In risposta alla lettera aperta inviatagli dalla Redazione di ROARS, Pier Luigi Bersani, candidato premier per la coalizione di Centro Sinistra, ci ha inviato la seguente lettera di risposta che volentieri pubblichiamo.

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Roma, 15 febbraio 2013

Gentile Redazione di ROARS,

ho letto con attenzione le indicazioni presenti nella vostra Lettera aperta e ho trovato una convergenza di fondo tra le vostre proposte e il programma di governo del Partito Democratico per l’università e la ricerca, a cui vi rimandiamo per il dettaglio dei singoli aspetti. Il nostro programma, infatti, fa seguito al lavoro portato avanti dal Dipartimento e dal Forum Università e Ricerca del partito nel corso di tre anni difficili, in cui è stato essenziale il dialogo con il mondo dell’università e della ricerca e con quelle reti di analisi, conoscenza e cooperazione ben rappresentate dalla vostra esperienza, che portano le questioni dell’università e della ricerca all’attenzione del dibattito pubblico.

Anzitutto, come abbiamo fatto nel nostro programma, è necessario intendersi sui dati essenziali per formulare una valutazione obiettiva dell’università italiana: partiamo dagli investimenti incongrui nel sistema dell’università e della ricerca e dal dato, certificato dal Rapporto Giarda, per cui istruzione e ricerca sono le uniche voci della composizione del bilancio pubblico scese drasticamente (-5,4%) negli ultimi vent’anni. L’investimento in conoscenza non è un semplice slogan né una scelta di bilancio come le altre: determina, più di ogni altra cosa, la capacità di un Paese di produrre crescita, in termini culturali, economici e sociali.

D’altra parte, la deliberata volontà di tagliare l’istruzione e la ricerca produce decrescita e povertà: come abbiamo visto, può essere mascherata o meno da un alone improprio di “meritocrazia” o dalla supposta volontà di “eccellenza” contro gli sprechi, ma finisce di lasciare soltanto macerie. Questa è la storia dell’ultima legislatura, nella nostra e nella vostra lettura, e della coerenza nella volontà di indebolire il sistema pubblico dell’istruzione e della ricerca. La vicenda dell’ultima legislatura ha chiarito – qualora ce ne fosse bisogno – l’intelligenza della frase attribuita a Derek Bok, ex presidente dell’Università di Harvard: “i costi dell’ignoranza sono ben maggiori dei costi dell’investimento in conoscenza”. Di quali costi stiamo parlando? Ai dati da voi sottolineati, si è aggiunta recentemente la certificazione della fuga dall’università nei termini degli ultimi numeri forniti dal Consiglio Universitario Nazionale: in dieci anni gli immatricolati sono scesi da 338.482 (anno accademico 2003-2004) a 280.144 (2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%). Si è successivamente fatto osservare da più parti che tale dato sarebbe influenzato da un improvviso aumento degli immatricolati, dieci anni fa, in seguito alla riforma del 3+2: in realtà, il calo degli studenti è innegabile, e il fatto che nell’ultimo anno sia diminuita di circa il 10% la percentuale dei diplomati che si iscrivono all’università (dati Almalaurea) chiude ogni discussione. Inoltre, in sei anni (2006-2012) il numero dei docenti si è ridotto del 22%. Per una prospettiva complessiva, è anche utile considerare gli standard continentali, ovvero ciò che “ci chiede” l’Europa nella Strategia Europa2020, che prevede il 40% di laureati entro il 2020 nella fascia di età 30-34 anni (nel 2010 eravamo intorno al 20%, con punte assai più basse al Sud e nelle isole, contro una media UE del 32,5%) e la riduzione della dispersione scolastica sotto il 10% (siamo vicini al 19%, anche in questo caso con punte molto più alte nel Sud e nelle isole, mentre la media europea è del 14%). Il Programma nazionale di Riforma del 2011 si è posto, invece, obiettivi minimi (26-27% di laureati, 15-16% di dispersione scolastica), che ci porterebbero nel 2020 a essere indietro addirittura rispetto ai dati europei del 2010.

Sappiamo anche che nel sistema universitario e della ricerca esistono aspetti positivi, da cui ripartire, e proprio per questo è essenziale una netta inversione di tendenza, che sappia infondare fiducia, oltre alla consapevolezza del legame essenziale tra lavoro, industria e ricerca in un Paese avanzato.

Veniamo, nel dettaglio, ai punti da voi toccati.

Partiamo dal diritto allo studio: noi intendiamo partire dal diritto allo studio nella nostra azione di governo, perché è il punto fondamentale per fermare la “fuga dall’università”. Proprio questo tema mette in luce una questione sociale gigantesca, nell’esiguità del nostro sistema di borse di studio rispetto a quello di Francia, Germania e Spagna, nel fatto che negli ultimi cinque anni (al contrario di questi Paesi) siamo andati indietro e non avanti, nello scandalo tutto italiano degli idonei senza borsa, che colpisce soprattutto il Mezzogiorno. La più grande crisi dell’università come bene pubblico riguarda il blocco della mobilità sociale: oggi solo il 10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, mentre sono il 40% in Gran Bretagna, il 35% in Francia, il 33% in Spagna. Per garantire davvero il diritto costituzionale a completare gli studi per tutti i capaci e meritevoli “ancorché privi di mezzi”, proponiamo di realizzare un Programma nazionale per il merito e il diritto allo studio, finanziato con 500 milioni, che affianchi gli interventi regionali. Fatti salvi i criteri di merito, il mantenimento dell’assistenza va legato alla regolarità negli studi. Proponiamo, inoltre, un’estensione del sistema di sostegno al diritto allo studio anche agli alloggi (collegi, case degli studenti, affitti calmierati).

Sulla valutazione della ricerca e della didattica, c’è ormai un dibattito di livello europeo a cui dobbiamo saperci legare in modo intelligente. Lo mostra la vicenda francese dell’Aeres, che è stata toccata anche nel Libro Bianco recentemente presentato dal governo (secondo un metodo di dialogo e cooperazione che faremo nostro, perché e’ sbagliato far calare i provvedimenti dall’alto). Il ruolo dell’ANVUR in Italia ha generato numerose critiche. A nostro avviso, le sue competenze vanno chiarite e ricondotte a quelle di agenzia tecnica, basata su uno staff professionale ed esperto in valutazione, con il compito di “tradurre” tecnicamente gli indirizzi delle politiche di governo. Escludendo una miriade di micro-competenze, l’Agenzia deve esercitare solo i compiti connessi con la valutazione della ricerca e la gestione dell’accreditamento della didattica, senza generare inutili appesantimenti burocratici. Con una bussola fondamentale: l’ANVUR non può essere utilizzata per sostituire governo e Parlamento nell’adozione delle decisioni strategiche sul sistema universitario.

Del resto il rischio di accentramento è una delle pesanti eredità dell’ultima “riforma” e dei suoi deliri ipernormativi. Quasi cinquanta decreti ministeriali e legislativi hanno minuziosamente regolamentato la vita degli Atenei. Per circa due anni, le università hanno passato il proprio tempo a (ri)costruirsi, prive delle risorse per ripartire e, spesso, per sopravvivere. Il cammino dell’autonomia intrapreso dall’Italia è stato erroneamente abbandonato, invece di essere corretto nella direzione di un’autonomia responsabile. Per questo la riduzione del peso normativo sarà uno degli obiettivi della nostra azione di governo, che in quest’ambito partirà da modifiche profonde alla legge Gelmini, operando uno smantellamento delle norme anti-autonomistiche. Per dare gambe all’autonomia è necessario ripristinare le risorse del FFO del 2012, rimediando al taglio di 300 milioni operato dal governo Monti, al quale ci siamo opposti invano.

Sul reclutamento, affrontiamo un punto dirimente, che si riflette sulle prospettive di quella “generazione perduta” senza la quale è impossibile pensare a una ripresa dell’Italia. Partiamo da un’idea di buon senso: a poco più di 30 anni non ci si può definire “ragazzi”, si è giovani uomini e donne. E gli uomini e le donne devono avere la possibilità di fare di un talento – la ricerca e l’insegnamento – l’impegno della loro vita. Non possono restare per decenni in un limbo. Tre sono i presupposti della nostra politica: a) rimuovere gli attuali vincoli al turn-over e completare rapidamente il piano associati, perché la paralisi nel reclutamento ha portato a un blocco complessivo del sistema; b) superare il circuito vizioso della precarietà e dell’incertezza; c) massima rigidità e vigilanza sulle attività gratuite nell’università, perché il lavoro accademico deve essere retribuito e svolto in modo dignitoso, altrimenti non può di certo essere incentivante.

È poi essenziale una semplificazione generale, che concentri le figure post-doc in due tipologie: un contratto unico di ricerca e posizioni di professore junior in tenure track (percorsi a tempo determinato che prevedano fin dall’inizio la possibilità di arrivare, previe periodiche valutazioni favorevoli, all’inserimento stabile nei ruoli universitari). È inoltre essenziale migliorare la mobilità interna, per rendere il sistema più attraente e meno corporativo.

Infine, veniamo alla considerazione della formazione e della ricerca pubblica come interesse nazionale. “Niente favole” è l’espressione con cui il Partito Democratico ha inteso differenziarsi rispetto ai suoi avversari, ed è l’espressione che meglio si adatta alla considerazione di questi temi. È una favola – e non un Progetto – credere che la riqualificazione complessiva del sistema possa basarsi sull’adozione delle ricette fallite della destra inglese sulle tasse universitarie e su sperimentazioni rivolte a una piccola minoranza (magari quella che, secondo alcune ideologie in totale contraddizione con la Strategia Europa2020, si ritiene “degna” dell’acquisizione di un titolo accademico). Come dimostrano le politiche con cui gli altri Paesi europei hanno cercato di reagire alla crisi, raccontare di voler puntare sull’università e sulla ricerca a costo zero è una favola. La limitazione cieca della spesa pubblica in istruzione e ricerca non può essere una strategia di sviluppo per l’Italia. La ricerca ha già pagato pesanti costi di aggiustamento e oggi, pur nei limiti dell’azione disegnati dagli attuali vincoli, le risorse per una reale inversione di tendenza sono fondamentali. Dovranno essere reperite attraverso i risparmi sull’interesse del debito e attraverso la “revisione intelligente” delle voci di spesa pubblica aumentate negli ultimi vent’anni.

Spero che questa mia risposta possa essere di aiuto per la vostra attività, vi ringrazio per l’attenzione e vi invio i miei saluti più’ cordiali.

Pier Luigi Bersani

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124 Commenti

  1. Affermazioni di questo tono fanno esattamente il paio con “gli strutturati non fanno nulla”, “l’università italiana fa schifo”, eccetera.
    In effetti sono il pane quotidiano dei troll anti-università (e, beninteso, anti-cultura) che lavorano a tempo pieno nei forum dei principali quotidiani: sarebbe il caso che rimanessero in quelle sedi.

    PS Anche nel mitico privato si incontrano inefficienza e nullafacenza, a livelli talvolta sorprendenti. E ovviamente passare dieci ore in ufficio è cosa ben diversa che lavorare dieci ore. E’ cosa ben diversa da lavorare nei campi o in fabbrica o dietro un volante, ed è ancora cosa ben diversa dal provare a spiegare un qualsiasi concetto astratto a bambini o ragazzi cui non potrebbe importare meno, per “sole” tre-quattro ore al giorno.

  2. Caro Marc,

    non aggravi la sua già drammatica situazione. Lei gode di tutta la mia solidarietà umana e io la capisco profondamente. Nella sua attività professionale lei non ha mai avuto a che fare con la didattica frontale dal lato del docente. Quindi lei non riesce a capire che l’ora frontale è la punta di una iceberg e che a volte dietro un’ora di didattica frontale c’è una settimana di preparazione. Vada in un dipartimento universitario (la ospiterò volentieri nel mio) quando si parla di didattica e vedrà che ci sono docenti universitari che pur di fare un’ora frontale in meno sono disposti a vendersi i familiari. Evidentemente lei non ha letto la frase di Einaudi o non l’ha capita. Ogni ora in più rispetto alle 18 (stiamo parlando delle superiori) è un’ora di bassissima qualità. L’opinione pubblica si scaglia contro la scuola perché disinformata da anni da parte di prezzolati pennivendoli. Lei è un perfetto esempio.

    • Ha ragione, Paolo, cosa posso capirne io che svolgo un lavoro manuale? Le chiedo scusa se non ho capito subito i suoi raffinati ragionamenti da intellettuale. La inviterò nel cantiere dove lavoro per mostrarle come si alza un muro di mattoni per ricambiare.

      Buon lavoro, e scusi ancora per averle fatto sprecare il suo prezioso tempo.

    • @ Gbilisco: se i suoi colleghi preferiscono vendersi familiari piuttosto che fare un’ora frontale (un tempo non si diceva insegnare per un’ora?), gli consiglierei di scegliersi una professione diversa da quella di docente universitario.

    • Ha ragione, sono un ingenuo che crede che chi sceglie di fare il docente universitario lo fa perche’ gli piace insegnare…

    • Boh. Mia madre era insegnante, e passava i pomeriggi dalle 14 alle 20 a fare ripetizioni (fiscalmente dichiarate), e poi preparava le lezioni e correggeva compiti dalle 22 alle 2 di notte. E’ morta a 57 anni di infarto.

  3. A urne chiuse (per adesso) posso dare una dovuta risposta a Banfi (e implicitamente a Zhok) sulle drammatiche conseguenze dell’uscita dall’euro. A sostegno dell’idea che l’uscita dall’euro sarebbe catastrofica per l’Italia Banfi cita un articolo di Anders Aslund

    http sarebbe://www.voxeu.org/article/why-collapse-eurozone-must-be-avoided-almost-any-cost

    Leggendo l’articolo con l’ingenuo occhio dell’uomo della strada troviamo che “In the last century, Europe saw the collapse of three multi-nation currency zones, the Habsburg Empire, the Soviet Union, and Yugoslavia. They all ended in major disasters with hyperinflation. In the Habsburg Empire, Austria and Hungary faced hyperinflation. Yugoslavia experienced hyperinflation twice. In the former Soviet Union, ten out of 15 republics had hyperinflation …”
    Da uomo della strada mi viene da dire: ma non si tratta di tre esempi dove c’è stato un completo crollo di un’entità statale? Ma l’eurozona che c’entra? E come si fa a parlare di iperinflazione per l’area dell’ex impero asburgico senza tener presente che il fenomeno riguardava anche la repubblica di Weimar dove non c’era stata nessuna rottura valutaria?
    Continua Asplund: “Arguably, Austria and Hungary did not recover from their hyperinflations in the early 1920s until the mid-1950s”
    A questo punto l’uomo della strada si interroga: e la crisi del 29? E la seconda guerra mondiale? Dettagli, l’argomentazione di Aslund assomiglia a questa: “Piove, la colpa è della rottura valutaria. Mi cadono i capelli? Ma perché non siamo rimasti nell’unione valutaria?”

    Ma essendo io uomo della strada (e mero matematico) non sono abituato a fare da solo, mi piace ascoltare gli specialisti. Magari io mi sbaglio. Ecco, chiedendo agli specialisti, questi mi fanno notare che Aslund (guarda caso) si dimentica di citare nella sua bibliografia il lavoro di Garber e Spencer (Princeton, mica Pescara)

    http://www.princeton.edu/~ies/IES_Essays/E191.pdf

    che presenta le cose in modo un pochino diverso. Non ci fu inflazione ovunque, e non fu la conseguenza della dissoluzione dell’unione monetaria, ma di come venne gestita (ah, già, ma noi ci abbiamo Batman…). Ma nella bibliografia di Aslund manca anche questo lavoro di A. Rose (Berkeley)

    http://faculty.haas.berkeley.edu/arose/exit.pdf

    dove vengono studiate in modo sistematico le rotture valutarie dopo la seconda guerra mondiale. E la conclusione è che

    “I compare countries leaving currency unions to those remaining within them, and find that leavers tend to be larger, richer, and more democratic; they also tend to have higher inflation. However, there are typically no sharp macroeconomic movements before, during, or after exits.” Quindi non cadono gli asteoridi e non arrivano le cavallette dopo la rottura di un’unione valutaria, spiacente. Una buona sintesi della faccenda si trova nel seguente articolo di Tepper

    http://www.policyexchange.org.uk/images/WolfsonPrize/wep%20shortlist%20essay%20-%20jonathan%20tepper.pdf

    I lettori di ROARS potranno quindi farsi un’opinione di quanto siano fondate le argomentazioni di Aslund che lo portano a dire

    “The conclusion is that the Eurozone should be maintained at almost any cost.”

    Anche a costo della democrazia, caro Banfi? Perché certi atteggiamenti delle elite che governano l’Unione Europea non lasciano presagire niente di buono. Ma non basta. Perché queste analisi non sono facili analisi ex-post di qualche oscuro accademico statunitense. Che l’introduzione dell’euro avrebbe portato a certi problemi era chiaro prima del 1999. E chi ce lo dice? Oscuri accademici italiani come Alberto Bagnai e Claudio Borghi? No, si tratta di un accademico italiano ma un po’ meno oscuro, ebbene sì parliamo di Alberto Alesina in questo articolo del 1997

    http://archiviostorico.corriere.it/1997/dicembre/15/QUATTRO_GRANDI_BLUFF_DELL_UNIONE_co_0_97121514176.shtml

    Avete letto bene: 1997. Chiaro? Ignoro perchè Alesina abbia cambiato opinione, forse un giorno ce lo spiegherà. Coloro che orgogliosamente rivendicano l’entrata dell’Italia nell’euro (il PD, Prodi, Amato, Ciampi, …), rivendicano orgogliosamente di aver fatto un azzardo politico-economico di proporzioni continentali. A ogni dibattito in cui il responsabile economico del PD, Stefano Fassina, incontra persone che gli chiedono spiegazioni su tutta questa faccenda appare chiaro l’imbarazzo di Fassina il quale conosce benissimo queste argomentazioni e sa che sta difendendo l’indifendibile.

    Finisco osservando che dello studio UBS sui costi dell’uscita e delle conclusioni terroristiche sparate dalla stampa italiana (di cui anche Banfi è vittima sicuramente in buona fede) potete trovare una dettagliata controanalisi qui (da parte di Bagnai)

    http://goofynomics.blogspot.it/2012/05/il-ritorno-del-terrorismo.html

    Leggete e fatevi la vostra opinione.

    Conclusione. Siamo andati off-topic? Forse sì, ma mi sentivo in obbligo di suggerire ai redattori e ai lettori di ROARS (che giudico la parte migliore dell’università italiana) che anche in campo economico c’è chi sta lavorando per il bene del paese smantellando i luoghi comuni economici che ci sono stati inflitti quotidianamente per anni.

    P.S. Forse non siamo andati neanche off-topic. Perché qui stavamo parlando della credibilità dei programmi del PD per l’università e per il paese. Ora chiedo a tutti voi: su Repubblica, quotidiano di riferimento per il PD, avete mai trovato un’analisi spregiudicata di questi argomenti economici? E sull’università? Repubblica ci fa conoscere le analisi di ROARS o pubblica semplicemente gli articoli di Corrado Zunino su qualche scandalo universitario? Se non si parte da qui non si capisce l’ampiezza, la diffusione geografica e la trasversalità del successo del M5S.

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