Il 26 maggio si è tenuta a Bologna una giornata dedicata al Current Research Information System che verrà adottato (e per una ventina di atenei ciò è già avvenuto) dalla maggior parte degli atenei italiani, IRIS. Questa giornata voleva fare il punto delle migrazioni dai sistemi in essere al nuovo sistema e illustrare gli sviluppi futuri.

1. IRIS: il Current Research Information System (CRIS) adottato dalla maggior parte degli atenei italiani

IRIS è un sistema modulare al cui centro sta l’institutional repository che va a sostituire quello che per gli atenei che avevano UGov era il catalogo e diventa quindi l’anagrafe pubblica della ricerca di Ateneo. L’institutional repository contiene tutte le informazioni anagrafiche dei docenti e ricercatori di un ateneo e le loro pubblicazioni, sia per quanto riguarda i metadati bibliografici sia per quanto riguarda i full-text.

Si tratta di una modifica notevole rispetto ai sistemi in uso precedentemente negli atenei italiani, perché l’institutional repository è un sistema aperto, pubblico e interoperabile con altri sistemi sia pubblici che privati. Esso si interfaccia per i dati in uscita con i sistemi del Ministero (ad esempio Loginmiur), con il sistema di raccolta delle pubblicazioni finanziate dalla Commissione Europea (OpenAIRE), con sistemi specifici di harvesting di metadati (ad esempio DART Europe per le tesi di dottorato, DRIVER per i i repository). Per i dati in entrata (import dei metadati bibliografici) si interfaccia con Scopus (per quegli atenei che hanno sottoscritto le API specifiche), con Pubmed, con Crossref.

Il passaggio dal Catalogo di UGov all’institutional repository implica alcune azioni fondamentali da parte degli atenei. In primo luogo la stesura di una policy che definisca chi può inserire i dati nella anagrafe pubblica, quali sono le tipologie accolte e entro quando le registrazioni vanno inserite affinché l’anagrafe sia sempre aggiornata.

2. Qualità dei dati e loro validazione: necessità di investire in nuove professionalità e di ripensare al modello organizzativo

Il secondo punto, certamente più complesso, è quello relativo alla qualità dei dati esposti, che deve necessariamente prevedere un workflow ed uno standard di qualità minimo per la validazione. Il nuovo strumento offre infatti una serie di vantaggi rispetto alla raccolta dei dati (un unico punto di inserimento del dato che si propaga nelle pagine di tutti i coautori) e alla loro trasparenza, ma necessita di una cura particolare per quanto riguarda la loro validazione. Ciò che è emerso nella giornata del 26 è che UGov non prevedeva un percorso di validazione dal punto di vista della qualità dei metadati, ma solo una sorta di avallo da parte di un referente di Dipartimento. Questo è anche il motivo per cui spesso in Loginmiur sono confluite registrazioni non corrette (errori di tipologia, errori o lacune nei metadati inseriti). Non è infatti compito di chi fa ricerca preoccuparsi della correttezza dei metadati inseriti nella anagrafe locale o nazionale, anche se viene richiesto a ciascuno di inserire dati il più possibile completi e corretti.

Ciò che è emerso dalla giornata di Bologna è che solo chi già aveva una anagrafe pubblica (tipicamente gli atenei che avevano SURplus come sistema di gestione dei dati sulla ricerca) ha creato all’interno dell’ateneo un gruppo di lavoro di personale esperto nella validazione dei metadati bibliografici e dei full-text inseriti che permettano all’Ateneo di certificare i dati esposti pubblicamente.

Si tratta di un cambiamento organizzativo piuttosto consistente, perché bisogna trovare/formare personale che non solo sia in grado di validare i metadati che verranno poi utilizzati per la valutazione della ricerca ma che abbia anche presente le implicazioni per le diverse analisi legate ad inserimenti scorretti (un punto finale dopo un DOI può impedire il recupero delle citazioni, un identificativo sbagliato impedisce il collegamento ai database bibliometrici ecc.).

Se un Ateneo decide poi, in linea con quanto richiesto e già attuato dalla EC, di adottare una policy di accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche, dovrà poter fornire un supporto anche sui temi specifici dell’accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche, alla analisi delle condizioni previste dagli editori e quindi al controllo della versione caricata nell’archivio e al periodo di embargo fissato.

Non è certamente un cambiamento facile o attuabile in poco tempo, ma è un impegno che ciascun ateneo dovrebbe prendersi nell’ottica alimentare in un futuro si spera non troppo lontano la anagrafe della ricerca nazionale.

3. ORCID: la proposta di un identificativo nazionale che serva per fornire servizi avanzati

Sempre nella stessa giornata bolognese, è stato presentato il progetto di adozione a livello nazionale dell’identificativo ORCID. L’adozione di ORCID a livello nazionale è già stata fatta dal sistema delle ricerca svedese (Swedish Research Council) e da quello danese, è raccomandato dal sistema autraliano, dai research councils britannici, dal sistema finlandese. In Spagna è stato adottato del gruppo di università della Catalogna, in Austria dal FWF per tutti i progetti finanziati. Nella recente valutazione degli istituti di ricerca portoghesi è stato chiesto a tutti i ricercatori di crearsi un ORCID.

L’iniziativa italiana, portata avanti da ANVUR, CRUI e CINECA, appare senza dubbio meritoria, ma per essere efficace necessita di un impegno da parte dei ricercatori (con eventuale supporto da parte degli atenei).

Una volta che l’ORCID è stato creato sarà infatti necessario utilizzarlo ogni volta che si sottomette un lavoro, e per poter rendere affidabili eventuali analisi bibliometriche ciascun ricercatore dovrà unificare e allineare i propri profili nelle banche dati WOS e Scopus (quelle attualmente più utilizzate) e collegare il proprio profilo ORCID con i profili delle banche dati.

A questo proposito da circa un anno presso le università di Modena, Parma e Ferrara è in atto il meritorio progetto di “ufficio bibliometrico” che prevede come prima azione per poter poi realizzare analisi robuste dell’attività di docenti e ricercatori, l’attribuzione dell’ORCID e la disambiguazione e l’allineamento dei profili nelle banche dati. Un progetto che è certamente un punto di riferimento per la grande esperienza raccolta e per i numerosi casi di anomalie affrontati.

L’assunzione dell’ORCID in IRIS permetterà in tempi brevi il collegamento con servizi avanzati per l’utenza, ad esempio servizi di alerting ogni volta che una nuova pubblicazione viene indicizzata nelle banche dati (e in ORCID).

Il focus della giornata del 26 era sull’institutional repository, ma IRIS, come tutti i Current Research Information Systems, si compone di diversi moduli: un modulo dedicato alla reportistica e alla analisi quantitativa, un modulo per le analisi qualitative, un modulo per la gestione dei progetti, uno per la gestione del CV (questi moduli si collegheranno ai diversi quadri della SUA RD). In particolare è stato presentato il modulo che permetterà agli atenei che hanno IRIS di gestire la VQR, mettendo a disposizione dei propri docenti e ricercatori, dei Direttori di Dipartimento e dell’Ateneo i dati per poter compiere una scelta informata delle pubblicazioni da presentare, tenendo conto anche delle situazioni di coautoraggio e di potenziale conflitto.

4. I focus group: gli atenei definiscono requisiti e priorità del loro sistema di gestione dei dati sulla ricerca

Un ulteriore elemento di novità presentato durante la giornata bolognese è stato quello della partecipazione degli atenei alla definizione del Current Research Information System. Sono stati previsti infatti dei focus group che stanno lavorando (collaborando) a pieno ritmo, a cui partecipano almeno una ventina di atenei (la partecipazione è libera) nella definizione dei requisiti funzionali dei diversi moduli di IRIS e dei desiderata.

In sintesi sembra che gli atenei italiani siano avviati verso un sistema comune, pubblico e interoperabile. La scelta di uno strumento di questo tipo ci pare un enorme passo avanti che va però sostenuto e fatto crescere attraverso la allocazione di risorse umane e di competenze adeguate. Un cambiamento (anche di mentalità) che richiederà parecchio tempo.

Send to Kindle

20 Commenti

  1. Tutto molto bello.
    Ma per funzionare, come sottolinea l’ autrice, occorrono risorse. Soldi alla fine. In un panorama di spese ridicole in ricerca pubblica (qualcuno ha più sentito parlare di PRIN ?) tutto questo suona lievemente surreale!

  2. molto interessante e preoccupante

    prima ugov, adesso iris, orcid, allineamenti su scopus e isi e chissa’ cos’altro

    la mia esperienza personale e’ che alla fine il tutto si tradurra’ in ulteriore lavoro burocratico scaricato sui singoli ricercatori, basato su software spesso malfunzionante e con richieste “barocche” di metadati di tutti i tipi

    in cambio di cosa? il governo italiano non finanzia piu’ la ricerca di base, qualcuno se n’e’ accorto?
    dove sono i prin? questo e’ il vero scandalo del sistema italiano, la mancanza di finanziamenti! per quale motivo ci sono i soldi per questi continui cambi di gestione delle strutture dati (perche’ alla fine qualcuno paga la gestione informatica), per valutare una ricerca che invece non viene piu’ finanziata?

    e chi dovrebbe gestire tutti questi nuovi database
    e flussi di dati? il cineca? con o senza gara?
    (vedi ultime sentenze)

    molti ricercatori italiani (attivi) sono alla frutta, 1000 euro all’anno se va bene, si viaggia ai limiti della sopravvivenza, diventa un problema cambiare un PC o uscire dall’europa per un convegno

    qualcuno a livello politico si rende conto che la misura e’ colma?

    • Credo che le istituzioni di ricerca abbiano un dovere di trasparenza rispetto alle attività che svolgono. Un dovere che è anche un diritto in una situazione in cui sempre più spesso nei media ci si chiede a cosa servono. Questa cosa la possono fare bene, seguendo gli standard internazionali e mettendosi alla pari delle altre istituzioni europee, e allora sarà di una qualche utilità. Oppure la possono fare male, come è stato fatto fino ad ora, e allora la cosa non solo sarà inutile (un inutile adempimento burocratico) ma potrebbe rivelarsi persino dannosa.

    • @Galimberti: Il dovere di trasparenza non è in discussione. Ma ci sono modi e modi di garantire la trasparenza. E anche costi. Se il costo di un sistema di trasparenza diventa una frazione significativa del costo della ricerca che dovrebbe documentare, per me c’e’ qualcosa che non funziona.
      .
      Poi occorrerebbe essere un po’ più critici rispetto ai leit-motif sull’ argomento “nei media ci si chiede a che servono”. Pensiamo davvero che repository aperti di articoli tecnici e specialistici diano davvero la risposta ai media ?
      Se veramente lo scopo fosse quello, occorrerebbe fare l’ equivalente di un bilancio sociale che richiederebbe altri strumenti. Non saranno i metadati più o meno corretti a rendere più comprensibile la ricerca in particelle elementari per il cittadino medio.
      .
      Invece di nascondersi dietro l’ accesso ai dati del cittadino comune, sarebbe meglio ammettere che il motore principale dietro questi sistemi di catalogazione, è il mondo di chi vuol fare politica della ricerca al macro e al micro livello, oltre naturalmente all’ evidente interesse da parte dei tecnici della catalogazione.
      .
      Non c’e nulla di male, anzi è una necessità fare una sana politica della ricerca, e questa dipenda anche dai dati. Ma è un’ illusione che la possibilità di fare una buona politica della ricerca dipenda dall’ esistenza e perfetta catalogazione dei repository pubblici. Non sono le foglie di fico a geometria variabile dei dati bibliometrici quantitativi o l’ accesso ad un pdf che possono sostituire la necessità di prendersi la responsabilità, sulla base di un’ effettiva conoscenza del campo, nel proporre o decidere modifiche di allocazioni di risorse per la ricerca.
      .
      Dal mio punto di vista, di docente universitario costantemente alle prese con fondi di ricerca evanescenti, abbonamenti a riviste che vengono tagliati, laboratori che non si riesce ad aggiornare, difficoltà crescenti a garantire il buoni livelli di formazione degli studenti e sempre più oberato da una burocrazia pervasiva ed invasiva, l’ argomento di questo post suona un po’ come la pubblicità delle buone brioches fatta dai fornai reali in epoca in cui il popolo non ha pane!
      Possiamo discutere se sono meglio quelle con l’ uvetta o quelle con la crema. Ma attorno ci sono macerie fumanti: emigrazione intellettuale e contrazione delle capacità di far ricerca. Rispetto a questi problemi cosa ci daranno i “Current Research Information Systems” ? Perché atenei che stanno eleminando precari sul fronte della ricerca e anche personale amministrativo di supporto all’ organizzazione didattica dovrebbero invece avere risorse da investire per il supporto ai temi dell’ accesso aperto ?
      .
      Temo, anzi vedo, che la risposta di molti atenei sarà: non ci sono risorse e quindi anche le tematiche sull’ accesso aperto diventeranno un ulteriore carico burocratico per tutti noi.

    • Credo che il commento confonda un po’ la questione dell’Open Access e quella delle anagrafi. Nulla di male, visto che fino ad ora una idea precisa non poteva esserci. I metadati relativi alle pubblicazioni scientifiche sono necessariamente pubblici, in tutti i paesi civili, e che fossero “privati” è una anomalia italiana.
      Il fatto che siano stati privati fino ad ora ha reso gli strumenti che li raccoglievano a livello locale e lo strumento che li raccoglie a livello centrale inadatti per fare analisi di qualsiasi tipo sulla attività di ricerca svolta dai ricercatori italiani. Che si siano fatte comunque analisi è una ulteriore anomalia italiana.
      Quindi quegli uffici che fino ad ora si occupavano di una anagrafe chiusa, ora si occuperanno di una anagrafe aperta, e quindi dovranno imparare cosa significa gestire una anagrafe che vedono tutti i cittadini e che vedono anche i colleghi di tutto il mondo. Gli strumenti, anche automatici, ci sono, si tratta di imparare ad usarli bene minimizzando gli sforzi di tutti.
      Queste anagrafi pubbliche contengono anche i full-text dei lavori censiti. Il discorso sull’open access, purtroppo ancora poco sviluppato in Italia nonostante nel commento di Pastore si citi il problema del taglio agli abbonamenti delle riviste, riguarda appunto la possibilità di affiancare la descrizione bibliografica e l’oggetto stesso che viene descritto. E’un peccato che questa modalità di disseminazione dei lavori di ricerca, che è una priorità in altri paesi e per la Commissione stessa, in Italia sia ancora così poco considerata o guardata con diffidenza. Le anagrafi pubbliche permettono ora la pratica dell’open access, per lo meno nella forma green e in accordo con quanto previsto dagli editori. Anche qui si tratta solo di imparare come fare. Lo hanno fatto gli olandesi o i norvegesi o i britannici, credo che lo possano fare anche gli italiani.

    • Cioè, dopo aver caricato tutte le versioni delle pubblicazioni su loginmiur, sulle anagrafi locali e poi su U-GOV, ora dovremo popolare un’ulteriore banca dati? Aiuto.
      Da una parte hanno ragione i miei colleghi: si continua a parlare di brioche ma non di pane.
      Dall’altra, come sempre, si continua a cambiare tutto, a perdere altro tempo con gli adeguamenti e la burocrazia, col rischio di non arrivare mai ad una vera razionalizzazione. E questo è tipicamente italiano.
      Nel caso specifico dell’anagrafe comunque, da quello che scrive Paola G., mi viene da dire che l’adeguamento stia andando verso una modernizzazione e un adeguamento che sono razionali e in qualche modo necessari. Considerando anche che le mediane, gli indicatori, ecc… sono stati in passato calcolati su queste basi (più che, personalmente, il fatto che i cittadini controllino se siamo seri) e che quindi l’affidabilità delle stesse è cosa non da poco.
      Ma, come sempre, siamo in ritardo e i costi e i tempi necessari sono, in questo momento storico, in forte contraddizione con le necessità più urgenti e vere della ricerca. Ci vorrebbe almeno che le anagrafi dop e docg, andassero di pari passo con un finanziamento adeguato della ricerca. Non mi pare.
      .
      Sull’open access, vorrei invece parlare un momento della versione “gold”. Non ho seguito a fondo tutte le discussioni ma, anche per forza di cose (nascita continua e martellamento via email di nuove riviste open access per avere contributi, per dire) qualche conoscenza l’ho maturata. Ad esempio, è cosa nota ormai che i programmi comunitari come H2020 hanno adottato la politica open access (gold o green) per tutte le pubblicazioni che provengono da ricerche finanziate coi fondi europei.
      Una delle riviste più prestigiose del mio settore, con impact factor schizzato alle stelle in pochi anni, è open access. Ebbene, come “publication fee” chiede quasi 1800 Euro per articolo. Quando l’ho letto, in seguito ad un invito per un contributo, sono caduta dalla sedia svenuta. Difficilmente posso andare in missione poco più in là del confine italiano, figuriamoci se mi posso permettere un articolo che costa come un orologio Omega tutto tempestato di diamantini. Da cui il detto “gold open access”.
      In sostanza: chi paga i costi dell’open access? Se ho un fondo di ricerca europeo o (sostanzioso) di altro tipo, posso permettermelo, altrimenti? E, infatti, se guardo la sezione “acknowledgements” di questi paperi open access, sono sempre citati progetti di ricerca, fondazioni scientifiche, ministeri, donazioni ecc… di tutto il mondo.
      Noi che si fa? Le collette?
      Davvero me lo chiedo.

  3. Speriamo in una catastrofe. I famosi virus dell’ISIS (non Iris) che fanno sparire i voti degli esami e bloccano i sistemi potrebbero sferrare il colpo finale. Una volta per verbalizzare un esame ci voleva mezzo minuto, adesso telefonate, schermate, tentativi notturni, migrazioni di sistemi, quesiti alla Casta (quella degli informatici): se va bene ti rispondono dopo una settimana.
    Ai nuovi signori e padroni della ricerca di base non interessa proprio niente.

  4. @Lilla: Cioè, dopo aver caricato tutte le versioni delle pubblicazioni su loginmiur, sulle anagrafi locali e poi su U-GOV, ora dovremo popolare un’ulteriore banca dati?

    No i dati passano da una banca dati chiusa ad una banca dati aperta. Se prima erano a posto lo sono anche adesso, ma qualcuno che sa come dovrebbero essere li deve guardare.

    @Lilla Noi che si fa? Le collette?
    Intanto usiamo lo strumento dell’anagrafe per praticare la via verde. Carichiamo i PDF nella versione prevista dall’editore e con l’embargo fissato dall’editore.
    Sulla serietà delle riviste Open Access si è discusso e si discute molto. La rivista Open Access non è il figlio di un dio minore, ma semplicemente una rivista con un modello di business diverso. Se è seria è seria. Esattamente come le riviste tradizionali che possono essere serie e meno serie. I costi sono ancora piuttosto elevati, ma i modelli sono in rapida evoluzione. Un po’ di problemi possono esserci con le riviste ibride, quelle che pubblicano in parte in maniera tradizionale e in parte in open access. Avrete visto il Pilot post grant FP7 che prevede 4 milioni di Euro per lavori esito dei progetti finanziati conclusi dopo l’1 gennaio 2013 e accettati da riviste full open access. La Commissione dà correttamente come indicazione quella di evitare la pubblicazione su riviste ibride. Non è praticamente mai accaduto infatti che gli editori a fronte di una parte di articoli open access abbia ridotto i costi degli abbonamenti. Pare che i calcoli siano molto complessi.

    • Grazie, Paola. Le trasmisgrazioni automatiche in realtà sono state sempre solo parzialmente automatiche. Ad esempio, ricordo che per passare a U-GOV le riviste andavano ricercate in un menu a tendina e alcune erano “missing”. Poi si sono dovuti aggiungere a mano tutti i codici SCOPUS o ISI, ecc…
      Immagino, o spero anche, che ormai la maggior parte di questi problemi sia stata risolta. Anche se vedo “Orcid”, che è comunque qualcosa ancora da specificare per molti. Ma siamo ottimisti.
      .
      Sul “gold open access”: certo che ci sono riviste del genere del tutto affidabili. Quella che avevo in mente io è ottima. Nel ranking JCR di Thomson è infatti fra le prime dieci. La mia questione non era se comprare un Rolex tarocco o autentico, quanto il come. E’ infatti proprio il modello di business ad essere diverso. Prima, e tuttora nel caso delle riviste più tradizionali, il costo del processo di pubblicazione si scaricava sugli abbonamenti alle riviste degli enti (università, nel nostro caso), mentre per le riviste gold OA è addebitato agli autori. Mi viene allora in mente che, per favorire un processo del genere, parte dei fondi destinati prima alle biblioteche potrebbe/dovrebbe essere a disposizione dei dipartimenti per questo tipo di pubblicazioni.
      Non sono esperta, quindi non so che tipi di modelli alternativi potrebbero prevalere in futuro.

  5. Ci sono interi sistemi della ricerca passati all’open access gold. Ad esempio in UK sono gli enti finanziatori della ricerca che finanziano le pubblicazioni dei ricercatori (vd. la distribuzione dei fondi per il 2013-2014 e 2014-2015 per università e il numero di articoli pagati alla fonte : http://www.rcuk.ac.uk/RCUK-prod/assets/documents/documents/RCUK_APCfundDistribution.pdf)
    La stessa strategia è stata adottata dall’Olanda.
    In realtà però le difficoltà organizzative sono moltissime. Altra iniziativa interessante (anche se limitata alla fisica delle alte energie) è quella del progetto Scoap 3, http://scoap3.org/ dove sono le istituzioni di tutto il mondo a farsi carico del costo delle pubblicazioni in questa area specifica.
    Non è certo il singolo ricercatore che può permettersi di finanziare le pubblicazioni che gli vengono accettate. Ma le cose si muovono molto rapidamente, e non è assolutamente da escludersi che la pubblicazione scientifica così come la conosciamo dai tempi di Lord Henry Oldenburg fra qualche tempo sarà solo un ricordo: http://journal.frontiersin.org/article/10.3389/fncom.2012.00019/abstract, http://www.nature.com/nature/journal/v495/n7442/full/495437a.html

    • Io mi chiedo se ci si è davvero interrogati sugli effetti collaterali del cambio di paradigma (pubblicazione pagata dal costo degli abbonamenti/pagata dal ricercatore o dalla struttura. E’ una domanda la cui risposta, in un paese come il nostro, e in questo momento, dovrebbe richiedere maggior meditazione del pur comprensibile entusiasmo per il principio in se’.
      .
      Con i finanziamenti attuali della ricerca non e’ assolutamente ovvio che siano le istituzioni a farsi carico dei costi di pubblicazione. E questo e’ vero nell’ Universita’ come negli Enti Pubblici di Ricerca. Ma se anche cio’ accadesse, vedo abbastanza chiaramente il tipo di meccanismo che si instaureerà: un controllo centralizzato su cosa/dove si pubblica. Tornando a sistemi piramidali dell’ organizzazione della ricerca come nel tempo che fu, in cui qualsiasi pubblicazione doveva passare per l’ approvazione del Direttore di Istituto.
      .
      Sarebbe un bene ? sarebbe un male ? Sicuramente sarebbe qualcosa da aver ben presente e da aggiungere alla discussione.

  6. Queste sono le riflessioni che stanno facendo anche nei paesi che hanno adottato una politica di gold open access. Ma non solo loro, anche gli editori.
    Per fortuna avete a disposizione la nuova anagrafe della ricerca che, avendo come cuore l’institutional repository, vi permette di percorrere la “via verde” nel rispetto delle politiche degli editori che, ad esempio, vietano esplicitamente l’archiviazione in academia.edu o researchgate.

  7. sinceramente non capisco cosa c’entri iris con la diffusione della ricerca scientifica, che avviene per ben altre vie

    qualcuno si e’ accorto che ormai i buoi sono scappati e che l’accesso ai lavori scientifici avviene in buona parte attraverso i preprint messi in rete (su arxiv, sulle pagine web personali, …) dai singoli ricercatori?

    il ruolo degli editori commerciali, almeno per quanto riguarda le riviste, mi pare ormai legato non alla diffusione ma alla certificazione di qualita’

    ma questa certificazione costa, e arricchisce chi sfrutta il lavoro intellettuale altrui (quello dei referee, …)

    mi pare inevitabile che si vada verso una certificazione di qualita’ assicurata tramite riviste open access edite da universita’, enti di ricerca, societa’ e comunita’ scientifiche, dove se si lavora gratis lo si fa almeno per il bene comune della conoscenza e non per arricchire gli editori commerciali

    gli esempi sono gia’ moltissimi in tutti i campi

    e’ solo questione di volonta’ “politica” accelerare questo processo, che restituira’ a scopi propri della ricerca il flusso di denaro versato nelle casse degli editori commerciali

    purtroppo la volonta’ politica manca anche a livello istituzionale, ma ritengo che sia solo questione di tempo

    ad esempio se gli atenei cominciassero a spingere perche’ le riviste gia’ gestite presso i dipartimenti tramite editori commerciali migrino verso una casa editrice universitaria open access, e se ne creino di nuove sempre edite dagli atenei con standard di qualita’ elevati, in tempi non biblici non avrebbe piu’ senso pubblicare con gli editori commerciali

    questa rivoluzione e’ alle porte, sta a noi lavorare perche’ avvenga

    • Sarei davvero felice se questa rivoluzione fosse DAVVERO alle porte. Sono abbastanza scettico. Che degli oligopolisti (publishers) si facciano strappare in silenzio i loro profitti, la vedo cosa molto difficile. Spero di sbagliarmi…

    • Si’ sarebbe bello non dover cascare sotto le forche caudine degli editori commerciali. Ma chi glielo spiega al mondo accademico italiano e all’ anvur, nel momento in cui scattano i meccanismi perversi delle valutazioni bibliometriche “un tanto a IF” che uno pubblica sulla rivista dell’ universita’ per ” il bene comune della conoscenza” ? Non si puo’ fare un discorso di principio ignorando i banali ma spiacevolmente presenti risvolti pratici.
      .
      Non si puo’ sperare di innescare circoli vurtuosi sul fronte dell’ open access, senza modificare in modo radicale la (in)cultura della valutazione bibliometrica all’ italiana, dove l’ unica cosa che conta e’ l’ IF della rivista, a prescindere da cosa il singolo articolo contiene.

  8. forse

    difficile non essere scettici, finora (ugov, …) abbiamo visto tanta burocrazia, procedure barocche, ma poca sostanza e funzionalita’

    e grossi flussi di denaro pubblico al gestore monopolista di dati e procedure

    • Chi abbia avuto modo di confrontare i CRIS attualmente sul mercato: Pure (Elsevier), Converis (Thomson Reuters) e Iris si rende conto che gli strumenti sono equivalenti e competitivi nelle funzionalità e nei servizi. A me pare che Iris sia un buono strumento, bisogna solo imparare a utilizzarlo, tenendo conto che partiamo da anni in cui la gestione del catalogo aveva logiche diverse da quelle previste per uno strumento aperto.

  9. il forse era riferito al sistema iris

    per quanto riguarda la rivoluzione nella pubblicazione della ricerca scientifica, penso che stia proprio a noi ricercatori cambiare le cose, finche’ daremo grande spazio agli editori commerciali pubblicando principalmente con loro cambiera’ poco (e’ un mea culpa, anch’io ho vissuto in questa logica e faccio fatica a cominciare a pensare di liberarmene)

    il primo passo fondamentale sarebbe, come dicevo, di far migrare il piu’ possibile le riviste gestite dai dipartimenti su case editrici universitarie: questo meccanismo libererebbe da subito risorse per i dipartimenti e avvierebbe un processo
    virtuoso

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.