Circa un mese fa il Prof. Andrea Ichino ci ha scritto in risposta a un mio post del 26 maggio. L’oggetto del contendere era l’interrogazione parlamentare in tema di tasse universitarie e accesso all’educazione terziaria degli studenti meno abbienti, presentata il 18 maggio da un gruppo di senatori del Pd e di altre formazioni politiche. L’8 giugno il collega Alessandro Ferretti ha risposto al professore, a nome della Rete 29 aprile. 

Ammetto che non avevo nessuna intenzione di rispondere anch’io perché trovavo la sua risposta arrogante e ideologica. Ho deciso di farlo perché il Professor Ichino continua a mistificare i contenuti dell’interrogazione. Quest’ultima è stata da me (e non solo) criticata per tre ragioni. Primo, perché dietro alla promessa di far pagare i più ricchi per mantenere all’università i più poveri si nasconde un progetto di università elitario, nato sulle ceneri del diritto allo studio ove l’accesso all’istruzione superiore sarebbe riservato solo a quel 15% di contribuenti che denuncia (al 2010) un reddito superiore ai 29 mila euro l’anno. Secondo, perché l’introduzione per i meno abbienti di mutui bancari con interessi al 2,2% o al 3% ha già causato in diversi paesi del mondol’indebitamento di massa di un’intera generazione in età pre-lavorativa. Terzo, perché in un contesto di precarietà e declino come quello italiano, l’idea del bonus malus aprirebbe da un lato ad un indebitamento irreversibile per la maggior parte degli studenti, in quanto semplicemente non è possibile estinguere un debito quando il lavoro non c’è, e dall’altro avrebbe potenzialmente un effetto boomerang per lo stato e gli atenei, a partire proprio dal principio “soddisfatti o rimborsati” che l’interrogazione propone.

A questi punti lei ha risposto dicendo che il debito dovrà essere ripagato solo se e quando il laureato raggiungerà un reddito sufficiente per farlo. Ma l’interrogazione dice una cosa diversa. E cioè propone di “introdurre una disposizione che autorizzi lo Stato a rivalersi sugli atenei che facessero registrare una frazione troppo elevata di studenti inadempienti rispetto all’obbligo di restituzione del mutuo”. In altre parole, laddove si profili la possibilità di una percentuale troppo alta di studenti inadempienti, la vostra soluzione non è cancellarne il debito, ma rafforzare un meccanismo di selezione che escluda i meno abbienti dall’accesso agli studi superiori. Non si tratta di far pagare maggiormente l’università ai ricchi. Si tratta, nel tempo, di consentire l’accesso all’università ai soli ricchi, questione ben diversa, non a caso in Inghilterra le università stanno registrando un calo drastico nelle immatricolazioni tra studenti che non si possono permettere la retta. Ma il punto fondamentale dell’interrogazione è un altro. Il punto sta nell’ammissione che “l’investimento” richiesto allo Stato per finanziare gli studenti meno abbienti dovrebbe “rendere”, ovvero generare un attivo superiore al potenziale di defaults. Ciò che giustamente vi preoccupa è il reddito generalmente molto basso delle famiglie italiane, cosa che vi spinge a temere un effetto boomerang per lo stato e a proporre un tasso di interesse del 3% (contro il 2,2% del modello Browne), oltreché a chiedere di sperimentare la soluzione inglese in alcuni atenei italiani, “in modo da poter stimare l’entità dell’investimento iniziale per il bilancio pubblico, le probabilità di non restituzione del prestito da parte degli studenti beneficiati e quindi il rendimento complessivo dell’investimento”. Dunque la finalità dell’interrogazione non è affatto, nemmeno negli intenti, “pagare le tasse ai poveri”, ma semplicemente generare, dal disimpegno nella spesa pubblica, dall’aumento delle tasse universitarie e dagli interessi sui prestiti erogati, un utile. In altre parole l’intera proposta non nasce dalla necessità di consentire agli studenti di trarre ricchezza dall’istruzione, bensì dall’intento di consentire all’istruzione di prelevare ricchezza dagli studenti, in un processo che non solo contraddice le sue argomentazioni, ma stravolge le finalità stesse dell’istruzione pubblica. Qui non si tratta di avere ragione o torto. Si tratta di prendersi la responsabilità di ciò che si propone. L’intento dell’interrogazione è ipotecare la vita altrui al fine unico di tamponare il debito pubblico. Gli studenti vi figurano come tasche, come fonte di capitale e come capitale umano. Perciò la proposta è oltraggiosa, e perciò ogni tentativo di invocare Robin Hood è semplicemente inutile.

Voglio aggiungere una cosa. Il 7 giugno l’Università di Oxford ha sfiduciato il Ministro dell’Educazione, ha auspicato l’abrogazione della riforma Browne, il ritorno delle tasse al livello pre-riforma e l’apertura dell’università al più ampio numero di studenti possibile. L’università più conservatrice d’Inghilterra ha chiarito in modo pressoché unanime che “l’educazione è incompatibile con il mercato, gli studenti non sono clienti, e i docenti non sono service providers“. Glielo riporto perché ciò che le sfugge è che questo non è tempo per argomentazioni ingenue nè tantomeno astute. Oggi due generazioni politicamente attive osservano la destra e la sinistra con l’attenzione che si riserva alle persone di cui non ci si può fidare: questo ci ha insegnato la storia anche grazie a proposte come la sua, sottoscritta da un buon numero di senatori del Pd. Lei mi informa che il denaro non cresce sugli alberi, ma sarebbe stato più elegante da parte sua non scriverlo, perché la gran parte dei ventenni o dei quarantenni di oggi non ha avuto diritto nemmeno all’utopia di un reddito garantito. Ciò che è inaccettabile nella sua proposta non è solo l’entità delle tasse o la leggerezza: il problema è un modello di sviluppo che capitalizza sulla vendita dei diritti altrui, che confonde l’istruzione con il mercato, che – come è avvenuto lo scorso 9 giugno alla riunione del Pd – tenta di parlare di università ma finisce col parlare di impresa. Per noi la conoscenza non è strumentale a nulla. E’ un fine in sè, e un diritto collettivo che rivendichiamo. I più intelligenti ne hanno preso atto. Attendiamo con fiducia.

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano

 

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