Recentemente l’ANVUR ha reso noto, tramite una comunicazione che Paola Galimberti ha analizzato in un lucido intervento su ROARS, di essersi impegnata nei confronti degli editori a limitare l’uso delle pubblicazioni ricevute alla sola valutazione, e a distruggerne i file al termine dell’esercizio VQR 2004-2010. Questa scelta, benché dettata da ragioni comprensibili, rischia di vanificare uno dei possibili utilizzi di una base dati così significativa: l’effettuazione di approfondite ricerche testuali, incluse le analisi citazionali.

La mancata opportunità graverebbe in misura più rilevante sulle scienze umanistiche e sociali, che su questo terreno scontano già un grave ritardo nei confronti di altre discipline. È un tema, questo, sollevato più volte recentemente, in riferimento alla possibilità di analisi bibliometrica delle pubblicazioni socio-umanistiche. Vi sono infatti valide ragioni per ritenere che anche in questo ambito possa essere opportuna l’integrazione del giudizio dei pari con metodi quantitativi. Molti interventi, tra cui quelli di Alberto Baccini, hanno messo chiaramente in luce i termini della questione: se per tali settori l’analisi quantitativa deve essere al momento esclusa, ciò dipende dalla mancanza degli strumenti necessari, ossia banche dati sufficientemente ampie e affidabili.

Le discipline socio-umanistiche, a differenza delle scienze dure, non hanno come riferimento (salvo significative eccezioni) un’unica comunità internazionale o un’unica lingua veicolare, e neppure oggetti e metodi di studio ampiamente condivisi e trasversali. Ciò trova immediato riflesso nella diversità di pratiche editoriali e citazionali che si registra tra le une e le altre. Per queste ragioni non ci si può sbrigativamente limitare a raccomandare l’inclusione delle riviste socio-umanistiche in WoS o in Scopus, ammesso che questo sia un obiettivo ragionevolmente perseguibile, con procedure accessibili e snelle. Occorre semmai riflettere su come dar vita, almeno a livello nazionale, a strumenti che abbiano la stessa credibilità e affidabilità delle banche dati di Thomson e di Elsevier.

Prodotti di questo tipo non si improvvisano: richiedono una progettazione attenta e scrupolosa. Ecco perché sarebbe un vero peccato sprecare l’opportunità di servirsi della banca dati costituita ai fini della VQR come di una leva per sperimentare (rigorosamente al di fuori delle procedure di valutazione) la risposta di quei settori scientifico-disciplinari alle sollecitazioni dell’analisi citazionale. La banca dati delle pubblicazioni conferite alla VQR, nonostante sia rappresentativa solo di una frazione della produzione scientifica nazionale, può rivelarsi uno strumento di eccezionale portata. Nello specifico, potrebbe essere utilizzata per testare l’applicazione dell’analisi citazionale a discipline che finora non se ne sono mai avvalse. Si potrebbero in tal modo accumulare informazioni utili per porre le basi di un futuro database specialistico del settore SSH. I benefici che ne trarrebbe la comunità scientifica sarebbero considerevoli; l’utilizzo del database da parte della stessa ANVUR, per i successivi esercizi di valutazione, potrebbe essere uno di questi, anche se non necessariamente il più rilevante.

Il dibattito “bibliometria: sì o no” è, infatti, un falso problema, che, alimentando aprioristici rifiuti, rischia di deviare l’attenzione da ogni sforzo per ammodernare il contesto entro cui avviene la disseminazione della ricerca socio-umanistica: un tale obiettivo ha di per sé un valore enorme, indipendentemente da eventuali applicazioni nel campo della valutazione. La disponibilità di una nuova e più completa banca dati bibliografica, possibilmente con contenuti in full-text, potrebbe infatti migliorare sensibilmente le pratiche di lavoro e la qualità dei risultati, nonché la loro accessibilità.

Sfruttare fino in fondo i dati disponibili impone però di rendere leggibile la trama completa dei riferimenti bibliografici incrociati, in primo luogo tra le opere che fanno parte della banca dati, e poi anche verso documenti esterni. Libri, articoli e saggi accademici rimandano alla bibliografia specifica sull’argomento trattato; tuttavia, le citazioni contenute, per esempio, nelle note a piè di pagina sono informazioni silenti finché non vengono individuate ed estratte. Per fare ciò occorre un sistema di elaborazione testuale, che permetta di automatizzare il processo di riconoscimento ed estrazione delle citazioni presenti nelle singole opere.

Si tratta evidentemente di un’attività ingestibile a livello di spoglio manuale; e tuttavia automatizzarla è assai complesso. Rispetto alle scienze dure, i cui standard citazionali rendono agevoli le operazioni di data mining (per le quali esistono già strumenti appositi, come CiteSeer), nelle discipline umanistiche queste procedure sono rese molto più complicate dalla particolare modalità discorsiva che caratterizza generalmente l’estensione delle note bibliografiche. Una peculiarità che impone la calibratura di euristiche molto raffinate e un “addestramento” specifico del software. Va detto però che le soluzioni tecnologiche a questi problemi sono già disponibili e testate con successo: è pertanto possibile implementare, in tempi rapidi e a costi ridotti, un nuovo database citazionale, a partire da banche dati di opere in full-text.

Ricapitolando, potremmo contare da un lato sulle pubblicazioni inviate ai fini della valutazione e dall’altro sul software di analisi citazionale a cui applicarle. Avviando una sperimentazione sulla banca dati della VQR (o quantomeno sulla sezione socio-umanistica di tale banca dati), potremmo avere a disposizione in tempi ragionevoli un banco di prova da sottoporre alla comunità scientifica. Questa sperimentazione, lungi dal costituire una minaccia nei confronti degli editori, porterebbe benefici anche a questi ultimi, se ­– com’è auspicabile – incentivasse un processo di incremento della quantità (e qualità) dei contenuti accessibili, mediante una futura integrazione tra nuovi progetti editoriali e piattaforme distributive già esistenti.

Eventuali programmi di digitalizzazione delle raccolte complete dei più importanti periodici – che porterebbero l’Italia alla pari dei paesi che hanno realizzato JSTOR, Muse, Persée ecc. – sarebbero estremamente importanti, per quanto complessi e impegnativi; nelle attuali contingenze non sembra fuori della portata proporsi un obiettivo più circoscritto ma comunque di grande rilievo: costituire una specifica banca dati bibliografica per il settore SSH.

In prospettiva, si tratta di un obiettivo realizzabile, a cui l’ANVUR e l’intera comunità scientifica dovrebbero guardare con favore. Un primo passo in tale direzione potrebbe compiersi proprio ora, a patto di sfruttare completamente il potenziale di conoscenza insito nell’operazione avviata con la VQR 2004-2010.

 

(Disclaimer: chi scrive è direttamente coinvolto nell’attività di uno spin-off universitario impegnato nell’elaborazione di tecnologie di ricerca testuale).

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1 commento

  1. Sono totalmente d’accordo. Più in generale sono del parere che vadano sviluppate tutte le ricerche e le sperimentazioni “sulla” valutazione universitaria. Nel primo e spesso dimenticato regolamento dell’ANVUR (DPR 64/2008) il comma 10 dell’articolo 4 recitava: “L’Agenzia promuove e diffonde la cultura della qualita’ e della valutazione nell’ambito della didattica universitaria e della ricerca, nonche’ la ricerca sulla valutazione e la formazione di specifiche competenze professionali, anche mediante la predisposizione di appositi progetti di ricerca e protocolli formativi, con particolare riferimento alle metodologie di auto-valutazione, di valutazione esterna con il metodo della valutazione tra pari e di miglioramento continuo”. Nel regolamento Gelmini-Giavazzi (DPR 76/2010) che ha sostituito il precedente, la norma è sparita. Qualcosa vorrà pur dire. Era uno dei tanti segni della deriva burocratico-sanzionatoria che l’ANVUR stava prendendo nelle mani del legislatore frettoloso e che purtroppo non ha tardato a prendere realmente appena istituita. Anche l’impegno del Presidente Fantoni, in una delle sue prime interviste, a dotare l’ANVUR di un centro studi non mi risulta sia stato ancora mantenuto.

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