Fra gli (a dire il vero) scarsi tentativi di costruire una metodologia per la valutazione dei lavori di ricerca nelle Scienze umane ci pare interessante segnalare quello effettuato presso l’università di Leuven (reperibile a questo indirizzo), dove si è tentato di classificare la ricerca svolta in ambito giuridico secondo criteri uniformi e condivisi. Si tratta di un primo passo fatto nella convinzione che prima ancora di valutare sia necessario classificare.

L’aspetto interessante è che si propone una suddivisione dei lavori di ricerca e gli strumenti per realizzarla a livello individuale, dando per scontato che ciascun ricercatore sia in grado, con gli strumenti adeguati, di classificare la propria attività di ricerca in maniera onesta e affidabile.

 It is important to bear in mind that we do not put the classification in hands of law review editorial boards or advisory boards of academic or other publishing houses, nor in the hands of ISI or other ranking machines, but that we keep such assessment in our own hands. The researcher himself will be the primary judge, and since this assessment will be made public in his Lirias Academic CV [si tratta dell’archivio istituzionale dell’università di Leuven ndr] , such judgment will be under the scrutiny of his or her peers and at moments of evaluation of the Boards and Commissions responsible for such evaluation, appointment or promotion.

Il problema da cui si parte è quello tradizionale della pressione per pubblicare (publish or perish) con le storture correlate (accento sulla quantità piuttosto che sulla qualità), dell’enfasi posta sulla pubblicazione in inglese o presso editori stranieri (in particolare il pregiudizio per cui solo le pubblicazioni in inglese e presso editori internazionali rappresentano la ricerca di eccellenza),  dell’importanza immeritata attribuita agli indici bibliometrici o ai ranking di riviste, della necessità di distinguere fra lavori di ricerca, lavori compilativi o per un pubblico professionale, lavori divulgativi.

La soluzione viene individuata nell’autovalutazione e nella individuazione di criteri che identifichino i lavori di ricerca rispetto ad altre tipologie di pubblicazioni.

La prima grossa distinzione è quella fra ricerca pura, ricerca applicata e pubblicazioni divulgative. Il documento di Leuven suggerisce i criteri per la classificazione delle pubblicazioni (criteri da cui si può prescindere se si motivano le proprie scelte) e lo strumento attraverso cui ogni singolo ricercatore classifica il proprio lavoro pubblicamente. Si tratta dell’archivio aperto della Università di Leuven: LIRIAS.  Strumenti analoghi, pubblicamente accessibili, sono presenti in molto atenei italiani (ad es. http://air.unimi.it).

Per poter essere considerato lavoro di ricerca pura una pubblicazione deve soddisfare tutti i criteri fondamentali espressi nel documento più alcuni criteri addizionali. Se i ricercatori vogliono possono inoltre contrassegnare  le pubblicazioni scientifiche di particolare rilievo con una stella. La pubblicazione scientifica per eccellenza è la monografia di cui si sia autore o coautore, segue l’articolo o il capitolo di libro e la monografia di cui si sia curatore.

I lavori di ricerca applicata sono quelli che soddisfano solo alcuni dei criteri fondamentali e alcuni criteri addizionali.

Lavori divulgativi sono quelli che espongono questioni giuridiche ad un pubblico di non addetti ai lavori. Tipicamente articoli su giornali.

Il documento di Leuven fornisce anche indicazioni agli autori per la classificazione della propria attività didattica (lezioni accademiche, alle comunità professionali, divulgative, conferenze ecc.) e dei progetti di ricerca.

Il documento sottolinea l’interesse dell’Università di Leuven per la ricerca di eccellenza, ma anche l’importanza delle attività svolte a beneficio della società (impatto sociale), che vanno comunque registrate nell’archivio istituzionale e contribuiscono alla formazione dei curricula individuali.

 

 

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11 Commenti

  1. In Italia, invece, ANVUR, di concerto (c’è da pensare) col Ministero, intende perseguire con decisione la via della rapida bibliometrizzazione delle aree umanistiche. Lunedì 20 ci sarà a Roma questo incontro:
    http://tinyurl.com/nb5yp47
    I primi documenti che sono stati resi pubblici in merito
    http://tinyurl.com/o43spny
    sono abbastanza preoccupanti, dal momento che ANVUR stessa non si nasconde l’esistenza di punti di criticità notevolissimi, quali ad esempio: 1) la quasi certa parziale fallacia dei dati su cui il database sarà costruito (cfr. i punti 4.4 e 6.1 del “documento base”); 2) l’intepretabilità non univoca dei dati citazionali nelle aree umanistiche (punto 6.2); 3) l’estrema parzialità delle fonti prese in considerazione – le monografie sono escluse, e la popolazione delle riviste di fascia A che rappresenterà la base della prima applicazione è stata costruita con criteri molto discussi dalle comunità scientifiche (si pensi al paradosso, più volte segnalato, per cui in area 13 non esistono riviste di fascia A italiane).
    Senza contare i costi di un’operazione che, tra l’alro, non è ben chiaro fino a che punto si sovrapponga o addirittura si ponga in rotta di collisione con quella, da lungo tempo preventivata, dell’Anpreps.
    Nonostante tutto ciò, ANVUR ritiene di dover andare avanti: evidentemente l’esperienza fallimentare del passato non insegna più di tanto. L’uso di questo futuribile database citazionale a fini valutativi nei confronti dei singoli ricercatori, se in questa fase viene a parole negato da ANVUR (si parla della semplice creazione di un database umanistico aperto, sul modello del francese Persée, che dia visibilità internazionale alla ricerca umanistica italiana), è in realtà dietro l’angolo: lo stesso documento di presentazione, al punto 6 (p. 11), prevede esplicitamente la possibile applicazione dei dati citazionali non solo alla VQR, ma anche all’ASN e alle procedure di valutazione interne ai singoli Atenei.
    Insomma, occorre stare molto desti su questo punto, perché a quanto pare la deriva bibliometrica che ha preso il sistema di valutazione dell’Università italiana è tutt’altro che arrestata.

    • Penso che le preoccupazioni di Fausto Proietti siano condivisibili: tipicamente, di fronte al fatto che la realtà delle scienze umanistiche non si adatta all’approccio bibliometrico adottato, l’ANVUR cerca di cambiare la realtà …

  2. Quando ero studente della Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario (SSIS) nel 2000 la docente di psicologia si affannava a dimostrare, citando il principio di indeterminazione di Heisenberg ed il teorema di incompletezza di Goedel, che “ormai anche la scienze fisico-matematiche hanno capito che la realtà è inconoscibile, e quindi il metodo scientifico tradizionale ha fallito”.

    Sigh.

    I casi recenti di Vannoni, PA di psicologia a unicusano (e prima di uniud), e le aggressioni a docenti di farmacologia a unimi, mostrano che siamo messi molto molto male.

    Sigh.

    Va notato che anche nella Russia di Stalin la fisica quantistica era considerata sovversiva (in quanto occidentale, irrazionale e decadente) dai filosofi marxisti-leninisti del partito. Fu tollerata solmente perchè i fisici nucleari (che utilizzavano la meccanica quantstica) servivano a costruire le bombe atomiche. Pare che Stalin abbia detto: “Beh, possiamo sempre fucilarli dopo che hanno prodotto la bomba”.

    Sigh.

    Come ho gia scritto varie volte, la “risonanza magnetica nucleare” negli ospedali viene indicata come “risonanza magnatica” SENZA l’aggettivo “nucleare” perchè altrimenti i pazienti non vanno a farla.

    Sigh.

    Sembra che ROARS non si occupi molto di queste tematiche perchè tra i gestori “ci sono pareri contrastanti”.

    Sigh.

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