«Una legge contro ogni forma di clientela e contro i baroni che va esclusivamente nell’interesse del mondo universitario» (Letizia Moratti, Ministro 2005). «L’università? È un bordello» – Dal palco di Confindustria attacco del ministro alle baronie  (Fabio Mussi, Ministro, 2006). «Gli studenti che contestano le riforme del governo rischiano di difendere i baroni, i privilegi e lo status quo» (Maria Stella Gelmini, Ministro, 2010). «Basta baroni, offendono le università e i giovani» (Maria Chiara Carrozza, Ministro, 2013). «Sono 20 anni che dicono che le università fanno schifo, smettiamo di dare poteri ai baroni» (Matteo Renzi, Presidente del Consiglio, 2015). Tutte dichiarazioni credibili? E, per pura curiosità, qual è l’etimologia del termine “barone”? Ebbene, è un termine d’origine germanica che significa …

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  • Una legge contro ogni forma di clientela e contro i baroni che va esclusivamente nell’interesse del mondo universitario (Letizia Moratti, Ministro, 2005)
  • L’università? È un bordello – Dal palco di Confindustria attacco del ministro alle baronie – C’è un sistema di governo degli atenei che va cambiato: serve una rivoluzione che metta mano al vertice, faremo tutto in un anno (Fabio Mussi, Ministro, 2006)
  • Bisogna finirla con la follia delle università che falliscono, con i corsi che si moltiplicano per i baroni che stanno in giro. Non si può continuare così. (Giulio Tremonti, Ministro, 2010)
  • La riforma dell’Università è positiva ma bisogna porre fine ai poteri dei baroni (Giulio Tremonti, Ministro, 2010)
  • Vedo gli studenti, i professori e i baroni manifestare dalla stessa parte (Maria Stella Gelmini, Ministro, 2010)
  • I ricercatori fanno il gioco dei baroni (Maria Stella Gelmini, Ministro, 2010)
  • Via i baroni dagli Atenei, largo ai giovani (Maria Stella Gelmini, Ministro, 2010)
  • Non fatevi strumentalizzare dai baroni e dai centri sociali (Maria Stella Gelmini, Ministro, 2010)
  • Gli studenti che contestano le riforme del governo rischiano di difendere i baroni, i privilegi e lo status quo (Maria Stella Gelmini, Ministro, 2010)
  • Chi è salito sui tetti per protestare contro la riforma dell’Università difende i baroni (Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio, 2010)
  • Il Ministro avrebbe dovuto avere il coraggio di chiudere la metà delle università italiane: servono più a mantenere i baroni che a soddisfare le esigenze degli studenti. (Matteo Renzi, sindaco di Firenze, 2013)
  • Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca, cosa vuol dire? Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni. (Matteo Renzi, sindaco di Firenze, 2013)
  • Basta baroni, offendono le università e i giovani. Col blocco del turnover muore la ricerca (Maria Chiara Carrozza, Ministro, 2013)
  • Ma questo è il vero problema in questo paese e questo [la procedura AVA] lo portiamo avanti con assoluta fermezza anche se abbiamo bisogno della corazza dalle pallottole dai baroni. Ma questo lo facciamo. (Stefano Fantoni, Presidente ANVUR, 2014)
  • Ci dicono di cambiare e noi cambieremo. Sono 20 anni che dicono che le università fanno schifo, smettiamo di dare poteri ai baroni. (Matteo Renzi, Presidente del Consiglio, 2015)

Dall’Enciclopedia Treccani:

Barone è termine d’origine germanica che significa “uomo libero” o “guerriero”.

Sono professore ordinario da 10 anni, sono stato direttore di Dipartimento e membro del Senato accademico. Dentro l’Università, se pure ho incontrato qualche “barone”, nel senso spregiativo del termine, ho però conosciuto molti più “uomini liberi” che si domandano perché l’Università pubblica sia stata lasciata andare in malora così incoscientemente dalle troppe riforme che hanno sepolto gli Atenei sotto un macigno di inutile burocrazia.

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11 Commenti

  1. Posso capire l’ imbarazzo di vedere identificare i professori ordinari con i baroni tout court. E ancor peggio sull’ uso del temine in bocca a politici o simil-politici a solo scopo di far passare per innovative politiche e riforme che hanno tutti altri scopi.
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    Ma da qui a marginalizzare il fenomeno come “qualche barone” ce ne corre.
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    Che la stragrande maggioranza dei docenti universitari non siano dei baroni e’ un fatto. Ma anche nel medioevo i baroni erano una piccolissima percentuale degli uomini liberi. Il che non impediva di disporre delle vite degli altri senza opposizione e quasi sempre con l’ accettazione da parte degli altri del diritto del barone di disporne a proprio piacimento.
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    Al di la’ della etimologia, oltre al significato originale del termine “barone”, occorrerebbe affiancarci il significato comune, riportato in qualsiasi buon dizionario (qui riporto quello di garzantilinguistica.it ) di “chi usa in ambito professionale il proprio ruolo e la propria autorità a fini di potere o di tornaconto personale”.
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    In ambito universitario non coincide con l’ insieme di tutti i professori ordinari, naturalmente. Ma non si tratta di una tipologia cosi’ rara come sembra ritenere l’ autore di questo articolo. Io, in 25 anni all’ interno del sistema universitario ho conosciuto pochissimi rettori, presidi di facolta’, direttori di dipartimeno, che non considerassero la loro carica (elettiva) una delega in bianco su cui non dover dare nessun riscontro per tutta la durata del mandato. Anche magari domandandosi perché l’Università pubblica sia stata lasciata andare in malora.
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    Non credo percio’ che negare l’ esistenza di uno dei mali dell’ Universita’ italiana aiuti molto.

    • Il collage e le citazioni mostrano che, lungi dall’essere stato negato, nessun altro male è stato così al centro dell’attenzione pubblica e del legislatore. Gli esiti dovrebbero forse dare da pensare su quali fossero le intenzioni reali dietro a quelle sbandierate.

  2. Anche io sono prof. ordinario da una decina di anni. Penso che si debba fare un po’ di autocritica. Ho conosciuto tanti colleghi onesti e laboriosi ma, purtroppo, i baroni ci sono ancora, non sono pochi e spesso sono nei posti di comando. Avete ragione quando evidenziate l’attacco degli ultimi anni all’università, ma questo non ci deve auto-assolvere. Un paio di esempi: come abbiamo gestito la riforma del 3+2… abbiamo davvero pensato al bene degli studenti, e quindi della collettività? Siamo sicuri che abilitazioni e concorsi locali li stiamo gestendo bene? Non ne sono convinto, mi sembra che la nostra comunità sia ancora troppo auto-referenziale. Abbiamo paura del confronto e della (sana e corretta) competizione.

    • Sono testimone di una quantità di lavoro enorme per riprogettare i corsi di laurea tutte le volte che sono cambiati gli ordinamenti. Ci siamo spesi per i diplomi universitari e questi sono stati chiusi inaugurando la stagione del 3+2. Ci siamo messi pazientemente a riprogettare tutti i percorsi riorganizzando i corsi, spostandoli da un anno all’altro e gestendo tutti i transitori del caso. E poi nuovi DM ci hanno costretto a continui aggiustamenti. Se uno studente sceglie di fare il tirocinio, attiviamo i nostri contatti per trovare l’azienda che lo ospiti, talvolta anche all’estero. Tutto lavoro di tutoring che migliora le opportunità dei nostri laureati e che ci sobbarchiamo di buon grado. Lo abbiamo fatto per il bene degli studenti e della collettività. E non lo facciamo in nome della competizione, lo facciamo perché è il nostro compito educativo nei confronti degli studenti.
      Idem per le abilitazioni: pur consapevole di tutti gli episodi incresciosi (puntualmente segnalati su Roars dove abbiamo messo a disposizione uno spazio apposito), credo che molti commissari fossero consapevoli della responsabilità che gravava su di loro dopo un blocco pluriennale del reclutamento. Mi spiace, ma non credo più ai “mea culpa” collettivi. Io sono stato ferocemente critico dei concorsi locali pre-Gelmini e non nei corridoi o davanti le macchinette del caffè. So bene quanto siano stati critici per la reputazione dell’accademia, ma non mi carico della responsabilità di altri (che è comunque personale).
      Non ha senso rimandare il varo di leggi sensate e gli investimenti necessari fino a quando non ci sarà una purificazione collettiva completa. Ci sarà sempre la mela marcia che giustifica ulteriori norme vessatorie e ulteriori tagli.

    • Posto che le responsabilità sono individuali, separerei cose come il buon o cattivo disegno del 3+2 dalla questione dei concorsi.
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      Al 3+2 (e al ridisegno degli ordinamenti) hanno contribuito (o non hanno contribuito, in funzione della sede) in molti, non solo gli ordinari. Quel sottoinsieme di PO che merita l’ appellativo di “baroni” in alcuni casi ha fatto pesare il proprio potere per ottenere qualche vantaggio, ma direi che il giudizio (in positivo o in negativo) sul risultato in molti casi investe piu’ o meno tutti i docenti.
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      Altro discorso i concorsi e adesso l’ accoppiata ASN+concorso. Qui, mi spiace farlo notare, il problema e’ diventato un vero problema strutturale, aggravato da due fattori: la riserva delle commissioni ai soli PO da un lato e la riduzione costante dei PO, accompagnata dalla contrazione dei settori e di conseguenza la spinta sempre piu’ forte ad esercitare il proprio “potere accademico” se non per se’, per il proprio sottosettore. Difficile sfuggire alla doppia pressione.

    • Naturalmente tutto ciò (solo PO in commissione, riduzione del loro numero e conseguente aumento del potere, etc) è stato realizzato in nome della lotta ai baroni.

  3. Piccola nota, “adoro” la definizione di Mussi che definì l’Università italiana un “DISCRETO” bordello. Onestamente mi sembra abbastanza azzeccata.
    E le cose ultimamente non sono certo migliorate, la confusione aumenta.

    Comunque leggendo le dichiarazioni originali ci sono varie frasi molto interessanti, esempio:
    “[i ricercatori italiani] Sono molto produttivi – continua il ministro – ma vivono spesso in condizioni di precarietà persistente ed è intollerabile che il loro lavoro sia precario e malpagato fino alla pensione”

    http://www.repubblica.it/2006/09/sezioni/scuola_e_universita/servizi/mussi-vertici-bordello/mussi-vertici-bordello/mussi-vertici-bordello.html

    • Non voglio assolutamente sminuire il vostro lavoro svolto. Anzi ammiro i colleghi della facoltà scientifiche. Non ci sono solo quelle però. Ho sempre insegnato nelle facoltà umanistiche romane e la situazione non è così buona. Invidio la vostra organizzazione e la possibilità di confrontare le vostre pubblicazioni su scala internazionale, cosa per noi impossibile (tranne per pochi settori).
      E’ sempre difficile (e a volte sbagliato) generalizzare per cui le mie osservazioni riguardano solo i dipartimenti umanistici.
      Tante università, tante discipline e tante Italie…

  4. I baroni non esistono, esistono una manica di stronzi … e quelli non mancano in nessun contesto. “chi usa in ambito professionale il proprio ruolo e la propria autorità a fini di potere o di tornaconto personale” è uno stronzo, non è un barone.
    Ciò detto, smettiamola di credere di essere “particolari”, i giudici e i politici ci hanno detto più volte “io sono io e voi non siete un czzo”, vedi questione scatti stipendiali.
    Col fatto che ci riteniamo “particolari” ci fanno il gioco delle tre carte: quando serve a loro la nostra presunta “particolarità” viene ritenuta un privilegio insopportabile, quando non serve a loro ce la negano.

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