«Quello che prevedibilmente accadrà, quindi, è che nel giro di due-tre anni l’università italiana si svuoterà massicciamente di tutta quella componente che lavora alla ricerca con elevata produttività scientifica e che meriterebbe di poter accedere a un percorso accademico successivo, che conduca il ricercatore precario, un giorno, alla strutturazione come Professore associato. In altre parole, dal prossimo anno ci sarà un allontanamento dall’università di circa 6000 assegnisti ogni anno. Di questi, solo una parte avrà modo di entrare come RTD (tra i 500 e i 1000 l’anno, se non ci saranno ulteriori tagli). Tutti questi assegnisti saranno fuori dall’università, senza copertura assistenziale (ad esempio un sussidio di disoccupazione, che era stato introdotto da Tremonti, ma che è stato poi tolto dalla Fornero), con scarse possibilità di essere assorbiti da aziende o altri enti di ricerca.»

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il Comunicato del  Coordinamento ricercatori non strutturati universitari dell’Università di Firenze.

BaseJumping2


Dai precari di UNIFI

Dall’assemblea dei precari non strutturati UniFI

COORDINAMENTO RICERCATORI NON STRUTTURATI UNIVERSITARI

UNIVERSITA’ DI FIRENZE

Firenze, 3 dicembre 2014

Il giorno 28 novembre 2014 presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze si è tenuta un’assemblea dei ricercatori non strutturati dell’Ateneo fiorentino, alla quale erano presenti assegnisti e dottorandi di cui quasi tutti i Dipartimenti. Questa assemblea ha voluto essere il primo passo verso una mobilitazione generale dei ricercatori non strutturati sparsi sul territorio nazionale. I loro destini saranno a brevissimo drammaticamente segnati dal compimento di una norma entrata in vigore con la legge Gelmini 240 del 2010, che prevede la “cumulabilità” di un assegno di ricerca per un massimo di 4 anni. Tuttavia, a questa norma non è stata accompagnata nessuna politica concreta di stanziamenti che consenta un sistema di reclutamento nell’Università italiana efficace per i ricercatori meritevoli.
Per i ricercatori non strutturati il naturale avanzamento di carriera sarebbe la vincita di un posto come Ricercatore a tempo determinato (RTD), ma il rapporto tra il numero di assegnisti di ricerca e quello degli RTD è di meno di 6 su 1, vista la penuria di stanziamenti per questi concorsi.
Quello che prevedibilmente accadrà, quindi, è che nel giro di due-tre anni l’università italiana si svuoterà massicciamente di tutta quella componente che lavora alla ricerca con elevata produttività scientifica e che meriterebbe di poter accedere a un percorso accademico successivo, che conduca il ricercatore precario, un giorno, alla strutturazione come Professore associato. In altre parole, dal prossimo anno ci sarà un allontanamento dall’università di circa 6000 assegnisti ogni anno. Di questi, solo una parte avrà modo di entrare come RTD (tra i 500 e i 1000 l’anno, se non ci saranno ulteriori tagli). Tutti questi assegnisti saranno fuori dall’università, senza copertura assistenziale (ad esempio un sussidio di disoccupazione, che era stato introdotto da Tremonti, ma che è stato poi tolto dalla Fornero), con scarse possibilità di essere assorbiti da aziende o altri enti di ricerca. E’ dunque molto probabile che ci sarà una notevole fuga all’estero o un cambio di lavoro.
Alla fine dei quattro anni di assegno i temerari che avranno ancora il coraggio di cimentarsi con la ricerca universitaria e che non vincono uno dei pochi posti da RTD banditi, avranno la possibilità di accedere alle borse di ricerca. Le borse di ricerca, tuttavia, a differenza degli assegni, non garantiscono alcuna copertura previdenziale, che in ogni caso anche per gli assegni di ricerca è scarsa, oltreché fortemente iniqua, rispetto ad altre categorie di lavoratori.
In aggiunta a tutto ciò, la Legge di Stabilità, che sta per essere approvata in Parlamento, elimina i vincoli alle assunzioni dei RTD di tipo B (quelli di tipo A non hanno mai avuto questo vincolo). L’unica ristretta categoria di ricercatori ad avere finora la possibilità di essere assunta a tempo indeterminato nell’Università verrà quindi spazzata via dalla legge. In questo modo, cessa di esistere quel poco che rimaneva della carriera universitaria in Italia di un ricercatore precario che aspiri ad essere integrato a tempo indeterminato in un qualsiasi Ateneo italiano.
Contemporaneamente, non arrivano segnali da parte del governo di un progetto complessivo di riforma di un sistema, quello della ricerca in Italia, che evidentemente non funziona, che allontana in massa ricercatori precari, sottopagati e già vessati dal punto di vista previdenziale e assistenziale, che non consente ai meritevoli di avanzare e di avere prospettive di lavoro stabili per il futuro. Le politiche degli ultimi anni l’hanno di fatto ridotta all’osso e la scarsissima allocazione di risorse, sommata all’ultima scure che entrerà in vigore con la Legge di Stabilità, è un invito a lasciare questo paese per cercare lavoro altrove, in Stati in cui la ricerca universitaria è difesa e sostenuta dai governi, in cui i ricercatori precari meritevoli sono un fiore all’occhiello del sistema, i loro diritti riconosciuti, la loro carriera soddisfacente. Sono Stati in cui evidentemente si comprende che la ricerca è l’anello vitale della crescita, dello sviluppo e del prestigio scientifico, intellettuale e culturale di una nazione.
Tutto questo deve cambiare. Deve esserci anche in Italia la possibilità di fare ricerca, se si è meritevoli, e occorre che un buon numero di ricercatori precari possa stabilizzare la propria carriera universitaria in tempi ragionevoli, invece che essere costretti a una fuga all’estero.

Questi che seguono sono i punti sui quali è vitale che si discuta a livello nazionale e in sede di governo, e che desideriamo portare all’attenzione dei media e dell’opinione pubblica:

  1. Sospensione temporanea del termine di 4 anni per gli assegni di ricerca (Art. 22 comma 3, legge 240/2010), in vista dell’apertura di un dibattito complessivo del governo riguardo alle modalità concrete di carriera del ricercatore precario meritevole in Italia, che conduca all’elaborazione di un piano curricolare credibile che termini con l’assunzione a tempo indeterminato di un numero consistente di ricercatori non strutturati, e che sia accompagnato da un’adeguata allocazione di risorse per rendere questo piano effettivo, coerentemente con quanto il governo italiano si è impegnato a fare in sede di trattati europei.
  2. Incremento dei diritti in campo previdenziale e assistenziale. Il contratto da assegnista prevede il versamento di contributi INPS pari al 28%, di cui 1/3 gravano sullo stipendio netto, aliquota che sarà portata al 30% a partire da gennaio. Tutto ciò però non corrisponde a un’adeguata copertura in termini di diritti previdenziali ed assistenziali. La disciplina in caso di malattia o gravidanza è iniqua rispetto al trattamento riservato ad altri lavoratori, a cui chiediamo di essere equiparati. Chiediamo inoltre la reintroduzione di un sostegno di disoccupazione al termine del contratto, sia per gli assegnisti che per i dottorati.
  3. Il governo, con un emendamento alla Legge di Stabilità, vuole modificare la legge secondo la quale ad ogni bando per assunzione di un Professore Ordinario corrisponda l’attivazione di un posto da Ricercatore a tempo determinato (RTD) di tipo B. Sostituendo alla parola “RTD-B” la semplice voce “RTD” si toglie l’unica fonte sicura di turn-over nel reclutamento universitario, con conseguente fuga all’estero in massa dei cervelli italiani. Chiediamo che questo emendamento venga immediatamente ritirato e che il vincolo Ordinario/RTD-B venga mantenuto, in attesa di un dibattito complessivo sul percorso di carriera dei ricercatori precari.
  4. Chiediamo che per le borse di ricerca venga garantito lo stesso trattamento previdenziale degli assegni di ricerca e che la consistenza economica sia delle borse di dottorato che degli assegni di ricerca sia adeguata al costo della vita.
  5. Chiediamo di essere titolari dei fondi di ricerca che raccogliamo col nostro lavoro e con i quali spesso siamo pagati, e che però non gestiamo direttamente, come invece succede a livello europeo.
  6. Chiediamo di applicare a tutti bandi italiani per RTD-B la norma transitoria n. 29 (valida fino al dicembre 2015) della legge Gelmini 240/2010, che il MIUR (protocollo 0021700, del 06/11/2014) interpreta sulla base del principio del Favor Partecipationis, per cui la partecipazione ai bandi per RTD-B non è limitata solo a coloro che hanno maturato almeno tre anni di assegno pre-Gelmini, ma fino al dicembre 2015 è estesa anche ai laureati e ai dottori di ricerca in possesso di adeguato CV. Dopo il dicembre 2015, tuttavia, sarebbe auspicabile che i concorsi fossero aperti a tutti coloro che siano in possesso di un titolo di Dottore di ricerca, indipendentemente dal numero e dalla tipologia degli assegni di ricerca cumulati, il cui possesso può e deve in ogni caso costituire un fattore di maggior punteggio, ma non una fonte di esclusione dalla partecipazione. Nessuna categoria di precari in particolare deve essere favorita dalla legge. Tra l’altro, così come si presenta, la legge introduce un elemento di forte discriminazione tra discipline, in molte delle quali avere un assegno di ricerca è praticamente un miraggio, data la penuria di fondi, figuriamoci cumularne tre. Non è neppure una legge congruente con la disciplina dell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Ci sono, infatti, al momento, in Italia, ricercatori precari che non hanno tre anni di assegni, men che meno pre-Gelmini, e tuttavia sono così qualificati che addirittura possiedono l’Abilitazione Scientifica Nazionale per Professore di seconda fascia.
  7. Chiediamo l’abolizione della norma che impedisce agli assegnisti di frequentare corsi di laurea, nell’idea che non si debba impedire la formazione ulteriore dei ricercatori meritevoli che giudichino di aver bisogno di ampliare le loro competenze.
  8. Chiediamo che si faccia luce sulle incompatibilità tra borse/assegni di ricerca e supplenze nelle scuole pubbliche e/o frequenza del TFA, che per molti diventano una fonte di sostentamento essenziale in assenza di adeguati ammortizzatori sociali al termine del contratto.
  9. Chiediamo che dottorandi, borsisti e assegnisti di ricerca siano per legge riconosciuti come parte integrante dell’organico dei Dipartimenti in cui lavorano, al pari degli RTD.

PRIMA INIZIATIVA: Lancio della mobilitazione del Coordinamento Ricercatori Non Strutturati dell’Ateneo fiorentino con conferenza stampa, a cui è invitato il Rettore, in data che concorderemo con il Rettore stesso.

Chiederemo al Rettore di rispondere su alcuni temi che riguardano nello specifico l’Università di Firenze:

  1. Chiederemo di applicare a tutti bandi dell’Ateneo per RTD-B la norma transitoria n. 29 (valida fino al dicembre 2015) della legge Gelmini 240/2010, che il MIUR (protocollo 0021700, del 06/11/2014) interpreta sulla base del principio del Favor Partecipationis, per cui la partecipazione ai bandi per RTD-B non è limitata solo a coloro che hanno maturato almeno tre anni di assegno pre-Gelmini, ma fino al dicembre 2015 è estesa anche ai laureati e ai dottori di ricerca in possesso di adeguato CV. Si riscontra infatti che alcuni bandi del 2014 applicano la norma transitoria (come ad esempio il bando emesso con Decreto N. 42 del 2014), mentre altri, più recenti (ad esempio quello emesso con Decreto N. 389 del 2014), la tacciono, creando quindi le condizioni per favorire solo i “vecchi” precari, del tutto indipendentemente dal merito, e ponendo le basi per una diseguaglianza tra le modalità di accesso ai concorsi all’interno dell’Ateneo di Firenze. Per quanto riguarda il momento in cui la norma transitoria decadrà, si veda il punto 6 della lista di rivendicazioni a livello nazionale.
  2. Dato l’avanzo di bilancio dell’Ateneo, chiediamo che questo avanzo venga devoluto all’attivazione di assegni per i migliori progetti presentati direttamente dai candidati nei settori disciplinari dei Dipartimenti meno fortunati dal punto di vista dei finanziamenti.
  3. Chiediamo che dottorandi, borsisti e assegnisti di ricerca siano formalmente rappresentati nei Dipartimenti in cui lavorano e nell’Ateneo fiorentino, al pari degli RTD, e che la rappresentanza all’interno degli organi di Dipartimento sia estesa a tutti i Dipartimenti, dai quali molti di noi al momento sono esclusi.
  4. Chiediamo quali siano nello specifico le strategie di assunzione dell’Ateneo fiorentino per i prossimi anni.

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22 Commenti

  1. sottoscrivo in pieno TUTTO!!!!!!!!!!

    Vedete che, alla fine, l’EMERGENZA è rappresentata da noi precari (titolati con tanto curriculum, anche più di un associato) e non dall’ASN (che ha finito per promuovere chi era già dentro e per bocciare i precari meritevoli)?

    Probabilmente, la sentenza della Corte di Giustizia serve da monito all’Italia…….”precarizza ancora, poi saranno multe…………”.

    ultima riflessione:

    “i contratti a tempo det. degli insegnanti, che saranno convertiti in contr. a t. Ind. per la scuola rappresentano fattispecie contrattuale diverse dai contratti di assegno di ricerca……………………………………………….ma può darsi che un giorno un giudice sveglio si accorge che la causa è la stessa “prestazione contro controprestazione, sebbene a tempo”,
    dicevo è la stessa per i contratti a tempo det. considerati lavoro dipendente e quelli sempre a tempo det. considerati co.co.co. o co.co. pro. come gli assegni.

    SE NON ORA, QUANDO?

  2. L’assegno di ricerca non va aggiustato, deve essere soppresso dal sistema universitario, poiché si tratta di un modo per dare una borsa di ricerca senza alcuna prospettiva futura e per giunta senza alcuna significativa tutela assistenziale. L’assegnista di ricerca è quanto di peggio ci sia nelle figure precarie universitarie, in quanto è un’eccezione rispetto alle varie leggi che governano il mondo del lavoro. Inoltre l’assegno, ovvero la retribuzione, mantiene il legame tra l’assegnista e il docente che lo ha seguito durante il dottorato, cosa che alimenta i peggiori meccanismi di reclutamento all’interno del mondo accademico italiano.
    Al più si può mantenere una figura simil-assegnista, tipo ricercatore a progetto, a tempo determinato, solo per progetti interamente finanziati al di fuori dell’ateneo, laddove ci siano reali esigenze per finanziare una ricerca su commissione.
    Personalmente ritengo che dopo il dottorato l’unica figura precaria debba essere un post-doc di max tre anni, perché finalizzato al perfezionamento dell’attività di ricerca iniziata durante il dottorato.
    Infine, il canale di ingresso al ruolo universitario deve essere un ruolo unico di RTD o Professore Junior (o terza fascia), in stile proposta del CUN, che in 5 anni debba ottenere l’abilitazione. Quest’ultima deve essere fatta seriamente da una commissione nazionale stile ASN, non come la vecchia conferma in ruolo, che non ha mai funzionato. Chi non ottiene la conferma in ruolo andrebbe spostato sull’istruzione nelle scuole secondarie. In questo modo si renderebbe possibile la bocciatura, non essendo questa equivalente a un licenziamento, ma a una ricollocazione.
    Inoltre eliminerei le progressioni di carriera attraverso i concorsi. La progressione di carriera deve rappresentare il raggiungimento di obiettivi individuali. Tali procedure andrebbero gestite da ogni singolo ateneo mediante un sistema oggettivo a punti che garantisca a ognuno di raggiungere il ruolo successivo soddisfacendo i vari requisiti didattici e scientifici, come vedo fare all’estero. Ovviamente, se la progressione è automatica, lo deve diventare anche la retrocessione, secondo regole sempre chiare.
    Ma lo sappiamo, la meritocrazia è utopia, e questo vale più che mai nell’odierna Italietta.

    Tornando alla situazione attuale, ci vorrebbe un piano straordinario di RTDa/b per evitare il disastro accademico in atto (altro che proroga degli assegni), magari seguito da un ripristino della terza fascia con accesso mediante abilitazione nazionale. Ma ormai la (poca) grana è andata via in promozioni mascherate (ex art. 18 comma 1) e non (ex art. 24 comma 6) da concorsi. Gli unici che possono salvarsi sono gli RTDa/RTD Moratti in quanto la loro “promozione” (resa -quasi sempre- certa attraverso pseudo-concorsi) costa relativamente poco all’ateneo (0.2 Punti Organico). Per gli altri, me incluso, non vedo un futuro prosperoso, almeno in Italia.

    • Completamente d’accordo sul superamento della figura dell’assegnista, ma un paio di osservazioni.
      “mantiene il legame tra l’assegnista e il docente che lo ha seguito durante il dottorato” non è necessariamente vero, fa parte del costume molto italiano di creare un legame indissolubile fra tutor e propri allievi. Io ho lavorato in 4 gruppi diversi dopo il dottorato e penso mi abbia arricchito dal punto di vista culturale.. purtroppo mi ha privato di uno sponsor. Mi consola il fatto che il mio tutor contasse poco o niente, e quindi non sarebbe stato un buono sponsor.
      Se si abolisce la figura dell’assegnista devono essere previste agevolazioni fiscali per i contratti da ricercatore altrimenti i rari e esegui finanziamenti se li rimangia tutti lo stato con l’IRPEF visto che il costo del lavoratore raddoppia, ma lo stipendio del ricercatore rimane sempre abbastanza basso.

      Sostituire assegno con RTDa come qualcuno suggerisce richiederebbe comunque un po’ di fondi perché come dicevo RTD costa più del doppio di un assegno, e ha una durata minima di 3 anni…. quindi per attivare un assegno servono mettiamo 25000 euro subito disponibili, per un RTDa 150.000. Certo abbassare il costo RTDa estendo l’esenzione IRPEF potrebbe essere una soluzione percorribile… e ridurrebbe un po’ la precarietà. Ma secondo me il ministro Giannini non è assolutamente interessato alla ricerca.

  3. perfettamente d’accordo. Il punto 1, la sospensione “temporanea” (posso immaginare quanto in Italia, del termine di quattro anni sarebbe una fregatura colossale. Gli assegni vanno eliminati. L’equivalente al postdoc dei paesi civili gia’ c’e’, è l’RTDa, gli andrebbe solo cambiato nome. È una vergogna che la legge differenzi due figure cosi’ diverse, post doc e tenure track, con una lettera minuscola alla fine di un acronimo. È un indicatore di quanto in mala fede sia stata fatta la legge.
    Io non sono nemmeno d’accordo sul ricercatore a progetto: post-doc, ricercatore con possibilita’ di tenure se abilitato nel frattempo e poi due figure strutturate PA e PO. Non serve nient’altro, a parte ovviamente competizioni caratterizzate da trasparenza e onesta’, cosa che l”universita’ italiana è per ora totalmente incapace di fare. Tanto per gradire…

    http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/12/03/news/la-sapienza-lo-strano-caso-del-dottorato-vinto-dal-figlio-del-rettore-con-il-bianchetto-1.190643

  4. Personalmente sono d’accordo con molti dei punti del comunicato, un po’ meno con i commenti. Delle varie forme contrattuali precari post-doc/junior researcher l’assegno di ricerca è molto probabilmente la migliore. Considerata inoltre la scarsa, o quasi inesistente, programmazione per RTD di questi anni, la proroga o estensione dei 4 anni mi sembra più che ragionevole e comunque va a vantaggio dei ricercatori stessi.
    L’assurdità è la distinzione RTDa e RTDb. Era chiaro fin dall’inizio che il primo avrebbe ucciso il secondo e l’RTDa rappresenta un’anomalia che soltanto nella fantasia distorta di molti dei nostri legislatori (e di altrettanti ordinari) poteva sembrare una buona idea…
    Occorre unificare le due figure RTD in una unica figura con durata più lunga (tipo 5 anni) e meccanismo tenure track simile a quello pensato attualmente per gli RTDb per cui è necessario ottenere la ASN.
    Il vero problema casomai è staccare il “cordone ombelicale” tra professore ordinario e giovane ricercatore. Andrebbe fortemente incentivato il passaggio tra sedi diverse rendendolo fortemente conveniente (in termini economici) per gli atenei.

    • Caro LAB (?!),
      Non so che ruolo lei ricopra dentro l’università ma mi sento di escludere che lei sia un assegnista (già la parola fa un po’ ribrezzo). Altrimenti non si spiegherebbe come potrebbe ritenere l’attuale assegno di ricerca la “migliore forma contrattuale”. È un’affermazione che trovo francamente sconvolgente. L’assegnista è semplicemente un postdoc privato dei diritti civili, un lavoratore sfruttato e privato della dignità, senza tutele assistenziali, assunto con procedure di reclutamento dubbie, senza nessuna indipendenza, perennemente sotto ricatto e spesso costretto a svolgere compiti che non gli competono. Ad un assegnista che chieda ad un sindacato di far rispettare un suo diritto o che chieda all’INPS quanto ha accumulato di contributi in anni di gestione separata, viene praticamente riso in faccia. Certo se lo scopo è avere manodopera a basso prezzo, che sgobba senza potersi lamentare, è una forma contrattuale eccellente. Prorogare questo strazio oltre i quattro anni sarebbe una follia, meglio essere espulsi dal sistema, sperando di essere ancora in tempo…

    • Caro Vladimir,
      invece sono proprio titolare di assegno di ricerca con tanto di abilitazione ASN con cui – molto probabilmente per un lunghissimo/indefinito periodo – ci potrò fare un bell’aereo di carta. Le alternative attuali all’assegno di ricerca sono i co.co.co o borse di ricerca che in questo caso hanno tutele ancora peggiori. Considerati i tempi con cui tutto si muove a livello ministeriale e di ateneo crede davvero che questo sia a vantaggio del ricercatore? Credo che quest’ultimo sia perfettamente in grado di giudicare da solo se continuare a lavorare in Italia è una scelta conveniente o meno… l’idea che il blocco a 4 anni sia a suo vantaggio è fuori dal mondo.
      La questione vera è agire in direzione di una figura unica con regolamentazione semplificata rispetto al delirio attuale per gli RTD che siano tutti con tenure e favorire una reale indipendenza scientifica del ricercatore.

    • In un sistema sano, il blocco ai 4 anni sarebbe a favore dei giovani ricercatori. In questo momento, data la situazione generale, il blocco si ritorce contro i precari, sono d’accordo. La questione pero’ è come affrontare il problema. Siamo sicuri che andare avanti a botte di proroghe, eccezioni, sgarri alle regole sia la modalita’ migliore?
      Sulla necessita’ di semplificazione, sono perfettamente d’accordo. Per quanto mi riguarda dovrebbe esistere un’unica posizione a tempo determinato post dottorato, che puo’ essere chiamata in qualsiasi modo (attualmente la piu’ vicina secondo me è il RTDa) ed una posizione tenure track come il RTDb. Tutte le possibilita’ di contratti atipici andrebbero eliminate, che siano assegni, cococo, borse di studio ecc. ecc. Se poi si agisce sulla tassazione per rendere la figura del ricercatore piu’ economica va benissimo, non si capisce pero’ perche’ la riduzione nelle tasse debba coincidere con la perdita delle tutele assistenziali.
      Se proprio vogliamo complicare il tutto, alle due figure sopra citate aggiungerei un assistente di ricerca, pre dottorato, sempre con contratto di tipo dipendente a tempo determinato.
      V.

  5. C’è un errore clamoroso nella lettera dei precari non strutturati dell’Università di Firenze, loro infatti scrivono:

    “Chiederemo di applicare a tutti bandi dell’Ateneo per RTD-B la norma transitoria n. 29 (valida fino al dicembre 2015) della legge Gelmini 240/2010, che il MIUR (protocollo 0021700, del 06/11/2014) interpreta sulla base del principio del Favor Partecipationis, per cui la partecipazione ai bandi per RTD-B non è limitata solo a coloro che hanno maturato almeno tre anni di assegno pre-Gelmini, ma fino al dicembre 2015 è estesa anche ai laureati e ai dottori di ricerca in possesso di adeguato CV”

    Ma quando mai? Nella lettera del MIUR si parla di favor partecipationis nel senso che possono accedere ai concorsi RTD-B anche coloro che abbiano maturato 3 anni di assegno di ricerca post-Gelmini e non solo pre-Gelmini (tuttavia il MIUR menziona la sentenza del TAR Toscana che afferma l’esatto opposto e in tal modo “mette in guardia” gli atenei su questo punto, quasi volendo ponderare l’efficacia della propria lettera).
    La frase “fino al dicembre 2015 è estesa anche ai laureati e ai dottori di ricerca in possesso di adeguato CV” riguarda l’obbligo di aver conseguito il Dottorato, nel senso che fino al 2015 può essere sufficiente la laurea magistrale/vecchio ordinamento in presenza di adeguato CV ma i 3 anni di assegno di ricerca come pre-requisito rimangono categoricamente, il favor partecipationis è relativo al fatto di poter conteggiare anche gli assegni post-Gelmini e non solo i pre-Gelmini, RTD-A e Moratti.

    • Gentile Leo,
      potresti mettere il link della lettera del MIUR realativa al favor partecipationis.
      Grazie,
      Enrico

    • Gentile Leo,
      il comma 13 dell’art. 29 (norme transitorie finali) della L. Gelmini recita:

      Fino all’anno 2015 la laurea magistrale o equivalente, unitamente ad un curriculum scientifico professionale idoneo allo svolgimento di attività di ricerca, e’ titolo valido per la partecipazione alle procedure pubbliche di selezione relative ai contratti di cui all’articolo 24.

      La sentenza del Tar della Toscana sembra aver ignorato questo articolo, a mio avviso in quanto il ricorrente si era appellato esclusivamente all’interpretazione dell’art. 24

    • Gentile Leo, ma da qualche parte si riesce a trovare il testo della nota protocollare 21700, che tu sappia?

  6. Buongiorno a tutti.
    Se ho capito bene, in base al protocollo 0021700 del 6/11/2014, può accedere a RTD-B anche se non ha fatto tre anni di assegno pre-Gelmini. E’ corretto?
    Dove è possibile trovare il suddetto protocollo? He cercato sul sito MIUR ma non ho trovato niente.

  7. No Chico, assolutamente no fidati, è un errore grande come una casa del coordinamento precari di Firenze (se ritrovo il link te lo incollo ma la legge è chiarissima), la risposta alla domanda che hai posto è nel mio intervento precedente che ti incollo qui sotto:
    “C’è un errore clamoroso nella lettera dei precari non strutturati dell’Università di Firenze, loro infatti scrivono:
    “Chiederemo di applicare a tutti bandi dell’Ateneo per RTD-B la norma transitoria n. 29 (valida fino al dicembre 2015) della legge Gelmini 240/2010, che il MIUR (protocollo 0021700, del 06/11/2014) interpreta sulla base del principio del Favor Partecipationis, per cui la partecipazione ai bandi per RTD-B non è limitata solo a coloro che hanno maturato almeno tre anni di assegno pre-Gelmini, ma fino al dicembre 2015 è estesa anche ai laureati e ai dottori di ricerca in possesso di adeguato CV”
    Ma quando mai? Nella lettera del MIUR si parla di favor partecipationis nel senso che possono accedere ai concorsi RTD-B anche coloro che abbiano maturato 3 anni di assegno di ricerca post-Gelmini e non solo pre-Gelmini (tuttavia il MIUR menziona la sentenza del TAR Toscana che afferma l’esatto opposto e in tal modo “mette in guardia” gli atenei su questo punto, quasi volendo ponderare l’efficacia della propria lettera).
    La frase “fino al dicembre 2015 è estesa anche ai laureati e ai dottori di ricerca in possesso di adeguato CV” riguarda l’obbligo di aver conseguito il Dottorato, nel senso che fino al 2015 può essere sufficiente la laurea magistrale/vecchio ordinamento in presenza di adeguato CV ma i 3 anni di assegno di ricerca per partecipare ai concorsi RTD-B rimangono categoricamente come requisito, il favor partecipationis è relativo al fatto di poter conteggiare anche gli assegni post-Gelmini e non solo i pre-Gelmini, RTD-A e Moratti.”

    In sintesi Chico servono 3 anni di assegno nel modo più categorico.

  8. P.S. o meglio: 3 anni di assegno, RTD-A, Moratti o borse all’estero (vanno bene anche queste). Ovviamente anche un mix ad es 1 anno di assegno, 1 di RTD, 1 all’estero o altri tipi di combinazione per la somma totale di 3 anni.

  9. C’è una cosa della 240 che non mi è chiara: quando nell’art. 24, comma 3, lettera b, si fa riferimento al periodo dei tre anni, viene tirato in ballo anche il vecchio post-doc e la legge 398/89.

    Per completezza preferisco riportare l’intero comma:

    ” b) contratti triennali non rinnovabili, riservati a candidati che hanno usufruito dei contratti di cui alla lettera a), ovvero, per almeno tre anni anche non consecutivi, di assegni di ricerca ai sensi
    dell’articolo 51, comma 6, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni, o di borse post-dottorato ai sensi dell’articolo 4 della legge 30 novembre 1989, n. 398, ovvero di analoghi contratti, assegni o borse in atenei stranieri.”

    Il post-doc è (era) per legge biennale. Non mi è chiaro se il post-doc è una condizione sufficiente o se occorre abbinare almeno un anno di assegno.

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