Riceviamo, per tramite di Petronia Carillo (CoNPAss), il discorso pronunciato da Marco Mancini, Presidente della CRUI, all’inagurazione dell’Anno Accademico della Seconda Università di Napoli. In appendice, alcune proposte operative sottoposte dal CoNPAss al Ministro.

Seconda Università degli Studi di Napoli, Caserta, 3 dicembre 2012. “Ventennale di Ateneo”. Inaugurazione dell’anno accademico 2012-2013.

Intervento del presidente della CRUI, prof. Marco Mancini.

 

Caro Rettore, Autorità, cari Colleghi Rettori, carissimi Studenti,

ringrazio di cuore l’amico Franco Rossi per avermi conferito l’onore di parlare a questa cerimonia del Ventennale del suo Ateneo. Porto all’evento il saluto caloroso della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, nella cui Giunta lavora anche il rettore Rossi. È l’occasione anche di ringraziarlo per quanto sta operando a favore del sistema universitario italiano in questo suo importante ruolo. E ti prego, caro Franco, di voler gradire anche i miei personali e affettuosi auguri per il Ventennale della Seconda Università di Napoli.

La natura di questa cerimonia impone – e il Rettore lo ha già fatto egregiamente – qualche bilancio. Io, per mia parte, non mi sottrarrò a questo impegno con le poche considerazioni che seguiranno.

Venti anni possono sembrar pochi solo a chi non tenga presente che cosa è accaduto in questi due decenni al sistema delle Università. Non è tanto la scansione delle leggi, dalla 537 del 1993 alla recentissima 240 del 2010 a descrivere la trasformazione del sistema delle Università. Sono piuttosto i problemi che l’attanagliano costantemente e il rischio del collasso imminente a marcare le fasi di questa difficile storia.

Venti anni. Le riforme avviate con Ruberti alla fine degli Anni Ottanta, per tentare di condurre l’Università italiana al passo con le trasformazioni sociali ed economiche del Paese e della competitività internazionale non sono state portate a compimento. L’autonomia, ad esempio, è una riforma monca, incompiuta.

Si trattava allora di passare da una università che formava le élites, l’intelligencija di un paese, ad un’università che entrava come struttura portante nel generale processo di innovazione di un Paese industriale avanzato:

– formandone la classe dirigente come i suoi quadri medi (fornendo anche personale qualificato alle imprese) con ricerca e formazione più direttamente orientate allo sviluppo dell’economia;

– mettendo in atto attività tese al miglioramento della qualità della vita (ad es. medicina, ambiente) e alla crescita culturale (ad es. ricerche di tipo umanistico, artistiche, sociali, economiche, giuridiche ma non solo) che hanno a loro volta ricadute nel medio-lungo periodo sull’economia e sul grado di sviluppo di un paese;

– e naturalmente, lavorando al più generale miglioramento della conoscenza (ad es. in settori come l’astrofisica, le particelle elementari, etc., tutte discipline non legate direttamente a possibili sviluppi economici di medio termine).

L’obiettivo era forte e chiaro, puntuale e necessario. Necessario, soprattutto. Perché l’economia e il mondo del lavoro con essa sono in fase di rapido e profondo mutamento. In questi ultimi decenni abbiamo assistito ad una riscrittura della divisione del lavoro a livello mondiale, all’accelerazione della diffusione di nuovo sapere e all’accorciarsi delle aspettative di vita dei nuovi prodotti. Tutto questo richiede un più rapido incorporamento del sapere scientifico non solo nei prodotti ma anche nei processi produttivi. Piaccia o meno, questo è il mondo con il quale dobbiamo fare i conti. Richiede nuove competenze sociali e di cittadinanza. Nuove e più sviluppate capacità critiche, mi permetto di aggiungere.

Tuttavia questi ruoli e queste funzioni non sono stati pienamente compresi. Non si ha ancora il senso di a cosa serva realmente la ricerca. La rivista “Nature” di questo mese ha scritto un duro e doloroso epicedio a riguardo: «science is subject to a level of irrational suspicion in many countries, but in Italy there is a perception that science doesn’t even matter — a state of affairs encouraged by decades of underfunding and political disdain». “Political disdain”: parole che fanno male.

Questo è un Paese pieno di geni individuali, le cui capacità però vengono sfruttate all’estero. Perché i nostri quando vanno all’estero diventano bravi? Perché s’inseriscono in un’organizzazione infrastrutturale e in un sistema più avanzati. Quel sistema che si omette di costruire quando si pensa a tagliare i finanziamenti per Università e Ricerca e a improvvisare soluzioni sporadiche e di nicchia.

Gli ultimi governi di questa e di altre legislature hanno espresso un tipo di soluzione per cui di fronte a pochi fondi: (a) ci si arrende dinnanzi alla pochezza dei finanziamenti;  (b) si dice che, siccome sono pochi, bisogna puntare non su un sistema adeguato, ma su poche eccellenze da individuare e coltivare, (c) si bloccano di fatto i concorsi e le assunzioni (necessari al ricambio generazionale), (d) si riduce il diritto allo studio e si invita ad aumentare le tasse.

Mi è capitato altre volte di compendiare questa situazione con la frase: «si è passati dall’economia della conoscenza all’economia sulla conoscenza»

Ma così facendo non si capisce che l’eccellenza nasce dalla grande pratica e non nasce da sola. Non può esserci sviluppo se si ha solo eccellenza occasionale e casuale, chiusa in se stessa, che non diventa sistema e che non può usufruire del sostegno di un sistema adeguato. Tanto è vero che la pratica economica ce lo sta insegnando. Siamo un Paese di nicchie che non riesce a decollare. E adesso si vuole ripetere il modello per la ricerca universitaria. Per non dire del pubblico – sottolineo pubblico – diritto all’educazione superiore, una delle conquiste più rilevanti del mondo contemporaneo. E una delle speranze per un mercato del lavoro che è, purtroppo, in costante riduzione e dequalificazione. Più Università per un giovane significa comunque più possibilità. Anche questo è un problema che rientra nel vasto novero dei problemi del lavoro che ha questo Paese. Lavoro e istruzione, in quanto costituzionalmente garantiti, dovrebbero rientrare nella sfera dei diritti non negoziabili invece che essere oggetto di compressioni finanziarie. Un diritto non può né deve essere una questione economica, specie se è un diritto fondamentale per il quale deve essere lo Stato – e solo lo Stato – a farsi carico.

Per consentire alle Università di svolgere questo ruolo di centro di produzione della materia prima per lo sviluppo ma anche di competenze sociali e di cittadinanza, necessarie alle sfide che la globalizzazione ci sottopone, occorre rimettere in moto e governare questo stesso processo secondo linee semplici e precise.

Quali sono i temi per ridare slancio alle missioni dell’Università appena ricordate? Si tratta di temi urgenti che rispondono a quella che chiamerei «la domanda di futuro» delle nostre Università. La rigiriamo oggi con fiducia a chi dovrà governare a breve questo Paese. Spes ultima dea.

A tutt’oggi, vista dalla parte di chi opera negli Atenei e negli Enti di Ricerca, la strategia è stata dominata dal semplice «non ostante». Le Università operano, infatti, «non ostante». Non ostante uno degli indici più bassi fra popolazione attiva e ricercatori del mondo: l’Italia è al 3,7 con una media OCSE del 7,6. Non ostante una delle quote più basse di investimenti per Ricerca e Sviluppo sul PIL del mondo industrializzato: l’Italia è all’1,26%, la media europea è il 2,1 con la Francia al 2,25%, la Germania al 2,82%. Non ostante retribuzioni ferme da anni per le quali non si vede neppure la speranza di un reintegro come per altri comparti dello Stato; non ostante la cronica mancanza di una rete sistemica e integrata di infrastrutture della ricerca che, come appena accennato, costringono i nostri giovani a lavorare all’estero.

Non ostante tutto questo i ricercatori italiani sono al nono posto per produzione di articoli scientifici (ma in discesa, dice la classifica SCImago); le Università hanno incrementato le commesse dall’esterno fino al 15% rispetto ai trasferimenti dello Stato; alcuni settori come la bioingegneria, la biomedicina, la farmaceutica, le telecomunicazioni ci vedono all’avanguardia nella scena mondiale. Non ostante.

Insisto. Dei benefici che il lavoro delle Università arreca all’Italia, alla competizione per le risorse in Europa, all’educazione di centinaia di migliaia di giovani il Paese sembra non accorgersi. Si è assistito in silenzio allo strangolamento progressivo degli Atenei. Oggi abbiamo 10.000 unità di personale in meno rispetto a soli quattro anni fa: da 58.303 docenti del 2009 a 53.753 nel 2012, e da 56.450 unità di personale T.A. del 2009 a 53.500 nel 2012. Stiamo subendo un ‘taglio’ di quasi il 13% ai finanziamenti statali: il finanziamento ordinario delle Università nel 2009 è stato di 7,541mld di euro; nel 2013 sarà di 6,550mld di euro (e gli stipendi sono il 95% di questo fondo). Abbiamo un blocco sostanziale del turn-over e l’impossibilità conseguente dei ricambi generazionali, l’unica linfa reale per la ricerca.

Ritengo che ci sia bisogno di interventi urgenti e ineludibili. Quattro sono le parole-chiave: autonomia reale, programmazione certa, ricambio della docenza, diritto pieno allo studio.

Autonomia. L’architettura autonomistica è stata smantellata nelle fondamenta. O la si ricostruisce o tanto vale tornare alla vecchia Università gentiliana con tanto di centralizzazione e burocratizzazione. Bisogna ridare slancio all’impianto autonomistico garantito costituzionalmente. Liberare gli Atenei dalle maglie di una legislazione fatta di cavilli, vincoli, lacci e lacciuoli. Alla forte autonomia deve poi corrispondere una valutazione gestita in maniera robusta e non approssimativa. Dunque: rafforzare l’autonoma responsabilità e, di converso, rafforzare e ripensare l’Agenzia ANVUR, oggi troppo debole e fragile.

Programmazione. Non c’è serio investimento se non all’interno di una seria programmazione. Non si può lamentare la difficoltà di gestione degli Atenei (che restano la punta di eccellenza delle pubbliche amministrazioni come mostra facilmente un confronto con quanto avviene altrove, a cominciare dagli Enti locali), se le Università vengono affamate. Letteralmente affamate e portate al collasso, come sta avvenendo in questi giorni se non si interverrà sul DDL “stabilità” per il 2013. Il Ministro si sta impegnando. Noi gli siamo accanto in questa battaglia. Non possiamo però perderla, pena il collasso del sistema. Irreversibile. I tempi stringono. Il DDL è in seconda lettura al Senato e, se nulla cambierà, siamo pronti a iniziative dure e clamorose. Non possiamo accettare che con una sola legge finanziaria Università e Ricerca pubbliche siano smantellate definitivamente, realizzando l’antico sogno di Tremonti.

Manca poi una programmazione pluriennale degli Atenei. Quale impresa potrebbe sopportare di avere le risorse in chiusura di esercizio, senza mai sapere che cosa accadrà delle proprie entrate l’anno successivo? Dunque una legge di programmazione che fissi le cifre e le poste. C’è anche un numero: 7 miliardi (6,9 nel 2012). Da ripartire con criteri seri e rigorosamente meritocratici. Criteri noti, condivisi e trasparenti. So che anche su questi criteri è in corso un lavoro del Ministro e del suo staff su cui, se possibile, vorremmo quanto prima confrontarci. Fra questi adempimenti programmatori c’è n’è uno particolarmente urgente: l’attuazione della delega sul riordino dei rapporti fra Università e Servizio Sanitario nazionale su cui mi permetto di sollecitare il Ministro.

Ricambio. Oggi le Università stanno invecchiando con una rapidità impressionante. Le uscite dal sistema per limiti di età non sono rimpiazzate. Vincoli al turn-over, sistemi farraginosi di reclutamento. Tutto sembra cospirare per impedire ai giovani di entrare stabilmente nell’area del sapere. È giusto, come il Ministro ci sprona continuamente a fare, attrezzarci per la competizione europea in vista di Horizon 2020 ma a quella scadenza non possiamo arrivare con una squadra decimata. C’è bisogno urgente di una nuova politica di reclutamento che – si badi – non necessita di fondi aggiuntivi dello Stato. Basta consentire alle Università di impiegare quelli a disposizione, ovviamente secondo procedure rigorose. Conosciamo ovviamente il quadro dei sacrifici ai quali è sottoposta la Pubblica Amministrazione. Ma segnaliamo anche che noi questi sacrifici li abbiamo già fatti, peraltro sottoponendoci a dure valutazioni. Sarebbe ora che si tagliasse a chi non solo si è sottratto a qualunque forma di valutazione ma ha impiegato le risorse in maniera poco trasparente.

Diritto allo studio. I capaci e meritevoli del dettato costituzionale in Italia non hanno più copertura piena coi fondi per il diritto allo studio. Basta leggere i giornali di oggi per sapere che cosa sta avvenendo nella mia Regione, il Lazio. Le famiglie stentano a mantenere i figli alle Università. Le rette – c’è un mio impegno personale su questo registrato sull’Unità di agosto – non dovranno aumentare, ma ciò non toglie che gli studenti faticano a vivere nelle Università, specie se fuori sede. Alcune regioni del sud non arrivano alla copertura del 50% delle borse e la media nazionale è dell’87%.

Quando si vede cosa avviene dei fondi regionali in alcune parti d’Italia viene da piangere di rabbia. Per non dire delle residenze universitarie: appena il 22% degli aventi diritto alla borsa di studio ha ottenuto un posto alloggio nell’anno accademico 2008/09; la percentuale scende al 2,1%, se si rapporta il numero di posti disponibili al totale degli studenti iscritti. Cifre grottesche se raffrontate con quelle degli altri Paesi europei. Cinquanta milioni di euro nel DDL stabilità non sono sufficienti. occorre maggiore attenzione a riguardo.

Noi diciamo ai nostri studenti che laurearsi è importante: ma dai corsi di studio alle borse, a differenza di quel che avviene in Germania o in Francia, non facciamo nulla per facilitare la loro formazione. E i risultati si vedono, purtroppo: il combinato del calo generalizzato dei professori e della mancanza dei fondi per il diritto allo studio ha provocato un calo dal 2005/2006 al 2010/2011 del ben -11% nel numero delle matricole. Dunque c’è bisogno di una politica seria di investimenti per gli studenti.

Concludo. Oggi ogni scelta deve fare i conti con il tipo di sviluppo che si vuole mettere in atto e – certamente – che ci si può permettere. Oggi più che mai le alternative per competere in questo campo si sono ridotte: da un lato una brutale competizione basata sul basso costo del lavoro o, dall’altro, una competizione sana fondata sull’innovazione. Bisogna scegliere da che parte stare e costruire le condizioni per restarci. Occorre allora lavorare alla costruzione delle condizioni che ci allontanino dallo sfruttamento del lavoro a basso costo, che ci consentano di lavorare per una società della conoscenza. Quando diciamo che la scienza oggi ha assunto un ruolo diverso rispetto alla società è perché essa ha cambiato posizione all’interno della produzione generale: è diventata una risorsa. E il ruolo dell’Università, le riforme e gli investimenti ad essa dedicati vanno ripensati secondo queste linee. Qui – solamente qui – sta l’aspetto cruciale del prossimo futuro.

Grazie.

 

 

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Su alcune storture non ancora rilevate e ancora evitabili
(rimedi di breve periodo per superare l’impasse nel turn over dei professori ordinari)

La sovrapposizione e la coesistenza di numerosi limiti, introdotti per ragioni diverse (finanza, ricambio generazionale, ri-proporzionamento delle fasce), invece di regolare in modo ordinato e fluente il turn over per la prima fascia, ha sostanzialmente bloccato a tempo indeterminato tale ricambio. Tra i molti, i principali ostacoli sono costituiti dall’utilizzazione del punto organico per misurare il finanziamento necessario alla chiamata “interna”, dal limite di chiamate rispetto ai posti banditi per ricercatori di tipo b, dal limite di finanza pubblica del 20% del turn over complessivo. Mentre il piano di reclutamento straordinario dei professori associati, volto alla progressione di carriera dei ricercatori, supera alcuni di questi limiti, nessuna salvaguardia è prevista per la progressione di carriera dei professori associati.

Nella consapevolezza della difficoltà di intervenire nell’immediato sui limiti imposti per ragioni di finanza, si propongono tre correttivi immediati i quali ove necessario possono trovare spazio nel provvedimento cosiddetto “mille proroghe” in corso di approvazione.

  1. Il primo di essi è la modificazione dei criteri di individuazione della copertura finanziaria per la chiamata degli interni. Ferma restando l’esigenza di un razionale sistema di pianificazione dell’organico, l’applicazione dell’attuale criterio del punto organico indipendentemente dall’anzianità di servizio posseduta dall’interno che viene chiamato determina un’anormale e fittizia necessità di copertura finanziaria. In molti casi, invece, la chiamata dell’interno non comporterebbe all’ateneo alcun differenziale di spesa reale. Per tale ragione si propone di modificare il criterio del punto organico per le chiamate degli interni inserendo il criterio del “differenziale di costo individuale” proiettato su un ragionevole arco temporale. Analogamente si può agire sul recupero del maggior costo effettivo del personale andato in pensione.
  2. Il secondo è indubbiamente costituito dall’eliminazione del vincolo della corrispondenza tra le chiamate dei professori ordinari e i posti banditi di ricercatori a tempo determinato di tipo b, anche perché di fatto finora nessun ateneo ha bandito tali posti e invece le risorse sono state “distratte” verso posti di tipo a. Altre sono le forme che devono garantire la massimizzazione dei posti di tipo b negli atenei, come ad esempio proposto di seguito.
  3. Il terzo rimedio, che può essere o alternativo o auspicabilmente aggiuntivo al secondo, è quello di abrogare tout court la lettera (a) del comma 3 dell’art. 24 della legge 240 del 2010, ovvero imporre agli atenei un limite massimo (assai piccolo) di posti di tipo a bandibili in rapporto ai posti di tipo b.

Di tutta evidenza si tratta di correttivi volti a limitare le storture prodotte dall’accavallarsi di norme molto poco meditate. Una stabile, duratura e sostenibile (anche finanziariamente) soluzione del problema del turn over complessivo, del reperimento delle risorse necessarie al funzionamento dei corsi di studio, della redistribuzione delle risorse stipendiali a favore dei giovani docenti a inizio carriera, è costituita, come in moltissime occasioni è stato ricordato e dimostrato, dal ruolo unico con valutazione permanente. Si tratta di una profonda ristrutturazione dello stato giuridico della docenza universitaria con modalità del tutto diverse da quelle finora proposte da altri gruppi. Saremmo pertanto ben lieti di intraprendere un dialogo costruttivo con Ella per illustrare tale idea e gli effetti positivi che la sua applicazione avrebbe sull’intero sistema universitario.

Sia sempre chiaro che il ruolo unico di cui discutiamo è agli antipodi dell’ope legis, che invece l’attuale controversa attuazione del sistema di abilitazioni nazionali inevitabilmente determinerà. Una ragione di più per porvi rimedio anzitempo.

 

CoNPAss, sezione locale della Seconda Università di Napoli                                         

CoNPAss, direttivo nazionale

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Caserta, lì lunedì 3 dicembre 2012.

Al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca,

prof. Francesco Profumo

 

 

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95 Commenti

  1. “eliminazione del vincolo della corrispondenza tra le chiamate dei professori ordinari e i posti banditi di ricercatori a tempo determinato di tipo b”

    Ognuno porta l’acqua al suo mulino, ma tale eliminazione darebbe il colpo di grazia al sistema universitario nei prossimi anni, cancellando completamente quasi ogni possibile immissione in ruolo di personale giovane ad oggi non strutturato. Sarebbe invece opportuno che i professori associati caldeggiassero l’attivazione di queste procedure virtuose: per ogni associato che diventa ordinario, un giovane RTD di tipo a) accede al ruolo di RTD di tipo b) che gli permetterà, se meritevole, di coprire il posto vuoto lasciato dall’associato.

    • @ marc
      ma che proposte fai?

      i tda vanno ABOLITI perché non servono a nulla. sono solo degli assegnoni costosissimi, sono una strada a fondo cieco.

      quanto al rapporto po-tdb, è cosa buona e giusta e non va toccato. piuttosto andrebbero creati altri vincoli per favorire più bandi di tdB.

      sia come sia, anche il documento conpass dimostra che la legge gelmini è un fallimento in uno dei suoi passaggi chiave: la tenure track all’italiana è fallita

    • @insorgere: guarda che io ho appunto detto che “rapporto po-tdb, è cosa buona e giusta e non va toccato”. Il virgolettato era un “quote” della richiesta cnpass.

  2. Lunedì 3 dicembre scorso, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico alla Seconda Università di Napoli, Adriana Brancaccio ed io, delegate nazionali di CoNPAss, abbiamo avuto un incontro con Marco Mancini, presidente della CRUI, nel corso del quale gli abbiamo presentato alcune proposte di CoNPAss per risolvere il blocco di fatto del reclutamento e delle progressioni di carriera attraverso soluzioni immediatamente praticabili (certo tali soluzioni non sono la panacea di tutti i mali, e servono a tamponare temporanemante le falle che si stanno creando e il ruolo unico che noi auspichiamo è tutt’altra cosa….).

    Mancini ha detto che erano tutte cose che la CRUI aveva in realtà già preso in considerazione e in parte proposto al Ministro, ma che il Ministro non ne voleva sentir parlare. Il documento, assai sintetico, che era stato in realtà pensato per il Ministro Profumo (il quale avrebbe dovuto presenziare, ma all’ultimo momento ha dato forfait), è stato consegnato anche al rettore della SUN Francesco Rossi, in formato elettronico, che lo ha già inoltrato a Profumo.
    L’idea guida che lo sottende è che la maggior parte di ciò che chiediamo potrebbe essere immediatamente recepita, ad esempio nel decreto milleproroghe, sol che ci fosse un po’ di buona volontà, ed eviterebbe varie storture che diversamente ci attendono.

    Un problema gravissimo sta investendo tutte le università. A breve con il pensionamento degli attuali PO e PA e il turn-over ridotto all’osso le Università avranno gravi problemi di organico, soprattutto per quanto riguarda la componente di professori ordinari. Infatti, con il piano straordinario molti degli attuali ricercatori potranno diventare associati, previa abilitazione, ma l’avanzamento ad ordinario è di fatto bloccato e manca in generale la possibilità di un effettivo incremento di organico. Ricordiamo che già ora il rapporto studenti docenti in Italia è ben lontano dalla media europea di 15,4 ed è in rapidissimo ulteriore peggioramento. Poi ci sono i soloni che sul Sole 24 Ore o sul Corsera pontificano sull’indice di Shangai e sulla posizione occupata dalle Università italiane.
    Con i nuovi requisiti che diventano sempre più stringenti e che richiedono corsi di studio con più docenti, l’unica alternativa che rimane è chiudere i corsi di laurea e accorpare quelli di diverse università, o generalizzare il numero chiuso, con buona pace del diritto allo studio.

    La proposta del CoNPAss non è una mera azione di categoria, altrimenti io stessa non avrei motivo di sponsorizzarla, dato che, come molti altri del CoNPAss, non ho nemmeno presentato la domanda per l’abilitazione, pur superando le mediane, le bisettrici e anche le apoteme, e non ho quindi alcun obiettivo immediato da realizzare. Ma essa rappresenta un tentativo di porre un freno al tracollo del sistema. La legge 240 ha consegnato la gestione dell’università nelle mani di pochi ordinari e ora non consente all’università stessa di reintegrare gli ordinari persi. Le abilitazioni ad ordinario adesso non hanno alcun senso, se i futuri abilitati non potranno essere chiamati. Vorrei sottolineare che non sono stati ancora chiamati in molte università i rimanenti idonei a PO dei concorsi 2008.

    Vorrei sottolineare che il motivo che mi ha spinto a segnalare a ROARS il discorso di Marco Mancini dipende dalla constatazione del fatto che finalmente la CRUI esprime un disagio che noi assolutamente condividiamo e che già avvertivamo da molto tempo. E inoltre che c’è stata un’apertura da parte della CRUI a CoNPAss: il rettore della SUN (che fa parte della giunta CRUI) infatti ha invitato dei delegati nazionali CoNPAss a presentare delle proposte operative al Ministro (documento CoNPAss).

    CoNPAss è un’associazione rappresentativa di una categoria che non è solo quella dei professori associati, ma dei professori in generale, che fa proposte concrete e meditate e che viene interpellata spesso dalle commissioni cultura di Camera e Senato e da diversi politici di primo piano quando si discute di università, ricerca e istruzione in generale.

    Colgo l’occasione per segnalare il prossimo congresso nazionale plenario di CoNPAss che avrà luogo a Napoli, organizzato dalle università campane nei giorni 8 e 9 febbraio 2013: data la situazione ci saranno moltissimi argomenti di cui discutere!

  3. Mi dispiace essere tra i primi commentatori (mi limito ad alcune affermazioni del Presidente). Questo discorso (che non vorrebbe essere funebre nonostante l’ “epicedio” di Nature), diventa invece un duro sbattimento di porte di stalla dopo che i buoi sono abbondantemente scappati. Mi ricorda lo sdegnato lamento di alcuni (veri) baroni di pochi anni fa che sarcasticavano sui crediti,3+2&Co., come se essi stessero o venissero in quel momento da Marte. Ricordo anche un discorso del prof. Mancini, a Cagliari, nel periodo del varo della 240, che era tutto un morbido non dir niente. Dove era la Crui in quest’ultima dozzina di anni anziché monitorare neutralmente cosa stava succedendo, come sarebbe stato il suo dovere? Mi piace anche questa : “Autonomia. L’architettura autonomistica è stata smantellata nelle fondamenta. O la si ricostruisce o tanto vale tornare alla vecchia Università gentiliana con tanto di centralizzazione e burocratizzazione.” Recte: l’autonomia è stata mal usata, con rettori incollati alla poltrona (e lo sono ancora, certuni), e con fantasiose e dispendiose implementazioni non contrastate; e ora siamo ancor di più centralizzati e burocratizzati e non soltanto per merito della 240. In aggiunta c’è il caos. E inoltre: “le Università vengono affamate. Letteralmente affamate e portate al collasso, come sta avvenendo in questi giorni se non si interverrà sul DDL “stabilità” per il 2013. Il Ministro si sta impegnando. Noi gli siamo accanto in questa battaglia. … se nulla cambierà, siamo pronti a iniziative dure e clamorose.” Quali in concreto? Si salirà sulle poltrone? L’unica cosa che posso dire: Buongiorno! Dopo che buona parte del mondo accademico protesta da tempo e in tutti i modi e fa purtroppo solo la Cassandra, si sarà finalmente duri e clamorosi.

  4. Sono d’accordo con l’analisi di Petronia e le contestazioni di tardività rivolte da Marinella al discorso del presidente della CRUI. Il punto politico della questione a mio parere è: le politiche di definanziamento colpiscono tutti ma non a tutti arrecano lo stesso danno, sono dunque, oltreché distruttive, profondamente sperequative. Scavano un solco sociale, economico e professionale tra le diverse figure professionali della ricerca e della docenza accademica (e più ancora tra le diverse generazioni) su cui la CRUI mostra ancora una volta di voler soprassedere ideologicamente. Una mia riflessione @

    http://micheledantini.micheledantini.com/2012/12/07/il-disprezzo-politico-della-ricerca-la-crui-e-lallarme-di-nature-per-litalia/

  5. Sono pienamente d’accordo con Insorgere, mi pare chiaro che Mancini punti a ridurre al minimo i bandi per RTD senior e auspichi un incremento di posti di ordinario. In realtà l’allarme nelle università italiane non riguarda la scarsità di posti di ordinario che sono invece troppi ma riguarda la carenza di altre figure di organico. La piramide dovrebbe avere più figure alla base e meno al vertice altrimenti diventa una piramide capovolta: se tutti sono generali chi va in prima linea? Scusate la metafora militare ma considerando l’amore per le gerarchie delle varie baronie (CRUI in primis) mi pare la migliore metafora che lor signori possono comprendere.
    Pongo una domanda che naturalmente cadrà nel vuoto al Magnifico Presidente della CRUI: per quale motivo creare con la riforma la figura del RTD di tipo b se poi deve esserci un tetto massimo più basso possibile per tali posti? Che senso ha creare una figura accademica virtuale che rimane praticamente solo sulla carta? Non è meglio allora reintrodurre la figura del ricercatore a tempo indeterminato?

    • Un collega ricercatore della della Rete29Aprile scriveva nel giugno 2010 ….

      …..parlando con amici e colleghi mi sono reso conto che ancora molto diffuso il mito che la struttura “perfetta” per i livelli universitari
      sia quella piramidale (pochi PO alcuni PA e molti RIC) basandosi credo su arbitrarie estensioni militaresche.

      L’architettura piramidale non è quella adottata
      dai paesi con sistemi educativi avanzati.

      A titolo di esempio a questo link http://www2.units.it/intmob_eng/sundries/universita_USA_how_it_works.pdf
      trovate un confronto con gli USA e in particolare:

      Complessivamente, il 31% di tutti i docenti a tempo pieno degli Stati Uniti è full professor, il 24% è associate professor e il 22% è assistant professor, mentre il restante 23% occupa altre figure contrattuali meno diffuse [3]. Queste statistiche cambiano drasticamente negli atenei più prestigiosi, dove non è raro che il 70-80% dei docenti sia full professor. Come si vede, la struttura della docenza nelle università americane è tutt’altro che piramidale.

    • è vero che negli atenei usa la struttura è tutt’altro che piramidale. tuttavia ha senso il paragone con gli usa?

      e poi, tanto per citare un elemento, sai a che età si entra- in media – con un posto stabile negli usa? nella mia esperienza si entra come assistant prof. intorno ai trenta, e si diventa associate negli early fourties. da noi la situazione non è paragonabile.

      infine, loro hanno più soldi e quindi possono permettersi tanti generali senza comunque bloccare gli ingressi.

      CON I PROBLEMI ATTUALI INVESTIRE IN PO VORREBBE DIRE PORTARE ALLE ESTREME CONSEGUENZE IL MASSACRO GENERAZIONALE GIA’ IN CORSO E TRASFORMARLO IN UN GENOCIDIO

  6. Rispondo a petronia Carillo:
    io per primo ho premesso che quella militaresca era solo una metafora utilizzata peraltro con ironia nei confronti dei “Generali della CRUI che gestiscono il sistema in modo verticistico”. Mi pare Petronia che sia tu ad azzardare invece arbitrarie estensioni. Io ho un grande rispetto per la ricerca ed il sistema statunitensi. Il problema però è che pretendere di importare il sistema accademico statunitense in Italia è un errore enorme. Il sistema statunitense è completamente diverso da quello italiano come mentalità, finanziamenti e risorse, reclutamento, sinergie con le aziende e via dicendo…quindi sei tu che devi fare molta attenzione a non inciampare su arbitrarie estensioni e a non emulare altri modelli senza un minimo di spirito critico..

    • Beh, ogni paese ha il suo sistema. In Belgio c’e’ solo 1 livello di docenza a tempo indeterminato.
      Come in Germania. In inghilterra 3. In USA 2 (circa). In Italia da 3 siamo passati a 2.

      Per l’Italia, se si vuole risparmiare soldi, la cosa piu’ semplice e’ passare a 2 a 1. Cosa che in effetti avverra’ de facto, quando tutti i PO andranno in pensione e non verranno sostituiti.

      Prevedo di qui a qualche anno in Italia un organico con: 8 mila PO, 40 mila PA e 8 mila vecchi RIC a TI (ad esaurimento).

      A quel punto, si fara’ una leggina che rendera’ ad esaurimento anche la posizione di PO, e rimarranno alla lungo solo concorsi a tempo indeterminato per PA, che verra’ rinominato P.

      E gli abilitati a PO? Riceveranno una gratifica alla fine dell’anno: un panettone senza uvetta.

      Personalmente sarei per

  7. RIASSUMENDO:

    i ricercatori rivendicano il diritto di diventare associati.
    gli associati rivendicano il diritto di diventare ordinari.

    le risorse sono poche, anzi pochissime.

    conclusione: che i precari muoiano tutti…e tanti saluti al ricambio generazionale

    • @ insorgere
      No, devi aggiungere: e i precari rivendicano il diritto di essere incardinati in ruoli non precari.
      .
      Ed il punto è che hanno tutti quanti ragione, e che il gioco di sminuire le ragioni di una categoria perché ciò favorisce comparativamente la propria è solo l’ennesima istanziazione di un classico italiano: “la baruffa dei polli di Renzo”.

    • Come ho gia’ scritto varie volte, per me bisogna rivedere le PIANTE ORGANICHE degli ENTI DI RICERCA.

      Non e’ possibile che vi sia solo il 40 per cento di ricercatori (veri) in certi enti di ricerca, con amministrativi travestiti da tecnologi o da dirigenti di ricerca.

      Il problema pero’ e’ che i ricercatori all’estero li pigliano di sicuro (e quindi non rompono troppo)
      mentre gli amministrativi forse no. E quindi le proteste sociali in Italia sarebbero ancora piu’ eclatanti.

    • i precari, almeno quelli di APRI, chiedono solo di poter essere valutati alla pari. cioè con una partita onesta senza che una squadra abbia due gol di vantaggio e senza arbitri venduti.

      valutati alla pari anche contro RU e PA. ma questo sarebbe possibile solo in un paese normale…

    • inoltre, caro Zhok, si potrebbe notare che la richiesta dei precari va molto più incontro all’esgienza del sistema: fare nuovi ingressi rafforza il sistema e lo ringiovanisce. fare promozioni no.

      per non parlare del fatto che l’ambizione ad un titolo superiore degli strutturati è cosa squallida se paragonata alle esigenze di sopravvivenza dei precari, che altrimenti lasceranno il paese o cambieranno lavoro.

    • @ insorgere
      Lascerei da parte valutazioni umane troppo umane di squallore relativo. Le valutazioni qui vanno fatte caso per caso, non per grandi categorie.
      Io ho giusto in mente alcuni casi di incardinati ‘anziani’ e davvero meritevoli che, per le stesse pecche del sistema di cui APRI si lamenta, si arrabattano da anni in posizioni decisamente inferiori ai loro meriti; ed al contempo ho davanti agli occhi alcuni precari abbastanza giovani che venderebbero la madre per il ‘posto’ e che, con tutta evidenza, smetterebbero di fare una cippa non appena ‘insediati’.
      Il gioco giovani contro anziani lo lascio a Renzi e a quella genia, io me ne chiamo fuori.

    • “per non parlare del fatto che l’ambizione ad un titolo superiore degli strutturati è cosa squallida se paragonata alle esigenze di sopravvivenza dei precari, che altrimenti lasceranno il paese o cambieranno lavoro”

      Ecco, io questa frase la contesto al 100%. è la logica che ci hanno fatto ingurgitare da vent’anni, fatta di parole-chiave quali “ambizione”, “superiore”, “squallore”, “sopravvivenza”… Cerchiamo di elaborare concetti un minimo più elevati, tutto sommato stiamo parlando di Università pubblica.

    • concetti più elevati:
      1. il sistema ha bisogno di forze fresche, quindi che senso ha fare promozioni?
      2. il sistema va ringiovanito, l’età media è troppo avanzata, quindi che senso ha fare promozioni?
      3. il personale precario è personale che se non inserito si perde, perché emigra o cambia lavoro, quindi che senso ha fare promozioni?
      4. anche volendo considerare le promozioni, perché non fare concorsi veramente aperti – senza corsie preferenziali – in modo che si affermino davvero le persone più capaci (siano essi precari o strutturati, italiani o stranieri)?
      5. com’è possibile non leggere come squallida la norma che garantisce che la metà dei posti andranno in promozioni senza concorso?

    • @ fp

      se è vero com’è vero che per molti strutturati la promozione è più un fatto di prestigio che altro (perché lo stipendio resta sostanzialmente invariato quando si hanno parecchi anni di anzianità), ha senso bruciare punti budget per appuntarsi al petto la medaglia di prof?

      ha senso per il sistema togliere questo sfizio agli strutturati invece di assumere -tramite concorsi il più selettivi possibile e con le stesse risorse – personale che altrimenti andrà perso?

    • concetti più elevati:

      1. l’interesse per il buon funzionamento del sistema
      2. il ricambio generazionale
      3. la solidarietà di chi ha per chi non ha nulla
      4. la valutazione delle competenze

    • “promozioni” (?), “prestigio” (?), “medaglie” (?), “forze fresche (?)”, “sfizio” (?), “solidarietà di chi ha per chi non ha nulla” (!!!)

      Mah!

    • mi rendo conto che sforzarsi a pensare un sistema in cui non si ha il “diritto alla promozione” ma conta la qualità della produzione sia duro per chi è cresciuto in italia, specie in certi settori..

    • @ insorgere
      Non c’è diritto alla promozione così come non c’è diritto all’incardinamento per i precari. Gli argomenti che sollevi a favore dell’esigenza di un ingresso significativo di forze nuove, ora precarie, nel sistema universitario sono condivisibili, solo vedono le esigenze ed i meriti di un solo gruppo di riferimento. L’unico ragionamento che lascerei davvero da parte è l’argomento relativo allo status economico, la solidarietà con i meno abbienti. E’ un argomento che condivido al cento per cento come tema sociale complessivo, relativo agli apprendisti piastrellisti come agli operatori di call center, ed in questo senso eventualmente applicabile anche ai precari della ricerca, ma è un tema molto fuori luogo come ragione per l’immissione di precari in ruolo. Se vogliamo parlare di questioni economiche ci sono temi a bizzeffe che si potrebbero sollevare, con conseguenze esplosive, che è meglio tenere fuori dalla porta. Uno per tutti, giusto per non restare nel generico: credi sia lo stesso vivere con un salario da ricercatore in una grande città del nord o a Roma, o vivere con lo stesso salario in molte realtà urbane minori, specie nel Sud? Che conclusioni di giustizia e solidarietà ne dovremmo trarre? Le gabbie salariali? Il conferimento solo di posti da ordinario a Milano o Roma?

    • infatti io non ho parlato di diritto alla stabilizzazione dei precari, lungi da me.

      mi limitavo a dire che nell’interesse del sistema è melgio avere nuovi ingressi che promozioni.

      quanto al discorso economico, mi pare che ci siano forme di radicale egoismo sociale anche nell’accademia. per quanto ovviamente la questione sia più vasta e possa essere applicato lo stesso ragionamento anche per altre categorie, questo non vuol dire che non sia opportuno interrogarsi su certe sperequazioni anche dentro l’università

    • mi sembra di aver parlato di diritto ad essere valutati equamente, su terreno regolare e con giudici che non siano come il mitico arbitro moreno

    • Il punto 3 non da alcun meccanismo che motivi a bandire posti RTD b). Semplicemente dice: se non fai RTD b), non fai neanche a).

      Bene, così fai fuori ancora più in fretta i non strutturati.

    • gli A vanno aboliti perché sono insensati, costano troppo e no nportano a nulla. inoltre bruciano punti budget a gran velocità.

      i B vanno vincolati di più alle promozioni, non vanno tolti i vincoli esistenti come propone il conpass

      la legge originariamente prevedeva un sistema di quote sensato: 50% del turnover doveva andare ai td, 30% a pa e tecnici, 20% a po. ovviamente era troppo sensato per venire applicato, e il comma è stato abrogato con la spending review. A quello si deve tornare, abolendo però gli RTDA

    • @ Marc: se l’Università non vuole morire, qualcuno dovrà assumere. Nella situazione attuale, saranno solo ed esclusivamente rtd del tipo A. Quindi a me la proposta pare molto sensata (meglio ancora sarebbe, a mio avviso, abolire non solo gli rtd di tipo a, ma anche quelli di tipo b, e istituire una terza fascia di docenza a tempo indeterminato).

  8. Concordo che serva un ricambio generazionale nella ricerca. Un po’ sta avvenendo. Ma e’ troppo poco, e purtroppo in Italia RIC e PA sono molto dipendenti dal PO di riferimento.

    Insisto. VANNO CAMBIATE LE PIANTE ORGANICHE DEGLI ENTI DI RICERCA: stesso numero di dipendenti a tempo indeterminato, ma graduale aumento della percentuale di ricercatori e tecnici, con corrispondente graduale diminuzione (cioe’ niente sostituzione quando vanno in pensione) del personale amministrativo.
    In altre parole, secondo me, bisognerebbe distinguere bene, anche nelle lotte, tra “ricercatori” e “personale della ricerca”. Non e’ la stessa cosa.

    Anche in ambito universitario, a mio avviso una Universita’ non dovrebbe avere piu’ del 30 per cento di personale tecnico-amministrativo. Invece sono, solitamente, di piu’ dei docenti. Pero’ e’ anche vero che hanno moltissimi studenti da gestire (forse).

    Poi, giusto per provocare un po’:
    ho in mente molti molti casi di “precari cattivi” della ricerca che una volta diventati “stabili” sono diventati anche piu’ realisti del re (cancellando, ad esempio, i loro blog sovversivi).

    • si dice che per acquisire la logica da “baroncino” – o barbonicino – al medio precario bastino 6 mesi dopo l’ingrsso in ruolo.

      può essere. di sicuro non è successo agli apristi passati al “lato oscuro” negli ultimi concorsi, dove hanno vinto solo grazie alla riforma dei concorsi.

    • il punto è sempre la qualità umana delle persone, combinata con i loro valori e i loro principi di riferimento.

      per coloro che puntano semplicemente a salvarsi, il ragionamento sugli effetti della stabilizzazione forse fila. per quelli che hanno a cuore il funzionamento del sistema, e la genesi di un sistema diverso – aperto e trasparente – non credo valga lo stesso principio

  9. @Leo e altri: solo per maggiore chiarezza, vorrei precisare che Mancini non fa alcun cenno nel suo discorso al rapporto fra RTD b e ordinari. La questione è invece oggetto di un documento che, come appare chiaramente dal logo e dalla firma, è stato sottoposto al Ministro dal Conpass.

    • Antonio Banfi ha perfettamente ragione. Marco Mancini non ha mai parlato di ordinari e precari neanche nel colloquio che avuto con noi del CoNPAss. Quello che invece ci ha detto di aver proposto come CRUI al ministro è la sostituzione dei punti organico con il differenziale di spesa reale (al pari di quanto ha proposto CoNPAss nel punto 1 del suo documento) per le prese di servizio di personale già nei ruoli, per il quale è possibile valutare in modo preciso, al centesimo, i reali costi aggiuntivi. Il risparmio di punti organico così ottenuto avrebbe consentito (anche a nostro avviso) di assumere nuovo personale non in ruolo. Ma il ministro non ha acconsentito. Forse dovremmo fare uno sforzo tutti insieme per fare in modo che questa richiesta venga accettata. D’altra parte il punto organico è nato per supportare la programmazione degli Atenei con una la circolare ministeriale Masia del 2009 (https://www.roars.it/online/la-personale-spending-review-inventata-dal-ministero-per-vessare-le-universita/) e con una circolare ministeriale potrebbe essere abolito o il suo utilizzo modificato.

    • due considerazioni:
      1. il superamento dei punti budget per le promozioni e il suo mantenimento per gli ingressi dei precari aumenterebbe ancora di più di ora il differenziale di costo per i nuovi ingressi. rendendo quindi impossibile che un precario possa prevalere in un concorso contro un rti.
      2. non si capisce perché i risparmi ottenuti andrebbero in assunzioni di nuovo personale, cosa garantisce che non andrebbero in più promozioni?

    • Forse non ho chiarito che quando parlo di promozione o progressione o ingresso in ruolo di precari intendo chiamate di persone che hanno acquisito un’idoneità o un’abilitazione, non sottintendendo alcuna ope legis per il personale in ruolo. A prescindere dall’attuale sistema di valutazione e dalle odiate mediane, che rappresentano un’aberrazione, la valutazione deve esserci e deve essere rigorosa per selezionare i migliori. Ciò implica due cose:
      1.- che il superamento dei punti budget per le promozioni di interni potrebbe avere un costo reale molto basso o pari a zero e quindi non richiedere spesa per gli atenei, quindi disponibilità economica per chiamata di altro personale in ruolo o non;
      2.- che non tutti i ricercatori o associati attualmente in ruolo riusciranno ad acquisire una abilitazione e quindi non potranno in alcun modo aspirare ad una promozione/progressione, così come non tutti i precari riusciranno ad acquisire una abilitazione. Per me chi ha una abilitazione o un’idoneità sia esso in ruolo o non dovrebbe avere la possibilità di essere chiamato.

    • eh, ma non facciamo confusione. le abilitazioni non danno alcun diritto al posto per nessuno.

      anche per questo sono a lista aperta, interpretarle diversamente è del tutto arbitrario. anche perché avremo decine di migliaia di idoneati, e non ci sarà assolutamente possibilità di prendere posizione per tutti.

      cmq noto che non è stat data risposta al mio quesito relativo al fatto che l’abolizioe dei punti organico finirà con lo scoraggiare ulteriormente i nuovi ingressi

    • no Thor, hanno diritto ad essere valutati dal dipartimento al termine del triennio se hanno conseguito l’abilitazione. Tuttavia la valutazione può benissimo essere negativa. Non c’è nessun automatismo

    • @insorgere cmq noto che non è stat data risposta al mio quesito relativo al fatto che l’abolizioe dei punti organico finirà con lo scoraggiare ulteriormente i nuovi ingressi…

      I nuovi ingressi dovranno essere previsti necessariamente perché l’università sta perdendo organico ad una velocità sorprendente e il blocco del turn over e i punti organico peggiorano ulteriormente la situazione. Università come la Sapienza e la Federico II dal 2008 ad oggi hanno perso il 15% del personale. Con l’inasprimento del requisiti minimi o le università programmano l’assunzione di nuovo personale o saranno costrette a chiudere o ad essere accorpate. In tale ottica il risparmio di punti organico nelle eventuali progressioni (che non fanno aumentare il personale dal punto di vista numerico complessivo) secondo me non scoraggia affatto gli ulteriori ingressi ma anzi è esattamente il contrario.
      Piuttosto farei attenzione, se fossi ancora un precario, ai termini di legge del piano straordinario. In particolare mi riferisco al fatto che il 20% dei posti deve essere destinato a esterni. Tale definizione si dovrebbe modificare perché potrebbe tradursi alla fine in mobilità di docenti da una ateneo ad un altro e non in chiamata di personale non in ruolo/non strutturato. Quindi sarebbe bene che si parlasse di chiamate di non strutturati e non di esterni.

    • @ petronia carillo

      apprezzo molto la considerazione sugli esterni. anche noi come APRI abbiamo da subito paventato il rischio degli scambi (roma I – ROma II e viceversa).

      E siamo peraltro convinti che destinare una quota a precari non sarebbe un’oscenità, visto che una quota è già riservata agli strutturati per chiamata diretta (fino al 50% dei posti). Quindi l’idea di fare della quota per esterni una quota per precari non è malvagia, anzi..

      però questo nella proposta conpass non c’è…

    • “Quindi l’idea di fare della quota per esterni una quota per precari non è malvagia, anzi..”

      Qui bisogna capirsi: o si ragiona in termini di “merito” o in termini di “categorie”. Se si sceglie – come mi pare insorgere abbia detto sin qui a gran voce – la prima ipotesi, allora bisogna accettare il fatto che la ratio della norma che prevede quote per “esterni” è quella di favorire una delle cose che – in questo sono d’acordo con samueleuk – manca di più nel sistema italiano, rendendolo asfittico e provinciale: la mobilità geografica. Ora, se si propone di trasformare tali quote in riserva per “precari” (interni, si deve ritenere: dal momento che, se si pensa che certi “giochini” verebbero fatti per il personale strutturato, è lecito credere che lo stesso avverrà – a maggior ragione, mi vien da dire – per i precari), forse si cade un pochino in contraddizione.

    • Questa è solo uno stralcio delle proposte di CoNPAss il cui obiettivo reale è il ruolo unico con valutazione permanente. E’ logico che se si mira al mantenimento dell’Università statale come sistema deve assolutamente essere prevista continua immissione di nuovo personale in ruolo. Questo è quanto ha espresso anche Mancini nel suo discorso (vedi RICAMBIO) ed è una delle parti del suo discorso che ho apprezzato di più.

    • @ fp
      nessuna contriddazione.

      una quota per precari è necessaria perché è stata inserita nella legge una quota per strutturati. infatti è previsto che fino al 50% dei posti possano andare per chiamata diretta di strutturati interni che abbiano l’abilitazione.

      di fronte a quel 50% chiedere una quota per precari mi pare il minimo. Quanto al fatto che quella quota vada presa dalla percentuale per esterni, la cosa è in effetti discutibile.

      Del resto la proposta APRI, su questo, è un’altra: si tiene il 50% per chiamata diretta degli interni strutturati, il 20% per esterni, e si aggiunge un 30% per precari. Il 30%, a fronte del 50 riservato agli scorrimenti, è peraltro poca cosa.
      vedi: http://www.ricercatoriprecari.blogspot.it/2012/11/lettera-aperta-di-apri-al-ministro.html#comment-form

    • ultima nota: dire per precari non deve significare ” precari interni”, vuol dire concorsi pubblici il più possibile trasparenti riservati ai non strutturati. Poi deve poter vincere il migliore, a prescindere da chi è interno e chi è esterno. O meglio questo dovrebbe avvenire in un sistema sano

  10. Premesso che non c’è nulla di squallido nell’aspirazione dei professori associati alle eventuali promozioni (ma come vi permettete? Allora dovremmo definire squallida la pretesa dei precari di avere un posto a tempo indeterminato se paragonata alla condizione dei disoccupati cinquantenni, che non hanno nemmeno un posto precario. Suvvia, c’è sempre qualcuno che sta peggio, ma questa non può essere una ragione per non cercare di migliorare la propria posizione! E infatti anche i precari, giustamente, ci provano …), invito a leggere con più attenzione la proposta del CoNPAss (del cui Direttivo Nazionale faccio parte, premetto).
    Quando il CoNPAss dice (al punto 2) che si dovrebbe rimuovere il vincolo di un numero di passaggi alla I fascia non superiore a quello dei bandi di ricercatore di tipo b, aggiunge subito che “Altre sono le forme che devono garantire la massimizzazione dei posti di tipo b negli atenei, come ad esempio proposto di seguito.” Il CoNPAss infatti condivide totalmente la necessità di aumentare il numero di ricercatori di tipo b, ma propone altre strade, ben più efficaci, per ottenere questo risultato. La nostra proposta è infatti l’eliminazione tout court dei ricercatori di tipo a o, in subordine, la loro limitazione ad un numero molto basso (ad esempio, solo su fondi esterni, mentre le risorse proprie degli atenei dovrebbero essere destinate solo a ricercatori di tipo b). In questo modo il precariato sarebbe fortemente limitato, ben più che vincolando il numero di ricercatori di tipo b al numero di posizioni di prima fascia.
    Trovo poi veramente assurda l’idea che si debba prevedere dentro l’università italiana una struttura ancora più gerarchica di quella attuale, come risulterebbe dall’ulteriore riduzione del numero di ordinari. L’unica soluzione sensata è il ruolo unico, in cui ciascuno sia periodicamente valutato per le attività (scientifiche e didattiche) svolte ed in cui eventuali differenze di retribuzione e di accesso alle cariche elettive siano legate soltanto a tali verifiche periodiche (mentre oggi un ordinario guadagna una volta per sempre una serie di diritti e di progressioni economiche indipendentemente dalla qualità del lavoro che svolgerà da oggi in poi). Mettere ad esaurimento la prima fascia senza introdurre il ruolo unico (come qualcuno ha qui proposto) porterebbe ad un’estrema verticizzazione del sistema nei prossimi 15-20 anni (il tempo necessario per il pensionamento di tutti gli attuali ordinari), in quanto per tutto quel periodo le cariche di governo sarebbero riservate ad un numero di soggetti via via più ristretto. Ma stiamo scherzando? Sarebbe questo l’interesse del sistema universitario? Sarebbe un sistema democratico e capace di valorizzare le “forze fresche”?

    • Nella “leggina” che metterera’ i PO ad esaurimento e trasformera’ i PA in P, ci sara’ una norma che dara’ ai P gli stessi “poteri” dei PO (a parte lo stipendio). Cioe’, in pratica, il ruolo unico.

      La mia comunque e’ solo un’ipotesi. Sono un teorico. Sono abituato a fare previsioni, spesso sbagliate.

      Ma non e’ quello che vorrei io.
      Io vorrei diversi livelli (cosi c’e’ competizione) ma tutti stabili (cosi la gente non si rovina la vita e la salute). Una cosa un po’ sovietica (o francese), lo riconosco…

  11. che sganciare i tdb dai po ed eleminare i tda siano due elementi che combinati produrrebbero più tdb mi pare ridicolo.

    un’affermazione del genere si può fare solo se si è in malafede o se non ci si rende conto di cosa si sta parlando.

    attualmente gli atenei, anche su indicaizone del ministro profumo, tendono a bandire quasi solo tda, in numero ridottissimo, e in buona misura su fondi esterni. di B ne son stati banditi 12 in tutto. pensate che abolendo gli A farebbero più B? la risposta è semplice: il B è sostanzialmente un associato non confermato. che interesse ha un ateneo a fare un B quando può fare un PA?
    E, se deve fare un pa, perché prendere un precario quando può promuovere un ricercatore?

    quindi se vogliamo che bandiscano tdb glielo dobbiamo imporre, e quale modo migliore che legarli ai PO? per una volta il ragionamento del miur funziona, perché se c’è una cosa che sta a cuore – davvero – a chi gestisce l’accademia, sono le posizioni apicali.

    • Insorgere (che hai solo un nick, mentre io ho nome e cognome),
      in malafede o incompetente ci sarai tu. Ti spiego alcune cose che evidentemente tu non sai. Gli atenei hanno bisogno di prevedere l’immissione in servizio di nuovi docenti a tempo indeterminato (che ormai sono solo PO e PA), perché senza quelli non potranno sostenere l’offerta formativa. Le promozioni da ricercatore universitario a professore associato non risolvono il problema se non in misura marginale, in quanto l’AVA prevede che ci siano almeno 4 docenti/anno tra PO, PA e RU per ciascun corso (l’unica differenza tra professori e ricercatori è che almeno 1 su 4 debba essere professore). Pertanto, sono necessarie nuove immissioni in ruolo, pena la riduzione dei corsi di laurea attivabili (cosa che nessuno in genere desidera, essendo ormai stati superati gli eccessi degli anni in cui si erano effettivamente attivati corsi improbabili).
      Oggi gli atenei bandiscono solo posizioni di tipo a per ragioni finanziarie (non devono impegnarsi sull’assunzione futura di PA), ma anche, giusto o sbagliato che sia, per tutelare i ricercatori universitari che si vedrebbero altrimenti “superare” da RTDb (spesso loro allievi) che diventerebbero associati prima di loro (indipendentemente da un confronto di merito).
      Se si eliminasse la posizione del RTDa e rimanesse solo quella di tipo b gli atenei sarebbero costretti a bandire quel tipo di posizioni (unica strada per aumentare dopo un triennio i PA), e nel frattempo (il primo triennio) molti ricercatori universitari, grazie al piano straordinario (se verrà mantenuto) transiteranno alla II fascia. Insomma, un sistema equilibrato che garantirebbe tutti (precari che andrebbero subito alla posizione di RTDb, ricercatori che transitano alla II fascia, PA che transitano alla I con ridottissimi costi per il sistema universitario). Se si vuole combattere contro chi, con diversi obiettivi, intende indebolire il sistema dell’università pubblica, lo si deve fare tutti insieme, precari, RU, PA, PO e, ovviamente, studenti. Una guerra tra singole categorie fa bene solo a chi vuole agire indisturbato per distruggere tutto. Ma uno che non riesce ad argomentare senza offendere gli interlocutori questo non lo può capire … (e con questo chiudo il discorso, qualunque ulteriore scomposta replica giungerà da un signore che si firma con un verbo all’infinito)

    • Argomentazioni condivisibili, Enrico Napoli. Ma non rispondono in alcun modo alla obiezione mia e di insorgere. Siamo tutti d’accordo sulla eliminazione degli RTD a) (almeno così come sono pensati ora), ma non vediamo per quale motivo bisognerebbe cancellare il meccanismo “1 PO implica 1 RTD b)”. E francamente nessuna delle tue argomentazioni sembra giustificarlo.

    • Se riesco ancora a comprendere la lingua italiana, a me pare che la proposta di conpass consista 1) nello sganciare le chiamate dei rtd tipo b da quelle degli ordinari, e contestualmente 2) di agganciarle invece alle chiamate dei rtd di tipo a. L’effetto prevedibile sarebbe, da un lato, quello di riattivare le chiamate dei PO – al momento, gli unici ingressi che si profilano, stanti i vincoli di legge, sono di rtd tipo a e i passaggi da rti a pa; dall’altro, quello di incentivare, senza alcun dubbio, gli ingressi di rtd di tipo b – dato che le università, lo ripeto ancora, qualcuno dovranno pur assumere nei prossimi anni per sostenere il sistema. Ma se a Marc e insorgere piace più che, per i prossimi 5 anni o più, si assumano SOLO ricercatori a tempo determinato di tipo a (la carne da macello) e vi siano SOLO scorrimenti di carriera per i rti, contenti loro…

    • fp, non nascondiamoci dietro un dito. Una promozione da PA a PO costa 0.3 punti, se la leghi all’assunzione di un RTD b) passa a costare 1 punto intero, più del triplo.

      Le legittime aspirazioni dei professori associati sono quindi ostacolate da questo meccanismo. Ma la soluzione NON è premere per cancellarlo, ma premere per avere fondi ministeriali dedicati per l’assunzione di RTD b) ed un piano straordinario Ordinari. Da soli non ci si salva.

      La proposta di obbligare a bandire RTD b) per ogni a) in questi tempi di vacche magre, anzi scheletriche, avrebbe come effetto semplicemente che non verrebbero banditi più né RTD a) né RTD b). Bell’affare.

    • Beh, vorrà dire che, in quel caso, a fare lezione negli atenei ci andranno il ministro e il direttivo dell’ANVUR.

  12. il posto da rtda è una follia per i seguenti motivi:
    1. al termine del triennio 0,2 punti budget su 0,5 vanno persi, bruciati.
    2. il tda non è minimamente interessante per un precario ultratrentenne. è un vicolo cieco, una strada senza uscita. quindi i migliori se ne andranno.

    ciò detto, l’abolizione del tda è cosa che condivido. ed è cosa che APRi ha richiesto già mesi e mesi fa. il punto è che ciò non produrrebbe magicamente più posti di tipo B, per il semplice fatto che costano troppo e che gli atenei non hanno interesse a bandirli se non sono obbligati a farlo.

    cmq l’idea che sia accettabile promuovere i ricercatori a discapito dei precari “indipendentemente da un confronto di merito” da la nausea. è questa logica che ha corroso e sta uccidendo il sistema. l’unica cosa che conta, l’unica che deve contare è il confronto di merito.

    • ultima considerazione: non si vede davvero come e con quali risorse si potrebbero fare nel contempo le promozioni e i nuovi bandi di tdb (che costano 0,7 punti budget). né si vede perché per i posti da PA si debba passare dai tdb…

    • In effetti, a mio modesto parere, le proteste alla supercalifragilistica legge Gelmini hanno portato vantaggio principalmente ai RIC che hanno strappato il piano straordinario per PA.

      Personalmente non amo i “concorsi riservati”, anche se capisco che creino “pace sociale” sul luogo di lavoro.

  13. Forse mi sbaglio ma ci si dimentica di un dettaglio importante. Il RTDB non è stato inventato per fare diventare associati dopo 3 anni dal dottorato. Esso prevede una fase di almeno 3 anni da RTDA o da “vecchio” assegnista. I nuovi assegni di ricerca non valgono in questo conteggio. Se i RTDA li fa soltanto chi ha i fondi per pagarli ci risiamo, si riconsegna il reclutamento nelle mani dei gruppi più “ricchi”. Detto questo, mi sembrano assurde queste divisioni fra diverse categorie di individui. Si dovrebbe puntare ad un’università che guardi lontano non ad un’università di emergenza.

    • @ thor
      è chiaro che l’abolizione del tda dovrebbe prevedere una revisione di quella norma. basta per esempio stabilire che valgono tre anni di assegno ex-legge gelmini o di post-doc all’estero.

      non è questo il grosso problema.

      la questione vera è che un ateneo che avesse risorse pari a 0,7 punti budget, perché dovrebbe fare un tdb e non un pa direttamente? in alcuni casi può servire per la crescita di un giovane, ma ora come ora c’è molto più interesse a promuovere dei ricercatori. di certo non ci sono margini per fare tutto, come suggerisce enrico napoli: promozioni di pa a po, di ru a pa e bandi di tdb.

    • Beh, magari i “ricchi” lo sono perche’ hanno vinto dei grant europei, o simili. E si vincono grant di ricerca anche con progetti di ricerca di base. E non e’ detto che sia un gruppo. Puo’ essere anche un singolo.

      Secondo me nella ricerca non e’ banale procurarsi dei fondi cospicui, e chi riesce a farlo (in base al merito) non e’ da disprezzare, anzi.

      Non capisco perche’ questi “gruppi ricchi” o “singoli ricchi” non dovrebbero gestire il reclutamento. A chi lo si fa gestire? Alle OOSS?

      Se uno e’ bravo e vuole rimanere bravo cerca di circondarsi di gente brava, possibilmente piu’ brava di lui (se c’e’).

      Bisogna invece diffidare del “finto bravo”, che ti spolpa e poi ti abbandona.

  14. La legge Gelmini impone per la posizione di ric senior l’aver maturato tre anni di assegno di ricerca ai sensi del decreto del ’98 o “..successive modificazioni..” tuttavia mi ha detto un docente di diritto amministrativo del mio ateneo che si può interpretare in modo estensivo la norma considerando gli assegni post-Gelmini come “successive modificazioni” e quindi validi ai sensi del conteggio dei tre anni necessari per ric di tipo b. Secondo questo Prof l’abrogazione è considerata “modifica totale” almeno questa è la sua interpretazione..per me il problema non si pone perchè sono al quinto anno di assegno di cui quattro pre-Gelmini ma in effetti la legge non è chiara anche perchè l’assegno pre-Gelmini è equiparabile al post-Gelmini..

    • Gli articoli di legge che regolano i vecchi assegni sono esplicitamente abrogati dalla legge Gelmini.

    • L’importo dell’ assegno di ricerca varia da un minimo di € 19.367,00 ad un massimo di € 25.100,00 annui lordi (imponibile all’assegnista).
      Gli assegni possono avere una durata compresa tra uno e tre anni e sono rinnovabili previa richiesta del responsabile dell’assegno. La durata massima dell’assegno, compresi gli eventuali rinnovi, è di quattro anni ad esclusione del periodo in cui è stato fruito in coincidenza col dottorato di ricerca senza borsa, nel limite massimo della durata legale del relativo corso.

  15. Vorrei provare a portare un contributo per quanto possibile tecnico e non ideologico alla discussione in corso.
    1. Il sistema universitario ha bisogno di professori e di persone che si preparano a diventare professori. Ogni schema di programmazione, sia nazionale sia locale, deve tenere adeguatamente conto di entrambe le esigenze
    2. Qualunque sia l’articolazione in fasce dei ruoli docenti, sia temporanee sia permanenti, la probabilità di reclutamento e di promozione deve essere regolata e approssimativamente costante per ciascuna coorte (classe d’età anagrafica). Quando ciò non è avvenuto (in particolare nel 1980 e nel 2000) si sono prodotti effetti tendenzialmente degenerativi sulla composizione anagrafica della docenza e sulla qualità della selezione.
    3. Una formula efficace al fine di cui al punto 2 consiste nell’ancorare quantitativamente la possibilità di accesso a un livello superiore alla possibilità di accesso a quelli inferiori. La misura di questo vincolo dipende ovviamente dal modello che si vuole realizzare, e in partiolare occorre fissare due parametri per ogni fascia: età media di accesso alla faacia e probabilità media di promozione.
    4. Nella complessa fase di transizione indotta dalla messa a esaurimento dei ricercatori TI il numero delle promozioni a ordinario non si può legare tout court a quello delle promozioni ad associato ma più correttamente deve avere come riferimento il numero delle potenziali immissioni in ruolo di “nuovi” associati (i.e. non ex-ricercatori TI), che a regime è misurato dal numero di posizioni di RTD b).
    Si può ovviamente discutere sui rapporti numerici, ma è difficile immaginare un flusso stazionario in cui non vi sia un numero di “ingressi” almeno pari al numero delle “uscite”.
    5. Le scelte di cui al punto 3 devono tener conto della competizione internazionale se si vuole evitare il brain drain e se possibile facilitare il brain gain.
    6. La struttura della docenza (piramidale, cilindrica, etc) è un corollario delle scelte di cui al punto 3 e non una premessa.
    7. L’articolazione in fasce delle posizioni a tempo determinato non tenure track appare anomala rispetto al contesto internazionale (con l’eccezione del caso tedesco, peraltro non banalmente confrontabile) e produce una dilatazione dei tempi di permanenza nel regime a t.d. che rende assai poco attrattivo il percorso accademico italiano.
    8. Ai fini di cui al punto 7 la scelta se eliminare il RTD a) o l’assegno di ricerca è politica. Sempre ragionando in termini di competitività internazionale sarebbe probabilmente meglio eliminare l’assegno.
    9. Chi ha la responsabilità del governo centrale del sistema ha comunque il DOVERE di esplicitare il modello e i parametri di riferimento prescelti, Questa è la precondizione indispensabile per qualunque futura programmazione locale ed è un elemento di trasparenza irrinunciabile per chi aspira ad accedere (o deve decidere se rimanere) nel sistema universitario italiano.

    • “8. Ai fini di cui al punto 7 la scelta se eliminare il RTD a) o l’assegno di ricerca è politica. Sempre ragionando in termini di competitività internazionale sarebbe probabilmente meglio eliminare l’assegno.”

      Io penso invece che sarebbe senz’altro meglio eliminare il ruolo dei ricercatori td di tipo a. Questo perché, come sappiamo, per ragioni probabilmente culturali e connesse all’orientamento ideale di chi ha prevalentemente governato in Italia negli utimi venti anni (ndr: così va bene, credo, nessuno si sentirà offeso), si tende in questo Paese, da parte del datore di lavoro pubblico o privato, in presenza di due posizioni lavorative dal nome identico, a preferire invariabilmente il conferimento di quella a tempo determinato.

    • Sono d’accordo con Paolo Rossi sul preferire il RTDA all’assegno. Dovendo operare una difficile transizione dall’esaurimento dei RTI al nuovo regime è la via migliore. Immaginare un’immissione di massa di precari nel ruolo di PA è impensabile. Le mediane in molti settori concorsuali sono anche destinate a salire e il periodo dottorato+RTDA+RTDB potrebbe essere necessario per intero a maturare i requisiti. I ricercatori vincitori di concorsi a PA nell’ultimo decennio avevano anzianità di RU in media comprese fra 6 e 12 anni. Bisogna essere un po’ realisti. Non abolirei totalmente gli assegni post-doc ma li vincolerei ad un’età anagrafica minima.

    • Scusa, ma che c’è di irrealistico nell’immaginare un passaggio “diretto” (ossia, magari con qualche anno di “vacanza” come ai miei tempi, ma senza forme di osceno precariato con obbligo di insegnamento, mascherato dalla denominazione altisonante “ricercatore a tempo determinato di tipo a”) dall’assegno di ricerca alla posizione di rtd tipo b?

  16. Che il TDA debba costare punti budget non è scritto in nessuna legge, e soprattutto non sta scritto che i punti debbano essere bruciati al termine del triennio. Personalmente comunque auspicherei che ci fosse un accantonamento di risorse anche per i RTD a), calcolato non sulla base del costo ma sulla base della probabilità di successivo reclutamento come RTD b), e questo proprio per garantire che al termine del contratto di tipo a) non ti venga detto che sei stato tanto bravo ma non si può bandire un tipo b) perché non ci sono risorse. Questo mi permette di spiegare anche perché preferisco il RTD a) all’assegno: la retribuzione è migliore, è un vero rapporto di lavoro, anche se a termine, ed è più facile inserirlo in un contesto di programmazione (che, se non si era capito, considero indispensabile per il bene dei singoli e del sistema)

    • “Personalmente comunque auspicherei che ci fosse un accantonamento di risorse anche per i RTD a), calcolato non sulla base del costo ma sulla base della probabilità di successivo reclutamento come RTD b), e questo proprio per garantire che al termine del contratto di tipo a) non ti venga detto che sei stato tanto bravo ma non si può bandire un tipo b) perché non ci sono risorse.2

      Mi scusi, ma le pare minimamente realistico questo auspicio? Quali sarebbero i governanti di atenei capaci e soprattutto intenzionati a mettere in atto una pianificazione così minuziosa, a questo punto sull’arco addirittura di 7-10 anni? Io non ne conosco, tanto è vero che i famosi rtd di tipo b sono rimasti lettera morta.

    • che i tda costino punti budget ovviamente dipende da circolare ministeriale, che ha indicato 0,5 per i tda e 0,7 per i b.

      mi risulta peraltro che allo scadere del triennio 0,2 (per gli a) vanno persi.

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