Lo Essential Science Indicators’ (ESI) è lo strumento approntato da Thomson Reuters per indicizzare gli articoli maggiormente pubblicati nel mondo, catalogati per discipline, ed è divenuto recentemente molto noto anche in Italia a seguito della decisione dell’Anvur di includerlo come uno degli indicatori su cui basare la VQR delle istituzioni di ricerca in Italia, suscitando anche una serie di ben fondate critiche sul modo maldestro in cui si è cercato di utilizzarlo (sul nostro sito vedi gli articoli di De Nicolao 1, 2, 3, 4, 5;  e Baccini 1 e 2). Anne Wil-Harzing è l’inventrice del software Publish or Perish (e l’amministratrice del sito di riferimento), che invece si basa su Google Scholar, altro sistema per indicizzare gli articoli più citati, che ciascuno può utilizzare (è free, come anche Publish or Perish, diversamente dall’ESI, che richiede la registrazione come user attraverso una istituzione universitaria e non mette a disposizione tutti i servizi gratuitamente): essa è quindi potenzialmente una concorrente dell’ESI.

Tuttavia, pur con le cautele che derivano da questa premessa, ci sembra interessante proporre l’articolo “How to become an author of ESI Highly Cited Papers?” di Anne Wil-Harzing in quanto mette in luce come siano possibili delle opportune e furbe strategie per massimizzare il proprio impact factor. Vengono infatti suggerite due strategie di pubblicazione, quella normale che ogni ricercatore onesto e/o ingenuo seguirebbe, lunga faticosa e dall’incerto esito; e la via brevis, che il furbastro potrebbe imboccare. Apprendiamo anche che esiste un editore nigeriano di Academics Journal (non è un phishing, ma una cosa vera!), che pubblica riviste indicizzate dalla Thomson Reuters e che assicura una rapida pubblicazione degli articoli e verosimilmente anche una peer review abbastanza benevola. Ora l’ISI della Thomson Reuters pare stia correndo ai ripari (eliminando giù alcune delle riviste nigeriane), ma sorge spontanea la domanda: non sarà questa una riedizione della continua rincorsa tra bastioni e cannoni?

Ma al di là di tutti gli inconvenienti denunziati dall’articolo, siamo messi sull’avviso di come si stia sviluppando una proficua attività, quella dei “predatory, open-access publishers”, ovvero di editori «that unprofessionally exploit the author-pays model of open-access publishing (Gold OA) for their own profit». Ovvero fanno proprio ciò che sta facendo l’editore nigeriano, e che sono stati ora elencati nella lista creata da Jeffrey Beall (vedi la edizione del 2012). Sono circa 23 gli editori elencati e altri 4 sono sotto indagine: tra questi ultimi ve n’è uno solo italiano. Ma, si sa, in queste cose noi arriviamo sempre ultimi, ma quando ci arriviamo facciamo di certo del nostro peggio, come dimostra il caso VQR. Siamo però sicuri che con lo stimolo fornito dall’Anvur e grazie alla sempre maggiore diffusione che riceveranno questi strumenti bibliometrici, i pericoli denunziati nell’articolo della Anne Wil-Harding (e che, detto tra parentesi, possono anche essere ritrovati, seppur di diversa natura, anche nel software da lei creato) saranno il nostro pane e companatico per i prossimi anni a venire.

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