Come capita da un po’ di tempo in questo blog, si parlerà di valutazioni e mediane, ma invece di discutere delle malefatte dell’ANVUR, vorrei porre l’attenzione su alcuni aspetti della autonomia.

L’altro giorno stavo parlando via skype con un docente della Virginia University e abbiamo iniziato a discutere, come capita da un po’ di tempo, di mediane, h-index e citazioni. Il mio collega Americano mi ha puntualizzato una cosa che non avevo mai notato: benchè sia sempre più evidente e pressante, a livello mondiale, l’utilizzo anche di parametri quantitativi per la valutazione dei docenti, in USA (terra delle statistiche e classifiche) questi parametri non vengono mai utilizzati per le assunzioni. Si utilizza, al posto di questi parametri, un beauty contest basato su seminari e lettere di raccomandazione.

Ora perchè il sistema Americano di reclutamento universitario tutto sommato funziona bene mentre il nostro no, tanto è vero che la classe politica ha sentito il bisogno della introduzione di queste benedette mediane?

Secondo me questo deriva dalla autonomia imperfetta che caratterizza il nostro sistema universitario. Facciamo un breve excursus storico.

Prima che Ruberti introducesse l’autonomia, il sistema di reclutamento era fortemente centralizzato. I concorsi da ordinario e da associato (che avrebbero dovuti essere banditi con cadenza biennale) erano banditi , nella pratica, ogni 4-6 anni e la commissione era nominata con un sistema misto (la comunità votava una rosa di commissari e i commissari erano estratti da questa rosa; o viceversa, prima l’estrazione e poi la votazione). I pregi di questo sistema erano tanti:

il commissario si trovava ad operare sotto l’occhio attento di tutta la comunità

i posti a disposizione erano sufficienti a coprire gli eventuali “appetiti”

il commissario rappresentava una area scientifica che lo aveva eletto ed era costretto a rispondere ai suoi elettori.

Il sistema così congegnato non era perfetto, ma aveva il pregio che, almeno nelle discipline scientifiche, i concorrenti molto bravi risultavano vincitori. Gli evidenti difetti erano un periodo troppo lungo di attesa (se non avevi succcesso, dovevi aspettare 4-6 anni, per un’altra chance) e la eccessiva rigidità verso le sedi. Come fatto notare da Eco in una celeberrima bustina, la sede doveva de facto accettare il concorrente, anche se aveva bisogno di altro. Se ci fosse stato un fantomatico raggruppamento che avesse compreso tutti i giochi di carte, magari alla sede che aveva bisogno di un esperto di bridge, gli poteva capitare un campione di poker (e la sede non aveva alcuno strumento per opporsi).

Al fine di ovviare a questo inconveniente, fu introdotta da Ruberti l’autonomia universitaria. Come fatto notare da Figà Talamanca in un intevento su Roars, Ruberti non fu messo in condizione di completare l’iter della riforma, e l’autonomia partì non come pensata dal Ministro.

L’autonomia universitaria che ne uscì, a mio parere, ha ricalcato nei pregi (pochi) e nei difetti (tanti ed evidenti) quella delle Regioni (anch’essa partorita in quegli anni, in cui i successi elettorali della Lega hanno dato troppa forza al federalismo e alla devolution, spesso introdotte senza una adeguata analisi costi-benefici). Si sono create così strutture con grande autonomia di spesa ma sostanzialmente senza capacità impositiva. Quindi le Università ricevevano, a babbo morto, i soldi dallo Stato che erano libere di spendere in modo autonomo e sostanzialmente senza controllo. I concorsi divennero locali e frammentati. Abbiamo avuti molti casi di concorrenti bravissimi che non sono mai riusciti vincitori pur partecipando a moltissimi concorsi di fila. Viceversa, in molti casi vinsero mogli, amanti, figli e portaborse di baroni locali. Potendo puntare a vincere solo i concorsi banditi dalla propria sede, i concorrenti finirono per fare carriera solo in una sede ingenerando un pericoloso fenomeno di incesto culturale.

Per ovviare a questa situazione prima Mussi e poi la Gelmini ritennero che la creazione di una Agenzia di Valutazione rendesse possibile l’introduzione di incentivi per sedi che si comportassero in modo virtuoso. L’esperienza dell’ANVUR e delle mediane, ci fa supporre che questa strada non sarà di facile percorribilità…

A mio parere il problema nasce da una autonomia sbagliata: o si toglie parte della autonomia, realizzando concorsi nazionali, evitando la frammentazione e focalizzando l’attenzione della comunità scientifica di riferimento sui commissari del concorso nazionale o si percorre la strada opposta. Cioè si dà potere impositivo alle singole Università (ossia gli si permette di alzare le tasse), si abolisce il valore legale del titolo di studio e si mettono le Università in concorrenza fra loro lasciando che sia il Mercato a decidere sul ranking delle Università (esattamente come succede in USA). Personalmente preferirei di gran lunga un sistema centralista a quello Americano (non fosse altro che con tasse universitarie alte, non sarebbe facile garantire il diritto allo studio). Certamente, si deve riconoscere, che fra un sistema ibrido come il nostro, che raccoglie il peggio dei due sistemi, e quello Americano, il sistema Americano è sicuramente di gran lunga più efficiente e giusto .

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