Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Dopo quanto scrissi su ROARS il 29 aprile 2017 e dopo la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Terza), pubblicata il 18/07/2017, sentenza emessa con grande rapidità e inequivocabile, forse può sembrare un nonsense un ulteriore intervento. Tuttavia qualche considerazione va ancora fatta se non altro per stimolare MIUR, CUN e ANVUR ad affrontare lo specifico problema dei Settori Concorsuali costruiti meramente su base quantitativa e così pure quello del ruolo dell’esperto pro veritate nei casi in cui un SSD non sia rappresentato in una commissione per l’Abilitazione Scientifica Nazionale. Nello specifico di questa vicenda, che potrebbe essere utilizzata come un case study, la sentenza del TAR ha messo in luce alcune palesi incongruenze nel Settore Concorsuale 11/A4, che è stato costruito senza alcun criterio se non quello di raggiungere un numero sufficiente di possibili commissari, accorpando insieme Paleografia (M-STO/09), Archivistica, bibliografia e biblioteconomia (M-STO/08), Storia del cristianesimo e delle chiese (M-STO/07) e Storia delle religioni (M-STO/06). Vi è solo una congruenza apparente, come già rilevai, tra Storia del cristianesimo e Storia delle religioni, mentre di fatto la differenza tra le due discipline è cruciale, concerne i rispettivi statuti epistemologici e difficile pertanto è trovare forme di conciliazione.

Nel riconoscere la fondatezza del ricorso, il TAR in primo luogo ha rilevato come la commissione, che pure aveva fornito una «motivazione del giudizio collegiale …particolarmente estesa», di fatto si sia «comunque limitata ad esaltare alcuni passaggi critici del parere pro veritate … richiesto dallo stesso organo collegiale», parere che in ogni caso era stato «ampiamente positivo nei confronti del profilo del candidato». In secondo luogo nella sentenza si afferma come la commissione, «nonostante l’ampiezza del giudizio», non «abbia adeguatamente rappresentato le ragioni che hanno giustificato lo scostamento da quanto rappresentato nel parere pro veritate …». In terzo luogo in essa si sostiene «che, a fronte di tale contraddittorietà di giudizi (l’uno della commissione e l’altro dell’esperto di settore), risulta comunque irragionevole quello reso dalla commissione (anche se formata da cinque membri) che, nel sovvertire gli aspetti di estrema positività espressi nel parere, ha in sostanza vanificato la valutazione resa dall’esperto in un settore non rappresentato nell’organo collegiale», esperto «che, invero, deve ritenersi particolarmente qualificato per esaminare le tematiche, affrontate dal ricorrente nello specifico settore scientifico disciplinare di riferimento (M­ST0/06)».

Nel caso in questione il TAR evidenzia inoltre il fatto che il candidato superava tutti e tre i valori soglia e che si era «anche visto riconosciuto dalla commissione il possesso degli almeno tre titoli, ovvero di un altro dei requisiti necessari per ottenere l’abilitazione, come previsto dall’art. 5 del DM n. 120/2016». Con l’attuale meccanismo le criticità e le possibilità di arbitrio sono dunque inevitabili là dove una commissione debba ricorrere obbligatoriamente al parere di un esperto pro veritate, salvo potersene discostare motivando. E altrettanto inevitabile, spontaneo e immediato è chiedersi quali possano essere le eventuali motivazioni, in un caso come questo, per giustificare un tale sovvertimento da parte di una commissione che essendo obbligata a scegliere un esperto pro veritate è implicitamente ritenuta incompetente nei confronti dei candidati per il SSD non rappresentato. Nondimeno e nonostante quanto sopra, la commissione del SC 11/A4 ha pensato di poter entrare anche nel merito dello statuto epistemologico della disciplina, affermando che i contributi del candidato «configurano esiti scarsamente rilevanti dal punto
di vista del progresso scientifico nel campo proprio degli studi storici e storico- religiosi». Questa intrusione nel SSD M-STO/06 avrebbe dovuto accompagnarsi con una competente e approfondita analisi dei lavori del candidato, e non limitarsi a giudizi che nelle intenzioni volevano essere apodittici, ma che in realtà avrebbero avuto bisogno del sostegno di una documentazione che invece risulta assente.

Prescindendo da una sistematica confutazione dell’intero giudizio adottato dalla commissione su tutte le pubblicazioni presentate dal candidato, noiosa ma disponibile per chi la volesse leggere, un esempio per tutti può essere tratto da quanto si trova scritto a proposito della monografia, della quale nel giudizio collegiale vengono prese in considerazione solo 5 pagine su un totale di 265, escludendo bibliografia e indici. La contestazione verte su di un oggetto microscopico e molto marginale rispetto al tema del volume, oggetto che tuttavia viene enfatizzato per poter sostenere che il candidato «si misura con una bibliografia molto datata proprio sulla questione centrale …

Diversamente da quanto asserito dall’autore, il testo [si tratta dell’Apologia I del martire Giustino, di cui peraltro si è occupato anche Benedetto XVI]… mantiene uno scarto tra Cristo e Hermes […]; in questo caso specifico, l’autore male interpreta il testo, ignorando che per Giustino l’analogia non è mai identità». Il passaggio non è immediatamente perspicuo, né in questo contesto posso e nemmeno voglio avviare un approfondimento. Mi limito soltanto a rilevare che, contrariamente a quanto viene imputato al candidato dal redattore del testo adottato dalla commissione, nelle poche pagine di quella monografia dedicate a questo piccolo tema non si parla mai di «identità» tra Hermes e Cristo in Giustino, che addirittura si afferma che Giustino «non può dimostrare la ‘somiglianza’ …» e che nemmeno figura mai il termine analogia. Quanto alla poca attenzione per la bibliografia «per porsi direttamente in interlocuzione con le fonti stesse», come si può leggere nel giudizio collegiale, è giocoforza chiedersi come sia possibile considerare datata un’opera del 2009, soprattutto se è il lavoro più importante sulle Apologie di Giustino, citato ripetutamente dal candidato e al quale tutti gli studi successivi fanno riferimento, anche perché è l’ultima e più recente edizione critica corredata di un ampio commento, così come è lecito domandarsi quale può essere il motivo che induce a valutare in termini negativi un approccio diretto alle fonti. Per quale ragione una commissione, a fronte di un profilo così completo, dovrebbe spingersi a capovolgere il parere pro veritate, esponendosi a contestazioni e a critiche e a ricorsi di fronte a un tribunale, non saprei dire. Qualcuno potrebbe vedervi una banale e grossolana bega accademica e un esempio dell’antico malcostume, ma allora è egualmente legittimo chiedersi a favore di chi, dal momento che in questa circostanza il SSD non è rappresentato. Comunque sia, è l’attuale meccanismo a favorire operazioni come questa. Da una parte vi sono i rigidi valori soglia e l’obbligo di nominare, non è chiaro secondo quali meccanismi (ne ho parlato nel mio intervento del 29 aprile u.s.), un esperto pro veritate là dove un SSD non sia rappresentato. Dall’altra parte una commissione può stravolgerne il parere, ma in che modo e in quali circostanze non è detto, lasciando ampio spazio all’arbitrio, perché l’esperto non ha titolo per intervenire. Dal momento poi che l’abilitazione scientifica nazionale così come è strutturata non consente di difendere la propria produzione scientifica nemmeno ai candidati, ciò che il MIUR dovrebbe recepire è che in questi casi l’esperto non può essere inteso come l’equivalente di un perito nominato da un tribunale. L’esperto dovrebbe invece avere la possibilità di interagire con la commissione e per rendere ciò possibile non penso che il MIUR debba attendere le sentenze dei tribunali, che comunque comportano costi per la pubblica amministrazione. Ma più grave ancora è che da questa vicenda, più macroscopica rispetto a quanto accaduto in occasione della prima ASN, discende un danno enorme per un SSD come M-STO/06 (Storia delle religioni) già a rischio di estinzione e perfino escluso dovunque dal recente DM dedicato alla definizione dei settori scientifico/artistico disciplinari per l’acquisizione di 24 CFU/CFA di carattere propedeutico relativamente al reclutamento ordinario dei docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado. È un tema su cui varrebbe la pena di aprire un tavolo di discussione per il ruolo che può giocare una storia delle religioni critica nell’attuale realtà multiculturale e multireligiosa.

Paolo Scarpi

Professore ordinario di Storia delle religioni Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità Università di Padova

 

 

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