in dissesto, gli atenei telematici – più in generale quelli non statali – possono “fallire” come una qualsiasi impresa.

Essere docenti e ricercatori in una telematica

La prospettiva che qui si esprime è quella appunto di chi lavora in una Università telematica come docente universitario. Le telematiche, infatti, sono state indotte obtorto collo ad assumere ricercatori e professori secondo le normali procedure di reclutamento e nel rispetto, quindi, dei rispettivi profili professionali e di stato giuridico. L’esistenza di personale accademico strutturato, sia a tempo indeterminato che a tempo determinato, doveva essere una delle garanzie della qualità della didattica, tra le misure la cui raccomandazione veniva fortemente ribadita dal CUN in una lungimirante, ma in buona parte inascoltata, mozione del 25-5-2010[7]. Del resto, i decreti istitutivi con i quali il Ministero autorizzava questi atenei a rilasciare certificati di laurea dal valore legale li vincolava al rigoroso rispetto della legislazione vigente.

Per una generazione di dottori di ricerca, postdottorati e assegnisti cui nel frattempo si chiudevano le speranze di assunzione nell’università statale, la possibilità di accedere a posti a tempo indeterminato costituiva una risorsa insperata, e contemporaneamente un salto nel vuoto. Sì, perché a cosa servivano dei ricercatori a delle università che, fino alla VQR, non erano soggette alla valutazione della ricerca? Ovvio, i ricercatori erano assunti come docenti a basso costo, e insieme erano una carta forte da giocare sul tavolo ministeriale per garantirsi la continuità dell’autorizzazione, nonostante i numeri esigui in proporzione alla crescente quantità di iscritti. Del resto, i risultati della VQR in atenei come quelli telematici né orientano quote di finanziamento pubblico (la gran parte delle telematiche non ricevono alcun finanziamento diretto da parte dello Stato) né potrebbero orientare in alcun modo la gran parte degli studenti, che per loro natura sono poco interessati alla qualità della ricerca.

Ed ecco il primo stadio della mutazione genetica. Il ricercatore si ritrova, alla presa di servizio, con un decreto già pronto di nomina a “professore aggregato”. Fin qui tutto bene, salvo che la didattica non è un obbligo per il ricercatore, e che la legge (sia la 382/1980, sia la 240/2010) indica un numero massimo di ore da dedicarvi, onde non compromettere l’esercizio della sua principale funzione, quella di fare ricerca. Una banalità, ma molto difficile da far capire ai padroni delle telematiche, che sono imprenditori, che non hanno esperienza del mondo universitario, che ritengono di poter utilizzare tutti i loro dipendenti nella prospettiva, legittima dal loro punto di vista, dell’efficienza aziendale e del perseguimento del profitto. Le ricadute di un’attività di ricerca di qualità sono, nell’ottica di atenei che fanno della customer satisfaction il perno della loro missione, secondarie quando non irrilevanti rispetto alle necessità dell’attività didattica.

Naturalmente il ricercatore si ritrova a svolgere la propria attività senza accesso a biblioteche, strumenti e fondi di ricerca di alcun tipo, in qualche caso dovendo addirittura essere autorizzato per lo svolgimento di attività di ricerca “fuori sede”. L’università telematica è, di fatto, una struttura commerciale. Investe molto in politiche di marketing, raggiunge il potenziale utente nei suoi account di posta elettronica, attraverso i siti dei principali organi di stampa, sui megacartelloni pubblicitari all’ingresso delle città, ma non ritiene di stanziare nulla nell’attività di ricerca. La ricerca è questione “privata” del ricercatore.

Secondo stadio della mutazione genetica del ricercatore. Costui si sdoppia. Dentro le mura del suo ateneo telematico è una sorta di tutor tuttofare in un regime da “dittatura del consumatore”, a disposizione dello studente che è cliente, e ha sempre ragione. È un operaio alla catena di montaggio che sforna esami e lauree con la velocità necessaria a garantire la produttività attesa. Fuori le mura è un essere mutilato che raminga alla ricerca della sua ragion d’essere, tentando di inserirsi in reti di ricerca, gruppi, rispondendo a tutti i call for paper che può, appoggiandosi “clandestinamente” alle strutture che gli forniscano i mezzi del suo lavoro, per lo più le “decadenti” Università statali di provenienza, tentando insomma di mantenere un profilo che è quello per il quale, in fondo, ha intrapreso questa carriera.

Bene, si dirà, il problema del sottofinanziamento della ricerca è nazionale. La vita dei ricercatori è dura ovunque, ma nelle Telematiche lo è di più. Perché in genere, e a dispetto delle dichiarazioni, alla dirigenza tutto questo fuggire non piace. Gli iscritti crescono, occorre reggere l’offerta didattica, anche per coprire i costi crescenti e le riduzioni degli utili e dei profitti, e talvolta il ricercatore si trova affibbiati 2, 3, 4 insegnamenti, più qualche corso di master, per ognuno dei quali è richiesto prestare un certo numero di ore. Di più: la stampa ci accusa di essere degli esamifici? Dimostriamo di essere capaci di erogare didattica molto più degli altri. E oltre ai corsi a distanza e l’assistenza quotidiana on line (non esclusi i giorni festivi), in alcune telematiche il ricercatore si ritrova a svolgere settimanalmente lezioni in presenza, da settembre a luglio, generalmente con un pubblico di studenti esiguo, questi sì “fantasma”, ché se si iscrivono alla telematica è perché generalmente non possono per qualche ragione frequentare l’università.

Terzo stadio della mutazione genetica: il ricercatore telematico è docente tutto l’anno, da settembre a luglio, ha un carico didattico inimmaginabile pur nella logica della didattica in presenza. Il suo prestarsi come ingranaggio dell’esamificio “fordista” diventa la sua unica e riconosciuta funzione. Le sue attività di ricerca devono essere “comunicate”, le sue assenze dalla sede “giustificate”, e in alcuni casi “autorizzate”. Nel 2011 una ricercatrice di Uninettuno ha impugnato al TAR una delibera del CDA che imponeva una presenza di tre giorni a settimana in sede per attività didattica, e di due per attività di ricerca. Il Tar ha accolto la contestazione ritenendo eccessivo l’impegno didattico richiesto, e ribadendo che l’attività di ricerca, essendo libera, non può essere vincolata a un luogo specifico, tanto più in quanto non dotato dei requisiti minimi per lo svolgimento dell’attività in questione[8]. Episodi simili si ripetono ancora oggi e la costante della loro dinamica è la fortissima ingerenza degli organi amministrativi e della proprietà degli atenei nella regolamentazione delle attività didattiche e di ricerca. A questo si affianca la sostanziale passività degli organi accademici, anche per effetto del disposto di Statuti, fondati su un’interpretazione molto estensiva del concetto di autonomia, che attribuiscono ai primi un’enorme discrezionalità, riducendo Rettori e Presidi a cariche poco più che simboliche e comunque sempre vincolate alle necessità del “datore di lavoro” che è “l’imprenditore” che ha investito nell’ateneo. A ciò si aggiunga che, a sei anni e oltre dall’istituzione, alcuni Atenei Telematici non si sono ancora dati le strutture previste dai rispettivi statuti, essendo tuttora governati da organi provvisori, in cui non è prevista una rappresentanza del corpo dei ricercatori, né sono rispettate le procedure statutarie. Dal punto di vista del ricercatore, il timore del fallimento dell’ateneo se non si reggono i ritmi richiesti, e il senso di responsabilità che comunque si nutre verso i propri studenti, il proprio ateneo, il lavoro quotidiano, sono i principali deterrenti a una più radicale difesa del proprio status.

A questo punto il ricercatore non ha più speranza di ritrovare la sua ragion d’essere. Salvo che l’Anvur e la valutazione incombono, la produttività scientifica rimane il fine inderogabile della sua funzione (aspira anch’egli, del resto, ad abilitarsi e a mostrarsi scientificamente attivo e poter concorrere per un avanzamento di carriera) e il suo destino dipende da quanto egli riesca a smarcarsi dalla logica aziendale in cui, suo malgrado, senza preavviso, senza alcuna clausola di eccezione contenuta nei bandi cui all’epoca partecipò, si ritrova catapultato, come in una distopia, fatta di oscuri luoghi in cui gli esseri si trasformano nel loro contrario.

Nessuno intende contestare la libertà d’impresa degli atenei telematici, e più in genere di quelli non statali. Ma se questa libertà è sistematicamente esercitata al ribasso, e non riesce a esprimersi che calpestando e ignorando lo status giuridico dei ricercatori e della docenza universitaria, nonché la missione profonda dell’Università, che vede connesse ricerca e didattica, c’è evidentemente qualcosa che non va. Se le reciproche finalità sono incompatibili, delle due l’una: o le telematiche sono a tutti gli effetti delle Università, e allora debbono rispettare i vincoli e le norme che essere Università impone,  essere anche loro parte di un più complesso sistema che vive della circolarità di insegnamento e ricerca. Oppure non sono delle Università ma enti erogatori di una formazione terziaria, il cui obiettivo è certamente quello di garantire percorsi di studio di qualità ma che non possono essere equivalenti a quelli universitari. In questo caso si sarebbe, però, dovuto avvertire in tempo i ricercatori che, entrando in una università telematica, sarebbero entrati nel limbo dei “cervelli in standby”.


[1] http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs040613ter

[2] Università on line, il rettore della UniMarconi: “Noi diplomifici? Pronti a entrare nello Stato”, intervista a cura di Claudio Gerino, visionata il 14 luglio, 2013; http://www.repubblica.it/scuola/2013/07/02/news/universit_on_line_la_proposta_schoc_del_rettore_della_unimarconi-62229887/

[3] M.N. De Luca, Esami facili, prof. Fantasma. Il bluff milionario delle università online, “la Repubblica”, venerdì 2 aprile 2010, pp.28-29.

[6]  Francesco Coniglione, Ma a chi servono le università telematiche? ROARS, 28-11-2011. http://www.roars.it/online/?p=1974

[7] Mozione università telematiche, 25-5-2010, prot.1056. http://www.cun.it/media/105345/mo_2010_05_25.pdf

[8] Tar Lazio. Sentenza N. 04927/2012

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30 Commenti

  1. Io batto sempre sullo stesso chiodo, quando posso, considerato che ho vissuto tutti gli anni ‘riformatori dall ‘interno dell’università statale, dal ministro Berlinguer in poi, per lo meno questo è il primo nome che mi viene in mente. Che ho partecipato alla prima tornata del RAV, che ho avuto accesso, per puro caso ma anni dopo, a documenti interessanti ma segretati di autovalutazione compilati entro il progetto CampusOne; che ho partecipato alle lotte contro lo stupido sminuzzamento dei CFU; e che oggi devo ancora ricordare ai colleghi e agli studenti, quando capita, che gli studenti hanno il diritto di presentare un piano di studio individuale.

    Cito: ” …. sistema pubblico alla cui “decadenza”, frutto di decenni di tagli e sottofinanziamenti …” . Aggiungerei: e di conduzione inadeguata – dal di dentro, oltre che dal di fuori (ministero, CRUI, ora Anvur) – delle università statali; di irresponsabile impiego dell’autonomia; di spensierata gestione finanziaria, ecc. Ultimamente, di quasi feroce, ma sicuramente controproducente su tutti i piani, irregimentazione.

  2. Faccio i più sentiti complimenti ai due autori dell’articolo, Alida Clemente e Alessandro Arienzo. Hanno perfettamente (PERFETTAMENTE) descritto lo stato di chi lavora in “istituzioni” (parola grossa ed eccessiva per questi luoghi) di questa natura. Ho passato 7 anni della mia “attività scientifica” all’interno di una telematica (da poco, ne sono felicemente uscito!) e le sensazioni descritte nell’articolo sono in linea con la cruda realtà. Grazie ancora!

  3. Non capisco perchè parlate dei ricercatori delle telematiche e mettete articoli correlati su esami facili, chiamate in causa il professor Coniglione che come hobby principale ha l’attacco a questo tipo di atenei(forse non ha di meglio da fare?). Le criticità a livello accademico(di ricerca ecc.) che questi atenei avranno, anche in virtù del fatto forse che sono giovani, con didattica innovativa e privati(non aiutati dallo Stato, se non per 300.000 euro) sarebbe meglio le affrontaste senza collegamenti strani e divagando su argomenti che oltre che non competerVi non conoscete(se gli esami son facili iscrivetevi , provate, parlate). Sono un ex studente del mi pare di capire ormai ex Prof. Risitano alla Marconi di Roma e il suo esame effettivamenteera di una semplicità imbarazzante…peccato che alcune persone lo hanno ripetuto anche 6 volte per diretta conoscenza. Ci sono molti studenti seri alla Marconi, molti ve lo assicuro, non gente che vuole per forza passare gli esami, questo è un Vostro preconcetto dettato dall’ignoranza nel vero senso della parola. Molti come me, vengono dalle statali(quindi non dal nulla, nè siamo ignoranti come capre tanto da non aver mai toccato un libro) chi per un motivo chi per un altro abbiamo dovuto lasciare o ci siamo trasferiti anche per comodità(si può? penso di si). Buon proseguimento, ho massimo rispetto per Voi, Voi portatene a noi, cordiali saluti

    • “il suo esame effettivamente era di una semplicità imbarazzante…peccato che alcune persone lo hanno ripetuto anche 6 volte per diretta conoscenza”
      ——————–

      Dunque o lei è un genio, o i suoi colleghi sono capre? Non mi è molto chiara l’argomentazione, né come possa rappresentare un motivo a favore della serietà del corso. Forse più a favore dell’ottica: “ognuno ha diritto ad un pezzo di carta con sopra scritto la parola laurea”?

    • Sono stato chiamato in causa e, quindi, non posso sottrarmi a rispondere. Premetto che non mi piace parlare con chi non si firma con nome e cognome (come faccio tranquillamente io). Detto questo, per rispondere subito sull’esame di Costruzione di Macchine alla triennale che ho gestito per ben 7 anni alla G. Marconi, non sono certo in accordo con l’utente “anonimo” che lo definisce “effettivamenteera di una semplicità imbarazzante”. Come lo stesso utente ha poi ricodardo, l’esame aveva un tasso di “mortalità” abbastanza alto (circa il 40%), quindi, credo che di facile ed imbarazzante avesse poco. In più, nessuno, caro mio ex-studente ha mai sostenuto in questo articolo o in altre sedi che gli esami fossero/sono “facili”. Personalmente ho fatto sempre con rigore il mio dovere, riscontrando però tutti i problemi annessi e connessi dei quali l’articolo di Alida Clemente e Alessandro Arienzo fanno un perfetto riassunto. Si parla, quindi, di ricerca. Detto questo, posso assicurare che l’avere fatto il mio dovere “con rigore” mi ha inevitabilmente portato ad entrare in contrasto (velato e no) con chi prendeva alcune decisioni fondamentali. Il “famoso” 40% di mortalità le assicuro, caro ex-studente, mi ha portato non pochi problemi all’interno della struttura. Con stima.

  4. Chi le dà il diritto di dire “un pezzo di carta con scritto sopra laurea”, ma come si permette? Ma Lei studia alla mArconi, ha mai fatto un esame, io ho frequentato una statale non trovo sostanziali differenze. Questa laurea per chiamarsi tale che caratteristiche deve avere, mi spieghi

  5. io l’ho fatto due volte, l’argomento portato era per sottolineare il fatto che se gli esami fossero così facili o ci fossero accordi sottobanco con i professori o regali particolari(ma vi rendete conto di quello che dite?) come qualcuno ancora argomenta, tipo Lei ad esempio, nessuno li farebbe 6 volte o 5 volte o 4 volte. Tutto qua. Comunque tenetevi il Vostro broncio, non ho voglia di stare a discutere. Mi meraviglio solo ogni volta dell’ignoranza che serpeggia fra persone che dovrebbero fare della cultura il loro punto di forza. Poi le criticità ci saranno sicuramente, certo non entro io nel merito del problema dei ricercatori ecc. che non mi riguarda e che non conosco(posso arrivare a capirlo più o meno però) e ognuno saprà il fatto suo, io da studente so il mio quindi quando leggo fesserie dico la mia. Cordiali Saluti

  6. ci sono esami difficili ed esami facili, ci sono docenti capre e docenti bravi, ci sono docenti superficiali e docenti rigorosi, sia nei corsi telematici che in quelli dalla cattedra

    ma nel 2013 non si può sentire chi ancora insiste con la superiorità delle lezioni frontali!

    ci sono attività che richiedono la presenza del docente, altre no.

    • E’ vero ciò che dice lei, in generale. Ma deve considerare che esistono purtroppo università telematiche che svolgono gli esami ANCHE LONTANO dai docenti (..quelli veri!) e creano fantomatiche COMMISSIONI D’ESAME composte da sedicenti professori (in sostituzione ripeto di quelli veri!), in ogni COMUNE italiano! Invito, lei e tutti voi, a visionare le modalità con cui gli esami vengono svolti in questi luoghi….prima di dire che le telematiche sono UNIVERSITA’! Si tratta davvero di uno scempio che dura orami da troppi anni! E’ arrivato il momento di mettere fine…

  7. rispondo al Prof. Risitano poi credo di aver detto tutto: La ringrazio per la risposta e la precisazione, il mio “effettivamente banale” era ironico ovviamente, come ha detto Lei c’era un alto tasso di bocciature ma Le posso assicurare che c’è in molti esami. Il Suo ovviamente avendo un programma direi vastissimo, credo si possa dire, diventava un grosso “ostacolo” da superare. Per il resto ripeto, capisco che ci possano essere impostazioni, a livello di struttura, differenti da università tradizionali e non penso sia “giusto” ma lo considero ovvio perchè quando si nasce da zero, da soli(autofinanziandosi) e in un paese dove non c’è o non c’era una cultura della didattica a distanza, si incontrano grosse difficoltà. La Marconi è ancora piccola e non è aiutata dallo Stato, è effettivamente un’azienda come penso tutte le altre università private italiane, alcune più che note e “blasonate”, quindi logico che guardi alla “customer satisfaction”, come forse dovrebbero fare anche molte statali invece magari di guardare solo da una parte( e per questo molti studenti poi cambiano strada). Sugli esami facili o similtali, Le assicuro che è un continuo insinuare ancora oggi da parte di chi è in altre istituzioni e da parte ancora di giornali autorevoli e questo non può che essere oggi inaccettabile da parte di noi studenti che invece ci impegniamo molto(c’è chi lo fa chi non lo fa, fatti propri) e conseguiamo una laurea “vera” a tutti gli effetti. Servono laboratori in ingegneria? (altro chiodo su cui si batte da tempo) li mettano obbligatori per legge e gli studenti dell’Unimarconi seguiranno i laboratori. Per il resto ovviamente non è argomento mio, quindi esco dalla discussione. Buon lavoro, cordiali saluti

  8. Concordo con il prof. Risitano! Ottimo articolo..speriamo solo che il MIUR faccia finalmente un esame di coscienza ed ammetta gli errori commessi nel lasciare che un privato qualunque metta in piedi una baracca, finalizzata alla vendita delle lauree, avendo la pretesa di chiamarla…UNIVERSITA’!

  9. Scrivo per esprimere la mia solidarietà ad Alida Clemente, alla quale – leggo – il CdA di Unicusano, ritenendo l’articolo lesivo dell’immagine dell’Ateneo, ha comminato una pesantissima sanzione: la sospensione per un mese dal lavoro e dalla retribuzione.

    Spero che la notizia sia smentita.

    La mia esperienza con le università telematiche si ferma ai numerosi incontri avuti con aspiranti studenti della Laurea Magistrale in Ingegneria Energetica, Università del Sannio, incontri che ho condotto nel corso degli anni in qualità di Presidente del CdLM. Tutti gli aspiranti studenti laureati alle telematiche entrano invariabilmente nel mio studio con un complesso di inferiorità legato alla loro provenienza. Si presentano come persone che hanno capito la differenza e vogliono una laurea “vera”. Quando poi faccio loro presente le difficoltà a cui andranno incontro a causa delle dichiarate/presunte carenze di preparazione personale, quasi sempre vanno via scoraggiati e non si iscrivono.

    Certo si può pensare che le dicerie in negativo sulle uu. telematiche provengano da una vulgata non verificata nella realtà. Ma che dire di quello che dichiarano le persone che hanno seguito un percorso di studi in una telematica? Mi sembra difficile contestarlo.

    • Ad Alida Clemente non solo solidarietà, ma anche la proposta di effettuare una raccolta di firme per una protesta contro un provvedimento che può essere definito senza esagerazioni davvero di stampo fascista, contrario alla libertà di espressione. Se il motto dell’università italiana, pubblica o privata che sia, diventa “non disturbate il manovratore, davvero possiamo chiudere bottega tutti.

    • Buongiorno, volevo rispondere al Prof. Continillo:
      ho conseguito due lauree, una in una grande Uni statale e l’altra in una nota telematica. Sorvolando sulla mia personale esperienza che è pienamente a favore dell’Università privata, invito cortesemente il docente a porre più attenzione nell’uso delle parole, in quanto, al di là delle legittime opinioni personali (che lasciano il tempo che trovano…) una laurea telematica è una laurea come quella conseguita nel suo Ateneo, ambedue riconosciute e tutelate dalla Legge dello Stato e dalle Direttive Europee.
      Inoltre per controbattere l’esperienza del Prof. Continillo, posso assicurare (sono dati facilmente verificabili) che, ad esempio in Sapienza, molti laureati di alcuni “buoni” Atenei telematici, ottengono agli esami di stato per le varie abilitazioni professionali, punteggi molto elevati e spesso più alti di quelli ottenuti dagli studenti tradizionali.
      Inoltre per esperienza diretta di alcuni miei amici, i laureati triennali telematici di questi Atenei, superano tranquillamente le prove di valutazione per l’accesso alla Magistrale presso la Statale e questo avviene mediamente in tutta Italia…
      Capisco che siete intimoriti dal progresso, ma ritengo che sia inutile infangare a 360 gradi il settore telematico, in quanto le mele marce ci sono ovunque, anche nelle Uni statali e così come sta accadendo nel mondo, anche in Italia questa nuova metodologia di insegnamento diventerà prevalente e se non vi adeguate farete la fine dei dinosauri…
      Sono invece pienamente d’accordo che occorra intervenire per mettere un pò di ordine, premiando gli Atenei telematici meritevoli e mettendo invece in riga quelli critici.
      Infine ricordo a tutti voi (ma ovviamente lo sapete benissimo) che nella maggior parte delle Università statali non vi è obbligo di frequenza, pertanto lo studente che non vuole o che non può frequentare (come chi lavora) spesso si ritrova completamente solo, senza videolezioni e senza tutor, presentandosi solo a sostenere gli esami…e questi sarebbero i vostri Atenei di eccellezenza?
      Fortunatamente l’opinione pubblica e le aziende, nonostante alcuni “strani” articoli come i vostri, si rendono conto di come stanno realmente le cose…
      Mentre al riguardo della situazione lavorativa della ricercatrice della Unicusano sono in linea di massima d’accordo con le vostre riflessioni.
      Visto che si parla tanto di libertà di parola, spero che questo mio leggittimo e molto rispettoso commento non venga cestinato.
      Buon lavoro e distinti saluti a tutti.
      Franco

    • Non mi pare il caso di insistere sul vocabolario incerto del doppio dottore Franco: ognuno ha il suo liceo.

      Ho riletto quello che avevo scritto e non mi sembra proprio di avere usato parole offensive: mi sono limitato a raccontare la mia esperienza di presidente di CCS e a riportare gli atteggiamenti degli aspiranti studenti provenienti dalle telematiche. Invito anche Franco a rileggere la mia testimonianza e a convincersi che non vi era nessun intento offensivo.

  10. Egregio Prof. Continillo ho scritto di getto e con un palmare, ma sicuramente anche il suo liceo è migliore del mio…
    Credo che sia lei quello che deve rileggere con attenzione, io mi riferivo alla sua infelice ed errata frase: si presentano come persone che hanno capito la differenza e vogliono una laurea “vera”.
    Sapesse quanti laureati provenienti dalle più blasonate Uni statali ho visto scartare dalle aziende per bassa preparazione.
    Comunque chiudiamo qui questo discorso, tanto ognumo resta con le proprie idee e con i propri interessi.
    Per fortuna quello che conta sono le Leggi e il mercato, tutto il resto sono solo discorsi da salotto, che tra l’altro non influenzano più nessuno…
    Buona fortuna con la sua GRANDE Università …
    Franco

    • Quella è una frase riportata dalla bocca dell’aspirante studente, non è mia. Non so chi abbia convinto queste persone che una laurea telematica non è una laurea vera. Io mi limito a riportare la mia esperienza.

      Il discorso, se permette, lo chiudo io.

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