Graziato dal sorteggio, per mesi ho assistito dall’esterno, allibito, alla procedura ASN che ora, grazie alla disponibilità pubblica dei giudizi e dei verbali, si dimostra perfino peggiore di quanto si potesse supporre. Il problema non sta nell’operato di questa o di quella commissione, ma a monte, cioè in un meccanismo attivato con finalità (abilitare professori a prescindere dal fatto che possano essere assorbiti dal sistema), pretese (la velleità di riconoscere l’eccellenza con strumenti inappropriati) e modalità (da concorso vecchio stile, incongrue col numero dei concorrenti) assolutamente incompatibili con la situazione di fatto. Ebbene, le finalità dell’ASN pertengono alla politica, mentre le pretese coincidono con gli idoli di una tribù accademica affannata ad autoaffermarsi eccellente – le une e le altre dimorano nell’universo ambiguo che rifiuta la misura, la coerenza e la norma impersonale. Ma le modalità concorsuali appartengono al dominio del misurabile, del prevedibile, di ciò che può e deve rispondere a norme giuridiche definite. Il problema non sta, ripeto, nel comportamento di singole commissioni, ma nella procedura che il MIUR ha attivato e nelle pratiche alle quali ha costretto centinaia di professori reclutati come “pubblici ufficiali”, costringendoli a rendere verbalizzazioni alle quali – se i numeri hanno una loro indiscutibile forza – è difficile credere. Questo dovrebbe risultare chiaramente da un esempio. Non è importante di quale commissione si tratti, e comunque i dati che riferisco sono di pubblico dominio; mi limito ad arrotondare per difetto di poche unità il numero dei concorrenti; non è la mia disciplina né disciplina affine alla mia, perciò non si può sospettare che sia mosso dall’intento di contestare i risultati dell’ASN. Si tratta di un settore concorsuale “non bibliometrico”, perciò la commissione, come in tutti i settori non bibliometrici, si è proposta di valutare la «qualità della produzione scientifica (…) sulla base dell’originalità, del rigore metodologico e del carattere innovativo della stessa» e ha ritenuto di poter «prendere in considerazione, sulla base di un motivato giudizio di eccellenza della produzione scientifica, anche candidati che non posseggano tutti i requisiti (scilicet bibliometrici)». Questo comporta la necessità di leggere le pubblicazioni scientifiche dei candidati (di rileggerle, o almeno riconsiderarle, se già conosciute). I concorrenti per la II fascia erano 425 e quelli per la prima 115 e, poiché alcuni sostenevano ambedue le abilitazioni, il totale effettivo era pari a 490, per un totale di circa 6.600 (seimilaseicento) pubblicazioni: monografie, articoli, saggi, tutti da valutare analiticamente a norma di regolamento.

Seguiamo l’iter di questa commissione. Nominata a fine dicembre 2012, la commissione si riunisce una prima volta a fine gennaio 2013, per fissare i criteri. Poniamo che i commissari comincino a leggere le pubblicazioni e a valutarle quello stesso giorno. Consegneranno i loro verbali al MIUR a fine novembre, esattamente dieci mesi dopo: in tutto 303 giorni, 233 se togliamo 48 fra domeniche ed altre festività nazionali e 44 mezze giornate del sabato. In 233 giorni significa leggere 28 pubblicazioni (anche monografie) al giorno. E comunque in 303 giorni significherebbe leggerne 21. Questo dal primo all’ultimo giorno, e nel contempo: fare lezione, ricevere gli studenti, tenere gli appelli d’esame e di laurea, fare ricerca – living and partly living. In realtà, se scorriamo i verbali vediamo che già ai primi di aprile la commissione è in grado di «(discutere) ampiamente dei curricula, dei profili e della produzione scientifica dei candidati all’abilitazione nazionale (di) II fascia» in due riunioni consecutive per complessive 15 ore, e che a metà maggio passerà a discutere i candidati alla I fascia. Dobbiamo dedurre che nei mesi di febbraio e di marzo, più qualche giorno di gennaio e di aprile, la commissione abbia letto i 5.100 (cinquemilacento) lavori dei candidati alla II fascia – anche per riscontrare l’eccellenza, ove presente, pur in assenza dei requisiti cosiddetti bibliometrici (vedi sopra). E questo è un tour de force eccezionale anche per un accademico italiano: 85 (ottantacinque) pubblicazioni al giorno, comprese le domeniche, Pasqua, Pasquetta e Festa del Papà. Ammettiamo pure che un “eccellente” accademico conosca i quattro quinti della produzione del suo settore: restano 17 (diciassette) pubblicazioni al giorno, da leggere e valutare nel rispetto dei valori in campo e con la presunzione di fare un buon servizio all’Università italiana.

Quanto alle due riunioni nelle quali la commissione discute i candidati di II fascia, le immaginiamo senza interruzione, ovvero 900 minuti pieni, senza richiami dallo stomaco o dalla vescica. Dunque la commissione dedica mediamente 2 minuti e 10 secondi all’«ampia» discussione di ognuno dei 425 candidati. Invece per «(discutere) ampiamente dei curricula, dei profili e della produzione scientifica dei candidati all’abilitazione nazionale (di) I fascia», la commissione impiega 9 ore e mezza in due riunioni a metà maggio – immaginiamo anche queste due sedute senza interruzioni, ovvero 570 minuti pieni. I candidati alla I fascia sono 116, perciò la discussione dura mediamente quasi 5 minuti – più del doppio del tempo dedicato ai candidati di II fascia, ed è giusto: alla scelta di un potenziale ordinario si possono ben assegnare 4 minuti e 55 secondi. Certo che se le confrontiamo alle 5 ore e mezza che nella prima riunione sono servite per fissare 5 paginette di criteri col copia-e-incolla di regolamenti e decreti vari, queste 9 ore e mezza sono un po’ pochine, ma sappiamo che la prosa ministeriale è molto difficile intenderla… Comunque i commissari hanno dedicato 42 giorni alla lettura delle pubblicazioni dei candidati alla I fascia – alcune già le conoscono, perché i candidati si sono presentati anche per la II fascia, perciò si tratta di leggerne “solo” 30 al giorno…

Però non dobbiamo credere che le valutazioni siano concluse: la commissione torna sull’argomento affrontando le valutazioni di I e di II fascia in altre tre riunioni (metà giugno, fine settembre e fine ottobre), per complessive 16 ore nelle quali «continua un’ampia discussione dei curricula, dei profili e della produzione scientifica dei candidati all’abilitazione nazionale, II e I fascia». Sono 960 minuti preziosi, nei quali si affrontano o riconsiderano le posizioni di tutti i candidati per ciascuna delle due fasce, ovvero 425+115=540, cioè un minuto e 50 secondi per candidato. È ragionevole presumere che in queste tre riunioni la commissione cominci anche a redigere i giudizi collegiali: in una riunone di sole 3 (tre) ore a fine novembre sarà verbalizzato che si «avvia la pubblicazione sul sito ministeriale dei giudizi individuali dei candidati di prima e seconda fascia, caricati dai singoli membri e completa la discussione e la messa a punto dei relativi giudizi collegiali». Tirando le somme: in capo a tutte queste riunioni sono stati dedicati 4 minuti a ogni candidato alla II fascia, e poco meno di 7 minuti a ogni candidato alla I fascia, dal confronto («ampia discussione») sui profili, i curricula e le pubblicazioni, alla stesura dei giudizi collegiali.

Questi numeri sono indispensabili per dimostrare che la macchina dell’ASN non poteva funzionare. In questo clima l’assordante silenzio dei commissari (salvo rarissimi) quanto a un compito patentemente impossibile, non è certamente rassicurante. Mentre invece è divertente l’esortazione della Ministra MIUR, che invita le commissioni a svegliarsi (12 settembre 2013, a una manciata di giorni dal termine poi prorogato al 30 novembre: «sveglia, commissioni di abilitazione nazionale: finite i lavori, i candidati aspettano»). Come se il problema fosse la presunta pigrizia dei commissari, e non che dichiarare di avere letto 21 pubblicazioni scientifiche al giorno per dieci mesi, peraltro continuando a fare il proprio lavoro, equivale – nell’opinione di chi sia meno tollerante di me – a dichiarare il falso.

Torniamo ai numeri e cerchiamo di capire come i 4/5 delle commissioni, alcune delle quali affollatissime di candidati, abbiano potuto consegnare il loro “compito” il 30 novembre. Scartata a priori l’ipotesi che qualcuno abbia potuto valutare «curricula, profili e produzione scientifica» senza nemmeno averli esaminati, si potrebbe ricevere l’impressione che tutto si regga perché nelle varie riunioni in cui si è discusso dei candidati la commissione si è costantemente avvalsa «del lavoro istruttorio condotto dai singoli commissari» – così recitano i verbali della “nostra” commissione, anche se forse non è il caso di voler capire cosa davvero significhi questa formula. Per divertirci un po’, immaginiamo l’«ampia discusssione del curriculum, del profilo e della produzione scientifica del candidato XY alla II fascia»: la commissione dispone di 2 minuti e 12 secondi; ognuno dei 5 singoli commissari esprime in estrema sintesi il risultato della sua istruttoria – gli sono assegnati 26 secondi e mezzo: ci sarà chi ne approfitta (diamogli 40 secondi) e chi è particolarmente laconico (diamogliene due, di secondi, quanto basta a dire “sì” oppure “no”, anche se non è precisamente un’ampia discussione, come invece viene verbalizzato). Ma per recitare analiticamente, come vuole il regolamento, e con uno straccio di motivazione, che 12 lavori sono eccellente/buono/accettabile/limitato, occorrono ben più di due minuti. Quanto a confrontarsi fra i commissari poi… Il tutto risulta immediatamente ridicolo ma, se riconsiderato da vicino, potrebbe anche apparire sospetto. In effetti una persona particolarmente malevola potrebbe indebitamente sospettare che i commissari dei settori più numerosi siano stati tentati di dividersi le valutazioni adottando i più diversi criteri di ripartizione, dalla tematica di ricerca all’appartenenza a una cordata accademica: ai due estremi di una comune illegittimità, nella prima ipotesi un affermato competente valuta anche per gli altri quattro commissari, nella seconda un sensibile interprete delle convenienze accademiche soppesa le forze in campo e ne trae adeguate conclusioni. In ogni caso, in questo modo ogni commissario si studia curricula, profili e pubblicazioni di 98 candidati, invece che di 490. Certo che discutere nelle riunioni plenarie i curricula, i profili e le pubblicazioni di 490 candidati, o invece riportare la valutazione di 90 candidati soppesati nel sacello privato del proprio studio – magari comunicando in itinere ai colleghi perplessità e difficoltà e casi di coscienza, il tutto fuori verbale – be’, sono procedure molto diverse. Però sono certo che le operazioni non si sono svolte così. Perché? perché non possono, non devono, essersi svolte così. Perciò resta la questione di capire come abbiano lavorato le commissioni dei settori con un elevato numero di concorrenti – questione che suppongo non priva d’interesse per gli amministrativisti.

Continuo ad avere fiducia nella correttezza sostanziale delle commissioni, fino a prova contraria, ma il meccanismo dell’ASN è così patentemente impossibile, che è facile immaginare una valanga di ricorsi già quanto alla attendibilità delle procedure verbalizzate. A discarico dei commissari si dovrà almeno ammettere che questo meccanismo, male ideato e peggio governato, ha stritolato le loro coscienze costringendoli a salti mortali per far quadrare quello che era assolutamente fuori squadra fin dall’inizio. Per i detrattori dell’Università italiana (e, ovviamente, per i giuristi amministrativi) è già oggi molto divertente leggere i giudizi individuali e collegiali, scoprendovi grossolane incongruenze. Ma questo riguarda la debolezza umana, e su questa dobbiamo essere comprensivi (non però in sede giudiziaria), mentre non sono tollerabili le decisioni e i “cinguettii” dei politici, meritevoli solo di una durevole damnatio memoriae.

 

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68 Commenti

  1. @Paolo anche io non abilitato dopo vent’anni nel mio settore disciplinare condivido il tuo stupore e smarrimento, la commissione ha però giudicato idoneo un collega che conosco benissimo (e che stimo) con zero esperienza all’estero (io quattro anni più diversi award) però se vai a guardare bene scopri che più della metà della produzione e’ svolta con uno dei membri, insomma le solite pastette italiote purtroppo speravo anzi pregavo che di fronte ad un giudizio nazionale svanissero ma niente resistono queste modalità e forse si sono anche amplificate. Non vedo soluzione reale a questo sistema, attendo con ansia la pensione (tra vent’anni!)

    • caro marc66, leggendoti mi è venuto in mente il detto spagnolo “para mis amigos todos, para mis enemigos la ley”. Ti aspettavi che il commissario coautore delle pubblicazione di un candidato si dimettesse per conflitto d’interesse? Nei concorsi locali sono accaduti spesso casi simili e nell’ASN si sono ripetuti. Nessuno vieta che un ordinario preferisca un suo collaboratore e coautore a un altro, ma allora occorre un altro sistema universitario e speriamo si decidano a cambiarlo. Insomma, io voglio cooptare chi ha i miei interessi, il mio metodo e le mie teorie: ok, accade continuamente negli Stati Uniti, però posso farlo se una università mi assume e mi dà questo potere. Se ciò accade, ok, ho il mio team, fo le mie ricerche, etc, però non decide per tutto il ssd degli Stati Uniti. Negli Stati Uniti,magari un’altra università e un altro dipartimento potrebbe essere interessato ad assumere te perché hai più esperienza internazionale e darti anche la chance di farti il tuo team.E magari potresti avere risultati diversi e/o migliori del commissario e del suo team. Tutto più semplice no? Ma qui siamo fermi alla corporazione medievale gestita dal Miur. Che vuoi fare?

    • @kery non voglio fare assolutamente nulla, vincono (come quasi sempre qui in italia) i soliti noti per stanchezza, il debole meritevole puo’ solo prenderla dove non batte il sole ed anche in silenzio senza proferir lamento, che la punizione potrebbe essere ben peggiore. Purtroppo il confronto con gli USA non puo’ assolutamente farsi, qui si danno le abilitazioni a chi produce quanto un associato o un ordinario ma…con quali fondi?? Negli USA un assistant professor deve dare prova di indipendenza scientifica…qui di sudditanza medievale!! e’ una follia che fa andare avanti solo i gruppi ben organizzati (con fior di citazioni ed amico-citazioni). Se proprio si voleva puntare sul merito bastava una certificazione on-line sulla produttivita’ rilasciata dal ministero (altro che commissioni) e poi chiamate dirette (senza amici e amichetti vari) dagli atenei. Il resto e’ fuffa…unico rammarico: non essere rimasto all’estero ed avere deciso di rientrare sperando in un sistema che invece riesce sempre (magicamente) a riprodurre se stesso in svariate forme….that’s all folks!!!

  2. Dato che tra i commissari di questa ASN (nel settore 09/G1 AUTOMATICA) c’e’ anche un “gestore” di ROARS (a meno che non si sia dimesso, ma non mi risulta), ne deduco che

    NON TUTTI i gestori di ROARS pensano che l’ASN, cosi come concepita, sia una missione impossibile.

    E’ interessante notare che i risultati del settore 09/G1 non sono ancora usciti. E sono sicuro che ROARS si fara’ parte diligente affinche tutti i problemi riscontrati nel settore 09/G1 siano resi di pubblico dominio e, come sempre, anche di pubblico ludibrio.

    • Luca Salanich@ non mi riferisco a 09/G1, ma il pubblico ludibrio è assicurato all’ASN 2012: qualche commissario in delirio di onnipotenza ha scritto email che qualsiasi persona avrebbe evitato di inviare almeno per rispetto della sua intelligenza.Stanno girando….

  3. ho usato l’espressione “università humboldtiana di massa”,perché, nonostante le riforme e le esigenze diverse, il modello è rimasto quello di Wilhelm von Humboldt, che nel 1810, fonda l’università di Berlino che coniuga ricerca e didattica in nome degli interessi della nazione. Il modello humboldtiano influenzò anche la Francia, perché Victor Cousin nel 1817 andò in Germania e rimase colpito positivamente dalla scuola e l’università prussiana. Nel 1840 Cousin fu ministro della pubblica istruzione in Francia e fece la riforma della scuola. Cousin ha avuto una grande influenza in Francia. La Francia però ha le “grandes ecoles”, perché non ha fiducia nell’efficacia dei controlli dello stato sulle università, che godono per tradizione di una autonomia difficilmente piegabile ai controlli dello stato e delle esigenze dei diversi apparati dello stato. Le inadeguatezze del “modello italiano”, diverso dal modello francese, da quello britannico e da quello americano, saltano agli occhi sempre per quanto il reclutamento dei docenti universitari. L’Italia è passata dai sistemi dei concorsi nazionali a quello della valutazione comparativa e anche quest’ultimo ha dato risultati negativi perché è riuscito nell’impresa di attivare un sistema che presenta il massimo del localismo ( il candidato locale risultava invariabilmente “idoneo”) con il massimo del controllo centralistico della corporazione disciplinare sugli altri “idonei”.Una volta che si è presa la strada dall’autonomia universitaria, non possiamo apsettarci che lo stato centrale, rappresentato dal Miur, possa riuscire a controllare quanto accade nelle università. L’autonomia senza competizione porta a un modello di feudalesimo accademico, che non è in grado né di realizzare l’elevazione culturale della massa degli studenti ( non parlo della formazione professionale), né di garantire la formazione di una classe dirigente moderna e qualificata.La mission di questa ASN era impossible come quella dei concorsi locali e sono d’accordo con Guido Avezzu che la responsabilità è del Miur ed è una responsabilità politica. Poiché i verbali sono online è tutto pubblico ed è evidente. Ripeto: è assurdo che 5 commissari estratti con sorteggio, possano decidere per ogni ssd su tutto il territorio nazionale. Concordo con tutto quanto ha detto Avezzu. Ripeto: non si tratta solo del problema dei candidati meritevoli e pur non abilitati. Essendo decisivo il giudizio dei commissari non poteva che accadere quanto accaduto. Si tratta dello stato della ricerca italiana ed è una cosa seria. All’università vengono attribuite troppe funzioni da una società come l’attuale e non può soddisfarle tutte. Non so se con “rivoluzione epocale” il ministro intenda abolire il valore legale dei titoli di studi, ma i pare altamente improbabile si possa realizzare nell’attuale scenario e non si capisce quale funzione positiva avrebbe lasciando invariato il resto. Può anche darsi che il ministro intenda dare il controllo delle università alle regioni, ma anche con questo metodo potremmo trovarci di fronte al problema del localismo e della scarsa mobilità dei docenti. Il problema è serio in generale e andrebbe affrontato, ma non so se l’Italia sia in grado di affrontarlo.

  4. Quoto @claudiob. Nei concorsi precedenti i tempi erano congrui? Prendiamo qualche verbale a supporto, non mi pare proprio l’elemento differenziale.
    Mancano i PDF che sono stati allegati alla domanda e manca il percorso scientifico professionale nella documentazione che vediamo.
    Sembra non si tenga conto dei criteri che a volte dicevano 2 mediane su 3 necessarie ovvero alto impatto internazionale.

    Argomenti senza un senso e un fondamento da parte di Avezzù, compresi i suoi commenti. Roars ė scivolata su una buccia di banana ospitando il suo intervento, succede.

    • Le sue osservazioni danno un senso ai miei argomenti e un fondamento ai miei commenti. Quanto alle mediane si direbbe che lei parli senza la minima cognizione di causa. Si rammarica di non avere i PDF delle pubblicazioni – be’, “quoto” anch’io claudiob: dia una scorsa ai curricula. Con la lettura veloce ne può scorrere 120 in un’ora.

    • Ecco che rispunta il solito nodo dei vecchi concorsi.
      Questi erano comparativi, quindi il tempo impiegato dalla commissioni era per comparare i lavori e non per valutarli nella loro interezza.
      Oltretutto l’importante li era che tutti i candidati avessero lo stesso tempo, nell’ASN mi aspetto che candidati di gran fama siano idoneati senza perdere troppo tempo, CV striminiziti liquidiati facilmente, ma la maggioranza di medio-buoni CV vanno valutati in profondita’ secondo i criteri che le commissioni stesse si erano dati.
      E comunque l’ASN doveva essere un passo avanti rispetto ai vecchi concorsi, se ritroviamo gli stessi difetti, io dico che ha fallito il suo compito.

    • pienamente d’accordo con ci_credevo…
      Questa procedura è il meglio che abbiamo adesso e bisogna utilizzarla. Siamo sempre buoni a lamentarci, ma la verità è che qualche ordinario si sente derubato del suo potere (illecito) di decidere arbitrariamente l’esito dei concorsi. Ora questo è ‘un po’ più difficile’. Quando troveremo un modo in cui sarà ‘impossibile’ avremo trovato la procedura perfetta.

      E poi, “Graziato dal sorteggio” … ma allora perchè ha fatto domanda???

  5. Buonasera a tutti, vorrei offrire un modesto input alla discussione notando – come termine di paragone internazionale – che, nei sistemi anglosassoni (e non soltanto), la completa indipendenza delle singole Università (sia nella “governance” che nel reclutamento) ed una virtuosa competizione fra le Università stesse si integrano e si valorizzano reciprocamente. Credo sia veramente giustissimo il parallelo con il campionato, tracciato da kery in un precedente commento: in effetti, durante la mia esperienza in Gran Bretagna, ho visto un costante obiettivo di ogni singola Università, e di ogni dipartimento al suo interno, di migliorare (e conservare, nel caso delle “prime in classica”) il posizionamento nel RAE-REF (per la qualità della ricerca), e, ogni anno, anche la collocazione nella graduatoria del NSS (la valutazione nazionale studentesca) e nei rankings internazionali. In un tale sistema caratterizzato da indipendenza e competizione, migliorare il posizionamento significa, per ogni Università, conquistare maggior prestigio e maggior considerazione sociale, ottenere più finanziamenti per la ricerca, attrarre più studenti da tutto il mondo, aumentare conseguentemente i propri introiti ed investire ulteriormente per il futuro, in un circuito virtuoso. Come scrivevo in un precedente intervento, la logica stessa di un sistema così concepito – vera (direi) calamita che attrae molti ricercatori/docenti italiani in fuga – richiede che i reclutamenti siano gestiti esclusivamente in sede locale. Almeno personalmente, non credo che tale sistema sia improponibile in Italia: in effetti, ritengo che anche le modalità di selezione locali delle Università anglosassoni possano essere senz’altro definite “valutazioni comparative” (per usare la terminologia dei concorsi locali italiani). Si tratta di valutazioni comparative dove le Commissioni locali hanno il massimo interesse a scegliere asetticamente i candidati migliori, da qualunque parte o Paese del mondo provengano (in quanto sono consapevoli che la scelta influenzerà i futuri posizionamenti dell’ Università per cui tali Commissioni lavorano). Ammetto che il sistema è stato criticato da alcuni per aver favorito una concezione managerialista delle singole Università che, in determinati casi, ha causato tensioni con la libertà accademica dei singoli. Tuttavia, dovunque in un tale sistema vi sono capi di dipartimento (intelligenti e) lungimiranti, che comprendono cioè come i singoli accademici offrano il meglio delle proprie capacità e dei risultati quando lavorano nelle aree di ricerca che essi prediligono ed insegnano i corsi da loro preferiti, il sistema riesce a coniugare libertà accademica, soddisfazione dei singoli per il proprio lavoro e conseguimento di traguardi competitivi nazionali ed internazionali per il dipartimento e per l’ Università nel suo complesso. Il ruolo dello Stato è limitato alla valutazione delle singole Università (che trova i propri capisaldi nel REF e nel NSS) ed al finanziamento modulato in base alla stessa: tale valutazione, insieme alla valutazione anche da parte dell’ opinione pubblica e dunque dei potenziali nuovi studenti (classifica NSS in genere riportata nei giornali), garantisce che le singole Università, a loro volta, abbiano interesse a valutare bene i candidati a tutte le posizioni accademiche che bandiscono. Forse, l’ unico strumento, nell’attuale panorama italiano, che possa gradatamente determinare l’ evoluzione verso il sistema virtuoso che ho cercato di descrivere, consiste nella VQR, nella relativa classifica e nella connessa distribuzione di una quota dei finanziamenti (a condizione, ritengo, che i criteri di valutazione dei singoli articoli o libri ai fini della VQR vengano resi noti a priori, con buon anticipo rispetto alla valutazione, e coerentemente applicati a posteriori), alla quale, personalmente, credo che avrebbe senso unire, in prospettiva, una classificazione (a sua volta premiale nella distribuzione di una parte delle risorse) basata sulla qualità della docenza (in qualche modo omologa del NSS). Spero di non essere stato noioso e di aver offerto alcuni elementi di riflessione.

  6. Ormai Natale è lontano, i pupi del presepe e l’albero li abbiamo rimessi dove stavano. Non credo che continuerò oltre in questa sequenza di repliche. Però una considerazione: ho presunto di poter dimostrare che il “gioco” dell’ASN, al di là o al di qua dell’onestà/disonestà eccetera, non solo è inutile (non ci sono i soldi: lo sapevamo), non solo non interverrà sui meccanismi reali del reclutamento (prevedibile il caos nelle procedure selettive locali, per non dire delle chiamate dirette, dette “valutative” [!], di interni: lo sapevamo), ma si regge su uno scambio del tipo “io so che tu sai che io so” fra il MIUR e chi si crede soggetto attivo in questo processo, cioè i commissari. E negli interventi sulla mia nota ho rilevato due tipi di risposta (a parte alcune, non moltissime, sulla mia stessa infantile e difettiva lunghezza d’onda):
    (1) quelle preoccupate di un determinato concorso – agli autori di questi interventi ricordo che ci sono i tribunali;
    (2) quelle del tipo “ma il problema è un altro” – tradizionale maschera del quietismo italico.
    Non so se poi, come sembra suggerire un intervento di kery, ci siano anche quelle di commissari (e, aggiungo, di abilitati). Non mi stupirebbe, dato il tono, ma non ho la minima curiosità di appurarlo.
    Grazie invece a Kery, Ceriani, Guarino, Lorinczi, Proietti, Marruchella, Vessella e a qualche altro.

    • Penso anche io che che certe questioni si risolvono nei tribunali. Ma evidentemente non la pensano cosi i “gestori” di ROARS, che permettono il pubblico ludibrio telematico.

      Se fossi un candidato del settore 09/G1 sarei veramente molto preoccupato.

    • Salanish, mi dice dove vuole arrivare con questa reiterata provocazione? Proprio Lei che ha utilizzato i commenti di questo sito per lunghe lamentazioni sulle ingiustizie subite dall’accademia italiana e per raccontare storielle sulle figLie delle professoresse?
      Suvvia, ci dica, ci spieghi quale innominabile nefandezza è stata commessa.

  7. Permettete una nota fortemente dissonante.
    Circa la già discussa “più abilitati che cattedre”, l’abilitazione non serviva ad assegnare cattedre. Aveva la pretesa, ci torniamo sopra, di valutare contro una “soglia” trasparente l’idoenità di candidati ad una cattedra. Un pò come i dottorati: averne conseguito uno non vuol dire che si ottiene automaticamente un posto da ricercatore.
    Fondamentale, si era partiti da valutazioni bibliometriche che hanno l’indiscutibile pregio che sono poco manipolabili a t = t0. In futuro l’ingegno nostrano porrà “rimedio” a questo problema. Appunto a t = t0, si è cercato di ovviare con il magnificamente vago concetto di eccellenza, salvo poi lamentarsi dei tempi richiesti per valutarla. Naturalmente, ci si è mossi entro la discrezionalità, sogno per molti, fautori di regole confuse e non trapsrenti, così che tutto sia possibile o impossibile a seconda dei coinvolti.
    Naturalmente ogni sistema di valutazione basato su indici, a parte il pregio che è automatizzabile se le informazioni sono disponibili, ha il problema della definizione degli indici. Certo perfettibili, certo integrabili. E’ appena il caso di ricordare che la definizione di criteri chiari, con riscontri trasparenti, motiva anche a muoversi in quella direzione.
    Si parla di volontà politiche e di grossolani errori. Non dimentichiamoci che uno screening basato su dati oggettivi, che in Italia è sinonimo di “non fatti in casa”, voleva impedire che si arrivasse ai concorsi di ateneo potendo presentare proprie clientele altrimenti impresentabili. Si vuol negare che sia accaduto negli anni, anche senza fare riferimento a “Università truccata”?
    In conclusione non capisco qual’è la tesi sostenuta: avrei scommesso sull’urgenza di migliorare il metodo e garantire oggettività e trasparenza, pare invece che l’unica soluzione possibile sostenuta sia torniamo dove eravamo. Ma è fuori del tempo, non possiamo continuare ad essere una eccezione. E per piacere non continuiamo a dire che la produzione della ricerca in Italia è rimarchevole: non è infatti possibile parlare di mappatura 1:1 tra chi quei risultati li produce e chi si lamenta delle valutazioni, siano ASN o altro.

    • Ancora inesattezze, perdonatemi, e una tragicomica ironia.
      (1) Il Decreto Ministeriale 7 giugno 2012, n. 76, all’art. 3 c. 1 prevede “Nelle procedure di abilitazione per l’accesso alle funzioni di professore di prima e di seconda fascia, la commissione formula un motivato giudizio di merito sulla qualificazione scientifica del candidato basato sulla valutazione analitica dei titoli e delle pubblicazioni presentate”. La valutazione bibliometrica (mediane ecc.) è invece oggetto dell’art. 4 c. 4 (I fascia) e dell’art. 5 c. 4 (II fascia) e serve a quantificare il merito quanto a “titoli”. Questa è la legge. Perciò lasciamo da parte l’opposizione fra indicatori oggettivi ed eccellenza. E risparmiamoci anche ogni discorso sul valore degli indicatori oggettivi, sottoposti a una critica serrata da ogni area scientifica.
      (2) Ironia: avremo
      (a) valutazioni comparative locali caotiche (a quelle per associato potranno concorrere abilitati alla II fascia, abilitati alla I fascia, idonei alla I e alla II ancora a spasso, professori di II fascia – ve le immaginate?); oppure
      (b) chiamate dirette di ricercatori e di associati interni alla fascia superiore.
      E questo a prescindere dalla normativa riguardante le abilitazioni. Dunque: bibliometrica o altro che sia, ogni ASN finisce con un concorsino locale, talora indecente (tipo b).

    • @Avezzu
      Se i concorsi locali saranno potenzialmente una farsa, in principio non diversa da quella che in casi si è vista prima che la ASN fosse varata, non sarà certo colpa della ASN. Personalmente ritengo che dopo la ASN gli atenei debbano poter operare attraverso concorsi con membri interni. Tutto questo, senza una valutazione degli atenei che porti a conseguenze, ovviamente lascerà le cose come sono, eccetto comunque che, i profili e le valutazioni degli abilitati sono alla portata di un click.
      Ritengo non accettabili i commenti da parte di un campione biased sulla mancanza di oggettività in principio di indicatori numerici; sosteniamo invece che prosa inappuntabile stilistaicamente, che invece può anche far volare asini, sia più oggettiva?
      In altri termini, il fatto che altri passi per l’assegnazione delle cattedre possano essere inadeguati nulla toglie all’opportunità che le carriere scientifiche possano (e debbano) essere valutate in modo trasparente, oggettive al meglio, con criteri precisi. Le procedure o si migliorano o si sotituiscono. Non si elimina un problema eliminando un approccio per risolverlo.
      A tutti gli sdegnati per una valutazione chiedo: qual’è la proposta alternativa? Lasciare tutto come era o cosa altro? Siete o non siete d’acordo che le procedure per valutazione carriere debbano essere trasparenti e riproducibili? Ritenete che si debba continuare a poter entrare nel mondo accademico solo dal gradino più basso?
      Non ho apprezzato l’aggettivo “tragicomico”; Lei non sta comunicando con un nickname ed è tenuto, come ho fatto io, ad evitare apprezzamenti che siano al di fuori delle argomentazioni nel merito.

  8. L’unica soluzione è superare il modello humboldtiano, perché è assurdo pensare che il Miur possa controllare università completamente autonome, ma controllate da corporazioni disciplinari fortissime e compattissime. Ogni volta che si critica il modello humboldtiano si è tacciati di voler imporre l’università-azienda e mercificare la cultura. Riprendendo il discorso di Luca Cerioni sulle università anglosassoni, finanziate dallo stato, con controlli simili alla VQR, queste università sono completamente autonome: difficilmente accetterebbero un’ASN o dei concorsi locali per decidere i loro docenti. Oxford non accetterebbe mai di fare decidere p.e. a una commissione con 5 commissari britannici sorteggiati i docenti di Oxford tra tutte le università britanniche. E così Cambridge e tutte le altre università britanniche e questo perché sono realmente autonome e vogliono decidere le proprie linee di ricerca e didattica per proprio conto. Se si prospettasse una procedura simile all’ASN alle università britanniche, per la prima volta nella storia insorgerebbero. Questo tipo di autonomia coniuga libertà di ricerca e ottimi risultati.Addirittura nella storia di queste università ( e mi riferisco al ‘900) si assumono professori per contrastarsi a vicenda. Insomma,si coniugano rivalità, libertà di ricerca e buoni risultati. Questo non sarebbe possibile se esistessero corporazioni disciplinari forti e compatte come quelle italiane che decidono su tutto il territorio nazionale. Come si raggiunge questo obiettivo? Spezzando le corporazioni disciplinari. Come si ottiene questo? Non lo so. Forse creando qualcosa di simile alle grandes écoles con energie nuove, che soprattutto non provengono dalle attuali corporazioni disciplinari, perché altrimenti non cambierebbe niente. Questa proposta non verrà mai dall’università italiana. Occorre lo decida la politica, al momento occupata in ben altri problemi.
    Per l’università non è possibile neppure delegare alla magistratura il compito di controllare il reclutamente, perché un tribunale può annullare un concorso perché ci sono le prove evidenti che i vincitori erano già stati fissati, ma si ferma a questo. La corporazione ha una tale compattezza da fregarsene completamente se alcuni propri membri sono stati condannati e pubblicamente sputtanati da un tribunale, da Repubblica, dal Corriere, in tv. Ci sono casi clamorosi, dove il candidato che aveva vinto il processo,il concorso annullato, i commissari condannati, ma poi ha dovuto cambiare settore disciplinare all’interno del proprio dipartimento, dove è stato emarginato, e poi addirittura decidere di concludere la carriera accademica. Vi rendete conto che nessun dipartimento di nessuna università italiana è intervenuto per bandire un concorso e assumere un bravissimo candidato, riconosciuto a livello internazionale, che si era deciso fin dall’inizio di non dichiarare idoneo perché tutti i membri della commissione avevano già un loro idoneo, i cui titoli erano dovuti a legami privati o familiari con i commissari?
    E non si tratta di un concorso bandito da una università del profondo Sud.L’episodio è stato oggetto di grande attenzione mediatica, perfino di libri, ma nessun dipartimento di nessuna università si è posto il problema di assumere un candidato validissimo e conosciuto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti per la qualità delle sue ricerche. Né l’associazione della disciplina si è posta il problema di tutelare un proprio membro e soprattutto il proprio prestigio. Cosa può fare la magistratura e di fronte a tali comportamenti? E’ impotente. E la politica che può fare? Cambiare sistema di reclutamento, ma con corporazioni disciplinari così forti e compatte, in un sistema strutturato da un secolo, cambiata la legge, trovato l’inganno. Quando sento parlare di “comunità scientifica” mi viene da ridere.

    • Come al solito, vogliamo “ispirarci” all’estero solo per la parte che ci fa comodo.
      Nello specifico, valutazioni come l’ASN sarebbero inutili, così come sarebbero inutili commissioni con membri esterni per le assunzioni di ateneo, in un sistema universiario che rispondano della loro gestione (economicamente e scientificamente); ma a valutazioni rigorose e con conseguenze ci opponiamo.
      Le verrà da ridere (a proposito, visto che per questo blog lei è un nickname, ne ha titolo certificato dal suo livello scientifico?) quando si parla di comunità scientifica perché forse non è al corrente che esiste una sottoinsieme di ricercatori italiani la cui validità è riconosciuta internazionalmente; per inciso, sono quelli che non obiettano su valutazioni della loro carriera.

  9. Il 15 u.s. il MIUR ha prorogato “per autotutela” due commissioni. Fra queste 11/A3-Storia contemporanea, chiacchierata da subito per le abilitazioni apparentemente con 3 a 2.
    La motivazione del Decreto di proroga suona così: «(…) al fine di emendare vizi formali presenti nei giudizi di alcuni candidati» e, poco più avanti, «(…) allo scopo di consentire alla commissione di procedere alla correzione dei predetti giudizi». Mi chiedo
    (1) se il problema fosse proprio quello indicato da alcuni (la promozione con 3 voti pro e 2 contro), che farà la Commissione: cambierà l’abilitazione in una inabilitazione? o “disambiguerà” uno dei giudizi individuali, così da giungere al richiesto 4 a 1?
    (2) in ogni caso la sostanza non cambia: qui e in molti altri settori concorsuali si finge una normalità impossibile – come è stato segnalato anche per 11/A1-Storia medievale, con un esame analitico simile a quello fatto da me per un’altra commissione. E la normalità non si garantisce con qualche pezza qua e là.
    Mi permetto infine due precisazioni:
    – non ho mai inteso criticare l’ASN in linea di principio o in confronto con altre procedure di selezione: quello sarebbe tutt’altro discorso;
    – non mi si dica, per glissare sulla insanabile contraddizione delle 31 pubblicazioni da leggere ogni giorno e dei giudizi in 2’10”, che i proFessori non sono proCessori: professori (comunque lo scriviamo) non vuol dire dei Radamanto che a loro estro giudicano “secondo che avvinghia”; non vorrei proprio che ci venisse nuovamente propinata questa protervia, magari come realizzazione principe (dove meglio che nell’arruolamento?) della vocazione proFessorale…

  10. Non darei colpe a von Humboldt: se l’accademia italiana è questa (ma non tutta), darle ancora maggiore autonomia significa renderle la vita ancora più facile. Sarebbe invece opportuno concedere maggiori risorse per allargare la base del corpo docente ad elementi che non fanno parte di un sistema autoreferenziale.

    • … e di chi (per antiphrasim) a 4 mesi dal post è sufficientemente narciso da andare a vedere i commenti.

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