Audizione della Rete29Aprile presso la VII Commissione del Senato 7 giugno 2011

La Rete29Aprile (Ricercatori per una Università Pubblica, Libera e Aperta) ringrazia la Commissione Istruzione del Senato per l’invito a presentare il proprio punto di vista sul tema della “eventuale abolizione del valore legale del diploma di Laurea”, come recita l’invito che ci è pervenuto.Va sottolineato in premessa che, com’è noto, in Italia l’attuale riconoscimento legale del percorso di studi superiori di una persona – ovvero della sua Laurea – , non offre di per sé automatismi per l’accesso al mondo del lavoro. Per quanto riguarda il settore pubblico, infatti, vige il principio costituzionale del pubblico concorso (Art. 97); per l’esercizio di molte professioni, invece, almeno dalle riforme crociane in poi (ovvero da quasi un secolo), è previsto un esame di stato (Cassese 2002), nella preparazione del quale possono essere coinvolti gli ordini professionali. La Laurea è, in questi casi, solo una precondizione di accesso, la quale garantisce che la persona che si candida ad essere impiegata nel settore pubblico, oppure a svolgere una certa professione, abbia compiuto determinati studi. Abolire il riconoscimento legale del titolo di studio significherebbe, in questi contesti, lasciare al solo vaglio di un singolo esame (concorso pubblico o esame di stato) l’accertamento della competenza della candidata o del candidato su una vastissima mole di prerequisiti di conoscenza, necessari per quella particolare attività. Si tratterebbe, dunque, di consentire l’esercizio della professione forense o notarile a chi non fosse laureato in legge, oppure di consentire ad una persona che non avesse studiato medicina di operare o di curare dei pazienti? Queste possibilità non solo non paiono auspicabili, ma neppure ragionevoli né sostenibili di fronte all’opinione pubblica. È noto, infatti, lo sconcerto provocato dai casi – peraltro purtroppo ricorrenti – nei quali si scopre che un presunto medico (o avvocato, o altro) agisce da anni senza neppure avere una laurea nel suo settore. Quando ciò avviene l’opinione pubblica non sembra dolersi per la mancata liberalizzazione delle professioni, quanto, piuttosto, per l’incapacità delle autorità competenti, dimostrata in quegli specifici casi, a tutelare i cittadini.

(Prosegue qui)

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