Le misure del governo Letta per contrastare la disoccupazione giovanile vanno nella direzione giusta? Perchè non solo i laureati, ma persino i diplomati italiani non riescono a usare sul lavoro le competenze acquisite con la formazione? Come aumentare l’occupazione qualificata? Andrea Cammelli, presidente del Consorzio interuniversitario Almalaurea, risponde alle domande di Roberto Ciccarelli.

Per comprendere i parametri scelti dal governo Letta per contrastare la disoccupazione giovanile in Italia ci rivolgiamo a Andrea Cammelli presidente del Consorzio interuniversitario Almalaurea che studia la condizione occupazionale degli studenti e dei laureati.

Posso fare solo delle congetture. Probabilmente, in presenza di tempi stretti e di risorse limitate, le si sono volute spalmare su una platea ridotta di potenziali fruitori, con criteri in buona parte condivisibili: il disagio sociale, la minore occupabilità legata ad un ridotto livello di istruzione, la residenza nel Mezzogiorno. In un paese caratterizzato da un ridotto livello medio di istruzione della forza lavoro si potrebbe obiettare sull’opportunità di adottare un criterio che tende a privilegiare le assunzioni dei lavoratori meno istruiti. O forse il decreto non fa che riconoscere un tratto che ci distingue in negativo dagli altri paesi avanzati: la presenza di un’elevata quota di occupati con al più la scuola dell’obbligo.

Quanti sono i lavoratori con il diploma di scuola media?

Nel 2010 erano il 35,8% degli occupati, il 22% nell’Europa a 27, in Germania il 13,5%. Una caratterizzazione che riguarda soprattutto il settore privato e che si riflette anche sul livello di istruzione di manager e dirigenti. Il 37% degli occupati italiani classificati come «manager» aveva tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea. In Germania, con una consistenza del settore manifatturiero simile alla nostra, i manager con livello di studi analogo arrivano al 7%. Nello stesso anno l’Italia era agli ultimi posti per la quota di laureati sia per gli adulti d’età 55-64 anni sia per i giovani di 25-34 anni (21% contro il 38%). Una struttura occupazionale che discende dal modello di specializzazione produttiva e dai tratti tipici del nostro tessuto imprenditoriale: il nanismo aziendale, la prevalenza di una gestione familiare non manageriale, ad esempio. Risultato: a parità di condizioni, un imprenditore laureato assume il triplo di laureati rispetto ad uno non laureato. C’è poi l’arretratezza della pubblica amministrazione e il minore assorbimento di laureati dovuto al blocco delle assunzioni. Un quadro generale che forse avrebbe richiesto una maggiore attenzione, nella scelta degli interventi, per misure in grado di promuovere la valorizzazione del capitale umano e della conoscenza.

Come aumentare l’occupazione qualificata invece?

La creazione di posti di lavoro, soprattutto nel caso dei diplomati tecnici e professionali, molto richiesti dalle nostre imprese, non può che essere legata ad un aumento della domanda di beni prodotti dal nostro sistema manifatturiero, aumento che può essere motivato o da un incremento della domanda estera o di quella interna o di entrambe. Nei due casi, interventi volti a ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto possono svolgere una funzione utile. La strada maestra passa per la riduzione del cuneo fiscale e l’adozione di innovazioni tecnologiche e organizzative che richiedono, però, adeguati investimenti da parte delle imprese. Su questo fronte non si fa abbastanza da diversi anni, da ben prima della crisi. Anche in questo caso, l’assenza di interventi da parte del governo è da ricondurre, probabilmente, alle difficoltà tecniche e politiche nel reperire le risorse da mettere in campo.

In molti casi i giovani diplomati, come i laureati, non riescono a usare le competenze acquisite con la formazione sul lavoro. Perché?

Sicuramente occorre curare di più il rapporto tra scuola e mondo del lavoro, valorizzando anche i tirocini, non dimenticando però che i sistemi di istruzione devono fornire competenze utili lungo tutto l’arco della vita delle persone, non solo nella fase di ingresso nel mondo del lavoro. In un mondo che cambia continuamente un’elevata occupabilità in ingresso, legata al possesso di competenze molto specifiche, potrebbe tradursi in una minore occupabilità nell’arco della vita lavorativa. Quindi, occorre disegnare sistemi di istruzione e di formazione che sviluppino competenze adattabili nel corso del tempo attraverso la formazione continua. Questo vale sia per i diplomati sia per i laureati. Importante è anche l’informazione sui percorsi e sugli sbocchi occupazionali. Spesso le famiglie non considerano le reali attitudini dei giovani. L’attività di orientamento delle istituzioni è spesso carente e talvolta gestita in maniera poco professionale, anche per mancanza di risorse. Occorre però vegliare affinché il tempo impiegato a scuola e all’interno delle imprese sia effettivamente utilizzato per migliorare il bagaglio di competenze e conoscenze dei giovani.

Il Manifesto, 29-06-2013

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