Come capita da un po’ di tempo in questo blog, si parlerà di valutazioni e mediane, ma invece di discutere delle malefatte dell’ANVUR, vorrei porre l’attenzione su alcuni aspetti della autonomia.

L’altro giorno stavo parlando via skype con un docente della Virginia University e abbiamo iniziato a discutere, come capita da un po’ di tempo, di mediane, h-index e citazioni. Il mio collega Americano mi ha puntualizzato una cosa che non avevo mai notato: benchè sia sempre più evidente e pressante, a livello mondiale, l’utilizzo anche di parametri quantitativi per la valutazione dei docenti, in USA (terra delle statistiche e classifiche) questi parametri non vengono mai utilizzati per le assunzioni. Si utilizza, al posto di questi parametri, un beauty contest basato su seminari e lettere di raccomandazione.

Ora perchè il sistema Americano di reclutamento universitario tutto sommato funziona bene mentre il nostro no, tanto è vero che la classe politica ha sentito il bisogno della introduzione di queste benedette mediane?

Secondo me questo deriva dalla autonomia imperfetta che caratterizza il nostro sistema universitario. Facciamo un breve excursus storico.

Prima che Ruberti introducesse l’autonomia, il sistema di reclutamento era fortemente centralizzato. I concorsi da ordinario e da associato (che avrebbero dovuti essere banditi con cadenza biennale) erano banditi , nella pratica, ogni 4-6 anni e la commissione era nominata con un sistema misto (la comunità votava una rosa di commissari e i commissari erano estratti da questa rosa; o viceversa, prima l’estrazione e poi la votazione). I pregi di questo sistema erano tanti:

il commissario si trovava ad operare sotto l’occhio attento di tutta la comunità

i posti a disposizione erano sufficienti a coprire gli eventuali “appetiti”

il commissario rappresentava una area scientifica che lo aveva eletto ed era costretto a rispondere ai suoi elettori.

Il sistema così congegnato non era perfetto, ma aveva il pregio che, almeno nelle discipline scientifiche, i concorrenti molto bravi risultavano vincitori. Gli evidenti difetti erano un periodo troppo lungo di attesa (se non avevi succcesso, dovevi aspettare 4-6 anni, per un’altra chance) e la eccessiva rigidità verso le sedi. Come fatto notare da Eco in una celeberrima bustina, la sede doveva de facto accettare il concorrente, anche se aveva bisogno di altro. Se ci fosse stato un fantomatico raggruppamento che avesse compreso tutti i giochi di carte, magari alla sede che aveva bisogno di un esperto di bridge, gli poteva capitare un campione di poker (e la sede non aveva alcuno strumento per opporsi).

Al fine di ovviare a questo inconveniente, fu introdotta da Ruberti l’autonomia universitaria. Come fatto notare da Figà Talamanca in un intevento su Roars, Ruberti non fu messo in condizione di completare l’iter della riforma, e l’autonomia partì non come pensata dal Ministro.

L’autonomia universitaria che ne uscì, a mio parere, ha ricalcato nei pregi (pochi) e nei difetti (tanti ed evidenti) quella delle Regioni (anch’essa partorita in quegli anni, in cui i successi elettorali della Lega hanno dato troppa forza al federalismo e alla devolution, spesso introdotte senza una adeguata analisi costi-benefici). Si sono create così strutture con grande autonomia di spesa ma sostanzialmente senza capacità impositiva. Quindi le Università ricevevano, a babbo morto, i soldi dallo Stato che erano libere di spendere in modo autonomo e sostanzialmente senza controllo. I concorsi divennero locali e frammentati. Abbiamo avuti molti casi di concorrenti bravissimi che non sono mai riusciti vincitori pur partecipando a moltissimi concorsi di fila. Viceversa, in molti casi vinsero mogli, amanti, figli e portaborse di baroni locali. Potendo puntare a vincere solo i concorsi banditi dalla propria sede, i concorrenti finirono per fare carriera solo in una sede ingenerando un pericoloso fenomeno di incesto culturale.

Per ovviare a questa situazione prima Mussi e poi la Gelmini ritennero che la creazione di una Agenzia di Valutazione rendesse possibile l’introduzione di incentivi per sedi che si comportassero in modo virtuoso. L’esperienza dell’ANVUR e delle mediane, ci fa supporre che questa strada non sarà di facile percorribilità…

A mio parere il problema nasce da una autonomia sbagliata: o si toglie parte della autonomia, realizzando concorsi nazionali, evitando la frammentazione e focalizzando l’attenzione della comunità scientifica di riferimento sui commissari del concorso nazionale o si percorre la strada opposta. Cioè si dà potere impositivo alle singole Università (ossia gli si permette di alzare le tasse), si abolisce il valore legale del titolo di studio e si mettono le Università in concorrenza fra loro lasciando che sia il Mercato a decidere sul ranking delle Università (esattamente come succede in USA). Personalmente preferirei di gran lunga un sistema centralista a quello Americano (non fosse altro che con tasse universitarie alte, non sarebbe facile garantire il diritto allo studio). Certamente, si deve riconoscere, che fra un sistema ibrido come il nostro, che raccoglie il peggio dei due sistemi, e quello Americano, il sistema Americano è sicuramente di gran lunga più efficiente e giusto .

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58 Commenti

  1. Dunque. Il sistema centralista di assunzioni aveva problemi in tempi di vacche relativamente grasse. Il sistema prima “distribuito” (e non locale) delle varie riforme da Ruberti alla Moratti, aveva problemi per via della scarsa autonomia. Il sistema “franco-anglosassone-italico” (ed io aggiungerei “vogoniano”) che ci troviamo ora adotta il peggio di di tutti gli altri sistemi. Mentre il sistema di reclutamento USA/UK-e-quasi-tuoot-resto-del-mondo-civilizzato, che è relativamente ortogonale alle tasse pagate degli studenti, funziona ragionevolmente.

    Io trarrei (e traggo) conclusioni diverse.

    Marco Antoniotti

    • Aggiungo che in UK non e’ solo il mercato che decide sul ranking delle Università.
      Un ranking sul merito scientifico (e relativa assegnazione di fondi statali) viene fatto anche dallo stato (RAE adesso REF) ed e’ una delle valutazioni che piu’ stimola le Universita’ (con concorsi assolutamente locali) ad assumere gente brava da tutto il mondo.

  2. L’analisi é, nel suo complesso, condivisibile ma non é realistica nella descrizione del sistema di concorsi su scala nazionale (prima di Ruberti) e dimentica una differenza fondamentale tra il sistema universitario USA e quello italiano.
    Non é affatto vero che prima di Ruberti il sistema funzionava e non voglio entrare nel merito o fare esempi per ragioni di sinteticità.
    I docenti USA hanno una qualità che nel nostro sistema é quasi sconosciuta: una onestà intellettuale per identificare il candidato più idoneo (indipendentemente da indici bibliometrici o altri indici quantitativi) a ricoprire un posto. L’uso di indici bibliometrici in Italia é “necessario” perché é l’unico antidoto alle degenerazioni del sistema (come é sempre avvenuto nel passato).

    • non sono sicuro che noi siamo antropologicamente diversi dagli Americani. Credo che la distribuzione di onesti e disonesti sia ovunque. Quello che e’ differente è in Italia un metodo buonista che finisce per giustificare i peggiori soprusi (tipo: poveretto. Se questo candidato non vince finisce in mezzo a una strada. e sesi accetta di non far vincere il migliore..non si sa come va a finire..)

  3. Fatico a non avere forti perplessità sulla tematica dei concorsi. Senza voler fare di tutta un’erba un fascio i vecchi concorsi nazionali hanno spesso evidenziato grossi problemi: la facilità con cui organizzate cordate di professori erano in grado di influenzare, a volte di controllare, le votazioni relativamente alla nomina dei commissari prima e condizionare poi, e non sempre a favore del merito, l’andamento dei concorsi è nota a tutti ed è stato uno dei motivi della forte caduta d’immagine della nostra Università. I concorsi locali hanno accentuato il fenomeno. Tra l’altro, l’impossibilità di entrare nel merito, se non per aspetti strettamente formali, delle decisioni delle commissioni ha costantemente impedito un controllo post-hoc delle loro attività. La strada che si sta cercando di seguire ora sembra in salita: la difficoltà nell’individuare parametri corretti per l’abilitazione e la possibilità poi che nei concorsi locali sia ancora presente un bias valutativo è forte. Personalmente sono, più che al beauty contest, favorevole ad una “patente” nazionale come può essere l’abilitazioni alla quale poi segua una audizione locale, ove il dipartimento possa selezionare il candidato che ritiene maggiormente idoneo ai suoi progetti. Alla chiamata deve poi seguire il controllo dei risultati delle scelte di quel dipartimento e deve essere il dipartimento, non l’Ateneo a mio avviso, a rispondere poi (economicamente) per eventuali politiche di reclutamento sbagliate.

    • Pienamente d’accordo. L’unica vera arma per condizionare le scelte dei Dipartimenti e/o Atenei sono i soldi. La ripartizione del FFO deve essere completamente legata ad una valutazione (onesta e ben fatta) degli Atenei. Certo, ci si deve arrivare gradualmente, ma non solo è possibile ma necessario.

    • “Senza voler fare di tutta un’erba un fascio i vecchi concorsi nazionali hanno spesso evidenziato grossi problemi: …”
      _______________________
      Attenzione che nei concorsi nazionali ante-1999, c’era il sorteggio. Nei concorsi di II fascia, prima si sorteggiava e poi si votava. Nei concorsi di I fascia, prima di votava e poi si sorteggiava tra gli eletti. Quindi, eventuali cordate non potevano avere lo stesso effetto che hanno avuto le cordate nei concorsi post-1999 in cui (tranne una parentesi finale) le commissioni erano elette senza alcuna forma di sorteggio. Personalmente, la precedente combinazione di elezione e sorteggio mi è sempre sembrata molto migliore delle elezioni pure adottate per i concorsi locali post-1999. Certamente, uno dei drammi dei concorsi locali era che capitava di dover votare più commissioni nel corso di un anno. Se si fosse trattato di votare un’unica commissione per un anno o per un biennio, la vigilanza sarebbe stata più alta ed anche la disponibilità a candidarsi e metterci la faccia (vista la posta in palio). Viceversa, una miriade di concorsi locali rendeva più difficile reclutare un numero sufficiente di commissari imparziali (che non fossero legati scientificamente o per sede a qualcuno dei candidati). Troppo spesso, chi si rendeva disponibile, lo faceva per tutelare i suoi allievi o su richiesta dei colleghi della sede che bandiva il posto. I comportamenti censurabili sono stati (purtroppo) aiutati da una normativa del tutto infelice.

  4. Conoscevo abbastanza bene solo il microcosmo di Matematica e lì il sistema centralizzato funzionava molto meglio del sistema dei concorsi locali (tutti i ricercatori eccellenti passavano prima o dopo, il fenomeno di candidati scarsi assunti a scapito di candidati eccellenti aveva una proporzione minore di quella determinata dalle commissioni locali). Le indicazioni date dalla bibliometria, sono importanti e da prendere assolutamente in considerazione. A mio parere, se si prendono SOLO in considerazione questi aspetti bibliometrici, creiamo mostri. Si deve cercare un sistema che disincentivi i dipartimenti ad assumere candidati indecenti. E a mio parere, le mediane (o altri criteri di questo tipo) possono aiutare ma non sono la soluzione. Conosco ricercatori, a mio parere indecenti, che pubblicano su riviste Open Access a pagamento (sui fondi locali) e si citano a go go e rientrano nei parametri delle mediane (e tutti i paramentri qunatitativi presentano questo tipo di vulnus)

  5. La sintetica ricostruzione di Vespri non fa una piega. Personalmente ero e sono abbastanza scettica sull’autonomia universitaria (grande dibattito in Francia non ancora chiuso). Così come sul ruolo di Ruberti, uomo selvaggiamente intelligente, ma che non andrebbe “santificato”. Non mi interessano le colpe della destra politica, ma poiché è stato citato a ragione l'”incesto culturale”, dico molto francamente che uno dei principali responsabili, è stato Mussi, che ha rafforzato il sistema idoneativo locale. Qualunque cosa, ma non un’ intera carriera, dal dottorato all’ordinariato, sempre nella stessa sede! E’ peggio di parentopoli, è il trionfo degli espedienti burocratici di Presidi, Rettori e Direttori amministrativi condiscendenti (e di sindacati accecati dalle tentazioni corporative). Quanto al reclutamento ad ogni livello, le strade sono le due indicate nell’articolo. Sarei evidentemente favorevole ai concorsi nazionali, ma devo riconoscere che quello che viene definito sistema “americano” avrebbe facilitato enormemente la mia carriera accademica. Indubbiamente un’autonomia”perfetta” non può basarsi che sulle chiamate dirette. Con i contraccolpi ricordati: sul diritto allo studio soprattutto. Ma l’ibrido è insopportabile, come questa cultura casereccia della valutazione che affida la ricerca italiana a un manipolo di mediocri affamati di potere. Mi si perdoni la durezza, ma come si usa dire, sempre con le ragionevoli eccezioni!

  6. Lo chiedo per ignoranza … i sistemi stranieri a cui spesso vorremmo che il nostro sistema si ispirasse prevedono dei posti a vita, senza alcuna forma di controllo? Voglio dire … i docenti/ricercatori all’estero sono degli impiegati statali come i nostri (una volta entrato appendo il CV al chiodo e finita lì … tanto chi mi manda via?) oppure possono essere rimossi e/o penalizzati se occupano un posto enon producono nulla? Perchè magari le politiche di reclutamento, che anche io al momento non condivido, risentono un po’, agli occhi dell’opinione pubblica anche di aspetti come questo?

    • “i docenti/ricercatori all’estero sono degli impiegati statali come i nostri (una volta entrato appendo il CV al chiodo e finita lì … tanto chi mi manda via?”

      Nella domanda c’è già la risposta: siamo l’unico paese industrializzato in cui si ritiene che il “posto fisso” equivalga al fannullonismo. In Francia, i docenti (Maitres de conferences e Professeurs) non sono “impiegati”, ma funzionari dello Stato – e in quel Paese, ciò non equivale ad essere universalmente considerati dei ladri. Gli scatti di carriera sono automatici e i funzionari inamovibili; ciò non significa che si possa non far nulla, ed esiste un sistema di incentivi (legati soprattutto alla qualità dei gruppi di ricerca) piuttosto efficiente.
      Quoto rmotta: “I docenti USA – e, aggiungo io, di molti altri Paesi occidentali – hanno una qualità che nel nostro sistema è quasi sconosciuta: una onestà intellettuale per identificare il candidato più idoneo (indipendentemente da indici bibliometrici o altri indici quantitativi) a ricoprire un posto”
      Quale possa essere la soluzione di questo che è un enorme problema culturale italiano non so; di sicuro, la superburocratizzazione e la creazione di agenzie fintamente indipendenti come ANVUR, i cui membri, in palese ma non illegale conflitto di interessi, sono al tempo stesso giudici e giudicati, non sono a mio avviso la soluzione, ma un problema ancora peggiore.

    • @fp. “Quoto rmotta: “I docenti USA – e, aggiungo io, di molti altri Paesi occidentali – hanno una qualità che nel nostro sistema è quasi sconosciuta: una onestà intellettuale per identificare il candidato più idoneo (indipendentemente da indici bibliometrici o altri indici quantitativi) a ricoprire un posto””

      Secondo me è un ragionamento che vale per molte altre categorie … mi viene in mente ad esempio quella dei politici … forse è un problema culturale del nostro popolo.

    • @ federico bizzarri
      ” i docenti/ricercatori all’estero sono degli impiegati statali come i nostri (una volta entrato appendo il CV al chiodo e finita lì … tanto chi mi manda via?”

      In Italia abbiamo una concezione a dir poco primitiva dei rapporti di lavoro, del tipo padrone – servo, tale per cui si assume sia normale che ciascuno cerchi di fregare la controparte fino al limite estremo che essa concede.
      In verità è ampiamente dimostrato, soprattutto per le posizioni lavorative di alta qualificazione, come per fare selezione ed indurre comportamenti virtuosi non servono minacce draconiane di “cacciare a calci” i nullafacenti. Bastano piccoli elementi di incentivo o disincentivo per generare competizione e selezione lungo linee di qualità. Di norma un docente universitario è qualcuno che aveva abbastanza testa per fare altri lavori altrettanto redditizi, ma che negli anni decisivi per scegliere la propria carriera ha nutrito un’idea magari ingenua, ma certo non meschina, del ruolo della cultura e della docenza. In quest’ottica minacce da caporalato, del tipo: “se non sei produttivo ti sbatto in strada” ottengono solo il risultato controproducente di far svanire ogni dimensione ideale e gratuita nell’attività di insegnamento o ricerca. In verità per il carattere medio di un accademico (ma ciò vale per tutti i lavoratori altamente qualificati) la prospettiva del riconoscimento o misconoscimento, dell’apprezzamento o disprezzo, da parte dei colleghi è più che sufficiente a produrre tutti gli incentivi del caso. Tuttavia affinché un tale sistema di incentivi/disincentivi su base personale funzioni è opportuno che sia accompagnato da elementi strutturali, anche di entità marginale (incrementi o meno di variazioni salariali, fondi di ricerca, ecc.), perché altrimenti è facile si inneschi un’inversione dei valori: chi lavora meglio senza alcun corrispettivo può esser fatto passare per sciocco, e viceversa per astuto chi sfrutta il sistema senza contribuirvi.

  7. @federico bizzarri. Nel senso che lei dice, l’Italia è uno degli esempi peggiori, salvo che nelle discipline scientifiche (ma è una mia illusione?). Lasciamo stare gli USA, ma in Europa nessuno caccia via nessuno. Stando alla mia esperienza, in Francia ti si blocca lo stipendio se non hai pubblicazioni decorose. Ma il punto è un altro: come in altri paesi pagano naturalmente le tasse,così nessun docente verrebbe in mente di “appendere il proprio CV al chiodo”. Se qualcuno lo fa, ci sta male, le assicuro, e lo fanno stare male. Ad ogni modo, non è Anvur che maltratterà i fannulloni. Lo scandalo delle mediane (in area 10 si può diventare commissario con UN SOLO articolo in dieci anni) e delle liste di riviste lo prova al di là di ogni ragionevole dubbio.

    • @marielladimaio. “Ad ogni modo, non è Anvur che maltratterà i fannulloni.”

      Non mi illudevo certo che potesse essere così e non condivido nè l’atteggiamento di coloro che si imboscano nè i tentativi fallimentari in nuce di controllare questi fenomeni.

      Sono un precario da molti anni e lotto ogni giorno per restare … io “il chiodo” non l’ho neppure mai intravisto. Forse è proprio questo che a volte mi irrita profondamente vedere che c’è chi ha avuto l’opportunità di entrare nell'”Accademia” e poi la abbruttisce scaldandone solo una poltrona. Sarà un luogo comune ma dove ci si gira ci si gira in Italia fenomeni di questo tipo sono tutt’altro che rari.

  8. Credo che qualsiasi metodo di valutazione basato su automatismi e puri indici quantitativi sia da respingere. Nel difficile quadro che si e’ creato nell’Universita’ e nella Ricerca italiana l’aspetto che deve essere rafforzato e sviluppato e’ quello dell’autonomia culturale. Sembra paradossale, ma non credo di sbagliarmi se affermo che nell'”epoca centralistica” ci fosse molta piu’ autonomia culturale che nell’attuale “epoca dell’autonomia”. Solo sulla base di un’effettiva autonomia culturale si puo’ pensare di formulare criteri di valutazione adeguati alle diverse specificita’ di aree scientifiche e di settori disciplinari. Cercare dei modelli esterni puo’ essere fonte di gravi distorsioni. In particolare, credo che sia sbagliato avere come modello quello della produzione “materiale”. Se si segue questa strada si finisce per oscurare a noi stessi e a tutti i cittadini il ruolo stesso della ricerca e della cultura nella nostra società senza, peraltro, trovare risposte utili per le svariate questioni che abbiamo davanti. Bisogna capire che l’impiego di risorse nella ricerca e nella cultura e’, NELL’IMMEDIATO, SEMPRE uno spreco, e rischia di esserlo anche nel futuro in un paese in cui non c’è nessun progetto (e forse nessuna idea) di sviluppo. Ma nell’ipotesi (l’unica che attualmente possiamo fare) che una mano invisibile ci disegni miracolosamente un tale sviluppo, l’investimento in ricerca e’ un rischio che la societa’ DEVE correre se vuole avere un futuro. Da cio’ segue che soltanto un ambiente accademico onesto e armato di buon senso puo’ garantire che i soldi spesi in stipendi, avanzamento di carriera, ricerca ecc. possano dare buon frutto. Contro la disonesta’ intellettuale non ci sono regole che tengano, solo l’azione moralizzatrice interna puo’ far qualcosa. Quindi smascherare chi davvero fa il fannullone, ma anche chi fa il furbo.
    Certo, mi sembra che questi indici bibliometrici siano stati accolti con favore dai colleghi piu’ operosi in ambiti in cui tradizionalmente e’ piu’ radicato una certa forma di nepotismo. Per questi colleghi e’ importante disporre di parametri “oggettivi” e puo’ essere davvero uno strumento di moralizzazione. Pero’ l’uso meccanico e acritico di questi parametri rischia di deprimere la parte migliore della ricerca italiana (ad esempio la Matematica) in cui la passione per il lavoro scientifico e’ stato sempre ad alti (e mai adeguatamente remunerati) livelli.
    Se oggi diffidiamo di ogni criterio e’ perche’ abbiamo poche speranze nel futuro: ricerca, qualita’ e innovazione sono aspetti che interessano sempre meno l’economia italiana e percio’ si dara’ sempre meno attenzione e si investira’ sempre meno in istruzione e ricerca e l’aspetto peggiore finira’ per prevalere in qualsiasi criterio di valutazione.

  9. Fp: creazione di agenzie fintamente indipendenti come ANVUR, i cui membri, in palese ma non illegale conflitto di interessi….
    non sarei tanto sicuro che il conflitto d’interessi non sia illegale….
    Jus illuminaci!

    • Intendevo dire che, purtroppo (ma non casualmente), non è previsto da alcuna normativa che i membri dei GEV o addirittura del direttivo ANVUR non possano candidarsi come commissari per le abilitazioni e/o coordinare progetti PRIN: e infatti fanno l’una e l’altra cosa!

  10. Se e’ provato, il conflitto d’interessi puo’ determinare l’annullamento di ogni atto valutativo e concorsuale. Per esempio, se si prova che un gev e’ dentro la direzione di una rivista di classe A, e questo gev ha influenzato la classifica…Oppure se un gev ha influenzato la classifica e si candida come commissario. Il punto e’ individuare chi puo’ fare ricorso. Sicuramente i commissari con semaforo rosso definitivo.

  11. @alessandro bellavista. Se un gev o un componente del Gdl, presente nella direzione di una rivista di classe A, è nella lista dei sorteggiabili, un commissario con semaforo verde, ma non sorteggiato, può fare ricorso? Penso di si: l’abbiamo già detto, la lista è stata “inquinata”. Ma ogni presenza di gev è impugnabile. Quindi c’è già una commissione irregolare tra quelle nominate due giorni fa.

    • nessuna dieficazione per carità…..di canagliate son pieni gli archivi….anhe se alcuni ssd hanno tenuto la barra più dritta di altri…
      ma almeno allora i commissari rischiavano la faccia… e si trovava anche qualche collega coraggioso che diceva loro “siete delle canaglie….”
      ma adesso ti risponderanno: mica colpa mia io mi sono limitato ad applicare la legge bronzea delle mediane…
      e magari a dirtelo saranno proprio quei Gev che le mediane le hanno costruite….

  12. Se un gev o un componente del Gdl, presente nella direzione di una rivista di classe A, è nella lista dei sorteggiabili, un commissario con semaforo verde, ma non sorteggiato, può fare ricorso?
    ASSOLUTAMENTE SI…. E IO MI PREPARO A FARLO

    • Ipotesi del tutto plausibile. Una delle ragioni che fannno prevedere un gran numero di abilitati (o, in alternativa, interi settori concorsuali messi sotto scacco dai ricorsi).

  13. Nè un USA nè in UK esiste un ranking di Università.

    Non avendo più voce per dirlo, mi limito ad aggiungere poche ulteriori note. Negli USA le Università Statali ricevono un Finanziamento Ordinario deciso dalle rispettive Autorità dei singoli Stati. Proprio perchè ciascuno Stato ha una propria politica ed una propria situazione finanziaria, non vi è relazione fra il Finanziamento Ordinario, per dire, dei sistemi universitari californiani e quelli dello Stato di New York. Se la California è quasi alla bancarotta dovrà ridurre il Finanziamento e alzare le tasse studentesche, indipendentemente dalla qualità di istruzione e ricerca e indipendentemente che questa possa essere considerata migliore di – sempre per fare un esempio – quelle dell’Ohio, che se ha invece le casse in ordine potrà invece elargire più soldi.

    • “RAE2008 [la VQR del Regno Unito] results are in the form of a quality profile for each submission made by an HEI [Higher Education Institution]. We have not produced any ranked lists of single scores for institutions or UoAs [Units of Assessment], and nor do we intend to.”
      ________________________________
      RAE 2008 Frequently asked questions, http://www.rae.ac.uk/faq/default.asp?selcat=15&q=225
      ====================
      “How do I tell if one university is better than another?
      ERA [la VQR Australiana] was not devised as a tool for ranking Australian universities. ERA reports on the performance of disciplines within institutions. It is not possible to add up or average scores to reach an overall ranking for an institution. For example, an institution getting five ‘4s’ and three ‘5s’ is neither better nor worse than an institution with four ‘4s’ and five ‘5s’.”
      ______________________
      ERA 2010 Frequently Asked Questions, http://www.arc.gov.au/pdf/ERA_2010_FAQ.pdf

    • “We have not produced any ranked lists of single scores for institutions … and nor do we intend to”

      Invece qui sta per scoppiare l’AVA: fascia A, fascia B e fascia C.
      Dotazioni e splendori saranno da champions league per la “serie A”, il minimo per la sopravvivenza per la “serie B”. Per quanto riguarda la “serie C”, ossia i semi-dilettanti, si potranno sempre trasformare in istituti tecnici professionali o lottare nei play-off nella speranza di arrivare in “B”.

    • Negli USA non esistono ranking di universita’ e’ vero ma quelli di dipartimenti o aree disciplinari esistono eccome (escono ogni anno su US News & World Report) e sono anche abbastanza importanti. I genitori infatti magari li prendono in considerazione nella decisione di dove mandare i pargoli a studiare. E’ chiaro che questi soon gruppi omogenei e quindi i ranking hanno senso (magari ci si puo’ accapigliare sulla metodologia ma questa e’ sempre spiegata chiaramente). Questi ranking peraltro offrono un motivo per non fare troppi inciuci nel reclutamento (prof scarso=ranking in ribasso).

    • I ranking di US News & World Report sono, appunto, i ranking stilati da un giornale. In questo senso allora esistono decine di ranking anche in Italia: quelli di “Repubblica”, del “Sole 24 Ore”, ecc. ecc.

      Non è di questo genere di ranking che nega l’esistenza, ma di ranking ufficiali commissionati da Autorità Pubbliche (o in ogni caso su mandato o con riconoscimento pubblico) per qualche motivo connesso a politiche pubbliche.

    • Le National Academies hanno finito l’anno scorso un esercizio di ranking dei programmi di dottorato. Dato il ruolo di consulenza che queste hanno, direi che questi ranking sono in un certo senso commissionati da un’autorita’ pubblica. Il punto e’ che mentre non ha molto senso fare ranking di universita’, fare quelli dei dipartimenti ha piu’ senso ed e’ fattibile, basta mettersi d’accordo su quali metriche usare.

    • Re:”Non è di questo genere di ranking che nega l’esistenza, ma di ranking ufficiali commissionati da Autorità Pubbliche (o in ogni caso su mandato o con riconoscimento pubblico) per qualche motivo connesso a politiche pubbliche.”

      I ranking delle National Academies sono proprio quelli di cui nega l’esistenza: sono commissionati da Autorita’ Pubbliche e connessi a politiche pubbliche.

    • La classificazione dei programmi di dottorato e’ stata fatta in base al ruolo di “advisor” che le National Academies hanno tradizionalmente. Che poi ci sia stata una richiesta ufficiale non ha importanza dato che:

      “The findings could also guide spending by administrators at a state or school level — whether by lavishing funds on standout programmes or by spending money to improve less-successful ones”
      Quindi i risultati sono potenzialmente connessi a politiche pubbliche ($ spesi dagli stati).

      L’accreditamento e’ una cosa diversa, viene usato per esempio per verificare che un dato corso di studi possa essere usato per l’esame di stato (es. per divetare ingegnere o architetto). Ci sono programmi in universita’ prestigiose che nessuno si sognerebbe di definire insufficienti che non sono “certified”.

    • Questi commenti che introduco sono volti a mostrare quanto ideologico e avventato fosse il giudizio, presente nel testo dell’articolo, circa il presunto ruolo pervasivo dei ranking in USA, nonchè la solita tiritera sul c.d. “valore legale” dei titoli di studio.

      I riferimenti che ho dato sopra (e.g. URL su accreditamento) dovrebbero essere sufficienti per il lettore interessato, altrimenti, in ogni caso, non ritengo utile continuare questo thread – meglio rispiegare tutto per bene daccapo, magari in un articolo nuovo di zecca per ROARS.

  14. Chi dice che il sistema di reclutamento anglosassone o americano funziona bene? In quei paesi non e’ previsto l’istituto del ricorso e il metodo usato e’ privo di trasparenza: protestare o appellarsi e’ impossibile. Consegue che il sistema non crea scandali pubblici, ma nient’altro. Che un sistema di reclutamento universitario funzioni bene o male si giudica su base statistica dalle prestazioni finali: produzione scientifica media normalizzato per il numero di addetti, e per entita’ dei finanziamenti, numero di corsi erogati, numero degli studenti laureati etc.
    Andrea Bellelli

    • Negli USA, come minimo, uno può sempre far causa, quindi non è corretto dire che “non esiste modo di far ricorso”.

      Il sistema è poi molto più trasparente nei fatti, anche se le decisioni sono fatte a porte chiuse.

      Il quid, che i più attenti, e.g., l’On. Tocci, hanno ben inquadrato è la distinzione tra “reclutamento” e ” avanzamento di carriera”. Non solo, e qui potremmo e dovremmo aprire un’altra parentesi, il tutto funziona perché – in generale – il differenziale tra il compenso di un “assistant professor” in tenure-track e quello di un “full professor” con tenure, *NON* è ai livelli italiani, anche senza contare gli scatti di anzianità.

      Sulla questione delle misure di produttività vorrei poi invece porre un’altra questione. Come distinguiamo tra un “liberal arts college” la cui missione autoassegnata è quella di essere un ottimo centro di educazione ed un’istituzione votata alla ricerca?

      Non se ne esce. Dato che non siamo la Francia, ogni soluzione centralistica fallisce vogonianamente.

    • Nelle universita’ pubbliche americane, i documenti possono sempre essere richiesti quindi in un certo senso il reclutamento e’ trasparente (bisogna fare un po’ piu’ di sforzo). Per quanto riguarda le universita’ private, il reclutamento non ha nessun motivo di essere trasparente: il privato assume chi gli pare. Sembra la ricetta perfetta per l’imbroglio. Peraltro non c’e’ nessun motivo che le assunzioni nelle universita’ private debbano “creare scandali pubblici”, sono affari loro chi si comprano. E’ chiaro pero’ che c’e’ un allineamento degli interessi: in genere e’ palese a un dipartimento di dover assumere il piu’ bravo che c’e’ per migliorare la propria posizione all’interno dell’universita’ e fra dipartimenti concorrenti. Poi si puo’ decidere che cosa vuole dire “il piu’ bravo”: potrebbe essere anche uno che scientificamente non e’ il top ma magari e’ bravissimo a reperire fondi. In fin dei conti pero’ nelle universita’ “reputable” uno che e’ scarso a tutti i livelli non c’arriva e se c’arriva non sopravvive. Siccome le universita’ pubbliche (che poi tanto pubbliche non sono dato che per esempio l’universita’ della California riceve solo mi pare il 25% del suo budget dallo Stato) competono con quelle private per i fondi di ricerca, neanche a loro conviene assumere gente scandalosamente scarsa.
      In questo senso secondo me il sistema americano funziona bene ed e’ in realta’ trasparente nei fatti.

    • Tutte queste analisi sono semplicemente troppo parziali.
      Per dire che un sistema di educazione terziaria funziona bene, male o mediamente bisogna guardare non agli scandali che giornalisti di buona volontà hanno o non hanno voglia di tirare fuori, ma alla produzione complessiva sul piano dell’educazione superiore, e questa si valuta sia con parametri quali rapporto tra pubblicazioni e fondi impegnati, sia con riferimento all’impatto generale dell’istruzione superiore sulla società nel suo complesso (quanto quella società abbia una buona formazione, sia in senso tecnico, spendibile sul mercato, sia nel senso di strumenti concettuali che consentono la partecipazione democratica). Da questo punto di vista il sistema USA funziona alquanto male, quello italiano appena meglio, quelli di paesi come Germania, Olanda e paesi scandinavi danno punti a tutti.
      Sapere che un sistema di educazione terziaria ha pochi casi di nepotismo e/o registra molti brevetti rappresenta un parametro di valutazione terribilmente parziale, inconsapevolmente dipendente da una visione aziendalista dell’istruzione.

    • Se la metrica e’ “quanto quella società abbia una buona formazione, sia in senso tecnico, spendibile sul mercato, sia nel senso di strumenti concettuali che consentono la partecipazione democratica” non mi e’ chiaro com si possa affermare che il sistema educativo americano funzioni alquanto male. Questo mi pare un giudizio sommario e non sotteso da nessun argomento.
      Anche l’argomento che il successo dell’educazione si giudica a “rapporto tra pubblicazioni e fondi impegnati” e’ piu’ forse piu’ quantitativo ma incompleto perche’ per esempio un acceleratore costa un botto di soldi ma certamente non e’ il massimo della produttivita’ secondo questo parametro.
      Io non parlavo del successo del sistema educativo ma del successo del processo di reclutamento, che e’una cosa molto piu’ ristretta. Il sistema educativo dipende solo in parte dai docenti e in parte da altri fattori.

  15. Pronunce recenti della giurisprudenza amministrativa relative, in generale, al c.d. conflitto di interessi.
    Mi limito a riportarle.

     TAR Lazio-Roma, Sez. I-bis, 20 settembre 2012, n. 7926: «Appare dunque violato l’OBBLIGO GENERALE DI ASTENSIONE DEI MEMBRI DI COLLEGI AMMINISTRATIVI che si vengano a trovare in POSIZIONE DI CONFLITTO DI INTERESSI PERCHÉ PORTATORI DI INTERESSI PERSONALI, DIRETTI O INDIRETTI, IN CONTRASTO POTENZIALE CON L’INTERESSE PUBBLICO; obbligo da ricondurre al PRINCIPIO COSTITUZIONALE DI IMPARZIALITÀ DELL’AZIONE AMMINISTRATIVA SANCITO DALL’ART. 97 COST. (confr. C.d.S., Sez. IV, 16 dicembre 2005, n. 7149, e le altre pronunce in essa citate)».

     Cons. Stato, Sez. V, 28 maggio 2012, n. 3133: «IN LINEA GENERALE, secondo la consolidata giurisprudenza di questo Consiglio (cfr. da ultimo Cons. St., sez. IV, 28 gennaio 2011, n. 693; sez. V, 16 novembre 2010, n. 8059; sez. V, 13 giugno 2008, n. 2970), È CONFIGURABILE UN OBBLIGO GENERALE DI ASTENSIONE DEI MEMBRI DI COLLEGI AMMINISTRATIVI O DEI TITOLARI DI ORGANI MONOCRATICI CHE SI VENGANO A TROVARE IN POSIZIONE DI CONFLITTO DI INTERESSI PERCHÉ PORTATORI DI INTERESSI PERSONALI, DIRETTI O INDIRETTI, IN CONTRASTO ANCHE POTENZIALE CON L’INTERESSE PUBBLICO. Il conflitto d’interessi, nei suoi termini essenziali VALEVOLI PER CIASCUN RAMO DEL DIRITTO, si individua nel CONTRASTO TRA DUE INTERESSI FACENTI CAPO ALLA STESSA PERSONA, UNO DEI QUALI DI TIPO “ISTITUZIONALE” ED UN ALTRO DI TIPO PERSONALE (cfr. Cass., 18 maggio 2001, n. 6853 in materia condominiale; Cass. 28 dicembre 2000, n. 16205, su casi di conflitto di interessi relativi a titolari di cariche pubbliche). LA RATIO DI TALE OBBLIGO VA RICONDOTTA AL PRINCIPIO COSTITUZIONALE DELL’IMPARZIALITÀ DELL’AZIONE AMMINISTRATIVA SANCITO DALL’ART. 97 COST., a tutela del prestigio dell’amministrazione che deve essere posta al di sopra del sospetto, e costituisce regola tanto ampia quanto insuscettibile di compressione alcuna».

     In materia di consiglieri comunali, ma enunciando un principio più generale, TAR Abruzzo, Sez. I, 30 agosto 2011, n. 432: «il soggetto, al quale è affidata la cura di un interesse pubblico, deve essere posto in condizione di operare senza condizionamenti di sorta; pertanto, ove la determinazione da assumere sia in grado di riflettersi, positivamente o negativamente, sulla propria sfera giuridica, egli è obbligato ad astenersi, e la violazione di tale obbligo COMPORTA LA INVALIDITÀ della manifestazione di volontà che egli ha concorso a formare, A PRESCINDERE DAI VANTAGGI O DAGLI SVANTAGGI CHE NE HA RICEVUTO e dalla legittimità o illegittimità del procedimento seguito (cfr. Cons. Stato, Sez. V, n. 437/1994). In subiecta materia, la giurisprudenza amministrativa ha poi precisato che LA RELAZIONE DI INTERESSE PRIVATO CON EFFETTI VIZIANTI SULLA DELIBERA VA VALUTATA A PRIORI, non essendo necessario verificare se gli esiti procedimentali abbiano apportato dirette migliorie alle posizioni giuridicamente incompatibili collegate al consigliere deliberante, posto che l’obbligo di astensione dei consiglieri comunali interviene solo che esista un collegamento tra deliberazione e interesse del votante (cfr. Cons. di Stato, sez. IV, n. 6586/2000); L’INTERESSE PERSONALE PRESUPPOSTO DELL’OBBLIGO DI ASTENSIONE OPERA, INFATTI, INDIPENDENTEMENTE DAL VANTAGGIO EFFETTIVO che il consigliere abbia tratto dalla delibera e dal suo accertamento, in quanto È RILEVABILE DA UNA SITUAZIONE DI CARATTERE OGGETTIVO CHE RENDA MANIFESTA LA POSSIBILITÀ DI UN CONFLITTO DI INTERESSI. Il vizio incentrato sulla violazione dell’obbligo di astensione assume, dunque, carattere logicamente pregiudiziale atteso che la partecipazione alla discussione, prodromica al voto, del soggetto che avrebbe dovuto astenersi, potrebbe in astratto averne influenzato l’esito (cfr. Cons. di Stato, Sez. IV, n. 2970/2008)».

     Cons. Stato, Sez. VI, 15 dicembre 2009, n. 7985: «Il Tar con decisione regiudicata, sul punto, ha altresì rilevato una situazione di incompatibilità di uno dei commissari con un candidato (poi risultato vincitore). Tale situazione non denota soltanto illegittimità, ma trasmoda nella illegalità. La giurisprudenza penale di merito, è bene ricordarlo, muovendo dal dato letterale dell’art. 323 c.p. individua proprio nella condotta del soggetto che, dovendosi astenere dal pronunciarsi, violi tale obbligo, il (possibile) quid pluris che fa sì che dal concetto penalmente irrilevante di illegittimità si straripi in quello di illegalità affermando che “perché sia configurabile il reato di abuso d’ufficio, ex art. 323 c.p., non è sufficiente che il pubblico funzionario abbia adottato con dolo un atto illegittimo, ma è necessario che tale illegittimità sia consistita nella contrarietà a leggi o regolamenti, ovvero nella violazione del dovere di astensione a fronte di un conflitto di interessi” (Tribunale Paola, 25.11.2004) […] il valore costituzionale di cui all’art. 97 della Carta Fondamentale costituisce precetto primario ed è immediatamente operativo».

     In materia di concorsi universitari, ad es., Cons. Stato, Sez. VI, 22 giugno 2011, n. 3755: «Il procedimento in questione è retto – come deve essere per tutti i procedimenti amministrativi – dal generale principio costituzionale di imparzialità, di cui all’art. 97 Cost., che vuole che l’obbligo di astenersi del singolo componente del collegio esaminatore permanga immanente per tutto il corso del procedimento in ragione del sostanziale conflitto di interessi che lo causa».

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