Non passa giorno che non vi sia qualcuno a uscir fuori dal cilindro un nuovo ranking che dimostra come la tale o tal’altra istituzione accademica occupi posizioni di eccellenza. Di solito questi ranking vengono forniti nella brutalità della loro semplicità numerica e non ci si domanda quale sia la loro metodologia. Quali i parametri con cui sono redatti? Cosa prendono in considerazione? Quali le fonti o le basi dati utilizzati?

È di questi giorni l’ennesimo ranking (questa volta del Financial Times) che colloca la Bocconi al 7° posto tra le Business School europee (vedi link) e in altre lodevoli posizioni in più specifiche classifiche. Non si mette in dubbio tale notizia (fornita, tra gli altri, da Il Giornale), ma piuttosto è necessario coglierne il pieno significato.

Innanzi tutto notiamo che la Bocconi nelle classifiche generaliste, cioè che non prendono in esame solo le business school, è assente tra le prime 500 università del mondo; e questo accade per ben 7 ranking, ovvero i più accreditati a me noti (si veda in merito la tabella pubblicata da ROARS), quelli che di solito vengono citati da tutti i mass media. È presente solo nel ranking dell’IPCHEI (International Professional Classification of Higher Education Institutes – Ecole des Mines, ParisTech), che ha la caratteristica di analizzare la provenienza dei CEO delle 500 maggiori compagnie e aziende del mondo, dove occupava nel 2011 il 30° posto.

Ciò richiama l’attenzione ai criteri con cui sono calcolati i diversi ranking. Se infatti analizziamo gli otto ranking maggiori, vediamo che ciascuno di essi si basa su parametri diversi e quindi non può che dare risultati diversi. Una tabella che sintetizza tali diversi criteri è ritrovabile a questo link contenuto nel sito l’Italia che affonda. In particolare è necessario distinguere quelli che valutano prevalentemente la qualità della ricerca scientifica, e quindi l’eccellenza in questo campo dei docenti e ricercatori della varie università, e quelli che invece prendono in considerazione anche altri fattori (come le possibilità di impiego, il rapporto docenti/studenti, i rapporti con le industrie, i premi Nobel o le Field Medal, i guadagni degli ex studenti e così via). E poi alcuni di questi si basano sul metodo dei questionari, ovvero sull’opinione di esperti ed ex studenti, piuttosto che su indici obiettivi di carattere bibliometrico (Impact Factor, H-Index e così via) o statistico (finanziamenti ricevuti ecc.). Se concentriamo la nostra attenzione sulla qualità della ricerca e dei docenti, vediamo che i ranking che privilegiano in misura maggiore o esclusiva questo aspetto sulla base di dati bibliometrici (a cui oggi in molti sono affezionati, in primo luogo l’ANVUR) sono in tutto l’HEEACT (Higher Education Evaluation and Accreditation Council of Taiwan), il SIR (Scimago Institutions Rankings) e il CWTS (Centre for Science and Technology Studies, Leiden University). Per ulteriori informazioni su come sono costruiti questi ranking si può consultare questo link.

Ebbene in questi ranking qualitativi la Bocconi non appare affatto (ma, abbiamo visto, neanche negli altri). È presente solo in quello dell’IPCHEI (e già sappiamo perché) e in quello del Financial Times. Ma come è costruito quest’ultimo ranking? Leggendo la metodologia (vedi anche il link a cui questo fa logicamente rinvio) che ne sta alla base scopriamo che le fonti di informazione sono due: gli ex-studenti e le stesse schools; e i parametri sono 20, di cui 8 basati su questionari compilati dagli ex-studenti. Ma la cosa interessante è che solo uno dei 20 parametri concerne la qualità della ricerca scientifica, valutata sulla base del numero complessivo di articoli pubblicati dai suoi ricercatori in 45 riviste accademiche accreditate nello specifico campo disciplinare negli ultimi tre anni. E questo criterio contribuisce solo per il 10% sul punteggio finale.

Insomma, se si vuole utilizzare la classifica del FT per accreditare la superiore qualità scientifica dei ricercatori e dei docenti della Bocconi, allora dobbiamo riconoscere che il bersaglio viene largamente mancato. La Bocconi sarà eccellente per altri motivi, ma di certo nulla sta a testimoniare (in base al FT e agli altri ranking da noi menzionati) che questo avvenga per la qualità della produzione scientifica condotta tra le sue mura: il crisma di superiorità dei “bocconiani” pare che per questo aspetto sia basato su pochi dati di fatto. Insomma, quando si ha a che fare con classifiche e valutazioni si deve stare assai attenti a specificare cosa si valuta. La bibliometria deve essere sempre utilizzata cum grano salis.

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