Relativamente ai rapporti dello Stato con le scuole private paritarie, il neo-ministro Stefania Giannini invoca il criterio del bisogno: in pochi anni le scuole private hanno perso uno studente su cinque e per tamponare gli effetti di questa emorragia lo Stato dovrebbe intervenire. E così è. Lo Stato fa dell’assistenza vera e propria con 483 milioni di soldi pubblici che  “tengono in piedi” la scuola privata in difficoltà. Ma se c’è emorragia di studenti dalle private alle pubbliche, logica vorrebbe che si diano più risorse alle pubbliche, sia perché ne hanno presumibilmente più bisogno sia perché se lo meritano, avendo attratto più studenti. Qui vediamo in azione l’opposto del criterio del merito e una stridente contraddizione con il principio della libera scelta.

Cambiano i governi non la politica scolastica, che promette di andare verso la graduale eguaglianza delle scuole private a pubbliche. Alcuni governi sono più energici di altri; questo parte con una straordinaria determinazione. Le prime dichiarazioni della nuova Ministra della Pubblica Istruzione, Stefania Giannini, sono improntate al merito e al bisogno, per usare una fortunata coppia di valori, molto frequentati negli anni ’80. Il merito dovrebbe guidare la diversificazione remunerativa degli insegnati delle scuole pubbliche: coloro che producono di più dovrebbero essere meglio retribuiti, come i dipendenti di una qualunque azienda. Il criterio per stabilire il merito nell’insegnamento medio e superiore non sarà facile da individuare, a meno che non si adottino criteri discutibili come il numero dei promossi, le ore di servizio alla scuola, o il buon gradimento da parte dei genitori o del dirigente scolastico. Ma è doveroso attendere le proposte prima di giudicare, riservandoci un angolino di scetticismo per le pratiche che vogliono applicare la logica degli incentivi economici a tutte le funzioni indifferentemente, non tendendo conto che ci sono beni di cittadinanza (come la scuola) che non possono essere giudicati con gli stessi criteri della produzione di beni destinati al mercato.

Le dichiarazioni di Stefania Giannini sono invece più esplicite nella parte relativa ai rapporti dello Stato con le scuole private paritarie. Qui la Ministra invoca il bisogno. E le posizioni che emergono sono molto preoccupanti benché non nuove. Nuovo è l’armamentario argomentativo, perché pensato non per convincere che le scuole private parificate meritino più finanziamenti, ma per sostenere che esse hanno bisogno dei soldi pubblici e, infine, che il sollievo dal bisogno sarà garantito dal percorso del governo che va verso l’affermazione dell’eguaglianza piena, non più della parità, delle scuole private con quelle pubbliche. Il fine è far cadere ogni barriera che distingue i due ordini di scuola allo scopo di non dover più giustificare i finanziamenti pubblici, che a quel punto sarebbero dovuti. In questa cornice si iscrive la proposta della Ministra di rilanciare le scuole private paritarie.

Veniano alla giustificazione di questa marcia accelerata verso la scuola privata, che come si è detto è basata sul bisogno: in pochi anni le scuole private hanno perso studenti (in cinque anni uno su cinque), e per fermare questa emorragia lo Stato dovrebbe intervenire. E così è. I soldi pubblici sono infatti già stati accreditati alle regioni, come ha comunicato la Compagnia delle opere (ben rappresentata nel governo): 223 milioni di euro stanziati per l’anno scolastico 2013/2013, in aggiunta a 260 milioni già previsti per lo stesso anno. In tutto, 483 milioni che tengono in piedi un settore in estrema difficoltà. Il pubblico, dunque, “tiene in piedi” la scuola privata in difficoltà. I vescovi e la Ministra Giannini all’unisono chiamano questa una politica di “libertà effettiva di scelta educativa dei genitori”.

Ma se c’è emorragia di studenti dalle private alle pubbliche, logica vorrebbe che si diano più risorse alle pubbliche, sia perché ne hanno presumibilmente più bisogno sia perché se lo meritano, avendo attratto più studenti, nonostante le “classi pollaio” esito della riforma Gelmini. Se è solo per bisogno che le scuole private devono ricevere i soldi pubblici, ciò significa che lo Stato fa dell’assistenza vera e propria. Non è dunque chiaro con quale logica la Ministra applica la coppia merito/bisogno, perché qui sembra di capire che le pubbliche siano punite proprio per ricevere gli studenti che abbandonano le private, le quali per non saper trattenere gli studenti ricevono invece i finanziamenti. Dove è chiaro che i soldi pubblici servono a tenere queste scuole in vita, non a premiare il merito o il buon rendimento.

Tenerle in vita, si sostiene, perché sono il luogo dove si concretizza la “libertà educativa dei genitori”. Ma perchè i genitori scelgono di iscrivere i figli alla scuola pubblica?  Presumibilmente questa loro scelta libera è dettata da ragioni di merito: la scuola pubblica è nonostante tutto migliore e vince sul mercato della libertà educativa. Ma a seguire le parole del Ministro sembra di capire che lo Stato interverrebbe quando la scelta è già stata fatta, ovvero per finanziarne il residuo (cioè il risultato di quella scelta) non per garantirla. Qui vediamo in azione l’opposto del criterio del merito e del bisogno legato al merito, e inoltre una stridente contraddizione con il principio della libera scelta.

Un argomento insidioso per giustificare il tampone di emorragia con i soldi pubblici è che un alunno delle scuole private costa meno di un alunno delle scuole pubbliche. Nel contesto di razionalizzazione mercatista della spesa pubblica nella quale ci troviamo, non si fatica a intuire quale sarà il passo successivo: meglio finanziare le scuole private che quelle pubbliche perché costano meno all’erario. Questo sarebbe un epilogo fatale per la scuola pubblica. A giudicare da queste prime dichiarazioni della ministra Giannini, nel settore dell’istruzione il governo promette di essere un governo della restaurazione, ovvero di voler chiudere la disputa tenuta aperta dalla nostra Costituzione, e decretando che tutte le scuole sono pubbliche, quelle dello Stato e quelle private parificate, che tutte devono essere “eguali”. La maggioranza parlamentare ha il potere di farlo. Ma l’opinione pubblica e politica ha il dovere di criticare questa scelta e di operare per fermarla o cambiarla.

(da Repubblica, 2 marzo 2014)

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8 Commenti

  1. Una volta ci dicevano che la scuola privata aveva una funzione pubblica, perché faceva risparmiare allo Stato i costi per gli studenti che la sceglievano. Quindi, concludevano “loro”, era giusto sovvenzionarla perchè di fatto ci avrebbe fatto risparmiare soldi (!!!).
    Ora ci dicono che bisogna dargli più soldi ancora anche se ha meno studenti?!
    Bisogna rispettare le opionioni e le idee, ma la presa in giro no. Se vogliono smantellare la scuola (e l’università) pubblica in favore di quella privata lo dicano apertamente senza trovare stupide scuse.

  2. La scuola privata ha una funzione pubblica a norma di leggi vigenti, piaccia o non piaccia (tra l’altro la legge la fece D’Alema, non Mussolini).

    Se gli studenti delle private, dall’oggi al domani, decidessero di traslocare in scuole statali, lo stato dovrebbe trovare, sempre dall’oggi al domani, sette miliarducci ogni anno, una roba da nulla oggigiorno: lo stato oggi da’ infatti circa 500 (cinquecento) euro/anno in media a studente come contributo, in ogni forma, alle scuole private, mentre lo studente delle scuole statali ne costa (vado a memoria) oltre 7000 (settemila), sempre all’anno.

    Attribuire il (lieve) calo di studenti delle private a questioni di qualita’ e’, with all due respect, pura malafede. Forse si ha in mente che ci siano milioni di ricconi pronti a pagare per scuole esclusive, ma si tratta invece in gran parte di gente di ceto medio o medio basso, che desidera istruire i figli in un modo che ritiene migliore per loro (e non certo perche’ le scuole siano esclusive, quasi mai infatti lo sono): ora, semplicemente, piu’ persone fanno sempre piu’ fatica economicamente a farcela, in un paese (l’unico in Europa con la Grecia) in cui non si possono nemmeno detrarre almeno in parte le rette dalla dichiarazione dei redditi, mentre il veterinario del gatto si’ (e’ vero, non sto scherzando).

    • Visto che siamo in clima bar, da parte mia ricordo benissimo che quando ero ragazzo alle scuole private si iscrivevano i miei coetanei figli di papà pluribocciati, in modo da riuscire a prendersi uno straccio di diploma. E di certo queste scuole non erano gratuite. Le famiglie di ceto “medio-basso”, lo ricordo con certezza, invece iscrivevano i figli alle scuole pubbliche, o li mandavano a lavorare.

    • A me sembrava di aver scritto dei numeri precisi. Quanto ai diplomifici certamente essi esistono, ma non saprei indicarne uno solo che sia parificato. Quindi, si’: quelle fatte a questo proposito sono chiacchiere da bar. Conosco molte famiglie che mandano i figli a scuole religiose (io non sono tra questi, tanto per evitare accuse di conflitto di interessi), e nemmeno una di queste e’ ricca: fanno sacrifici per quello in cui credono, e la cosa e’ sempre piu’ difficile.

  3. Scrivo qui perché non so dove potrei lasciare questo messaggio. Mi sembra un altro esempio di nuovo-vecchio corso:

    A fine Gennaio ho scritto al cineca e al MIUR perchè i miei idicatori ASN sono diversi per diversi settori a cui ho partecipato e tutti sballati.

    Oggi, 10 Marzo, la e-mail è stata cancellata senza essere stata letta.

  4. consiglio di leggere i post di questo blog che parlano delle richieste Ufficiali di accesso agli atti ed eventualmente fare la richiesta ufficiale di accesso agli atti per la propria problematica, ti anticipo che per ora non hanno risposto neanche alle richieste ufficiali.

  5. Ritengo che ormai sia doveroso, dopo 14 anni dalla 62/2000 e dopo non so quanti anni di contributi da parte di varie regioni alle famiglie con figli frequentanti scuole paritarie, che venga presentato un ricorso alla Corte Costituzionale sulla costituzionalità di queste due interventi legislativi, in modo che si possa far decidere una volta per tutte qual è l’interpretazione corretta del famoso “senza oneri per lo stato” dell’art. 33 Cost. c. 3, comma che non è stato esplicitamente trattato nelle sentenze relative ai contributi pubblici alle paritarie come le 42/2003 e 33/2005, né nella 38/2008, in quest’ultimo caso la Corte non si è pronunciata perché il ricorso mancava di “rilevanza della questione”, si veda qui

    http://www.forumcostituzionale.it/site/images/stories/pdf/documenti_forum/giurisprudenza/2009/0001_nota_38_2009_lollo.pdf

    Di fatto mi pare sia non più ammissibile il fatto che se si chiede oggi a dieci costituzionalisti il corretto significato dell’art. 33 Cost. c. 3, di fatto essi rispondano ciascuno con dieci risposte diverse, si veda qui:

    http://www.associazionedeicostituzionalisti.it/sites/default/files/rivista/articoli/allegati/contributo%20Allegri.pdf

    Insomma, una volta che la Corte Costituzionale avrà chiarito una volta per tutte la corretta interpretazione di quel passo della Costituzione, non ci si potrà che adeguare a questo fatto, così come un saggio affermava “rigore è quando arbitro fischia” di fatto “incostituzionalità della legge è quando Corte Costituzionale fischia”.

    Questo ovviamente non porta ad escludere che ci possa essere un dibattito politico sulla liceità o meno dei contributi pubblici alle scuole paritarie, basta che lo si faccia con proposte di leggi di revisione costituzionali, dopo appunto che la Corte Costituzionale abbia chiarito cosa la Costituzione attuale dice al riguardo.

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