Maria Stella Gelmini

Non era difficile prevedere che la nomina di Maria Stella Gelmini al ministero della Pubblica Istruzione sarebbe stata tra le novità degne di nota del nuovo governo. Quando l’abbiamo segnalata su queste pagine (l’otto maggio) nulla lasciava presagire che il progetto di legge per la “promozione del merito” redatto dalla Gelmini suscitasse un dibattito così vivace.
Negli ultimi giorni i principali quotidiani hanno ospitato diversi interventi – tra gli altri si segnalano quelli di Francesco Giavazzi – che hanno discusso questo ambizioso progetto di riforma della scuola e dell’Università, sottolineando gli ostacoli che le misure proposte dal ministro sono destinate a incontrare. Alcuni di questi ostacoli saranno posti da corporazioni i cui privilegi ingiustificati vengono minacciati. Tuttavia, non è detto che ciò accada sempre. Talvolta le resistenze potrebbero essere ispirate anche da dissensi ragionevoli di principio o di metodo di cui – se accetta un consiglio – il nuovo ministro farebbe bene a tener conto. Non per assecondarle (almeno, non se pensa che siano infondate) ma per evitare errori cui potrebbe essere impossibile porre rimedio.

C’è infatti un rischio di cui bisogna essere consapevoli ogni qualvolta si mette in atto una riforma del modo in cui è governata un’istituzione, che è quello di erodere i presupposti che ne rendono possibile il buon funzionamento. Tra questi, come ormai dovrebbe essere chiaro, alcuni non sono di natura materiale (le risorse economiche e le infrastrutture) o normativa (le regole). Un’istituzione di successo è anche un ambiente in cui persone motivate collaborano per uno scopo comune con passione e entusiasmo, nella speranza che l’impegno che si mette nel proprio lavoro venga premiato dal risultato. Le risorse e le infrastrutture sono necessarie, dunque non se ne può fare a meno. Tuttavia, regole poco intelligenti possono rendere qualsiasi finanziamento o strumento del tutto inutile. Questa è la ragione principale per difendere l’idea di fondo delle proposta Gelmini, che consiste nel dare il potere di scegliere i docenti di scuole e università ai responsabili locali. Un docente o un ricercatore non è un ingranaggio fungibile che può essere spostato da una macchina all’altra, tutte perfettamente uguali. Al contrario, come mostra l’esperienza dei paesi che da questo punto di vista sono messi meglio di noi, la capacità di ambientarsi in un gruppo che lavora bene insieme può dipendere da fattori diversi, non sempre riconducibili alla buona volontà. Le valutazioni dei docenti, per contribuire davvero a scelte sagge, devono tener conto di questo fattore. Se il ministro provasse, magari in incognito e senza consulenti al seguito, a fare un giro di esplorazione di qualche dipartimento di successo a Berkeley o a Cambridge, scoprirebbe che in quei posti le cose funzionano bene anche perché i dirigenti hanno una certa elasticità mentale, e non sono oppressi da regole che pretendono di realizzare l’impossibile con l’effetto di impedire l’indispensabile.

Si dirà che “queste cose in Italia non funzionano. Da noi c’è bisogno del controllo pubblico perché altrimenti ci saranno assunzioni clientelari o nepotiste”. L’obiezione è nota, e più volte è stata evocata prima di lasciar libero sfogo alla fantasia dei burocrati nell’immaginare procedure la cui complessità spesso cresce in modo esponenziale. La risposta diretta è piuttosto semplice: “non ci siamo ridotti in questo stato per via di una radicale liberazione da lacci e lacciuoli”. Al contrario, l’inefficienza e la corruzione del nostro sistema di governo hanno prosperato in una cultura che ha fatto del timbro statale l’unica misura del valore dell’istruzione.

Forse è arrivato il momento di tentare una strada diversa. Ovviamente la cosa non può avvenire in due o tre anni. Una delle cose che probabilmente hanno aggravato lo stato dell’istruzione, della formazione e della ricerca in questo paese è la pretesa di vedere i risultati in tempo reale. Non c’è dubbio che si tratta di una pericolosa illusione. Gli effetti di una riforma radicale in questo campo si possono valutare solo su periodi molto più lunghi. Ciò vuole dire che il governo deve rinunciare alla speranza di poter esibire grandi successi nel breve periodo. Ci vogliono nervi saldi, e la convinzione profonda che certe misure sono quelle più adatte per ottenere il risultato. Farsi carico delle condizioni materiali della fioritura delle istituzioni scolastiche e universitarie, lasciando il massimo livello di libertà a livello locale. Libertà di scegliere, di sperimentare, di cambiare strada se qualcosa non funziona. Solo in questo modo è possibile introdurre un’adeguata valutazione dei meriti (al plurale, perché l’idea di una metrica unitaria è in questo campo una sonora sciocchezza).

Pubblicato su Il Riformista il 17 maggio 2008

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