Tra una settimana torneranno nelle scuole insegnanti e studenti per l’Esame di Stato. Tanto si è letto e scritto sulla scelta di svolgere in presenza quello che è stato definito in queste settimane un “rito di passaggio“, un”esorcismo necessario alla trasformazione“, una “partita fondamentale della vita“. Il verbale della riunione tenuta presso il Dipartimento della Protezione Civile del 28 maggio scorso, tuttavia, inquadra tecnicamente il senso della scelta: si tratta di “un “banco di prova” per la riapertura di tutte le scuole di ogni ordine e grado”, seppur “con numeri ridotti”. Come una situazione con numeri ridotti possa simulare la realtà di un rientro a ranghi completi non appare chiaro, ma non importa. L’esame in presenza non ha niente a che fare con l’ipocrisia dei “riti di passaggio”, con la retorica del “momento importantissimo” o con nostalgici “profumi d’esame”. Si tratta di un semplice “banco di prova”: un test, un esperimento, insomma, in vista della “riapertura di tutte le scuole”. E’ questa la giustificazione messa nero su bianco, persino con un certo candore. Sperimentare è importante. Le commissioni, i candidati, il personale coinvolto a vario titolo rappresentano un “banco di prova”. Cavie, insomma.

 

 

 

 

Il signor C. si interessa, da sempre, di scuola. Così, pur con una certa fatica, prova a tenersi informato.

Egli ha recentemente letto che il D.P.C.M. 17/5/20 prevede, tra le tante cose, la proroga al 14 giugno del divieto di riunioni in presenza degli organi collegiali della scuola. Divieto conseguente alla pandemia, ovviamente.

“Bene!” –, egli si dice. “Vuol dire che dopo quella data il pericolo è finito.”

Ma la soddisfazione dura poco, poiché all’improvviso egli viene colto da un dubbio: per quale motivo, dunque, per gli esami (anch’essi “di Stato”, anch’essi costituzionalmente previsti) del I ciclo (sì, insomma: di terza media) si prevede, anzitempo e in ogni caso, anche dopo il 14 giugno, uno svolgimento in remoto? Il signor C. si è infatti imbattuto in un curioso comma [1]: poiché di solito è persona precisa, ha voluto annotarselo. Ai sensi dell’articolo 1, comma 4, lettera b) del Decreto legge, l’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione coincide con la valutazione finale da parte del consiglio di classe.

Beh, un po’ gli suona male, sul piano logico e grammaticale, quel dire: “l’esame coincide con la valutazione”. Ma sono dettagli: la sostanza è chiara. Praticamente, un esame inesistente, tale solo di nome, sostituito dalla valutazione del consiglio di classe (integrata, è vero, dalla presentazione di un elaborato, da discutere “in remoto”, di cui il consiglio di classe “tiene conto”. Dunque neppure strettamente necessario – l’elaborato –, per la promozione. Interessante, anche se i contorni del tutto gli sembrano un po’ farseschi). Ma in fondo, si dice il signor C., tutto ciò è comprensibile: l’esame “di terza media” sarà stato considerato un momento “minore”, chissà. Non così significativo. Privare lo studente di questa emozione è tollerabile. Uno strappo alla Costituzione si potrà ben fare… (in effetti, a ben pensarci, il signor C. qualche altro strappetto, qua e là, nella sua vita crede di averlo anche già visto).

Certamente – egli conclude –  questa è la proverbiale “eccezione che conferma la regola” (come tutti, anche il signor C. talvolta si riempie la bocca con tale lapidaria affermazione, anche se deve ammettere di non averla mai ben capita).

Ma il signor C., forse per associazione di idee, ricorda all’improvviso di avere letto una cosa, qualche tempo addietro. Un altro documento [2] in cui si parla di università, di esami di Stato di abilitazione alla professione: odontoiatra, farmacista, veterinario, tecnologo alimentare, dottore commercialista, esperto contabile, revisore legale. Roba seria, dunque. Eppure l’esame di Stato di abilitazione all’esercizio delle professioni (…) è costituito, per la prima sessione dell’anno 2020, da un’unica prova orale svolta con modalità a distanza.

“L’abilitazione all’esercizio della professione si può fare a distanza: ecco una cosa che non avrei mai creduta possibile!” – si dice il signor C. E un pizzico di preoccupazione lo pervade, all’idea che il suo gatto un domani sarà visitato da un veterinario abilitato “a distanza”.

Ma forse l’esame di abilitazione è solo un pro forma, continua a dirsi in colloquio con se stesso, non sapendo bene come stiano le cose. Già, ma se così fosse, a che serve mantenere un pro forma? E se invece è importante? Se invece l’esame dice davvero qualcosa su quel che sa fare (le famose “competenze”!) l’aspirante tecnologo alimentare?

Il signor C., come sempre quando qualcosa gli sfugge, si sente a disagio. Ma poi si tranquillizza subito (“che stupido, bastava andare avanti a leggere!” – si rimbrotta sorridendo):

Nel prevedere apposite modalità a distanza per lo svolgimento degli esami, gli atenei garantiscono che la suddetta prova orale verta su tutte le materie previste dalle specifiche normative di riferimento e che sia in grado di accertare l’acquisizione delle competenze, nozioni e abilità richieste dalle normative riguardanti ogni singolo profilo professionale.

 

Perfetto. Gli atenei “garantiscono”, gli atenei “accertano”: si può fare (gli viene in mente l’urlo di entusiasmo di Gene Wilder in Young Frenkenstein, capolavoro di Mel Brooks…). D’altro canto, tutti gli Ordini Professionali hanno espresso parere favorevole. D’altro canto, il virus non ce lo siamo mica inventati.

E poi, lo dice anche il Primo Ministro, nel firmare il D.P.C.M. del 17 maggio: Considerati l’evolversi della situazione epidemiologica, il carattere particolarmente diffusivo dell’epidemia e l’incremento dei casi sul territorio nazionale. Carattere particolarmente diffusivo. Essere prudenti è la cosa giusta, conclude il signor C. Qualche deroga alle regole è sacrosanta, il Governo sa certamente quel che fa! (e questo moto di soddisfazione per le politiche governative un po’ lo sorprende, perché non l’ha provato spesso, in vita sua. E sì che di Governi ne ha visti all’opera…).

D’altro canto, le stesse discussioni delle tesi di laurea in questi mesi sono state effettuate in remoto: dunque anche questo è tecnicamente e giuridicamente fattibile, conclude il signor C., pur dovendo ammettere di non avere ben capito che cosa faranno le università dopo il 14 giugno, famosa data spartiacque. Pazienza. Starà a vedere, ma immagina che riprenderanno le attività in presenza. Fine emergenza, ergo.

Gli rimane solo un’ultima curiosità: e l’esame “di maturità”? (sì, non si chiama più così, ma tutti si intendono lo stesso). In base a quel che ha fin qui scoperto, per coerenza si farà certamente in remoto pure quello –, egli si dice. D’altro canto, l’importanza di un diploma non può essere certo paragonata all’importanza di una laurea!

Ma, dopo una breve ricerca in rete, il signor C. vive un’esperienza opprimente: la sua soddisfazione intellettuale va in frantumi. Pensava di avere capito, ma qualcosa deve essergli sfuggito. Colpo di scena. La “maturità”, inderogabilmente, sarà in presenza.

Calma. Alcune cose, il signor C. le sa già: corpo docente tra i più anziani al mondo, mezzo milione e più di studenti da esaminare, oltre centomila docenti coinvolti come commissari. Qui occorre capire.

La prima cosa che il signor C. trova in rete è un curioso documento, che non ha data, non ha intestazione, non ha firma. Al signor C. non è chiara lo status giuridico di quelle pagine, che si intitolano Documento tecnico sulla rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico per lo svolgimento dell’esame di stato nella scuola secondaria di II grado. [3] Il titolo è altisonante, ma i contenuti sinceramente non gli paiono all’altezza.

“Se dovessi riassumere il tutto” – si dice infatti il signor C. – “potrei farlo così: lavatevi le mani, cercate di stare lontani gli uni dagli altri, sperate nel senso di responsabilità di tutti” (è importante sottolineare che le misure di prevenzione e protezione indicate contano sul senso di responsabilità di tutti nel rispetto delle misure igieniche e del distanziamento e sulla collaborazione attiva di studenti e famiglie nel continuare a mettere in pratica i comportamenti previsti per il contrasto alla diffusione dell’epidemia).

Già, secondo questo “documento tecnico” non occorre neanche fare che quel fanno gli addetti all’ingresso del supermercato: misurare la temperatura corporea di chi entra!

Ma allora il carattere particolarmente diffusivo, tutte quelle precauzioni per esami di terza media, esami di laurea, esami di abilitazione? Ecco l’esperienza opprimente dell’intelletto che non coglie i nessi. Al signor C. sfugge di sicuro qualcosa. Questo gli dà fastidio.

Così, egli torna al documento, che si chiude con il fac-simile di una “autodichiarazione”. Già la denominazione gli appare sgangherata. Il signor C. ha infatti un amico avvocato, che ogni tanto gli racconta alcuni aspetti interessanti della professione. Così, per quanto a sua conoscenza, il signor C. sa che di solito si parla di “dichiarazione sostitutiva di certificazione” o “dichiarazione sostituiva dell’atto di notorietà” [4]. In questa sedicente “autodichiarazione” manca peraltro il “richiamo alle sanzioni penali previste dall’articolo 76, per le ipotesi di falsità in atti e dichiarazioni mendaci ivi indicate” nonché “l’informativa di cui all’articolo 10 della legge 31 dicembre 1996, n. 675.” previsti dall’art. 48 (sì, la legge sulla privacy è cambiata, ma l’idea è sempre quella).

Ma la cosa ancora più strana – si dice il signor C. – è che il suo amico avvocato gli ha detto una volta che non sono ammesse “autocertificazioni dello stato di salute” [5] (come tutti sanno, a suo tempo l’inflessibile Brunetta ha combattuto una battaglia senza quartiere contro i cosiddetti “furbetti” assenteisti della pubblica amministrazione, prevedendo con norme draconiane certificati medici e visite fiscali per la minima assenza dal lavoro!), “salvo diverse disposizioni della normativa di settore”.

Quindi forse esiste (ma il signor C. non la conosce) una specifica normativa di settore che consente ai commissari d’esame (ma solo a quelli della “maturità”!) di autocertificare il proprio stato di salute: perché l’ “autodichiarazione” chiede appunto di autodichiarare “l’assenza di sintomatologia respiratoria”. Come minimo, dovrebbe esserci un riferimento alla “specifica normativa di settore” che autorizzi i commissari a firmare un documento che la norma generale dello Stato invece vieta – egli si dice.

E poi il signor C. era convinto (qui stranamente in accordo con l’inflessibile Brunetta) che una cosa simile – escludere una certa sintomatologia – fosse unicamente di competenze di un medico.

“Bisognerebbe proprio chiedere a Brunetta” –, conclude.

Ma tutto gli appare sempre più strano. Certamente le organizzazioni sindacali di categoria, ben dotate di studi legali e per statuto nobilmente votate alla difesa degli interessi dei lavoratori rappresentati, si saranno strenuamente opposte, si dice il signor C.

E invece, un’altra sorpresa: egli infatti scopre che quasi tutti i sindacati di settore (FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, SNALS Confsal, Anief, ANP e Dirigenti scuola) il 19 maggio hanno sottoscritto il “protocollo” [6].

La parola “protocollo” al signor C. piace. Ha un che di austero. Di un protocollo istintivamente ci si fida.

Questo protocollo, che il signor C. è naturalmente corso a leggersi, addirittura con leggero entusiasmo, ha poi dell’incredibile. Prevede di combattere ogni rischio di contagio a colpi di help desk, monitoraggi e tavoli negoziali. Meraviglioso. Non deve neanche costare tanto, allo Stato. Ma allora perché – si chiede il signor C. – non adottare esattamente la stessa infallibile procedura, capace di garantire sicurezza alla maturità, anche in terza media, agli esami di laurea e a quelli abilitanti?

E qui torna lo sconforto di chi vive una sensazione di irrealtà.  A far le cose in presenza (a parità di condizioni e precauzioni – si capisce!) il rischio c’è oppure non c’è? Perché al signor C. appare davvero incomprensibile il doppiopesismo: qui a distanza, là in presenza, ma state tranquilli, c’è il protocollo che garantisce tutti. Garantisce là, ma non garantisce qui? Sarà un protocollo elastico?

“Qui finisce che non ci si potrà fidare più neppure dei protocolli” – borbotta il signor C. scuotendo la testa.

No, evidentemente non può essere così, bisogna scavare più a fondo, occorre capire: ci devono essere ragioni inderogabili, fondamentali, inaggirabili per le quali la “maturità” va assolutamente fatta in presenza, più importante di una laurea o di un’abilitazione alla professione. E per questo motivo si possono fare strappi, strappetti, finanche piccole lacerazioni o contusioni – Parigi val bene una messa! Ecco, si tratta solo di trovare il bandolo.

Un momento. Il Ministro. Il Ministro dell’istruzione – chi meglio di lui? – l’avrà pur spiegata, questa ragione. Le fiduciose speranze del signor C., terminato l’ascolto paziente di tutta la conferenza stampa [7] dell’onorevole Ministro, ne escono però cocentemente deluse.

Idealmente, il signor C. si sente infatti tra i giornalisti, alza la mano, pone la domanda: perché maturità in presenza a tutti i costi, esponendo studenti e personale a rischi inutili? (eppure l’amico avvocato l’aveva rassicurato: la Legge, cui tutti sono sottoposti, impone perentoria l’eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, la loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico [8]).

Delusione. La risposta dell’onorevole Ministro si limita a un “Perché è un momento importantissimo”. L’esame è “un rito di passaggio” (l’argomento romantico, il signor C., lo conosce già e bene. Qualcuno parla di “profumo dell’esame”… ma non gli è chiaro come quel che a lui pare un discutibile romanticismo d’accatto o soggettive sensazioni olfattive possano prevalere addirittura sulle norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro).

Il signor C. comincia a pensare che si dovrà rassegnare a non capire. In fondo, si dice con intento autoconsolatorio, la vita è piena di mistero: tra l’inconoscibile, mettiamoci anche questo (eppure egli avverte che l’argomento è di ripiego e nel profondo non lo soddisfa per nulla). Felix qui potuit rerum cognoscere causas! dice il Poeta.

Va bene. Dal 15 giugno (quando si dice il caso: seguendo Peano, il 15 segue al 14, data fatidica) le riunioni in presenza, il giorno prima assolutamente proibite, saranno diventate possibili!

In tal modo, le commissioni potranno riunirsi, potranno assistere al “rito di passaggio” per 5 o 6 ore di seguito, comodamente chiuse in una stanza (ma le finestre aperte, si raccomandano i “saggi” del Comitato Tecnico Scientifico – il signor C. va con la memoria alla nonna, che aveva la mania di ventilare i locali senza essere Madame Curie…), riascoltando i propri studenti per l’ennesima volta, dopo anni di reciproca conoscenza.

Tra l’altro, il “lavoro nella stanza” rammenta al signor C. di avere letto di recente alcune conclusioni interessanti  [9][10][11] relative all’incremento (fino a quasi 19 volte!) della probabilità di rimanere contagiati permanendo a lungo al chiuso, pur mantenendo distanze e mascherine, come consigliato dai “saggi” del Comitato tecnico-scientifico (chissà – viene da chiedersi al signor C. – se i “saggi” italiani hanno letto le conclusioni dei loro altrettanto “saggi” colleghi di Cina e Giappone).

Il signor C. è un po’ stanco. Ha sempre ritenuto sfiancante il combattimento con il non senso. Sta per spegnere il pc, quando a un tratto l’occhio gli cade su un link. Si tratta dello stralcio del verbale della riunione tenuta, presso il Dipartimento della Protezione Civile, il giorno 28 maggio 2020 [12].

Che qui si dica magari qualcosa? Facciamo un ultimo tentativo – si fa forza il signor C.

E proprio quando la speranza stava spegnendosi, all’improvviso la luce si accende e la perseveranza trova il suo premio:

Questo andamento [la diminuzione del numero di nuovi casi diagnosticati dal 23 marzo, n.d.r.] ha consentito di programmare nella seconda metà del mese di giugno l’espletamento dell’esame di stato in presenza, rappresentando, limitatamente alle scuole secondarie di II grado e con numeri evidentemente ridotti, un “banco di prova” per la riapertura di tutte le scuole di ogni ordine e grado per l’anno scolastico 2020-2021.

Come una situazione “con numeri ridotti” possa simulare la realtà di un rientro settembrino a ranghi completi non gli è proprio chiarissimo, ma non importa: egli ha finalmente la Risposta, che dà significato ad un universo solo apparentemente vuoto di senso. Una risposta sincera, onesta, col crisma dell’ufficialità. Che non ha niente a che fare con l’ipocrisia dei “riti di passaggio”, con la retorica del “momento importantissimo” o con nostalgici “profumi d’esame”.

Invece, si tratta di un semplice “banco di prova”: un test, un esperimento, insomma, in vista della “riapertura di tutte le scuole”. Ecco finalmente la giustificazione di strappi, strappetti e doppiopesismi: il tutto messo nero su bianco persino con un certo candore.

Sperimentare – per formazione culturale il signor C. di questo è convinto – è importante. Le commissioni, i candidati, il personale coinvolto a vario titolo rappresentano un “banco di prova”. Cavie, insomma.

“Ma allora”– si chiede il signor C., che purtroppo ha il vizio di porsi tante domande – “ma allora perché non dire ogni cosa apertamente, al mondo?”

Infatti, la motivazione – come tutti sanno – è fondamentale nell’agire umano. Per docenti e studenti coinvolti nel profumato “rito di passaggio”, assurgere alla dignità di “banco di prova” deve essere legittimo motivo di orgoglio. “Perché dunque non dare loro un generoso riconoscimento pubblico, in conferenza stampa, in televisione?” si chiede il signor C.

Già, la conferenza stampa. Quella in cui l’onorevole Ministro ha dichiarato di assumersi la “responsabilità politica” dell’operazione.

“Che gesto elegante” – pensa il signor C. – “Che poi, in fondo, neanche espone a particolari rischi.”

E, certo per associazione di idee, al signor C. viene improvvisamente da chiedersi chi invece risponderà, sul piano civile e penale, dovesse accadere che qualcuno si ammali, o peggio. Dirigenti? Capi dipartimento? Presidenti di commissione? Saggi del Comitato Tecnico Scientifico?

“Boh. Questa cosa” – egli dice a se stesso, spegnendo il pc –, “la prossima volta che lo sento, devo proprio ricordarmi di chiederla, al mio amico avvocato”.

 

 

 

[1] O.M. 9/20 art. 2 c. 1

[2] D.M. 57 del 29/04/2020

[3] https://www.miur.gov.it/documents/20182/2467413/DOCUMENTO+SCUOLA+-+ESAMI+DI+STATO.pdf/82f5cca3-4a07-e123-47e7-83c8586f4701?t=1589631913161

[4] D.P.R. 445/00 art. 46 e 47

[5] D.P.R. 445/00 art. 49

[6] http://www.flcgil.it/scuola/esami-di-maturita-in-sicurezza-sottoscritto-il-protocollo-ministero-sindacati.flc

[7] https://www.youtube.com/watch?v=QjYxc6aXl3A

(in particolare, minuto 11:29)

[8] D. lgs. 81/08 art. 15 c. 1 lett. (c)

[9] https://www.internazionale.it/notizie/erin-bromage/2020/05/15/amp/rischi-contagio-conoscerli-evitarli?__twitter_impression=true

“Le linee guida sul distanziamento sociale sono inefficaci negli spazi chiusi in cui si trascorre molto tempo, come dimostra il fatto che nei casi analizzati sono state infettate anche persone posizionate a diversi metri di distanza. ”

[10] https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.04.20053058v1.full.pdf

“Conclusions: All identified outbreaks of three or more cases occurred in an indoor environment, which confirms that sharing indoor space is a major SARS-CoV-2 infection risk.”

[11] https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.02.28.20029272v2.full.pdf

“The odds that a primary case transmitted COVID-19 in a closed environment was 18.7 times greater compared to an open-air environment (95% confidence interval [CI]: 6.0, 57.9).”

[12] https://www.miur.gov.it/documents/20182/2467413/DOCUMENTO+TECNICO+SULL%E2%80%99IPOTESI+DI+RIMODULAZIONE+DELLE+MISURE+CONTENITIVE+NEL+SETTORE+SCOLASTICO.pdf/8d3ca845-d7a7-d691-ec78-1c1ac5e5da53?t=1590689741359

 

 

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4 Commenti

  1. Vorrei cambiare la prospettiva: per molti studenti, se non tutti è per merito loro o di famiglie ancorate a vecchi principi, è importante il risultato che questo sia rispondente alle loro reali competenze e conoscenze non è contemplato. Più che un test sulla propria preparazione è un test sulle loro relazioni e su quelle della loro famiglia. Non è del tutto colpa loro. Cosa hanno visto per tutta la loro vita?

  2. “È possibile far sottoscrivere agli studenti o ai genitori, per gli alunni minorenni, delle autodichiarazioni sullo stato di salute o in merito all’eventuale esposizione al contagio da Covid-19, quale condizione per l’accesso a scuola?
    No, attraverso le dichiarazioni sostitutive non è possibile autocertificare il proprio o l’altrui stato di salute. L’art. 49 del DPR 445/2000 prevede infatti la non sostituibilità dei certificati medici e sanitari.”

    Così una recente presa di posizione del ministero (https://www.istruzione.it/rientriamoascuola/domandeerisposte.html). Meraviglioso. Ora sorge una domanda. Perché a giugno quello stesso ministero ha chiesto a decine di migliara di docenti di autocertificare (illegalmente, quindi?) tutti i giorni il proprio stato di salute per partecipare agli esami di stato? Perché oggi non si può più fare quel che invece risultava possibile (ed evidentemente comodo) fare pochi mesi fa? Forse lo studio del DPR 445/00 era un compito estivo per i decisori ministeriali: a giugno non l’avevano ancora fatto.

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