Tutti gli interventi (vedi qui e qui) che hanno criticato l’articolo e le idee sull’Università di Ichino e Terlizzese (I e T) hanno respinto come sbagliata l’ipotesi di base della mancanza di esternalità nell’educazione terziaria. In questa breve replica invece accetterò questa loro ipotesi e cercherò di capire quali possano essere le conseguenze di tale accettazione e se il problema che loro pongono sia di facile soluzione o meno.
Se il contributo all’economia e al benessere della istruzione terziaria è data, come da ipotesi, dalla somma dei benefici individuali dei laureati, allora abbiamo una soluzione semplice: la liberalizzazione delle tasse universitarie porterà a un numero di laureati automaticamente ottimo e dato dal confronto fra i rendimenti futuri attesi dei laureati e il costo da sostenere nell’educazione universitaria. Ipotizzando rendimenti decrescenti dei redditi dei laureati, l’equilibrio si troverò facilmente e sarà un equilibrio equo perché rispetterà la meritocrazia.. In questo sistema un intervento pubblico, di qualsiasi tipo, economico o normativo, è inutile, anzi potrebbe essere dannoso e provocare spostamenti non ottimali dell’equilibrio. Ovviamente perché tutto ciò funzioni bisogna che il mercato dell’accesso all’educazione universitaria sia in concorrenza perfetta, cioè che tutti abbiano uguale possibilità di accesso e che quindi ci possa essere una perfetta selezione degli studenti secondo le loro capacità. Solo con questa ipotesi avremmo una selezione unicamente meritocratica.
Ovviamente I e T sanno che non siamo e non saremo mai in un mercato a concorrenza perfetta, tale mercato è solamente un’invenzione (quasi sempre inutile a comprendere qualcosa) dei modelli neo-classici. La conseguenza è che inevitabilmente debba esserci un intervento pubblico che corregga le disfunzioni che si avrebbero in un mercato non concorrenziale, cosa che favorirebbe dei meno meritevoli a scapito di più meritevoli a partenza svantaggiata.
Ipotizzando che sino alla scuola superiore il mercato sia perfetto e che quindi tutti i meritevoli abbiano raggiunto la possibilità di accesso all’università, si tratta allora di fornire a tutti, indipendentemente da altri fattori, una uguale possibilità di accesso all’università.
Bisogna fare un’ulteriore ipotesi, il mercato imperfetto è tale esclusivamente a causa della diversa possibilità economica di anticipare i costi dell’istruzione universitaria. In realtà basterebbe l’ipotesi di un mercato perfetto del credito bancario perché questa diversa base di partenza possa essere superata. Il sistema del credito potrebbe anticipare la somma necessaria all’iscrizione, a tassi differenziati secondo il merito, e quindi ci sarebbe una selezione delle iscrizioni che dipende dai ricavi futuri attesi di coloro che vogliono iscriversi. In termini economici possiamo definirla un’ipotesi di possibilità perfetta (o stocastica) di conoscenza dei propri meriti, della possibilità di convincere il mercato del credito dei propri meriti, dalla conoscenza di entrambi (potenziale studente e banca) del mercato futuro della qualifica che si vuole ottenere e della probabilità di fallimento, in aggiunta va naturalmente ipotizzato un comportamento perfettamente razionale dei soggetti.
Troppa roba, troppe ipotesi assurde, forse anche chi ha fatto un PhD all’università di Chicago difficilmente potrebbe pensare che tutto questo si verifichi e allora ecco, ritorniamo all’esigenza di un intervento pubblico.
L’azione statale proposta da I e T si riferisce a due possibili interventi: prestiti agevolati alle categorie meno abbienti e quindi presumibilmente più in difficoltà ad accedere al mercato privato dei prestiti, e graduazione delle tasse universitarie a scopi ridistribuivi.

Entrambi gli interventi risultano onerosi, ma c’è qualcosa che non quadra: non si capisce, non essendoci esternalità, perché tali oneri dovrebbero essere a carico dello stato, cioè dell’intera collettività.

Presumo che I e T abbiano una posizione ideologica che vuole un intervento pubblico volto a far funzionare meglio il mercato, e quindi che siano dell’opinione che una redistribuzione del reddito sia cosa giusta e necessaria per un funzionamento meritocratico dell’istruzione universitaria. Sono convinto che Ie T siano favorevoli a interventi redistributivi e di uguaglianza fra i cittadini, ma questo, date la loro ipotesi di assenza di esternalità, deve e può avvenire tranquillamente utilizzando strumenti normativi senza oneri per la collettività, cioè senza finanziare l’università, dato che dovrà e potrà essere pagata da coloro che ne avranno i benefici.

Infatti non si capisce perché i costi dell’istruzione universitaria debbano essere pagati dalle famiglie che non usufruiranno del servizio, visto che non ne riceveranno alcun beneficio diretto. Allora si tratterà di addebitare il costo dell’istruzione universitaria solo a chi ne usufruisce. In un mercato imperfetto l’intervento dello stato dovrà solamente essere quello normativo, volto a distribuire attraverso le tasse di iscrizione il carico dei costi in modo differenziato secondo due parametri guida: la meritocrazia e il reddito.

Credo che sino a qui i problemi siano chiari. Ma purtroppo i problemi mi sembrano di difficile soluzione:

1)    La meritocrazia. Ipotizziamo una base della popolazione a rischio (cioè i diplomati della scuola superiore) perfettamente selezionata esclusivamente per meritocrazia. In questo caso bisognerebbe costruire ogni anno una distribuzione dei diplomati secondo classi di merito (negli Stati Uniti esiste qualcosa del genere). Ipotizziamo che ciò sia possibile, il problema è quello di individuare il livello minimo di merito, al di sotto del quale non sia conveniente, per l’individuo e quindi per la società, una iscrizione all’università (il rendimento futuro atteso sarebbe minore del costo). Insomma un numero chiuso perfettamente individuato sulla base della conoscenza della distribuzione merito. Se non si facesse questo, lo stato farebbe una cosa profondamente ingiusta, infatti distribuirebbe risorse a coloro che non meritano, nel senso che la loro attività produrrebbe un contributo alla società inferiore al costo che le classi più meritevoli affrontano. In sintesi bisogna ipotizzare che lo stato sia in grado di programmare in modo perfetto il numero ottimale di laureati che avranno un reddito futuro atteso tale da compensare i costi medi dell’istruzione universitaria, e sulla base di questa informazione individuare il livello minimo di meritocrazia al di sotto del quale non si avrebbe alcun vantaggio redistributivo. Se il “somaro” è razionale non si iscriverà, se si iscriverà, peggio per lui, la famiglia avrà sprecato parte dei soldi spesi. Abbiamo quindi un primo parametro attraverso il quale determinare le tasse universitarie.

2)    Il reddito. Superato il primo problema veniamo al secondo, cioè quello di coloro che, a parità di merito, partono da condizioni svantaggiate economicamente. Anche in questo caso bisogna ipotizzare che sia possibile conoscere la distribuzione del reddito delle famiglie dei potenziali studenti. Un primo problema da risolvere è quello ovviamente dell’evasione fiscale, ma ipotizziamo che sia risolvibile; un altro problema è quello della determinazione dei parametri della distribuzione dei costi secondo il reddito, in modo tale da far sì che il fattore economico non sia un limite alla possibilità di iscrizione all’università di coloro che per merito l’avrebbero. Si deve individuare, per ogni tipo di laurea, il costo di produzione della istruzione universitaria del numero programmato di studenti, e quindi decidere un parametro della struttura delle tasse universitarie in modo tale che, dato il totale, ci sia una distribuzione egualitaria dei costi attraverso l’applicazione di parametri di reddito familiare. La cosa è possibile se ipotizziamo la capacità di individuare il costo aggiuntivo massimo, rispetto ai ricavi attesi, che siano disposti a sostenere per una redistribuzione del reddito, per ogni classe di reddito, coloro a reddito superiore a quello medio, senza che siano dissuasi dall’iscrizione. Fatto questo siamo quasi alla soluzione, le tasse universitarie saranno aggiustate anche applicando il parametro economico, ipotizzare quindi che sia possibile per i singoli individui e lo stato conoscere per ogni professione quali siano i ricavi futuri attesi. Per qualche professione i ricavi futuri attesi potranno essere addirittura negativi (il suo reddito, e quindi il suo rendimento sociale, non è sufficiente a vivere e quindi consuma reddito familiare) e allora: o si elimina quella professionalità, o le tasse dovranno comprendere anche i costi futuri attesi del “bamboccione part-time” che si è costruito.

A questo punto la soluzione è raggiunta, si applicano i due parametri, quello meritocratico e quello del reddito e si trova la distribuzione del totale degli oneri dell’istruzione universitaria, ai quali vanno aggiunti, naturalmente, quelli sostenuti per la implementazione dei criteri suddescritti. Nessun onere per la collettività, tutti contenti, a parte i più benestanti che continueranno a votare per un governo meno di sinistra e meno favorevole a una redistribuzione del reddito e a elementari principi di uguaglianza.

C’è un ultimo problema da risolvere: in questo breve scritto ho dovuto usare (anche se in modo forzatamente parsimonioso) 20 volte il termine ipotizzare (le prossime due volte sono escluse dal conteggio). Un po’ troppe anche per un economista con impostazione neo-classica, e allora consiglierei a I e T di non partire dalle ipotesi ma dalla realtà, e soprattutto li inviterei a non fare proposte, come quelle da loro illustrate, che tendano ad adattare la realtà alle ipotesi.

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