PROLOGO: NOVEMBRE 1986 (O GIÙ DI LÌ)

Scusate la digressione autobiografica ma credo che molti della generazione nata alla fine degli anni Sessanta ed oggi studiosi di AREA 14 vi si riconosceranno almeno in parte.

Novembre 1986 mi iscrivo a Scienze Politiche a Bologna, Sociologia Generale la supero con Pietro Bellasi e al terzo anno (dopo aver dato esami con Gianfranco Morra e Giuliano Piazzi) mi iscrivo all’indirizzo politico-sociale ove incontro come miei professori figure del calibro di Achille Ardigò e Pierpaolo Donati. Sono dunque entrato nel quartier generale della sociologia cattolica italiana, ma senza averne contezza fino a che non ho seguito le lezioni di Ardigò e Donati. Dal corso di Morra, con monografia su Sturzo (autore peraltro che ho sempre trovato di grande interesse) qualche sospetto poteva venirmi, ma dagli entusiasmanti corsi di Bellasi e Piazzi decisamente no, per cui nel primo biennio mi ero immaginato una sociologia polifonica.

Quanti di voi si sono trovati in situazione analoga presso atenei cattolici, stateriani o del MiTo? Ovvero quanti di voi hanno scelto di studiare sociologia cattolica/stateriana/del MiTo oppure semplicemente volevano studiare sociologia comunque aggettivata (e comunque senza fazioni), meglio se non aggettivata?

Io mi son reso conto di essere nel cuore della sociologia cattolica italiana dalle lezioni di Ardigò e Donati. Tuttavia:

Ardigò con le sue spettacolari lezioni in 1h snocciolava Tarski, Goedel, Luhmann, Habermas, Crozier, Parsons, Maturana e Varela (noti biologi cileni), McLean (sì il neurofisiologo) e si confrontava con l’attore sociale di Gallino, con Minsky e von Foerster ecc, insomma un’impronta confessionale, cattolica, era certamente rinvenibile ma la pioggia di memi, e senza tabù, era tale e tanta che i più motivati e curiosi di noi uscivano con infiniti stimoli e un orizzonte più ampio per la qual cosa ad oggi sono ancora grato ad Ardigò, Donati &Co per cui lungi da me rinnegare la mia Ursprung. Più strutturata, rispetto alla sua matrice ardigoiana, la visione donatiana, dalle evidenti premesse cattoliche, nondimeno il paradigma relazionale per la sua potenza epistemologica ed euristica ed anche interdisciplinare non è certo circoscrivibile ad un visione cattolica del mondo come testimonia, ad esempio, anche il fatto che esista una corrente pittorica denominata Relational Painting.

Poi Ardigò andò in pensione e circa tre lustri dopo morì, lustri in cui ha continuato a produrre ma assai più defilato e marginale mentre la sociologia cattolica, fatti salvi alcuni maestri eccellenti (oltre a Donati stesso penso ad Andrea Bixio, ad esempio), si è decisamente ingrigita, proletarizzata e in parte provincializzata attorno ad un’idea di persona troppo vicina a quella del crostaceo orteghiano senza voler considerare mai il naufrago orteghiano (per i più giovani: il volume in questione è “L’uomo e la gente” apparso in Italia per Armando, ma sono importanti anche i capitoli dedicati da Ortega a Goethe nelle Meditazioni sulla felicità apparse per SugarCo) ovvero l’individuo capace di aprirsi al possibile come essere generico ed astratto (come l’individuo astratto, avventuroso e straniero metropolitano di Simmel) laddove ogni studio sulla globalizzazione implica una rilettura dell’individuo capace glocalmente, di avere radici e al contempo espandere i propri rami verso ovunque arrivando a sradicarsi e riradicarsi, come, appunto, lo straniero simmeliano.

Gianni Statera, più o meno in quegli anni, (1986, ovvero mentre stavo pagando la mia prima retta universitaria) usciva con il volume “La politica spettacolo” dal quale la sua scuola non si sarebbe mai più ripresa e per evolversi avrebbe dovuto, distaccarsi dal retaggio stateriano (e ciò è in parte avvenuto grazie a grandi e prestigiosi studiosi che hanno fatto scuola soprattutto tra Firenze e Roma) e laddove tale distacco non è avvenuto si è riprodotta: una sociologia molto spesso troppo normale, attenta al mondo dato per scontato della “casalinga di Voghera” (o comune limitrofo) per avere pretese di originalità, profondo Verstehen e di rivoluzionarietà kuhniana. Il MiTo in quegli anni esprimeva certamente alcuni pensatori eccellenti (Gallino in primo luogo ma non solo) ma sui grandi numeri, i “ricercatori” del MiTo affogarono nella disamina quantofrenica di quante casalinghe di Voghera avessero comprato il libro di Statera approfondendo poi con un’accurata survey e dei focus group, quante:

a)     lo tenessero per pareggiare la gamba zoppa di un mobile;

b)     l’avessero comprato convinte che fosse il supplemento di un gossip magazine;

c)     avessero il caminetto in casa;

e per quanto metodologicamente rigoroso e tecnicamente impeccabile un simile tipo di ricerca faticava ampiamente a giustificarsi per originalità e rilevanza strategica per il policymaking.

PARAGRAFO 1: OGGI

Quando attorno al 2011 nacque il blog “Per la Sociologia” lo accolsi con grande entusiasmo e interesse e vedendo tra i fondatori Mauro Magatti (che stimo al punto da averne fatto studiare Libertà Immaginarie a e La Grande Contrazione nel mio corso) e apprezzando di quel blog anche la vocazione ad andare oltre la logica obsoleta delle tre componenti ero lì lì per aderirvi – proprio per il suo carattere bipartisan e dunque senza dover rinnegare la mia Ursprung più o meno casuale – poi accadde qualcosa che mi trattenne:

a) il blog stava diventando una muta del lamento, per dirla con Canetti;

b) i lamenti sembravano puntare non ad una logica organizzativa oltre le componenti quanto piuttosto a costituire una quarta componente.

Oggi i vivaci dibattiti sul blog mi fanno ben sperare che Per la Sociologia possa tornare alle proprie origini: bipartisan e oltre le componenti come eravamo noi negli anni ’80 ignare matricole di sociologia (o lauree equipollenti). Veniamo ad alcune crude vicende che “Per una sociologia oltre le componenti” potrebbe affrontare da protagonista mentre “Per un sociologia come quarta componente” potrebbe complicare implosivamente ancora di più col maggior danno per tutta l’AREA 14.

I risultati dell’ANVUR riguardo all’AREA 14 sono stati piuttosto desolanti. Premesso che il meccanismo di valutazione dell’ANVUR presenta numerosi ed evidenti difetti in primo luogo la sua retroattività, non anche una certa arbitrarietà di fatto nella scala da eccellente a limitato, arbitrarietà docimologicamente inevitabile ogniqualvolta si modella il processo di valutazione su giudizi (e dunque su un “sistema di voto”) anziché su indici (sistema di pesa). Ma di articoli critici (alcuni intelligentemente e costruttivamente altri decisamente meno) sull’operato dell’ANVUR ve ne sono ormai in tal quantità da dissuadermi dallo scriverne uno in più. Piuttosto in questo pezzo vorrei capovolgere la prospettiva e partire dalla considerazione che comunque l’output della valutazione ANVUR è, kelsenianamente, diritto valido per cui o si trova il modo proceduralmente conforme per invalidarlo o i “cortei di piazza” saranno solo rumore esterno e in buona sostanza irrilevante. Dunque finché non si trova (almeno) un cavillo per invalidare tutto bisogna che l’AREA 14 si misuri con gli outputs della valutazione ANVUR, non tanto e non solo sul piano dell’ermeneutica del dato, quanto per ripensare il policymaking dell’AREA 14 dato che l’ANVUR coi suoi risultati ha fatto il funerale al policymaking della generazione accademica di sociologi nati tra la seconda metà degli anni Trenta e la prima metà degli anni Quaranta, il cui pensionamento intellettuale e di visione avrebbe dovuto avvenire almeno dieci anni fa, stando ai dati ANVUR e stando al fatto che quella generazione accademica ha beneficiato di quanto costruito dalla generazione cattedratica nata negli anni Venti la cui eredità è stata appunto dilapidata dalla generazione attualmente appena pensionata o in via di pensionamento… Perché?

Perché l’ANVUR con la sua enormità di “limitato” ci restituisce l’immagine di una sociologia italiana paesana – sia per la scarsissima apertura linguistica, sia per l’attenzione al micro, al locale, all’abitudinario e al comunitario etnodialettale ovvero al più noioso e irrilevante valore d’uso – senza visioni né strategie teoretiche – malridotta a tal punto da auto ingannarsi che la storia del pensiero sociologico sia teoria sociologica – proletaria: una scienza potente si muove entro modelli concettuali, paradigmi e raffinati disegni metodologici con ambizioni anche di policymaking applicativo invece una disciplina proletarizzata è fatta di braccia proletarie “giornaliere” che passano con egual incompetenza da un tema all’altro purché vi sia qualche spicciolo dalla committenza. Di solito chi agisce così lo fa in nome di una presunta idea di sociologia “generalista”, laddove questo termine invece non significa sociologia tuttologica bensì sociologia dei concetti generali, inoltre populista laddove la sociologia anziché meta osservare la società, ne sposa valori e senso comune svilendo a tal punto i quadri teorici da riprodurre appunto il senso comune (ideologico e/o confessionale) e quindi perdendo ogni dignità conoscitiva e scientifica. Infine burocratico-statal-impiegatizia ovvero affamata di rendicontazioni contabili dell’esistente di senso comune che assai di rado servono per lo sviluppo teorico, epistemico, strategico ed applicativo di policymaking senza un’adeguata riconcettualizzazione ad esempio una ricerca sociolavorista che stimasse la disoccupazione giovanile sarebbe assai poco rilevante e banale “scienza normale” senza un’adeguata concettualizzazione di “lavoro” e di “valore aggiunto” e soprattutto senza un’adeguata metateoria dell’evoluzione del capitalismo se no il tono burocratico si intreccerebbe con quello populista in rumori di piazza sancendo in tal caso la morte della sociologia a quel punto divenuta scienza (dell’) inutile. Come andare oltre?

PARAGRAFO 2: ORIZZONTI

Quali tratti potrebbero caratterizzare una sociologia oltre la logica delle (attuali quattro) componenti?

La mia proposta di policy è quella di una sociologia ipercittadina ovvero:

a)     Cosmopolita ovvero formidabile ricombinatrice e riconfiguratrice di memi su scala globale aumentando weickianamente la forza di legami deboli sempre più diffusi. Una scienza cosmopolita e “politeista” riesce anche a tematizzare i valori, diciamo così come fossero fusi orari. Chi vive a Bologna e guarda l’ora leggendo, poniamo, le 18 sa però che, ad esempio, a New York è mezzogiorno e non è convinto che nello stesso istante siano, o ancor peggio debbano essere, le 18 sull’intero pianeta.

b)     Imprenditoriale, nel senso più ampio e potente del termine, possibilista, di frontiera e pronta ad investire tutto il suo bagaglio teorico, epistemico, metodologico e tecnico su sfide ad alto impatto globale anche quando rivolta ad un intervento locale.

c)     Orizzontale nell’essere incubatrice di élite intellettuali e di cittadinanza scientifica attraverso piattaforme globali (linguistiche, tecnologiche, editoriali ecc.) anziché verticalizzarsi in una terza missione sovente a rischio proletarizzazione.

d)     Lobbisticamente forte in modo trasversale tra organismi sovranazionali e multinazionali attivando policies di fundraising, anche di crowdfunding, a supporto di pochi, grossi progetti su sfide ad alto impatto globale.

e)     Coerentemente interdisciplinare nel senso di una visione integra di una scienza che confina con molti campi del sapere dalla biologia (Maturana) alla cibernetica (von Foerster) dalla filosofia (elenco impensabile anche solo da abbozzare qui) all’economia e al management (Schumpeter, Normann) alla letteratura (McLuhan) e all’ingegneria (ancora McLuhan). Una sociologia non interdisciplinare e dunque rigidamente settoriale renderebbe impossibile ad un candidato abilitarsi, come invece è accaduto nell’ASN2012 in più settori concorsuali  e costringerebbe un’ipotetica commissione a bocciare i seguenti ipotetici candidati:

Weber Max, essenzialmente uno storico;

Marx Karl, un filosofo blasé disperatamente bisognoso di un barbiere;

Schumpeter Joseph, un economista (che peraltro non fa tabelle!!!);

Simmel Georg, un filosofo, un frivolo che si occupa di estetica;

Mead George H., uno psicologo piuttosto confuso tra sé, me ed io. Sospetta schizofrenia?

McLuhan Marshall, un disorganizzato con laurea in lettere ed in ingegneria. Confuso sul suo futuro. Deve ancora maturare parecchio;

Maturana Humberto, un biologo anzi due, dato che c’è sempre con lui anche un tale Francisco Varela;

Ortega y Gasset Josè, un filosofo spagnolo talmente marginale che i sociologi ritengono essere due filosofi spagnoli in équipe un poco come Maturana e Varela.

Ecc. ecc

Insomma, per quanto incerte, le alleanze interdisciplinari vanno valorizzate e premiate anche in coerenza con la prestigiosa lezione di Gallino.

f)      Globale: ovvero attenta alle sfide e alle soglie epocali come illustrerò schematicamente quando tratterò le dimensioni spaziali e quantitative della sociologia.

g)     Positiva, artificiale e complessa ovvero consapevole che l’idea di una presunta scienza della “realtà” si è schiantata contro le catene montuose del potere morfostatico, che ha creato l’illusione prospettica, come bene ci hanno insegnato Berger e Luckmann, che il mondo che noi diamo per scontato non è più “reale” di mondi da noi ritenuti improbabili o assurdi. Pertanto la sociologia così intesa è kelsenianamente positiva ed artificiale, con Minsky e McLuhan sa che l’evoluzione sociale è produzione neocorticale di artificialità (l’aereo esiste oggi nella realtà ma non esiste in natura, esso è un artificio della nostra neocorteccia e non è esistito per intere geologiche per cui l’apertura neocorticale è illimitatamente volta al possibile, alla Gegnet) e dunque l’evoluzione sociale è innanzitutto estensione ed espansione dell’orizzonte e del contesto, una sociologia del qui ed ora del mondo dato per scontato sarebbe assai poco scientificamente rilevante, eppure simili lavoretti abbondano sotto forma della peggior contabilità sociale.

Una simile sociologia, latamente sistemica (ma non necessariamente tale in termini paradigmatici e metodologici per cui non è questione se sia “sorokiniana”, “parsonsiana” o “luhmanniana) consentirebbe una re-entry viabile delle quattro dimensioni chiave di ogni ricerca scientifica: spazio, tempo, quantità e qualità. Vediamole in breve mostrando come sia impensabile, nel mondo globalizzato, una qualunque sociologia locale.

SPAZIO

Le piattaforme tecnologiche e linguistiche creano un globo orizzontale in cui lo studioso interagisce digitalmente e multimedialmente in “sincrono” con altri colleghi nel mondo attraverso un’osservazione molto più circolare e sincronica che lineare e diacronica.

TEMPO

In uno spazio orizzontale il tempo si fa istantaneo, si fa tempo zero del desiderio nella logica del matchfinding multimediale tra domanda ed offerta di conoscenza (scientifica). Ecco dunque che la ricerca deve mantenere standard metodologici di qualità ma non al prezzo dell’obsolescenza immediata. Una ricerca formalmente ben fatta ma che produce dati già obsoleti appena pubblicati (come ad esempio il censimento) è del tutto superflua dato che nessun policymaker potrebbe mai usare quei dati, seppur corretti, per il semplice motivo che sono già superati per cui buttare soldi nella quantofrenia empirista potrebbe essere un ottimo modo per screditare una scienza.

QUANTITA’

Vale quanto scritto in merito allo spazio: fondamentale la produzione in sincrono su scala globale di macrodati aggregati convergenti, compatibili, attendibili e validi e ciò è possibile solo attraverso standard e protocolli metodologici appunto globali. Équipe su scala globale tra loro adeguatamente contrattualizzate si scambiano dati in real time entro il medesimo frame metodologico e potente big data sharing.

QUALITA’

Concetto assai controverso, qui inteso non come qualità superiore o inferiore bensì come capacità metateorica e concettuale di cogliere l’emergente in modo intuitivo, inventivo, immaginativo e creativo, al di là della contingenza esistente senza però sovra interpretarla. Da qui l’esigenza di un forte investimento in paradigmi epistemologicamente all’altezza di mettere a sistema spazio, tempo, quantità e qualità.

Il meccanismo valutativo dell’ANVUR ha creato numerose distorsioni ed aberrazioni e di certo non è un ideale regolativo tuttavia sarebbe assai squallido se trovato il cavillo per invalidare tutto il lavoro dell’ANVUR, la sociologia si rituffasse interamente nel laghetto paesano, impiegatizio, proletario e populista. Significherebbe che la generazione in via di rottamazione non ha allevato figli o nipoti migliori di sé ma solo brutte imitazioni di un modello già assai scadente in partenza; ecco perché il prossimo salto evolutivo dell’AREA 14 in particolare e della valutazione scientifica tout court dovrebbe essere un sistema borsistico di “pesa” (weighting) e non un maquillage di un sistema politico (voting) come quello attuale che ha addirittura aumentato il potere di voto di pochi grandi elettori ed aumentato così i rischi di violazione di legge, abuso di potere (tipico della disparità di trattamento dato che, ad esempio l’interdisciplinarietà o è un titolo di merito o di demerito per ogni candidato secondo guidelines normative ministeriali e non un merito/demerito a discrezione della commissione)

 CONCLUSIONI: OLTRE

Nella semantica sistemica, oggi la sociologia di AREA 14 del MIUR si trova di fronte ad una cruciale biforcazione:

a)     superamento della logica delle componenti in forme simmeliane e astratte di più che vita attraverso un “sistema borsistico”;

b)     espansione della logica delle componenti con relativa proliferazione: dopo la quarta, un’ipotetica quinta e poi sesta, settima e così via fino a che non si tornerà alla logica degli “istituti monocattedra” dei primi anni Sessanta e a quel punto avremmo sociologie talmente localistiche da essere irrilevanti su scala globale, salvo colpi di scena glocali da “coda lunga”.

Questo mio contributo concettualizza l’intera biforcazione ed è al contempo una proposta verso una sociologia sempre più astratta e ispirata a generare forme di più che vita dato che sul versante b della biforcazione vi è solo una frammentaria e rapsodica serendipità.

Per quanto esista la serendipty, tuttavia, una scienza che si affidasse ai “colpi di scena” un granché credibile non mi sembrerebbe.

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