Una società post-democratica, scriveva nel 2004 Colin Crouch, è una società che continua ad avere e a utilizzare tutte le istituzioni democratiche, nonostante esse diventino nel tempo poco più che contenitori formali. “A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici” (5). Nel tempo la post-democrazia si traduce in un processo di commercializzazione della cittadinanza in cui i diritti vengono messi sul mercato. Un destino inevitabile, dunque? No, “fintanto che la fornitura dell’istruzione, dei servizi sanitari e degli altri servizi tipici del welfare state non saranno subappaltati a estese catene di fornitori privati” (116).

Da più parti, in questi giorni, risuonano le parole di Colin Crouch: la trasformazione della politica in un processo amministrativo decentrato, del processo politico in un sondaggio d’opinione, e la privatizzazione del sistema pubblico richiamano in modo inquietante i più recenti dibattiti post-elettorali. Eppure, se al momento dell’uscita del suo libro Crouch aveva definito l’Italia come il simbolo stesso della post-democrazia, questo non è solo per la proliferazione di specialisti, tecnici o pessimi persuasori, ma per i processi di democrazia diretta. Penso al referendum contro la privatizzazione dell’acqua, ma anche al referendum consultivo sul finanziamento pubblico alle scuole private previsto a Bologna per il 26 maggio 2013.

La campagna referendaria organizzata dal Comitato Articolo 33 è appena iniziata, accompagnata da un alto numero di firme: da Rodotà a Landini, da Settis a Gallino. La storia del referendum è presto detta: a partire dalla Legge sulla parità scolastica, i finanziamenti alle scuole pubbliche sono cresciuti di anno in anno sino a superare nella sola Bologna il milione di euro. Di converso, è cresciuto ogni anno il numero di bambini esclusi dalle scuole d’infanzia comunali e statali, arrivando a giugno del 2012 a 423 bambini in lista d’attesa. La stessa cosa è avvenuta sul piano nazionale, dalla scuola all’università, dove i tagli al finanziamento pubblico hanno significato sempre più spesso numero chiuso ed esclusione. Lo scopo del referendum è semplice: chiedere alla cittadinanza dove preferisca allocare i finanziamenti pubblici. La soluzione temporanea per le famiglie, invece, è una sola: iscrivere i figli esclusi a una scuola privata.

C’è uno squisito paradosso, in tutto questo. Il principio che sostiene il finanziamento alle paritarie, infatti, è la “libertà di scelta”, principio che mette d’accordo tanto i sostenitori della teoria neoliberale quanto quelli della sussidiarietà. Però, ironia vuole che non solo l’allocazione dei fondi pubblici alle scuole private abbia dissestato, negli anni, l’istruzione pubblica- si pensi a quanto è avvenuto negli Stati Uniti con la No Child Left Behind – ma che, nel nome della libertà di scelta, i genitori siano oggi spesso obbligati a iscrivere i loro figli a scuole confessionali (25 su 27 a Bologna), a prescindere dalla volontà dei genitori – altro che libertà di scelta. Al cuore del referendum, pertanto, non c’è solo il problema dell’esclusione, bensì il tema dei saperi, un tema che siede al cuore della post-democrazia.

La forte critica alla concezione liberale-elitista della democrazia di Crouch vede nella privatizzazione dell’istruzione un nodo nevralgico. Qui non si tratta solo di libertà d’accesso, bensì di produzione di saperi e di condotte, il principio per cui, volendo citare Freire: “l’educazione può […] portare al conformismo; oppure diventare pratica di libertà”. Oltre al Comitato Articolo 33, pertanto, Bologna osserva in questi giorni grande fervore da parte degli intellettuali cattolici e del Sindaco Merola, tutti a favore del sistema integrato. Tra le ragioni di tale difesa si legge curiosamente, non senza una certa sorpresa, proprio la laicità, e il giovamento che tutta la città, la civitas bolognese, trarrebbe dal sistema paritario privato. Ora, risponderebbe Crouch, il problema è proprio questo. Nella post-democrazia, infatti, il richiamo alla civitas è calato dall’alto, spesso in modo strumentale, nel tentativo di produrre parvenze di rappresentanza e legittimità che non esistono più. Di fatto Bologna è divisa: mentre il Sindaco Merola, la Curia, la Fism il PD e il PDL difendono la scuola paritaria privata, movimenti, intellettuali e cittadini dicono tutt’altro. È evidente che la posta in gioco supera la città di Bologna e chiama in causa le politiche dell’istruzione nel loro insieme, il sistema che per anni, dietro al concetto di sussidiarietà, ha pacificato i privati, la Curia e i partiti. Il “rischio” è che il comitato referendario metta in discussione in ogni città le politiche dell’istruzione e l’allocazione dei finanziamenti pubblici. Che dire – sarebbe l’unico scenario sensato, nella post-democrazia.

Per Firmare l’appello del Comitato Articolo 33 clicca qui.

Questo articolo è uscito su Il Fatto Quotidiano il 10 aprile 2013

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5 Commenti

  1. Gentile Francesca Coin,
    sinceramente questa mi sembra una battaglia molto ideologica, e anche di retroguardia (nonché forse un po’ off-topic).
    Mi sembra più vero quello che leggo qui:
    http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/paritarie-a-bologna-risorsa-per-tutti-cresce-fronte-contro-referendum.aspx
    Credo le scuole paritarie (cattoliche e non) debbano essere viste come una risorsa per la qualità e la diversità dell’educazione. Ed è noto a chi conosce da vicino parecchie di quelle scuole la funzione sociale che esse svolgono e quanti allievi “non solventi” accolgono.
    Cordiali saluti.

    DVF

    • I 423 bambini in lista d’attesa infatti non sono un problema (con ironia) in quando il vero problema per un giornale laico è garantire risorse alle scuole confessionali. Forse una soluzione potrebbe essere reperire le risorse necessarie alle scuole paritarie accreditando al 7 per mille dedicato alla confessione cattolica gli stipendi degli insegnati di religione e non all’esclusione di 423 bambini dalle scuole d’infanzia comunali e statali.

    • Gentile DVF,
      non citerei ad esempio l’articolo di Avvenire. Il quotidiano della CEI scrive: ” numeri sono numeri ed è difficile contestarli. Col milione di euro che oggi ricevono dal Comune, le scuole dell’infanzia paritarie garantiscono 1736 posti alle famiglie bolognesi. Con la stessa cifra, l’amministrazione ne garantirebbe solo 145.”
      Non sono bolognese e non conosco i dettagli della questione, ma mi pare un paralogismo. Le scuole paritarie garantiscono 1736 posti con le rette che percepiscono, oltre al finanziamento ricevuto. La frase di Avvenire è fuorviante. Detto questo a mio avviso è certo vero che le scuole paritarie sono una ricchezza e contribuiscono a un panorama di formazione più variegato. Altro discorso quando si pretende, in tempi di tagli costanti e riduzione del servizio pubblico, di mantenere il finanziamento a questi enti. Riparliamone quando la situazione finanziaria dello Stato sarà migliore.

    • Il commento di Avvenire mi pare invece del tutto pacifico. Tolga quei soldi alle paritarie, e le reimmetta nel sistema statale. Vi si potrà finanziare la frequenza scolastica di 145 bambini, punto. Siccome, mi creda, non sono principalmente benestanti a usufruire degli asili non statali, è presumibile che un numero maggiore di famiglie non potrebbe assorbire l’aumento di retta e si troverebbe o a passare nello stato o, piu’ probabilmente, a tenere a casa i bambini, visto che il numero di posti non potrà aumentare oltre i suddetti 145. Veramente un bel successo.

      Che a qualcuno non piacciano le scuole non statali be’, posso capirlo. Che non ci si renda conto che affossare istituzioni che fanno, e bene, un servizio pubblico (le segnalo un suo lapsus: a norma di legge, anche le scuole paritarie sono pubbliche) in questo momento be’, mi pare un intento che si piò spiegare solo con un’ideologia tanto profondamente radicata quanto miope.

  2. Forse sarebbe doveroso aggiungere che due lavoratori dipendenti regolarmente coniugati pagano con le loro tasse servizi scolastici di cui i loro figli talvolta non riescono a usufruire. Quindi lo stato svantaggia i suoi cittadini “migliori” (dal punto di vista legale e contributivo, si intende).

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