Che cosa hanno in comune un genetista, un chimico e un filosofo? Nei tempi in cui il sapere è inscatolato in rigidi “settori disciplinari”, la risposta a questa domanda non è del tutto scontata. E invece era incredibilmente semplice per i tre protagonisti della storia che sto per raccontarvi, animati dalla stessa irresistibile passione per la ricerca. E dalla convinzione che tra scienza e cultura non vi fosse sostanziale distinzione, in quanto entrambe ugualmente indispensabili, non semplicemente per la crescita economica di un paese moderno, ma per la vitalità della civiltà.

Fu per questo atteggiamento di totale apertura verso il sapere che tre uomini come Adriano Buzzati-Traverso (genetista), Alfonso Maria Liquori (chimico) e Gerardo Marotta (avvocato e studioso di filosofia), si trovarono accomunati dall’impegno per mettere a punto un modello di organizzazione della ricerca capace di far entrare in relazione conoscenze diverse e da cui potesse scaturire un focolaio di idee capaci di farsi strada nella società. La visione comune di un sapere che attraverso percorsi imprevedibili è in grado di modificare la vita del tessuto sociale da cui nasce spinse queste tre personalità, provenienti da campi scientifici diversi, ad attivarsi per fare di Napoli la sede di una grande area di ricerca, come raccontano i volumi recentemente pubblicati: L’Italia intelligente, di Francesco Cassata, Alfonso Maria Liquori, di Pietro Greco, Guido Barone e Lelio Mazzarella, e Libertà di ricerca e organizzazione della cultura, di Nicola Capone.

Nell’idea dei suoi sostenitori, questo nuovo organismo doveva essere in grado di compiere quel passo che le Università, impietrite dalla burocrazia e dalla loro stessa natura di istituzioni dedite alla trasmissione della scienza tradita, erano impedite a compiere, ovvero quello di avviare i giovani all’esplorazione di campi di ricerca del tutto nuovi. Ciò poteva essere possibile mettendo in pratica nuovi principi di organizzazione scientifica, alcuni dei quali già applicati in centri di ricerca internazionali di altissimo livello:

  1. la ricerca di interdisciplinarietà attraverso il dialogo costante tra docenti e ricercatori attivi in ambiti diversi del sapere,
  2. la possibilità di richiamare validi studiosi dall’estero,
  3. l’ambiente creativo adatto a fare “massa critica” tramite il coinvolgimento delle altre realtà scientifiche e culturali del luogo e soprattutto dei giovani.

Nel giro di vent’anni d’anni (1960-1980), il vecchio Istituto Chimico di Napoli venne completamente rinnovato da Liquori, Buzzati-Traverso creò il Laboratorio Internazionale di Genetica e Biofisica e Gerardo Marotta strinse contatti con numerosi studiosi e raccolse le centinaia di volumi attorno ai quali fu fondato nel 1975 l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e la Scuola di studi superiori. Il cosiddetto “miracolo”, come viene definito da Greco, Basso e Barone, fu opera di persone che avevano acquisito, nelle avanguardie tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, una solida formazione umanistica e scientifica accanto a maestri di rilievo internazionale (Liquori con Francesco Giordani e Maria Bakunin, Buzzati-Traverso con Dobzhansky e Timoféeff-Ressovsky, Marotta con Togliatti, Omodeo e Croce).

Grazie a quest’ampiezza di orizzonti riuscirono a trovare le risorse umane e materiali necessarie a realizzare le loro iniziative anche contro l’inerzia delle amministrazioni locali, il disinteresse delle istituzioni pubbliche nazionali e l’opposizione di una parte influente del mondo universitario, quella che Croce assimilava a una sorta di “camorra universitaria”, le cui logiche di potere vengono ben descritte nei tre volumi. E’ assai più sorprendente che questa visione innovativa prendesse corpo in una città come Napoli, un luogo fortemente segnato, allora come oggi, dalla speculazione edilizia, dalla corruzione della classe dirigente, dal traffico di rifiuti tossici e che, invece, diventava il crocevia di scienziati, filosofi e ricercatori di ogni campo del sapere.

Francesco Cassata ha ricostruito la vicenda del Laboratorio Internazionale di Genetica e Biofisica fondato a Napoli da Adriano-Buzzati Traverso, riscoprendo le carte del genetista da tutti dimenticate nel suo archivio. A partire dagli anni della formazione presso i più avanzati studiosi della genetica, Cassata entra nel dettaglio di quella che fu una vera e propria battaglia dello scienziato per la creazione di un istituto di ricerca libero dall’avvilente ragnatela di potere e burocrazia dell’Università.

Il volume su Alfonso Maria Liquori ripercorre anch’esso le tappe della formazione del chimico, con una particolare attenzione alla ricostruzione storica del contesto culturale, politico e scientifico napoletano e anche qui svelando i retroscena dei poteri che avversavano i cosiddetti “innovatori”: dai baroni dell’Università, agli studenti anticapitalisti e antiamericani, agli speculatori in affari con gli amministratori pubblici.

Il volume di Nicola Capone si sofferma invece sulla crisi dell’Università, andando a rivedere le sue radici storiche e individuando i momenti di infeudamento di questa istituzione da parte dei poteri forti che ne hanno stravolto la funzione e distrutto il significato. Ricostruendo anche le motivazioni scientifiche che portarono dunque alla fondazione dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, in base al modello delle antiche “accademie private”, diverso da quello universitario, l’autore propone di attingere a questa dialettica tra modelli formativi per riflettere sulla crisi attuale dell’organizzazione dei saperi e sulla necessità di dare loro un nuovo assetto, soprattutto concettuale.

Quella che emerge da tutti e tre i volumi è una storia di iniziative coraggiose, stimolate da un contesto culturale di grande creatività, reso possibile da una formazione completa, che avveniva non solo grazie all’accesso a circoli elitari, ma grazie alla presenza nelle istituzioni universitarie e di ricerca non di soli “professori” ma di maestri, uomini cioè non solamente colti e competenti ma in grado di trasmettere il messaggio della libertà e della intraprendenza della ricerca. Un altro tratto comune dei tre volumi citati è che viene fuori palesemente l’esistenza di un blocco sociale contrario in tutto e per tutto alla creazione di luoghi del sapere non sorvegliabili e strumentalizzabili, non raggiungibili dalla longa manus degli interessi partitici.

Quello che bisogna trarre da queste tre storie è l’incitamento a creare nuove forme organizzative della ricerca che consentano alle idee “geniali ed eterodosse” di venir fuori, di sopravvivere, di essere coltivate e di circolare, ed a lottare per aprire uno spazio nella società in cui si abbia fiducia nella creatività e genialità dei giovani. Chi è impegnato nell’università e vede il proprio lavoro mortificato ogni giorno da logiche estranee al piacere della ricerca e dell’insegnamento può ancora guardare a questi esempi per tentare nuove strade.

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