In risposta alla lettera aperta inviatagli dalla Redazione di ROARS, Pier Luigi Bersani, candidato premier per la coalizione di Centro Sinistra, ci ha inviato la seguente lettera di risposta che volentieri pubblichiamo.

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Roma, 15 febbraio 2013

Gentile Redazione di ROARS,

ho letto con attenzione le indicazioni presenti nella vostra Lettera aperta e ho trovato una convergenza di fondo tra le vostre proposte e il programma di governo del Partito Democratico per l’università e la ricerca, a cui vi rimandiamo per il dettaglio dei singoli aspetti. Il nostro programma, infatti, fa seguito al lavoro portato avanti dal Dipartimento e dal Forum Università e Ricerca del partito nel corso di tre anni difficili, in cui è stato essenziale il dialogo con il mondo dell’università e della ricerca e con quelle reti di analisi, conoscenza e cooperazione ben rappresentate dalla vostra esperienza, che portano le questioni dell’università e della ricerca all’attenzione del dibattito pubblico.

Anzitutto, come abbiamo fatto nel nostro programma, è necessario intendersi sui dati essenziali per formulare una valutazione obiettiva dell’università italiana: partiamo dagli investimenti incongrui nel sistema dell’università e della ricerca e dal dato, certificato dal Rapporto Giarda, per cui istruzione e ricerca sono le uniche voci della composizione del bilancio pubblico scese drasticamente (-5,4%) negli ultimi vent’anni. L’investimento in conoscenza non è un semplice slogan né una scelta di bilancio come le altre: determina, più di ogni altra cosa, la capacità di un Paese di produrre crescita, in termini culturali, economici e sociali.

D’altra parte, la deliberata volontà di tagliare l’istruzione e la ricerca produce decrescita e povertà: come abbiamo visto, può essere mascherata o meno da un alone improprio di “meritocrazia” o dalla supposta volontà di “eccellenza” contro gli sprechi, ma finisce di lasciare soltanto macerie. Questa è la storia dell’ultima legislatura, nella nostra e nella vostra lettura, e della coerenza nella volontà di indebolire il sistema pubblico dell’istruzione e della ricerca. La vicenda dell’ultima legislatura ha chiarito – qualora ce ne fosse bisogno – l’intelligenza della frase attribuita a Derek Bok, ex presidente dell’Università di Harvard: “i costi dell’ignoranza sono ben maggiori dei costi dell’investimento in conoscenza”. Di quali costi stiamo parlando? Ai dati da voi sottolineati, si è aggiunta recentemente la certificazione della fuga dall’università nei termini degli ultimi numeri forniti dal Consiglio Universitario Nazionale: in dieci anni gli immatricolati sono scesi da 338.482 (anno accademico 2003-2004) a 280.144 (2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%). Si è successivamente fatto osservare da più parti che tale dato sarebbe influenzato da un improvviso aumento degli immatricolati, dieci anni fa, in seguito alla riforma del 3+2: in realtà, il calo degli studenti è innegabile, e il fatto che nell’ultimo anno sia diminuita di circa il 10% la percentuale dei diplomati che si iscrivono all’università (dati Almalaurea) chiude ogni discussione. Inoltre, in sei anni (2006-2012) il numero dei docenti si è ridotto del 22%. Per una prospettiva complessiva, è anche utile considerare gli standard continentali, ovvero ciò che “ci chiede” l’Europa nella Strategia Europa2020, che prevede il 40% di laureati entro il 2020 nella fascia di età 30-34 anni (nel 2010 eravamo intorno al 20%, con punte assai più basse al Sud e nelle isole, contro una media UE del 32,5%) e la riduzione della dispersione scolastica sotto il 10% (siamo vicini al 19%, anche in questo caso con punte molto più alte nel Sud e nelle isole, mentre la media europea è del 14%). Il Programma nazionale di Riforma del 2011 si è posto, invece, obiettivi minimi (26-27% di laureati, 15-16% di dispersione scolastica), che ci porterebbero nel 2020 a essere indietro addirittura rispetto ai dati europei del 2010.

Sappiamo anche che nel sistema universitario e della ricerca esistono aspetti positivi, da cui ripartire, e proprio per questo è essenziale una netta inversione di tendenza, che sappia infondare fiducia, oltre alla consapevolezza del legame essenziale tra lavoro, industria e ricerca in un Paese avanzato.

Veniamo, nel dettaglio, ai punti da voi toccati.

Partiamo dal diritto allo studio: noi intendiamo partire dal diritto allo studio nella nostra azione di governo, perché è il punto fondamentale per fermare la “fuga dall’università”. Proprio questo tema mette in luce una questione sociale gigantesca, nell’esiguità del nostro sistema di borse di studio rispetto a quello di Francia, Germania e Spagna, nel fatto che negli ultimi cinque anni (al contrario di questi Paesi) siamo andati indietro e non avanti, nello scandalo tutto italiano degli idonei senza borsa, che colpisce soprattutto il Mezzogiorno. La più grande crisi dell’università come bene pubblico riguarda il blocco della mobilità sociale: oggi solo il 10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, mentre sono il 40% in Gran Bretagna, il 35% in Francia, il 33% in Spagna. Per garantire davvero il diritto costituzionale a completare gli studi per tutti i capaci e meritevoli “ancorché privi di mezzi”, proponiamo di realizzare un Programma nazionale per il merito e il diritto allo studio, finanziato con 500 milioni, che affianchi gli interventi regionali. Fatti salvi i criteri di merito, il mantenimento dell’assistenza va legato alla regolarità negli studi. Proponiamo, inoltre, un’estensione del sistema di sostegno al diritto allo studio anche agli alloggi (collegi, case degli studenti, affitti calmierati).

Sulla valutazione della ricerca e della didattica, c’è ormai un dibattito di livello europeo a cui dobbiamo saperci legare in modo intelligente. Lo mostra la vicenda francese dell’Aeres, che è stata toccata anche nel Libro Bianco recentemente presentato dal governo (secondo un metodo di dialogo e cooperazione che faremo nostro, perché e’ sbagliato far calare i provvedimenti dall’alto). Il ruolo dell’ANVUR in Italia ha generato numerose critiche. A nostro avviso, le sue competenze vanno chiarite e ricondotte a quelle di agenzia tecnica, basata su uno staff professionale ed esperto in valutazione, con il compito di “tradurre” tecnicamente gli indirizzi delle politiche di governo. Escludendo una miriade di micro-competenze, l’Agenzia deve esercitare solo i compiti connessi con la valutazione della ricerca e la gestione dell’accreditamento della didattica, senza generare inutili appesantimenti burocratici. Con una bussola fondamentale: l’ANVUR non può essere utilizzata per sostituire governo e Parlamento nell’adozione delle decisioni strategiche sul sistema universitario.

Del resto il rischio di accentramento è una delle pesanti eredità dell’ultima “riforma” e dei suoi deliri ipernormativi. Quasi cinquanta decreti ministeriali e legislativi hanno minuziosamente regolamentato la vita degli Atenei. Per circa due anni, le università hanno passato il proprio tempo a (ri)costruirsi, prive delle risorse per ripartire e, spesso, per sopravvivere. Il cammino dell’autonomia intrapreso dall’Italia è stato erroneamente abbandonato, invece di essere corretto nella direzione di un’autonomia responsabile. Per questo la riduzione del peso normativo sarà uno degli obiettivi della nostra azione di governo, che in quest’ambito partirà da modifiche profonde alla legge Gelmini, operando uno smantellamento delle norme anti-autonomistiche. Per dare gambe all’autonomia è necessario ripristinare le risorse del FFO del 2012, rimediando al taglio di 300 milioni operato dal governo Monti, al quale ci siamo opposti invano.

Sul reclutamento, affrontiamo un punto dirimente, che si riflette sulle prospettive di quella “generazione perduta” senza la quale è impossibile pensare a una ripresa dell’Italia. Partiamo da un’idea di buon senso: a poco più di 30 anni non ci si può definire “ragazzi”, si è giovani uomini e donne. E gli uomini e le donne devono avere la possibilità di fare di un talento – la ricerca e l’insegnamento – l’impegno della loro vita. Non possono restare per decenni in un limbo. Tre sono i presupposti della nostra politica: a) rimuovere gli attuali vincoli al turn-over e completare rapidamente il piano associati, perché la paralisi nel reclutamento ha portato a un blocco complessivo del sistema; b) superare il circuito vizioso della precarietà e dell’incertezza; c) massima rigidità e vigilanza sulle attività gratuite nell’università, perché il lavoro accademico deve essere retribuito e svolto in modo dignitoso, altrimenti non può di certo essere incentivante.

È poi essenziale una semplificazione generale, che concentri le figure post-doc in due tipologie: un contratto unico di ricerca e posizioni di professore junior in tenure track (percorsi a tempo determinato che prevedano fin dall’inizio la possibilità di arrivare, previe periodiche valutazioni favorevoli, all’inserimento stabile nei ruoli universitari). È inoltre essenziale migliorare la mobilità interna, per rendere il sistema più attraente e meno corporativo.

Infine, veniamo alla considerazione della formazione e della ricerca pubblica come interesse nazionale. “Niente favole” è l’espressione con cui il Partito Democratico ha inteso differenziarsi rispetto ai suoi avversari, ed è l’espressione che meglio si adatta alla considerazione di questi temi. È una favola – e non un Progetto – credere che la riqualificazione complessiva del sistema possa basarsi sull’adozione delle ricette fallite della destra inglese sulle tasse universitarie e su sperimentazioni rivolte a una piccola minoranza (magari quella che, secondo alcune ideologie in totale contraddizione con la Strategia Europa2020, si ritiene “degna” dell’acquisizione di un titolo accademico). Come dimostrano le politiche con cui gli altri Paesi europei hanno cercato di reagire alla crisi, raccontare di voler puntare sull’università e sulla ricerca a costo zero è una favola. La limitazione cieca della spesa pubblica in istruzione e ricerca non può essere una strategia di sviluppo per l’Italia. La ricerca ha già pagato pesanti costi di aggiustamento e oggi, pur nei limiti dell’azione disegnati dagli attuali vincoli, le risorse per una reale inversione di tendenza sono fondamentali. Dovranno essere reperite attraverso i risparmi sull’interesse del debito e attraverso la “revisione intelligente” delle voci di spesa pubblica aumentate negli ultimi vent’anni.

Spero che questa mia risposta possa essere di aiuto per la vostra attività, vi ringrazio per l’attenzione e vi invio i miei saluti più’ cordiali.

Pier Luigi Bersani

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124 Commenti

  1. L’affermazione di Paolo Gibilisco “Dal 1992 a oggi il PD ha governato (direttamente o attraverso i governi tecnici) l’Italia e il sistema universitario almeno quanto il centro destra. I risultati sono totalmente fallimentari” mi sembra sostanzialmente analoga ad una certa linea di autodifesa su tutto il fronte dell’azione di governo.
    Senza nascondersi le responsabilità del centrosinistra, per certi versi gigantesche (non foss’altro nell’incapacità di fare opposizione), non si può non evidenziare che l’università (pretagli e preriforma) fosse “un po’ meno al collasso” … Forse possiamo “statisticamente” dire che al decennio 1992-2002 è andata meglio (un pollo) dell’ultimo decennio fortemente berlusconiano (0 polli)?
    E fare la statistica del mezzo pollo sembra un po’ il solito giochetto alla Trilussa di dividere le responsabilità.
    Ma c’è in Italia qualcuno disponibile ad assumersi la responsabilità dei tagli e delle riforme?

    • Come probabilista mi sento un po’ colto in castagna, grazie per la provocazione. Quando introduco la varianza ai miei studenti il riferimento a Trilussa è d’obbligo. Il secondo è a Disraeli che diceva “Ci sono le bugie, le bugie grosse e poi c’è la statistica”. A proposito lei può fornire qualche dato a supporto delle sue osservazioni? Così usciamo dalla discussione da bar “me l’ha detto mio cuggino” (cfr. Elio e le Storie Tese). Ma ammetto che i miei ricordi concordano con i suoi. Però sorge un’altra domandina, facile, facile. Ammesso e non concesso che il finanziamento dell’università fosse più cospicuo: questo era dovuto al buon governo del PD o alla diversa fase del ciclo economico internazionale (e delle finanze pubbliche)? Sa la sua argomentazione assomiglia pericolosamente a quelle del tipo “abbiamo sprecato il dividendo dell’euro”.

    • Purtroppo non ho dati da fornirle, se non la percezione “a pelle” dei soldi che, tra progetti su fondi di ateneo e PRIN, in un modo o in un altro arrivavano. Peraltro mi hanno consentito di lavorare per circa 13 anni (sebbene retribuito solo per 9). Ma mi pare di capire che, anche senza informarsi con “suo cuggino”, su questo anche lei concordi …
      Quanto al ciclo economico internazionale e alle finanze pubbliche (altra bella scusa ricorrente) non mi sento invece di concordare più di tanto: mentre i soldi ad università e scuola venivano tagliati (trend opposto in Francia, dove la crisi morde pure) qui da noi si pensava bene di finanziare le scuole private, di aumentare altre voci di spesa pubblica e di tagliare l’ici …
      Alla fin fine si può sempre dire: è una scelta politica della maggioranza al potere, dunque assolutamente legittima …
      Ma altrettanto legittimamente mi permetta di osservarne gli esiti: qualunquista si … ma fesso magari solo un po’

  2. Caro Seravalli,

    nel mio commento precedente ho spiegato cosa penso dello straordinario lavoro di Roars, non è necessario che mi ripeta.

    Osservo però una certa disparità di trattamento. La redazione di Roars non è stata tenera con chi ha provato a raccontare frottole sull’università italiana, anzi ci ha abituato a critiche caustiche e feroci.

    Può Bersani venirci a raccontare che “Per dare gambe all’autonomia è necessario ripristinare le risorse del FFO del 2012, rimediando al taglio di 300 milioni operato dal governo Monti, al quale ci siamo opposti invano”? Possiamo ascoltare da quel pulpito la raccomandazione a ” superare il circuito vizioso della precarietà e dell’incertezza”? Si tratta evidentemente di un argomento a favore dell’esistenza degli universi paralleli. Deve esistere un universo dove il PD si è opposto al governo Monti e dove i suoi giuslavoristi non hanno alacremente lavorato (per anni e anni) per rendere precario e incerto il lavoro nel nostro paese. Sciaguratamente io vivo in un universo differente e me ne dispiaccio.

    P.S. Non sono stato io a iniziare la valutazione comparativa tra PD e M5S ma altri lettori nei commenti precedenti. Suggerisco agli entusiasti dell’approccio del PD alla cosa pubblica una certa prudenza nello sbeffeggiare i grillini: secondo Crocetta non sono poi così male …

    http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/02/17/sicilia-crocetta-promuove-grillini-mio-e-governo-a-sette-stelle/221351/

    • Molto probabilmente il PD sarà al Governo. Mi sembra del tutto razionale aver scritto a Bersani chiedendo cosa intendono fare per università e ricerca. È bene stare con il fiato sul collo del potenziale leader della maggioranza, anche per evitare il ripetersi di errori già visti. Abbiamo ricevuto una risposta che ognuno può valutare e criticare. In quanto all’assenza di contraddittorio, mi sembra che i più di 50 commenti stiano a testimoniare che c’è discussione aperta, senza censure. Non mi sembra di aver letto interventi agiografici da parte della redazione di Roars, ma un confronto – anche duro – tra le posizioni espresse dai lettori. Esigere delle prese di posizione programmatiche è il primo passaggio imprescindibile. Il secondo passaggio è analizzarle e criticarle nel merito (e il confronto con le scelte passate è una critica del tutto lecita). Il terzo (se verrà) è la verifica dell’azione di governo rispetto agli impegni presi.

    • Caro Gibilisco,
      grazie per la risposta e, a scanso di equivoci, vorrei sottolineare che concordo in pieno con le critiche ai comportamenti del PD ma penso che dare spazio alle proposte di questo partito possa innescare un circuito “virtuoso” in cui, come evidenziato molto bene da De Nicolao, possiamo svolgere una funzione correttiva sulle politiche relative a Università e Ricerca.
      Soprattutto perchè il PD non è un monolite inamovibile, ma un organismo in continua mutazione – Renzi avrebbe potuto vincere le primarie ed essere il leader del centro-sinistra (e temo che le sue proposte sul tema sarebbero state anche peggiori) e quindi il dibattito e il confronto con questa parte politica è assolutamente necessario per controbattere alle sirene di Giavazzi-Ichino-Zingales (che temo sia molto sentite dalle parte di Firenze)……

      segnalo a tutti che qui c’è qualche altra risposta sul tema della ricerca da altri candidati (no, purtroppo Silvio non c’è….)

      http://www.lescienze.it/argomento/politiche%20della%20ricerca

  3. Caro De Nicolao,

    è ovvio che non c’è censura su ROARS ma chi lo ha detto?

    Voglio però essere molto chiaro. Facciamo degli esempi: quando Zunino o Bisin si sono presentati sul vostro sito sono stati garbatamente ma fermamente rasi al suolo con la forza delle argomentazioni. Ottimo, mi aspetto lo stesso trattamento quando sarà il mio turno. Adesso vi chiedo: il PD ha fatto degli “errori” durante il governo Monti? O ha scelto consapevolmente un certo tipo di politica? Faccio presente che il senatore Ichino non è passato da Forza Nuova a Scelta Civica ma stava in un altro partito. E vogliamo provare ad alzare un po’ lo sguardo dall’università per guardare all’insieme delle politiche dell’istruzione? Che mi dite della legge Ghizzoni-ex-Aprea? E dell’Invalsi?
    E’ verosimile un quadro in cui Livon, Fantoni e Profumo si riuniscono in una notte buia con i cappucci in testa, decidono le politiche per l’università e quegli ingenui dei dirigenti del PD ci cascano perché non conoscono le analisi di ROARS? Fatemi spezzare una lancia per questi poveri dirigenti: posso dire cose molto dure su di loro ma non si tratta di imbecilli. Qui non abbiamo a che fare con “errori”, qui ci sono state precise scelte politiche. Chi le ha fatte pretende adesso di non pagarle scaricandole sulla “Bad Company” del premier Monti.

    Diciamo che, in cuor mio, spero che neanche gli elettori siano del tutto imbecilli.

    • La soluzione è molto semplice. PDL e PD hanno indicato tutte le scelte politiche nell’anno passato. Ora le rinnegano, con una ipocrisia davvero sbalorditiva. Bene, dico io, meglio votare per Monti o per Vendola allora (tanto il prossimo governo sarà questo con ogni probabilità: Monti-Bersani-Vendola). Almeno sono entrambi coerenti ed hanno le idee chiare.

    • Mi trovo anch’io sostanzialmente d’accordo con Gibilisco. Il programma di un grosso partito di solito è una confezione di slogan e la partita viene giocata sempre ad un livello molto superiore a quello che ci immaginiamo da comuni cittadini.

    • “Dal punto di vista di università e ricerca Monti e Vendola non sono la stessa cosa..”
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      Forse nemmeno Vendola(Guidoni) e Bersani(Carrozza). Qui però c’è di mezzo la coalizione.

    • Dentro lo stesso PD le posizioni su università e ricerca non sono state univoche. Anche riguardo agli ultimi tagli: http://waltertocci.blogspot.it/2012/12/i-tagli-di-monti-universita-e-ricerca.html
      Che prevalga una linea oppure un’altra non è privo di conseguenze, anzi. Ci sono tutte le ragioni perché il mondo dell’università eserciti il massimo di pressione per orientare (o raddrizzare, ove necessario) la linea del probabile partito di maggioranza. Il primo punto è ottenere degli impegni nella direzione giusta e, viste le campagne di denigrazione che dipingevano la spesa universitaria come totalmente improduttiva, nemmeno le promesse sono così facili da ottenere. Se il probabile partito di maggioranza relativa non sottoscrive impegni a favore di università e ricerca nemmeno in campagna elettorale, il sipario cala in modo irreparabile e non ci resta che piangere. Dal punto di vista politico, l’azione di pressione/persuasione sul PD è una mossa obbligata proprio in considerazione di un passato tutt’altro che esaltante. Deve essere chiaro che proseguire sulla strada di Giavazzi-Gelmini-Profumo, oltre che rovinoso, vuol dire perdere consenso.

    • Certo che Monti e Vendola non sono la stessa cosa. Sono due approcci completamente diversi ad Università e Ricerca. Ma entrambi mi sembrano più coerenti dell’approccio del PD “getto il sasso e nascondo la mano”. D’altra parte PdL, Giannino e M5S non hanno praticamente alcun programma per l’Università, quindi comunque la scelta è fra questi tre.

    • “è ovvio che non c’è censura su ROARS ma chi lo ha detto? ”
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      Non ho pensato nemmeno un attimo che venissimo accusati di questo. Volevo però sottolineare che la risposta di Bersani è stata esposta senza filtri allo scrutinio severo dei lettori di Roars, che non sono abituati ad essere teneri con nessuno. Mi sembra un modo corretto di mettere sotto esame il candidato premier. I rimproveri per le scelte passate del PD fanno parte della dialettica democratica e sono utili come forma di pressione forte per esigere un cambio di rotta. Fino all’ultimo ci daremo da fare per evitare il collasso dell’università, non solo perché ci lavoriamo, ma perché il futuro del paese si gioca su istruzione e ricerca. E non c’è via d’uscita se non si riesce a far girare il timone del futuro governo nella direzione giusta. Se fossimo convinti che nessun cambiamento politico sia possibile, tanto varrebbe gettare la spugna.

  4. Caro Bersani e carissimi Roars,
    per esperienza personale e politica, mi sento di dire che il precariato in tutte le sue forme è stata ed è la vera piaga dell’Università. Che quindi un’ulteriore riflessione sia fatta sugli aspetti negativi che un reclutamento mediante assunzioni di qualsiasi genere a tempo determinato avrebbero in una struttura profondamente gerarchica e incorreggibilmente clientelare.
    Quanto all’ANVUR, d’accordo sul suo ridimensionamento, ma questo deve passare necessariamente per il suo smantellamento, in presenza di abusi e leggerezze che non sono accettabili. Nessun rapporto dovrebbe esistere tra Agenzia e concorsi nazionali quali l’Abilitazione scientifica. La vergogna delle “mediane”, il disprezzo per il lavoro di ricerca e i risultati raggiunti in favore di criteri puramente quantitativi vanno cancellati per sempre e in corso d’opera. Riportando l’Abilitazione agli standards europei come condizione preliminare per una chiamata diretta da parte delle Università. Sorteggi illegali, sospetti di conflitti d’interesse, stanno dando luogo a una marea di ricorsi ai quali non si vorrebbe affidare il futuro di studiosi giovani e meno giovani. E’ questa la cosa più urgente, difficile in presenza di poteri forti scatenati contro l’Università pubblica, ma certo non impossibile.

  5. Quando si valutano le promesse di un partito o di un candidato, bisogna fare attenzione non soltanto a ciò che dice riguardo al tema specifico (università e ricerca) ma anche a quanto NON dice, e a quello che invece dice su altri temi. E’ stato giustamente detto che Bersani si tiene sul vago, e che quando parla di risorse dice soltanto che si cercherà di tornare ai livelli precedenti alla sforbiciata del 2012. Ma come avrete certo notato, gli esponenti del PD sono molto meno reticenti quando si tratta di fare altre promesse di spesa: riguardo a pensioni ed esodati, per esempio, sono state fatte dichiarazioni piuttosto specifiche che dovranno essere onorate dopo la campagna elettorale. Queste promesse costeranno molto di più del miliardo e mezzo che alcuni hanno giustamente citato come cifra credibile per il rilancio dell’università (per gli esodati si parla di 9,5 miliardi, per esempio, fonte Damiano). Sappiamo bene che il prossimo governo avrà vincoli di bilancio molto stretti, a causa della UE e dei mercati finanziari (se Monti parteciperà al governo, sarà utilizzato come utile spauracchio dal PD, altrimenti dovranno spiegarlo loro agli elettori). Quindi, temo che dovremo accontentarci del ripristino dei nostri poveri 300 milioni, se va bene. Bersani non promette di più perché ha già promesso – ma ad altri.
    Per chiarire: come molti partecipanti a questo blog, in passato ho votato quasi sempre a sinistra e anche questa volta finirò per votare da quelle parti lì. Ma non mi faccio troppe illusioni. E a scanso di equivoci: non ho niente contro pensionati ed esodati, persone sicuramente bisognose e meritevoli. Però in questo paese sarà bene cominciare a trasferire risorse dai vecchi ai giovani, dal passato al futuro, dai settori improduttivi a quelli produttivi. Altrimenti fra dieci anni non saremo qui a parlarne.

    • Dear Richard,
      L’eleganza è una bellissima cosa, la politica un’altra. E la seconda è più necessaria della prima. Stare nelle torri d’avorio aiuta a non sporcarsi le mani e ad avere sempre ragione. In compenso si combina molto poco, anche se è consolante lamentarsi avendo ragione.

    • Chiedere impegni a chi probabilmente governerà è un modo per procurarsi futuri strumenti di pressione. Siamo oltre l’orlo del baratro: se non lo facciamo presente, finiremo spiaccicati.

    • se una parte della comunità accademica, invece di cincischiare, fosse stata presente anche nel passato probabilmente non ci ritroveremmo qui a cercare di raccogliere cocci. noi facciamo la nostra parte, inventandocene ogni giorno una, e voi?

    • Assolutamente d’accordo che non bisogna cincischiare, ma piuttosto agire.
      La lettera va bene. Ma non basta.
      Tutti ricordiamo, credo, a proposito della credibilità della sinistra, cosa successe nel 2007, quando Prodi tolse 92 milioni al fondo di finanziamento ordinario degli atenei, perché i Tir degli autotrasportatori erano in rivolta, e, a spese dell’Università, furono loro concessi in extremis, degli ulteriori aiuti..

      Ebbene, qual’è la differenza tra autotrasporto e Università? non certo un maggior valore sociale ed economico del primo rispetto alla seconda. Ma i TIR bloccano le autostrade, sono organizzati. Noi no. E d’altra parte, per rimanere nel pubblico impiego, perché tutti si stracciano le vesti perché i militari e i poliziotti (per non parlare dei magistrati) siano garantiti rispetto al blocco delle retribuzioni, e dei docenti universitari nessuno parla?
      Credo che occorrerà – anche se non è nella nostra indole – immaginare forme di protesta di forte impatto mediatico e concreto: ad es., alla prossima legge (o decreto legge) di bilancio in cui, come al solito, i soldi per l’università e i docenti non si trovano (mentre si spende allegramente per altri settori) blocchiamo le lauree e gli esami, e vedrete che qualcuno inizierà a rispettarci.

    • Critico i cocci, raccolgo i cocci, mi taglio le vene con i cocci (in senso metaforico!) tutti i santi giorni! Nella torre d´avorio con i buchi traforati dalle cannonate oramai gli spifferi e l´acre odore da fuori penetra nelle mie narici.
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      Quanto scrive Bersani é comunque la cosa più strutturata che ho visto in giro e non sono insulti o altre cafonerie varie, che mi sembra già qualche cosa! E nemmeno quattro punti buttati giù prima di andare a fare la spesa al mercato.
      Certo da solo un partito che va al governo, nelle condizioni in cui ci troviamo, non avrà grandi possibilità anche visti i vincoli, ma quello che non si riesce da soli si riesce a fare tutti uniti!
      Ma soprattutto il partito che governerà non avrà abbastanza forza contrattuale se
      1) non ha una maggioranza solida
      2) non avrà il popolo della cultura/scuola /ricerca dalla sua parte
      3) Non si proietterà verso un futuro di cambiamento radicale
      4) non saprà ASCOLTARE chi nei vari settori è il detentore di Know how (quelli che sono rimasti).
      5) Dove però l´altra faccia della medaglia è anche che chi detiene la conoscenza (alzi il “culo” dalla sedia) e sappia PROPORRE ed essere coinvolto nella vita politica!
      I diritti vanno difesi giorno per giorno e le conquiste sono molto difficili da raggiungere, ma si possono perdere in un battito di ciglia soprattutto se si delega agli altri la possibilità di decidere sulle proprie vite.

      Non ci sono molte scelte
      a) Il PDL darà il suo „commit“ a Berlusconi e i suoi interessi. Qui non si pone nemmeno il dilemma dei cocci, c`é solo la bomba atomica più distruttiva per la cultura, la morale e l´economia del paese. (Vedi passato più e meno recente)
      b) Il PD darà il „commit“ alle persone e ai valori (più o meno giusti, più o meno confusi) che esso rappresenta. Con possibilità di miglioramento costante e con tutti i lacci e laccioli che governare comporterà!

      Tralascio Monti (commit alle Banche e all’ alta finanza) e Grillo (commit a BOOO!!! A Grillo probabilmente, ma´ l´effetto sarà come quello di Berlusconi).
      Questa volta non ci sarà il dado ma la monetina, PD (Bersani/Vendola) e una speranza di portare il paese fuori dal baratro o PDL (Berlusconi) e il cadere nel nulla e nella povertà morale, sociale, culturale e politica?
      A ciascuno di noi la scelta! Il resto è rumore!

  6. ROARS ha fatto bene a pubblicare la lettera di Bersani, come dovrebbe pubblicare le lettere di qualsivoglia candidato ha qualcosa da dire sull’ Universita’. Il problema e’ che molti non hanno nessuna idea e nessuna voglia di averne qualcuna, vedi Grillo che sul tema e’ nullo tanto quanto Berlusconi. Se Monti scrivesse una lettera anche lui forse capiremmo qualcosa di piu’ di quanto non sia possibile capire dalle 5 righe di banalita’ nel suo programma. Far prendere impegni ai candidati prima delle elezioni e’ il piu’ classico strumento con cui un gruppo di opinione puo’ tentare di incidere.
    Mi pare che nella lettera ci siano impegni chiari, che poi ovviamente possono sempre essere disattesi come accadde nell’ ultimo governo Prodi, dove pero’ il ministro in carica Fabio Mussi, che non era e non e’ del PD e viene ricordato come uno dei ministri maggiormente nullafacenti di quel governo.
    Non sono sicuro che il PD manterra’ gli impegni di incremento di fondi per ricerca/universita’ , credo che qualcosa invece verra’ fatto sull ‘ autonomia degli atenei, sull’ Anvur e sul piano associati. Non credo che la lobby confindustriale mollera’ la presa, mentre la caduta in disgrazia di Grilli (vedi gli scandali che lo stanno interessando) potrebbe forse far ritornare le risorse IIT nell’ ambito universitario.

    • Non sono sicuro che il PD manterra’ gli impegni di incremento di fondi per ricerca/universita’ , credo che qualcosa invece verra’ fatto sull ‘ autonomia degli atenei, sull’ Anvur e sul piano associati. Non credo che la lobby confindustriale mollera’ la presa, mentre la caduta in disgrazia di Grilli (vedi gli scandali che lo stanno interessando) potrebbe forse far ritornare le risorse IIT nell’ ambito universitario.
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      Non è possibile non incrementare il FFO, il sistema Università&Ricerca è inceppato.
      Sull’ANVUR, trattandosi di atti normativi regolamentari governativi (DPR) dovrebbe agire nei primi 100 giorni e avrei chiesto qualcosa del genere.
      Sull’IIT credo sia ormai troppo tardi anche se forse le ultime due trance del miliardo Tremonti potrebbero essere tagliate a favore del PRIN (l’assegnazione 2012 è da vergogna).

  7. Gentile P. Marcati,
    “Mi pare che nella lettera ci siano impegni chiari, che poi ovviamente possono sempre essere disattesi ”
    Ma di che impegni sta parlando? Ripristinare il FFO del 2012 rimediando al taglio dei 300 miliomi non è un impegno serio, ci vuole ben altro. Vogliono quindi tornare al FFO del Governo Berlusconi, capirai. Promettono “una graduale convergenza del FFO entro la fine della legislatura”, a parte il fatto che la legislatura durerà ben poco perchè si prevede un Senato in bilico, ma al di là di ciò mi sembrerebbe molto più serio mirare alla media OCSE fin da subito perchè il sistema adesso è agonizzante e c’è bisogno di misure immediate e incisive.
    Per quanto riguarda i ruoli che intendono creare stendo un velo pietoso: 1) La figura dell’assegnista di ricerca è simile a quella del titolare del “futuro” contratto unico di ricerca.
    2) Il professore Junior è simile al ricercatore a tempo determinato. 3) Il ruolo Unico della Docenza articolato in due fasce di fatto c’è già: professore associato e ordinario. Il PD infatti non ha mai dichiarato di voler dare gli stessi diritti ai docenti delle due “future” fasce. Cambiano i nomi dei ruoli per lasciare la sostanza inalterata.
    Certo che ROARS ha fatto bene a pubblicare la rispsosta di Bersani! Così è emersa (per chi non lo avesse notato nei giorni scorsi) l’inconsistenza del programma. E state sicuri che un programma del genere lo rispetteranno di sicuro perchè non promettono niente di serio e e davvero impegnativo.

    • “ci vuole ben altro”
      Già, come al solito.
      Ben altro, ci vuole ben altro! E’ tutto uno schifo! E’ tutto un magna magna! Il più pulito c’ha la rogna! A casa! a casa!
      Ecc., ecc. ecc.

  8. Caro Antonio,

    “sporcarsi le mani” e “torre d’avorio” sono proprio gli elementi di cui si compone l’eleganza con cui voi di Roars avete saputo mettere a frutto competenze le più disparate, spesso arcane, per smontare i meccanismi introdotti dal governo Berlusconi e (im)perfezionati dal Ministro Profumo al fine di depotenziare l’opera culturale dell’università pubblica e umiliare chi vi lavora. Ma proprio perché la credibilità che avete così acquistato (grazie anche ai commenti ai vostri articoli) la sento come un patrimonio comune mi sono permesso di manifestare il mio disagio per quella che ritengo una ingenuità — e cioè il non aver previsto che, dato il momento, una lettera piena di proposte di buon senso si risolvesse in un’occasione offerta a Bersani per elargirci le sue promesse elettorali. Nulla di grave, figuriamoci. Ma ci tenevo a spiegarti perché, forse inconsciamente e apparentemente a sproposito, ho usato la parola “elegante”. Ti rinnovo la stima e l’ammirazione per il lavoro che state facendo.

  9. Le raffinate argomentazioni critiche di Andrea Zhok non meritano di cadere nel vuoto. Non possiamo cadere nel “benaltrismo” e nel “magnamagnismo”. O addirittura accusare, senza argomentare, il PD di mettere in atto una politica subalterna alla visione dell’Europa fatta propria dalle elite tedesche. Ecco Zhok, le svelo un segreto gelosamente custodito anche da Wikipedia: quando si da’ del Quisling a qualcuno, in taluni idiomi indoeuropei, non lo si sta accusando di aver deportato ebrei, omosessuali e zingari a Treblinka. E’ un modo di dire (sicuramente aspro) con il quale indichiamo qualcuno che in un momento critico per la storia della propria nazione mette in atto una politica di complicità con una potenza straniera nemica. Come mi sono permesso di usare una simile metafora? Sa, non tutti gli economisti sono uguali e ce ne sono alcuni che non sono in vendita. Se lei avrà la pazienza di andare a leggere il libro di Alberto Bagnai “Il tramonto dell’euro” o andrà a dare un’occhiata sul suo blog Goofynomics troverà tutte le spiegazioni necessarie. In breve: la zona euro non è un OCA (Optimal Currency Area) e quindi è stato assurdo assoggettarla ad un’unica valuta. Questo non è una scoperta di Bagnai, ci mancherebbe, ma un “fatto” ben noto agli economisti e non stiamo parlando di quelli tesserati da Lotta Comunista. Oggi lo sostiene anche Zingales (un’anima divisa in due) e prima del 1999 addirittura Alesina! Per non parlare di compagnie ancora più prestigiose e varie. Allora, come sintetizza benissimo Stefano Fassina (non certo l’ultimo tesserato del PD) in una situazione come quella europea, di fronte a uno shock economico, o si svaluta la moneta o si svaluta il salario. Restare nell’euro significa scegliere deliberatamente di svalutare i salari. Caro Zhok si ricorda che mia moglie (insegnante in un liceo) doveva passare da 18 a 24 senza colpo ferire? Sa, una volta si diceva “il personale è politico”. Capisce cosa vuol dire, sulla pelle delle persone, “svalutazione del salario”?
    Se il PD vuole il voto dei salariati (e io glielo avrei dato molto volentieri) deve scegliere quale politica economica perseguire. I salariati italiani e la borghesia tedesca non sono sulla stessa barca. A questo punto alcuni avranno già smesso di leggere: orrore il qualunquismo antieuropeista! Bene, per le persone di stomaco forte che sono ancora con noi suggerisco la lettura dell’intervista di Pierluigi Bersani (sì, B-e-r-s-a-n-i non Grillo) al giornale francese Les Echos: “Bisogna che la Germania riconosca che ha tratto enorme vantaggio dall’euro”. Complimenti ai creatori della valuta unica che ancora rivendicano orgogliosamente il varo della medesima. La mia tesi finale è che i dirigenti del PD tutto sono tranne che sprovveduti e che la loro scelta di orientare l’azione politica del partito in un certo senso è, ahimè, consapevole. Ed è coerente con il leale appoggio a Monti. Caro Zhok, le si fa beffe della rozzezza del qualunquismo e del “magnamagnismo”. Mi aiuti lei: come faccio a spiegare a un esodato, a un disoccupato, a un pensionato (e a mia moglie!) che il PD, pur avendo “lealmente” appoggiato il governo Monti, è diverso dagli altri?
    L’Europa, l’Unione Europea e l’Euro non sono ontologicamente la stessa cosa. Chi oggi ripete, giorno dopo giorno, che ci vuole “più Unione Europea” (tradotto: “meno salario”) è responsabile del disfacimento del sogno di pace europeo (vedi Grecia). E qui caro Zhok lei avrà capito che il riferimento a Bruning è molto, molto più grave di quello a Quisling. Se lei è in buona fede (cosa di cui non dubito) entrerà nel merito di questi argomenti.

    • Caro Paolo, quante ore lavora DAVVERO sua moglie alla settimana?

      Se sarà intellettualmente onesto, sarà con ogni probabilità costretto ad ammettere che lavora meno ore di quante dovrebbe.

    • Mi scusi Paolo, lei è convinto che l’uscita dall’euro sarebbe una soluzione per il paese? Mi pare che lei sia un economista, e con l’occasione vorrei che mi spiegasse come penserebbe di risolvere la bancarotta del paese (inevitabile), gli innumerevoli bank runs, e l’inflazione devastante che ridurrebbe in miseria buona parte della popolazione. Partiamo, tanto per cominciare, da una svalutazione del 40% minimo della neolira e iniziamo a ragionare di potere d’acquisto: la benzina si compra a salari svalutati. Iniziamo poi a ragionare di come saremo contenti quando le banche dovessero contingentare i prelievi per evitare il fallimento immediato (e tanti saluti alle garanzie di stato). Tralasciamo poi gli effetti a catena, che coinvolgerebbero nel domino altri stati europei e così pure facciamo finta che ciò non vorrebbe dire mettere una pietra tombale sul processo di unificazione e porre le precondizioni per il ritorno a un europa belligerante? Naturalmente, che ciò detto ci siano tante migliorie da fare in Europa, non c’è dubbio, ma se anche la valuta unica è stata un assurdo, non c’è via di ritorno che non sia sanguinosa. Per tutti. Almeno io la vedo così e questa storia della non-OCA sarà anche vera, ma non mi pare proprio un caso che sia la passione degli economisti di area dollaro.

    • Caro Gibilisco,
      visto che cerca un approccio costruttivo, tento di risponderle.
      Premetto che i riferimenti a Quisling e Bruning continuano a parermi non solo sopra le righe, ma anche impropri nel merito, ma tant’è.
      .
      C’è poi un’essenziale premessa metodologica, senza la quale rischiamo di non capirci: come ho detto, io non credo affatto che Bersani o il PD o il CSX attuale siano la realizzazione delle migliori opzioni politiche possibili. Solo che sono assolutamente convinto che la politica non sia guidata dalla scelta dell’ottimo, ma del relativamente migliore in un contesto. In questo senso voterò CSX (non so ancora chi nella coalizione) perché nel contesto attuale non vedo opzioni né più chiare, né più promettenti, né vedo classi dirigenti più affidabili presso altri schieramenti. Se mi convincessi che qualcosa del genere c’è sul mercato non ci metterei un secondo a votare altrimenti: ho molto rispetto per le idee e per le ideologie, ma in politica non voto una Weltanschauung bensì scelte funzionali nel medio termine.
      .
      Detto questo veniamo al punto che lei solleva.
      Che la politica italiana sia stata subordinata ed abbia avuto progressivamente sempre meno potere contrattuale in sede europea è un fatto. In questo senso, siccome sono convinto che la partita decisiva per un’inversione di tendenza si giocherà in Europa, il mio orientamento nel voto intende premiare anche una posizione che possa avere qualche autorevolezza in quella sede.
      Quanto alla situazione attuale. Possiamo discutere all’infinito se per l’Italia fosse stato opportuno spingere per entrare nell’area euro a suo tempo. Io credo sia stata una carta giusta, ma giocata male in seguito, lei magari penserà che fu il peccato originale. Questo discorso però è al momento irrilevante. La questione è: cosa avviene se l’Italia esce oggi dall’euro? Chi chiacchiera di vantaggi competitivi sulle esportazioni o è in malafede o non capisce niente di politica economica. L’uscita dall’euro, con default del debito annesso, produrrebbe effetti a catena in tutta la rimanente area euro (già consistentemente mal messa), che si troverebbe a contrarre ulteriormente gli acquisti di beni e servizi. Considerando che la maggior parte delle esportazioni italiane sono rivolte ad altri paesi europei, il vantaggio competitivo di una valuta debole sarebbe nullo. Al contempo gli acquisti di petrolio e gas naturale, stipulati in dollari, diventerebbero proibitivi, con effetti prevedibili sulla produzione industriale. Incidentalmente è opportuno ricordare che un default significa che nessuna delle erogazioni dello stato, dalle pensioni agli stipendi pubblici ai servizi sanitari sono più garantite.
      In quest’ottica l’esempio che viene talvolta fatto del default argentino è un parallelo del tutto fuorviante: l’Argentina (che comunque per cinque anni se l’è vista molto brutta) ha ripreso a crescere in quanto i suoi importatori di riferimento (Brasile, USA ed Europa) hanno continuato ad importare in modo anzi crescente.
      .
      Io non so come LEI possa spiegare ad un esodato o a sua moglie che il PD ha appoggiato il governo Monti. Io so come la spiegherei io: l’alternativa reale (alternativa tanto realistica che diversi paesi forti come la Germania stavano già preparando exit strategies) era un avvitamento della spirale debitoria con un default a medio termine (un paio d’anni). Il PD è intervenuto facendo una scelta che mi è parsa di responsabilità. Che poi il governo Monti, con un parlamento in cui il PDL era ancora maggioranza, non abbia brillato era prevedibile, e che abbia commesso alcuni errori evitabili (come nel computo degli esodati) è un fatto triste, ma di cui non mi pare si possa dare imputazione al PD (che anzi è stato il primo a sollevare la questione).
      .
      Insisto in conclusione col dire che c’è una grande quantità di critiche che potrei condividere rispetto alle recenti politiche del PD, dalle questioni etiche alla scarsa visione di politica economica, ma queste critiche hanno la loro giusta collocazione in sedi diverse da quella del voto, dove si sceglie tra alternative date e si sceglie per un governo possibile, non per il proprio club filosofico d’elezione.

    • Caro Baccini, la risposta è banale. Tante quante previsto dal contratto. E, mediamente, così non è.

    • Caro Marc, le chiederei se ha dei dati “medi” di renderli noti. btw credo che sia moooolto difficile per un docente di qualsiasi ordine di scuola non fare le ore previste dal contratto. In classe ci deve andare. E se non ci va gli studenti se ne accorgono.

    • Baccini, oltre al fatto che l’idea di un docente che deve andare per forza a scuola a fare lezione mi fa sorridere ricordando i bei tempi di quand’ero giovane, lei sembra avvalorare la tesi che le ore di lavoro di un docente siano solo quelle svolte durante le lezioni frontali (18 a settimana). Se così fosse, avrebbero ben ragione i detrattori della scuola e chiedere di aumentarle. Ovviamente le ore di lavoro sono molte di più. Eppure, restano “mediamente” meno di quante un normale dipendente dovrebbe svolgerne nel corso dell’anno. E come ben sa è questo il motivo per cui la professione di docente di scuola è così invidiabile (più invidiabile è forse quella di un ricercatore universitario che non faccia ricerca -sì, sono pochi, lo so, ma comunque ce ne sono-). D’altra parte, i salari dei docenti di scuola sono bassi rispetto all’importanza del ruolo svolto. L’aumento a 24 ore di lezione frontali sarebbe ragionevole se accompagnato da un aumento del salario di 1/3 (e credo che nessuno si lamenterebbe). Questa è una giusta battaglia per la quale io mi sentirei di affiancare i docenti di scuola.

    • Gentile Marc mi sembra che faccia molta confusione. Lei ha detto che quanto dovrebbe “insegnare” un insegnate è quanto è scritto sul contratto. Può leggere qua: http://www.gildabo.it/orario%20di%20lavoro.html il contratto prevede esplictamente solo ore frontali più altre attività non quantificabili (preparazione compiti, lezioni etc.). Io quindi le rispondevo dicendo: affermare che quelle ore non vengono fatte mediamente richiede dati. Io ritengo fortemente implausibile che quelle ore non vengano fatte. Ora lei cambia le carte in tavola e dice: che le ore che le ore fatte mediamente sono meno di quelle “un normale dipendente dovrebbe svolgerne”. cosa è un normale dipendente? Pensa alle 40 ore di un operaio nel privato? o a quelle di altri dipendenti pubblico?
      E di nuovo il mediamente: non so se esista una rilevazione delle ore di lavoro svolte in media dagli insegnanti. Sarebbe utile.
      Che ci siano insegnanti e ricercatori che non fanno il loro mestiere o lo fanno male è un fatto (a me piacerebbe sapere quanti sono in media…). Non credo che alzare il salario a tutti risolverebbe il problema.

    • Grazie per il link. E’ effettivamente interessante che non ci sia una stima ufficiale del numero di ore lavorative. Devo dire che ero convinto ci fosse un valore di ore annue supposto (1500?). Ma non ho problemi ad ammettere che ero in errore. Detto questo, continuo a pensare che sarebbe opportuno, nella stessa proporzione:

      1. incrementare i salari degli insegnanti di scuola
      2. aumentare il numero di ore di lezione frontale

  10. Carissimo Marc (nome d’arte?),

    cercherò di essere intellettualmente onesto. Mia moglie insegna matematica e fisica al liceo scientifico. Tenendo presente la preparazione e correzione dei compiti, i colloqui con i genitori, la preparazione per i giochi della Bocconi, per le olimpiadi della matematica dell’UMI, per le olimpiadi della Fisica, il Piano Lauree Scientifiche, l’aggiornamento per il Progetto Classe 2.0 … e la preparazione delle lezioni frontali direi che si tratta (complessivamente) di non meno di 40 ore. E NON è un’eccezione.

    Che dice le basta?

    “Gli insegnanti, il cui orario settimanale è andato via via aumentando, sono diventati delle “macchine per vendere fiato”. Ma “la merce fiato” perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana.
    La scuola a volerla fare sul serio logora. E se si supera una certa soglia nasce una “complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e studenti a far passare il tempo”. La scuola si trasforma in un ufficio, o in una caserma, col fine di tenere a bada per un certo numero di ore i giovani; perde ogni fine formativo”.

    Luigi Einauidi , Il Corriere della Sera, 21 aprile 1913

    • Diminutivo di nome proprio, Paolo. Comunque grazie per aver confermato la mia teoria. L’onestà intellettuale scarseggia quando la si cerca in un proprio intorno (sua moglie apprezzerà, spero, l’utilizzo della parola “intorno”). Se almeno lei mi avesse detto “è una delle poche eccezioni” avrei potuto crederle. Facciamola breve: gli insegnanti di scuola dovrebbero lavorare di più ed essere pagati meglio secondo me, in proporzione. Passare a 24 ore di lezione frontale settimanali dovrebbe corrispondere ad un aumento dello stipendio di 1/3.

  11. Andrea Zhok,
    “ci vuole ben altro” significa che le misure proposte non sono secondo me sufficienti per il rilancio dell’Università e si potrebbe fare di più soprattutto in termini di finanziamenti (ma non solo),”ci vuole ben altro” non ha niente a che fare con le frasi fatte che le hai spiattellato di seguito ironicamente : E’ tutto uno schifo! E’ tutto un magna magna! Il più pulito c’ha la rogna! A casa! a casa!
    Ecc., ecc. ecc.”
    Queste sono espressioni che io non uso e la prego di non attribuirmele, se poi lei la pensa diversamente da me può farlo presente argomentando con rispetto e senza schernire gli interventi altrui.

  12. Caro Banfi,

    io non sono un economista ma un matematico. Ma qui siamo su ROARS e discutiamo usando gli argomenti non la casacca professionale o il numero di citazioni su Google Scholar. Giusto? Immagino di sì. Allora cerco di rispondere alle sue legittime obiezioni. Però mi faccia dire una cosa. Ai colleghi che in dipartimento mi spiegano che l’università italiana non è efficiente nel panorama internazionale io innanzitutto chiedo: su quali dati vi basate? In genere cominciano a farfugliare. A quel punto li indirizzo su ROARS e io vado a giocare a beach-volley che mi rilassa. Sbaglierò ma mi piace vincere facile, sfruttando biecamente le splendide slide di De Nicolao, per esempio. Quindi io le chiedo, non se la prenda, ma lei è andato sul sito di Bagnai? Ha letto il libro? Lì ci sono tutte le risposte a suoi dubbi. Bagnai non è e non diventerà un premio Nobel ma è un grande divulgatore e ha il merito di analizzare in dettaglio le conseguenze politiche-economiche della scelta della valuta unica.

    Facciamo un esempio. Mi sembra di capire che lei è un giurista. Ma allora da quale analisi economica trae la stima del 40% di svalutazione (immediata? overnight?) per la neolira? E chi le ha detto che la svalutazione si traduca immediatamente in inflazione? Nel 92 NON ando’ così! Anche Mario Monti ammise che le sue previsioni catastrofiche al riguardo erano completamente sballate (capisco che questa non sia una novità per nessuno). E neanche nella recente storia valutaria dell’euro la svalutazione (anche cospicua!) si è tradotta automaticamente in inflazione. Non se la prenda, ma la sua lettera coincide con l’elenco favorito di luoghi comuni che usano gli economisti di un certo tipo, quelli che parlano dell’uscita dall’euro come della madre di tutte le apocalissi. Peccato che spesso questi stessi economisti sono qualificati a parlare dell’uscita o permanenza nell’euro esattamente come io sono qualificato a parlare dell’ipotesi di Riemann: zero. L’economia (come la matematica e il diritto) è un’area di ricerca un po’ grandina e non si può sapere tutto.

    Concludendo: lei mi sa indirizzare nella letteratura economica a un lavoro che analizza la rottura delle unioni valutarie dimostrando che l’esito più probabile è la catastrofe che lei descrive?

    La saluto con simpatia.

    • Caro Gibilisco, la simpatia è reciproca. Le stime che le ho citato sono universalmente diffuse nell’ambiente finanziario. Stime sulla svalutazione della neodracma pari al 60% sono reperibili in un noto studio di UBS che dovrebbe trovare facilmente in rete. Ma ce ne sono molti altri, che esaminano anche il caso italiano (e quello tedesco, che si svilupperebbe in modo opposto). Mi dirà che sono fonti non affidabili. Allora possiamo partire di qui: http://www.voxeu.org/article/why-collapse-eurozone-must-be-avoided-almost-any-cost In ogni caso, siccome l’uscita dalla valuta comune presuppone automaticamente il default de facto del debito italiano (del resto è per questo che alcuni la suggeriscono, se non si ridenominasse forzosamente il debito in neolire, l’operazione non avrebbe senso), io insisto: il nostro sistema bancario reggerebbe? I suoi risparmi, le sarebbero rimborsati in caso di default della banca? Non mi faccia fare ora lo sforzo di cercare ulteriore bibliografia che domani devo alzarmi alle 5, possiamo proseguire l’amichevole sfida nel weekend (senza contare che rischiamo di finire off-topic, quindi meglio se usiamo le reciproche emails).
      Cordialmente,buon venerdì
      Antonio

  13. Gentile Paolo Gibilisco,
    “Le raffinate argomentazioni critiche di Andrea Zhok non meritano di cadere nel vuoto. Non possiamo cadere nel benaltrismo o nel magnamagnismo…”
    Non credo che sostenere che l’incremento, seppur immediato, di 300 milioni sia cadere nel benaltrismo o nel magnamagnismo. E’ vero che l’attuale crisi economica non lascia un ampio margine di manovra ma forse se acquistassero meno F35 (se non sbaglio costano 40 miliardi tra acquisto e manutenzione o comunque cifre considerevoli) e utilizzando quelle risorse per l’Università si potrebbe incrementare il FFO magari di 600 milioni invece che 300. Ovviamente gli F 35 sono solo un esempio, se ne possono fare diversi di esempi di sprechi in Italia senza cadere nel “magnamagnismo” o nel “benaltrismo” come dice lei.
    Può anche darsi che in effetti il prossimo governo ridurrà le spese per gli armamenti ma dove finiranno i fondi risparmiati?Evidentemente solo una minima parte sarà destinata all’Università se si prevede un incremento di soli 300 milioni.
    Ops scusate ho detto “soli”? Che parola inflazionata! Che frase fatta! Gli F35? Avrò mica fatto un esempio banalotto?? Lo hanno già detto in troppi…beh perdonatemi allora…

    • Caro Leo,

      forse c’è stato un equivoco, mi sembrava evidente che io sono d’accordo al 100% con lei (e non con Zhok). Il richiamo agli F35 è dovuto e lei sa bene che potremmo parlare anche di TAV e MPS. Ma verremmo immediatamente tacciati di essere irresponsabili anarcoidi.

    • @ Leo
      Nel merito. Che un trade-off tra spese militari (tra cui gli F-35) e spese per l’istruzione (tra cui quella universitaria) sia necessaria e doverosa è cosa di cui sono pienamente convinto (e che può essere plausibilmente promosso solo da forze di sinistra o centro-sinistra). Lo stesso vale per la TAV, anche se lì si tratta di un investimento una tantum co-finanziato e quindi ogni mutamento di policy in corso d’opera è molto più complicato.
      .
      Come ho detto più sopra, non mi interessa fare una gara a chi trova più pecche in quale partito. Di solito gli intellettuali di sinistra sono specializzati nel dedicare le proprie risorse a cercare i difetti del partito che sarebbero inclini a votare…, fino a convincersi che è meglio votare quello che disprezzano: per essere certi di rifuggire ogni compromesso!!!
      Il punto per me è chi è meno peggio. In politica ogni vuoto viene riempito e sperare che un calcio alla radio la faccia funzionare meglio è psicologicamente comprensibile, ma operativamente alquanto eccepibile.

    • Davvero, è diventata una guerra docenti di scuola contro docenti universitari? Io almeno ho parlato di “media”, non ho fatto generalizzazioni. Sono parzialmente d’accordo con la sua affermazione, credo che gli insegnanti migliori lavorino un mucchio. Credo anche che si possa essere intellettualmente onesti lavorando “part-time” nella scuola, perché i bassi salari sono una sorta di “tacito accordo” Stato-classe docente. Non crede che però sarebbe meglio se anche gli sfaticati fossero costretti a lavorare di più, a fronte di un incremento del salario per tutti?

  14. @Andrea Zhok,
    non capisco che cosa c’entri tirare in ballo gli “intellettuali di sinistra”, queste etichette sono a dir poco fuori luogo. Io credo che le mie affermazioni non siano necessariamente di sinistra. Ci sono governi di sinistra, di centro e di destra che investono molto nella ricerca e altri governi di orientamenti simili che non lo fanno. Inoltre ci sono governi di centro destra che non hanno buttato via fior di miliardi per gli F 35.
    Quelli che lei definisce “intellettuali di sinistra” arriverebbero a votare chi disprezzano per essere sicuri di non scendere a compromessi, beh un tantino arrogante da parte sua pretendere di conoscere con tale certezza le motivazioni di chi voterà partiti diversi dal PD. Ma del resto vedo che lei ha la sfera di cristallo, gli altri per lei non hanno segreti, sono contento per lei, si vive meglio con tutte queste certezze.
    Un’ultima osservazione: la questione del cosìddetto del “voto utile” o meno è piuttosto complessa, infatti è oggetto di dibattiti infiniti, non mi sembra il caso di liquidarla con la semplicistca metafora del calcio alla radio. Inoltre siamo in una democrazia parlamentare, le forze politiche che non andranno al governo magari saranno comunque presenti in parlamento e possono far valere alcune delle loro proposte.
    Criticare un programma che si giudica del tutto inadeguato a risolvere i problemi che attanagliano l’università significa dare un calcio alla radio invece che ripararla? Beh Andrea Zhok, non possiamo mica essere tutti fini chirurghi/ingegneri come lei che ripara le radio con il bisturi, qualche sciocco rozzo ci deve pur essere, altrimenti lei come farebbe a sentirsi così sicuro di se?

    • @ Leo
      Vedo che ha colto il nocciolo di ciò che ho detto.
      Grazie comunque di offrirsi volontario a ricoprire il menzionato umile ruolo, solo per consentire al mio ego gratificazioni insperate…

  15. Caro Marc,

    io non me la posso prendere con lei perché chiaramente lei non sa di cosa parla. Me la prendo con chi in questi anni ha calunniato h24 gli insegnanti permettendo che anche su un sito come Roars una persona possa calunniare impunemente una intera categoria di lavoratori senza ricevere le risposte che si merita. Lascio ai lettori il giudizio sulla mia onestà intellettuale (e sulla sua). Mia moglie le invia i più sentiti complimenti per la spiritosa battuta topologica che, di riflesso, ci ha ispirato la seguente massima: “In un intorno arbitrario di un qualsiasi dibattito serio sulla scuola arriva un furbacchione smaliziato a spiegare che gli insegnanti non lavorano abbastanza”.

    • Evidentemente non ci capiamo, io ho la massima stima per i docenti di scuola come categoria astratta (meno per tanti casi concreti). Non calunnio nessuno, dico solo che difendere a spada tratta le 18 ore non ha senso. Un incremento delle ore di lezione settimanale da 18 a 24, accompagnato da un proporzionale aumento del salario (cioè +1/3) sarebbe molto più auspicabile. Darebbe più dignità alla professione. Visto che giustamente Baccini fa notare che le ore aggiuntive non sono quantificate, basterebbe intervenire soltanto sul numero di ore di lezione e sul salario. A mio parere l’opinione pubblica si scaglia contro la scuola proprio perché percepisce che gli insegnanti lavorino poco (vogliamo dire rispetto al privato?).

    • @ Marc
      “A mio parere l’opinione pubblica si scaglia contro la scuola proprio perché percepisce che gli insegnanti lavorino poco”
      No, la regola è: ognuno si scaglia sul lavoro altrui, appena ne ha occasione, non sapendo di cosa consta (e non essendo interessato a saperlo): il salumiere contro il manager, il manager contro il medico, il medico contro l’impiegato, l’impiegato contro il portuale, il portuale contro l’insegnante e via gioiosamente sputtanando.
      Sono sempre solo giustificazioni ad hoc di un’opinione diffusa che suona: “In Italia gli unici che lavorano davvero sono quelli della mia categoria (con particolare riferimento a me stesso).”
      Nessuno entra mai nel merito, tranne quattro gatti come i presenti.

  16. @Andrea Zhok
    Si figuri!Sono io che ringrazio lei per aver illuminato con la sua infinita saggezza noi poveri sciocchi mendicanti del sapere!
    Adesso, grazie a lei, andremo tutti a votare con rinnovata e insperata consapevolezza!

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