Il Decreto con il quale è stato distribuito il 20 per cento delle risorse corrispondenti ai posti che si erano liberati nel 2012 determina, nel complesso, una forte penalizzazione delle università meridionali, a partire dalle più grandi. È una constatazione che ha l’evidenza delle tabelle che allargano fra il 7 e il 213 per cento del turn over la forbice fra gli atenei italiani. Non siamo però di fronte al risultato di una scelta politica per il Nord e contro il Sud, evidentemente lontanissima dalle intenzioni della ministra Carrozza e del governo. Siamo di fronte all’applicazione – probabilmente affrettata – di complicatissime formule matematiche nate dalla volontà di introdurre finalmente meccanismi capaci di incentivare comportamenti “virtuosi”, tanto sotto il profilo dei bilanci quanto (come nel caso della Valutazione della Qualità della Ricerca) sotto il profilo dei contenuti dell’attività svolta. Nessuno (almeno in pubblico…) contesterà questa opzione per il rigore, la serietà, l’efficienza. Proprio per questo è doveroso prendere posizione a viso aperto di fronte alla vera alternativa messa a fuoco dagli effetti abnormi del Decreto.

Si può eludere questa responsabilità nascondendosi dietro i ben muniti bastioni burocratici della tecnica dell’incomprensibile. Questa strada, una volta risultati vani gli sforzi per ottenere una modifica del Decreto, porta diritto al Tar. Spetterà in questo caso ai giudici stabilire se davvero – come sostiene il Consiglio Universitario Nazionale in una mozione del 23 ottobre –  la ministra, firmandolo, non ha sfruttato l’opportunità

esplicitamente offerta dall’art. 7, comma 6 del d. Lgs. 49, espressamente richiamato dall’art. 66, comma 13-bis della legge n. 133/2008, come inserito dall’art. 14 comma 3 del decreto-legge  6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012 n. 135 e successivamente modificato dall’art. 58, comma 1, lett. a) del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98.

È la melma appiccicosa di parole che sta uccidendo l’università, l’economia, l’impresa e tutto ciò di cui abbiamo bisogno per fare nella realtà concreta e non solo sulla carta dei decreti.

Si può, ancora, insistere per ricalibrare i parametri delle formule per misurare la “virtù” degli atenei. Questo impegno è doveroso e utile,  ma solo per porre correttamente gli interrogativi cruciali sul modo in cui governare le asimmetrie del paese. Il compito dello Stato è quello di prendere atto dei risultati di una competizione di tutti contro tutti e lasciare, senza rimpianti, che gli ultimi vengano cancellati, anche se ciò dovesse significare la “desertificazione” scientifica e culturale di intere aree del paese? Le risorse premiali devono essere concentrate esclusivamente sul merito/performance o anche sullo sforzo di far crescere la qualità diffusa del sistema, premessa della stessa creazione delle eccellenze?  Deve continuare ad avere di più chi già opera in contesti privilegiati o chi dimostra volontà e capacità di miglioramento in quelli più difficili?

Sarebbe bello se fossero i Rettori, i professori e gli studenti delle università del Nord a rispondere. Nella speranza che ciò avvenga, tocca a quelli del Sud farlo e farlo con tutta la decisione che serve. Ero convinto, prima delle elezioni, che Maria Chiara Carrozza fosse destinata a responsabilità importanti. Per questo le avevo proposto, sull’Huffington Post, una breve intervista. Una domanda riguardava proprio la «concorrenza vigorosa» e la «selezione naturale» fra le università. Nella risposta si ipotizzavano «piani di potenziamento di una rete di atenei o dipartimenti maggiormente qualificati, diffusi su tutto il territorio nazionale». Una politica che “tenga insieme” il paese nella valorizzazione delle sue risorse è ciò di cui abbiamo bisogno. E un Decreto come questo, purtroppo, ci allontana dall’obiettivo.

(pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno il 3 novembre 2013)

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4 Commenti

  1. Non dico, bisogna sempre presumere, in prima battuta, che l’altro agisca in buona fede o che al massimo pecchi di ingenuità, frettolosità, superficialità. Ma vediamola diversamente. Una persona, rettore o analogo per molti anni, facente parte della CRUI per molti anni senza dimettersi o senza assumere posizioni diciamo di ‘minoranza’ (per lo meno a noi non risulta), avrà o no incorporato (cioè fatti propri profondamente, assimilati) certi modi di pensare e di agire? Che metterà in opera non appena diventa ministro, tanto da farsi subito aiutare e sostenere dall’ex presidente della CRUI subito consolato con un’alta posizione dirigenziale al MIUR? Il quale, detto tra parentesi, si è già fatto trasferire a Roma La Sapienza, dove potrà ricominciare l’iter per raggiungere la carica di rettore con tutto quello che ne consegue?
    Non dico, la politica è l’arte del compromesso. Ma tra chi e che cosa? Sarà anche l’arte di ascoltare gli altri? Ma chi sono questi altri? Ci vuole molta energia per esercitarla. Ma con quali finalità? Non si può ritenere che oramai la misura sia colma? Quando sento da colleghi ricercatori che loro lavori pubblicati in riviste di fascia A sono stati valutati con 0 punti, credo che questo dimostri come minimo che la classificazione delle riveste non serve un fico secco. E tutto il bailamme della nuova tornata di abilitazioni, mentre non si è conclusa nemmeno la prima e si parla già della terza?
    Ma dove stanno serietà, affidabilità, trasparenza? In quella “melma appiccicosa di parole che sta uccidendo” tutto, come le piante infestanti esotiche tipo il giacinto d’acqua che per lo meno ha una bellissima fioritura mentre soffoca tutto sotto di sé?(http://www.ecoblog.it/post/11439/sardegna-lo-stagno-di-cabras-a-rischio-soffocamento-per-colpa-di-un-erba-infestante-tropicale?)

    Anche noi soffocheremo sotto una coltre spessa di parole-leggi-leggine-decreti-articoli-commi-controcommi-pasticci tra i commi-spiegazioni-smentite-smentite della smentita, ornata di sorrisi, di interviste, di twittaggini e quant’altro. E intanto il tempo vola e nessuno manda a rottamare questo meccanismo perverso che è stato messo in moto tanti anni fa ma che oramai è del tutto ingovernabile, nell’insieme e nei dettagli. Lo stiamo vivendo e sperimentando giorno per giorno.

    • Cara Mariella, grazie ma credo che siano parola al vento. Non sono immaginabili il malumore, la preoccupazione, la tensione, la confusione, lo scoramento, la rabbia che circola.

  2. Che dite, non si riesce a fare proprio niente? Io sono abbastanza giovane, ma da quando lavoro ho visto dei mondi morire e altri sorgere, del tutto peggiori, in più entro un quadro di generale abbassamento della qualità dello studio, che alla fine diventa l’ultima cosa, sia per i docenti sia per gli studenti.
    L’Europa degli ultimi venti anni mi ha deluso profondamente, è un insieme di paesi in mano a tecnoburocrati affetti da deliri di onnipotenza, presuntuosi e abbastanza ignoranti.

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