La personalizzazione del male politico, la “storia personale” è detestabile quando rientra nella grammatica patetico-televisiva oggi imperante; è utile quando serve a cogliere il manzoniano «sugo della storia», cioè il nesso tra Storia (non la provvidenza divina, ma umanissimi gruppi di potere) e storie degli individui. La Storia che va dalla riforma Ruberti (1990), al ministero Gelmini (2010) mostra la sua forza distruttiva solo se vista scorrere parallelamente alle storie degli individui che, nel frattempo, prima da studenti, poi da  ricercatori, hanno lavorato per costruire un mondo opposto a quello approntatoci dai citati ministri.
 Mi sono iscritta all’università nel 1989, quando, infeudata tutta l’Europa alle ragioni del mercato globale, dismessi i principi e i diritti (risorse e produzione come bene pubblico, diritto all’istruzione e al lavoro) espressi dalle migliori forze che fecero l’Italia postfascista, si decise con la riforma Ruberti (1990), che le università dovevano essere non più patrimonio e risorsa comune, cioè dello stato, ma “autonome”: né più né meno che aziende, con un bacino di consumatori cui spillare soldi (gli studenti) e di lavoratori da pagare meno possibile (i docenti). Studenti e docenti dissero no e nacque il movimento della “Pantera”, così chiamato in onore di un onesto animale fuggito da uno zoo, eroicamente resistente e inafferrabile. Più delle pantere poterono gli avvoltoi: la politica di palazzo attese in luoghi alti e sicuri che l’energia dei resistenti si esaurisse, e lo scempio dell’autonomia venne compiuto.
Mi laureai e svolsi un dottorato sull’aristotelismo medioevale. Leggevo nella Metafisica che le civiltà avanzate sono quelle liberate dai bisogni di base (sopravvivenza, alimentazione, distribuzione delle risorse) e che queste civiltà si sviluppano se sanno impegnare risorse per impiegare intellettuali che si dedichino solo alla ricerca, senza dover lavorare ad altro, studiavo gli sviluppi storici di questi principi, e assistevo alla loro negazione: il ministro Luigi Berlinguer (PdS) propose di mettere ad esaurimento la categoria dei ricercatori –figura di primo ingresso nei ruoli della ricerca e negli impegni di docenza- per sostituirli con figure precarie. In capo ai quattro anni di ministero (1996-2000), Berlinguer non riuscì a far passare la messa ad esaurimento dei ricercatori ma scavò loro la fossa istituendo figure precarie – quindi meno costose – come gli assegnisti di ricerca, che facessero loro concorrenza nella copertura del fabbisogno di didattica e produzione scientifica degli atenei; gli assegni di ricerca vennero presentati come un favore fatto ai giovani che, dopo un dottorato di ricerca, restavano a spasso per mancanza di concorsi  da ricercatore. Nel 2000 Berlinguer finiva il suo mandato ed aveva precarizzato a dovere il mio futuro: finito il dottorato, e dopo due ulteriori anni di post dottorato all’estero, non fui poi così felice di vincere, con un assegno di ricerca in Italia, altri quattro anni precari. E la questione precaria esplose: la CGIL, tardivamente accortasi degli errori commessi, riuscì a scatenare una battaglia sull’articolo 18 in sé sacrosanta e ma di retroguardia, poiché interessava ormai solo i “privilegiati” con posti fissi. Il 23 marzo 2002 scendemmo in piazza per l’articolo 18 con Cofferati: eravamo 3 milioni di persone, tutte consapevoli di non poterci più fidare del sindacato che ci portava in piazza. In ogni settore, dai call-center all’università, nacquero associazioni di precari che misero il sale sulla coda ai sindacati: non dimentico, nel 2003, una manifestazione davanti al ministero della pubblica istruzione, contro un nuovo ministro, Letizia Moratti, che riproponeva di precarizzare la docenza e privatizzare gli atenei. Lo organizzammo noi allora precari; il sindacato ci venne dietro, ma una cosa era ormai chiara a tutti: nella lotta per una università pubblica, finanziata dallo stato e non precarizzata non avevamo alcuna sponda, né nei sindacati, né nel centrosinistra.
Nel 2004 Letizia Moratti pubblicò un manifesto ideologico dell’eterno riforma precarizzante (Il Sole 24ore, domenica 21 marzo), basato sul seguente principio: «la carriera del ricercatore, simile a quella dell’imprenditore che investe su stesso, non è facile». Il ricercatore-imprenditore precario fa merce di sé grazie alla « presenza di uno o più leader [?] di livello internazionale nel gruppo di ricerca ove operare, con spiccata disponibilità ad aiutare il giovane», cioè fa carriera se piace al leader (un committente privato? una lobby economico-accademica?). Più che una «carriera…non facile» sembra un’immagine tratta da Salò, il profetico film pasoliniano in cui una classe dirigente ubriaca di potere sequestra e sevizia i giovani per soddisfare la propria libido imperii. «Questo è il mio impegno a favore di tutti i giovani meritevoli», minacciava la Moratti, e questa è, ancora oggi, la “meritocrazia” della Gelmini contro cui i ricercatori –tra cui io, che ho vinto un posto fisso nel 2007- e le altre componenti universitarie scendono in piazza: quella dei cosidetti “cervelli”, mostri alla ricerca d’una struttura che permetta loro di esprimere un dubbio talento di secchioni: che serva a progettare la bomba H o un dentifricio alla menta, questo non riguarda il “cervello”, ma, appunto, chi lo sovvenziona. Diciamo una volta per tutte che la torbida retorica sui “cervelli in fuga” è interna alle ragioni dell’avversario, il quale cerca appunto dei bravi tecnici, ed è forse anche disposto ad offrire alla loro bovina ed acritica dedizione al lavoro posti fissi e qualche soldo in più. Lottiamo, oggi e nel futuro, per un’istruzione che non ci destini a servire un sistema socio- economico, ma ci dia gli strumenti per giudicarlo criticamente, che non ci chiuda nell’analfabetismo del gergo tecnico, ma ci permetta di comprendere culture e linguaggi lontani da noi, che non ci renda ricattabili e precari, ma indipendenti e liberi.

Articolo pubblicato su Left-Avvenimenti del 3 dicembre 2010.

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