Prendete il XV rapporto Almalaurea sul profilo dei laureati e scoprirete quante menzogne sono state raccontate dai ministri della Repubblica a proposito degli studenti italiani. È facile, basta andare sul sito di questa seria istituzione bolognese per capire che nel 2012 tra i 227 mila studenti che hanno concluso un ciclo di studi universitario l’età media dei laureati è diminuita: 23,9 anni per i laureati di primo livello, 25,2 anni per le lauree magistrali e 26,1 per quelle magistrali a ciclo unico. Almalaurea delinea un’altra tendenza: anche il numero dei fuoricorso è diminuito tra il 2001 e il 2011: le studentesse e gli studenti che si laureano regolarmente sono aumentati in dieci anni del 41% da 172 mila a 299 mila.

Non se n’erano accorti l’ex ministro dell’Istruzione Francesco Profumo o l’ex viceministro al Welfare Michel Martone, entrambi professori ordinari il primo al Politecnico di Torino e il secondo all’università di Teramo i quali, solo un anno fa, lanciarono l’allarme: le nostre università sarebbero popolate da persone che impongono alla comunità «costi sociali» insostenibili (Profumo) o da «sfigati» che non si laureano in tempo e cercano rifugio al calduccio nelle aule (Martone). La sconfessione non poteva essere più clamorosa. Non solo cresce la frequenza delle lezioni (68%), ma tra i laureati aumenta chi ha fatto una o più esperienze di stage e tirocini durante il corso degli studi (+56%), mentre il 18% di chi ha una laurea magistrale ha fatto un’esperienza di studio e lavoro all’estero. Diversamente, poi, da quanto credeva il ministro Cancellieri il 44% dei laureati è disposto a cambiare città e dunque a vivere lontano da mamma e papà.

I dati del fact-checking di Almalaurea permettono di rifiutare gli inviti a «non perdere tempo per una laurea se si vuole avere successo nella vita». E di non dare credito ad un’altra leggenda alimentata a piene mani dalle istituzioni, e dai grandi media: quella per cui l’Italia avrebbe «troppi laureati per di più mal assortiti», e «lavoratori non richiesti dal mercato». Questi pregiudizi nascondono il fatto che in Italia solo il 21% della popolazione è laureata, contro il 42% negli Stati Uniti. In altre parole, i laureati sono troppo pochi tra i giovani e sono ancora di meno tra chi ha tra i 54 e i 65 anni: solo l’11%.

Tra i paesi Ocse l’Italia ha la popolazione meno preparata nell’istruzione terziaria, cioè quella necessaria a vivere in una società complessa, precaria e in crisi com’è quella occidentale oggi. Il problema è che questi pochi trovano sempre meno lavoro. È dal 2004 che diminuiscono gli occupati con un’alta qualificazione (laurea, dottorato o specializzazioni), mentre negli altri paesi europei accade l’opposto. Anche se i laureati continuano a godere di un tasso di occupazione più elevato di oltre 12 punti rispetto ai diplomati, questa realtà è dilagata negli anni della crisi danneggiando il senso, sociale e simbolico, di un corso universitario.

Almalaurea spiega anche così il motivo per cui tra il 2003 e il 2011 le immatricolazioni sono calate del 17% da 338 mila a 279 mila. Ma su questo dato ha anche influito il taglio dei fondi all’istruzione che confermano l’Italia agli ultimi posti per finanziamento alla scuola e all’università.

Riletti attentamente questi dati preparano anche l’università del futuro. Quando cioè la riforma Gelmini sarà entrata in vigore completamente, l’agenzia di valutazione delle università e della ricerca scientifica (Anvur) avrà concluso la prima tornata di misurazione della “produttività” e dell’”efficienza” degli atenei. E infine quando il decreto AVA (Autovalutazione, Valutazione periodica e Accreditamento) avrà collaborato a ridurre l’attuale “offerta didattica” ridimensionandola al numero dei docenti superstiti ai tagli delle cattedre e dei corsi di laurea.

La bolla formativa

I dati di Almalaurea possono essere letti anche in questa direzione. La disponibilità soggettiva degli studenti a studiare di più, e più velocemente, il loro impegno ad assicurarsi – come si legge nel rapporto – un lavoro stabile, una sicurezza economica e maggiore autonomia vengono usati nel dispositivo che governa gli atenei italiani per produrre più laureati, rispondere ai criteri di “efficienza” stabiliti da Anvur e Ava. Insomma risponde alla strategia adottata da tutte le riforme universitarie (e scolstiche) che si sono succedute in Italia almeno dal 1989.

E’ interesse degli atenei “produrre” più laureati, così come è interesse degli studenti a laurearsi in tempo, e con buoni voti. Ma questo meccanismo, come più volte ha osservato lo stesso presidente del consorzio Almalaurea Andrea Cammelli, si scontra con la dura realtà del “mercato del lavoro” che non a caso penalizza la forza lavoro qualificata. Come si spiega l’inceppamento dell’economia della conoscenza che continua ad alimentare una bolla, proprio come accade in altre settori dell’economia, e in particolare della finanza?

I “successi” degli atenei italiani, a dispetto degli stereotipi paternalistici adottati dalla “classe dirigente”, e in particolare da alcuni esponenti dell’accademia che hanno fatto i ministri, sono alimentati proprio da una bolla: si producono (con tutti i limiti strutturali italiani) sempre più laureati, ma la disoccupazione o la precarietà colpisce crudelmente tutte queste figure. Da tempo riteniamo che questo meccanismo sia il prodotto dell’esplosione di una “bolla formativa” che ha conosciuto, dalla metà degli anni Settanta a oggi, diversi episodi e micro-esplosione che corrispondono ai picchi della disoccupazione giovanile che è una regola del mercato del lavoro italiano.

Disoccupazione giovanile: un continente sconosciuto

Nel 2008, con Tremonti e Gelmini, lo Stato italiano ha scelto di risolvere alla radice, in maniera brutale, questo problema. Ha semplicemente tagliato le spese fisse nella produzione del “capitale umano” e “sociale” degli studenti universitarie. Agli atenei, e alle scuole, sono stati tagliati 10 miliardi di euro, in clamorosa controtendenza rispetto a tutti i paesi Ocse. L’Italia pagherà a lungo, forse per tutta la prossima generazione questa scelta scellerata, ma non si può oggi nascondere le ragioni strutturali che hanno portato ad essa. Il dato, assolutamente parziale, della disoccupazione giovanile al 38,7% – quello per cui tutte le autorità oggi si dolgono – è solo una piccola spia di questo mondo. L’Istat lo rileva solo tra chi ha tra i 15 e i 24 anni. Parliamo di poco più di 600 mila persone. Ad oggi non sappiamo nulla, o quasi, della disoccupazione che esiste tra chi ha tra i 24 e i 35 anni, cioè il campione più interessante anche per chi riflette sulla condizione occupazionale dei laureati. Le analisi di Almalaurea inizia a scavare in questo continente, per questo sono importanti.

La scelta di recidere alla radice le condizioni per la produzione di un “capitale cognitivo” in Italia è stata adottata per riposizionare l’italia sulla scala medio bassa della produttività globale: da paese produttore di servizi, manifattura avanzata, distretti industriali deve diventare un paese che consuma e importa i servizi altrui, le competenze e i saperi riservati a sempre meno persone.

Il ventennale assalto all’istruzione pubblica

In questo quadro macroeconomico emerge la consapevolezza che lo Stato italiano sia incapace di amministrare, e prospettare una crescita dell’università pubblica di massa. La decisione di ristrutturarla, favorendo mediante i tagli l’accorpamento di interi atenei e privilegiando quelli del nord più vicini alla piccola e media impresa in crisi, risponde ad una tragica assenza di un disegno complessivo di politica industriale, oltre che di politica sociale diretta alle giovani generazioni.

Ma ciò che conta di più adesso, nel momento in cui l’università è stata ridotta ad un deserto postatomico dalla riforma Gelmini, è il fallimento della strategia di avvicinamento del mondo universitario (e scolastico) al mondo del lavoro. Questo è un problema storico dell’università moderna, e in particolare di quella di massa, che tutte le riforme hanno cercato di affrontare cercando di “professionalizzare” i corsi di studio e producendo forza lavoro cognitiva che rispondesse alla domanda delle imprese just-in-time. Questo tentativo è fallito.

I dati di Almalaurea rappresentano l’ultima conferma del fallimento di una strategia ventennale di assalto all’istruzione pubblica.

Apparso su La furia dei cervelli  e Il Manifesto Blog il 30 maggio 2013

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40 Commenti

  1. Per quanto riguarda le PROFESSIONI LEGALI, c’è uno scollamneto incredibile tra la laurea in GIURISPRUDENZA e le stesse.

    Io, ad esempio, mi sono laureato in 4 anni e ho impiegato (studiando sempre tantissimo 5 anni per ottenere il titolo di avvocato, paradosso!!!), e sono stato bocciato 2 volte. E, aggiunggo, non è un posto statale, ma una professione nella quale i giovani soffrono, vedere

    http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2012-11-23/avvocati-grido-allarme-113258.shtml?uuid=Abhdod5G

    Ci sono campi (biologia, farmacia, veterinaria, chimica, medicina eccc.), ove l’esame di stato si può fare più volte in un anno e, comunque, anche a pochi mesi dalla laurea e, comunque, la percentuale di chi lo passa è altissima rispetto a quella, ad es. dell’avvocatura.

    Non è uno scandalo?

    Grazie a chi vorrà rispondermi

  2. a prescindere dai dati (che come sempre su Roars) sono meritevolmenti raccolti e spiegati…midomando come possa venire in mente a qualcuno che viva in italia o conosca qualche giovane laureatoin cerca di laovoro di dipingerli come choosy…sembra una roba tipo guerre stellari…io ho amici laureati in matematica che lavorano per poche centinaia di euroal mese…non parliamo poi di quelli delle discipline umanistiche…che vanno dai call centre a stage gratuiti uno dopo l’altro…so choosy che stanno scegliendo tra a)non lavorare b)lavorare sottopagati c) lavorare senza proprio essere pagati e d) cambiare mestiere

  3. Dati come quelli di Alma Laurea sono molto significativi per l’elevato numero di Universita’ che aderisce al consorzio, 64 Atenei italiani pari al 78% per cento dei laureati italiani (circa 1.740.000 cv trattati).
    I dati smentiscono vari “mantra” che vengono spesso ripetuti dai maggiori opinionisti ma anche alcuni luoghi comuni ricorrenti nella parte piu’ “nostalgica” della docenza universitaria. Infatti nonostante l’implementazione italiana del 3+2 sia senza dubbio la peggiore per inefficenza, elefantiasi burocratica e scarsa innovativita’, questi dati dimostrano un tendenza netta a migliorare i tempi di laurea e la percentuale di studenti che accedono agli studi.
    Esiste naturalmente un problema serio di sovradimensionamento di alcuni corsi di Laurea, in cui le numerosita’ di classe sono agli antipodi rispetto alle potenzialita’ del mercato del lavoro, come pure esiste un eccesso di titoli triennali ancora troppo specializzati.
    Ma non vi e’ dubbio, come mostrato nel rapporto e richiamato piu’ volte su questo sito, che il problema maggiore sia la struttura arretrata del sistema produttivo italiano, poco interessato alla ricerca e all’ innovazione, quindi incapace di assorbire professionalita’ elevate.
    L’Italia dovrebbe fare piu’ spesa pubblica sull’ Istruzione (Italia 4.8% vs Francia 6.2% e UK 6,9% nel 2009), invece in Italia nel periodo 2001-2009 sono le spese militari ad essere aumentate di 1/2 punto di PIL (dove comunque spendiamo in rapporto al PIL 0.4% piu’ della Germania). La distruzione del sistema pubblico della universita’/ricerca in totale assenza di un sistema privato minimamente qualificato, provochera’ solo una perdita di grandi patrimoni di conoscenza, che una volta scomparsi non potranno facilmente essere ricostituiti.

    DATI COMPARATIVI SPESA PUBBLICA
    http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Servizio-s/Studi-per-1/La-spesa-pubblica-in-Europa/La_spesa_pubblica_in_Europa.pdf

  4. OK, tentativo apprezzabile di fare l’ovvio, e cioè criticare Profumo. Ma questo articolo è davvero di pessimo livello. Dal titolone che richiama, nella tradizione del pessimo giornalismo italiano, una dichiarazione che un ministro – che non si ha neanche il coraggio di nominare – non ha mai fatto, ai dati confrontati con gli USA o con il 2001 a seconda di cosa faccia più comodo nel contesto. Provi un po’ a confrontarmi con gli USA quel meraviglioso 68% di studenti che seguono le lezioni, o quell’incommensurabile 44% di _laureati_ che per trovare lavoro è disposto a cambiare città. Ma soprattutto stona l’ideologia finale – sono personalmente determinatissimo a difendere l’istruzione pubblica, ma la tesi della “bolla formativa” è chiaramente un argomento che va nella direzione opposta (e che può avere il suo merito in alcuni, ben delimitati ambiti).

    • Pb: “Dal titolone che richiama, nella tradizione del pessimo giornalismo italiano, una dichiarazione che un ministro – che non si ha neanche il coraggio di nominare – non ha mai fatto”
      _______________
      A dire il vero, se le mie orecchie non mi ingannano, il Ministro Fornero usa il termine “devono non essere troppo choosy” riferendosi ai giovani al dodicesimo secondo del seguente filmato:

      Nell’intervista successiva cerca di correggere il tiro, ma l’espressione è stata indubbiamente usata.
      In generale, l’articolo sembra tutt’altro che pessimo ed è basato sui dati del Rapporto Alma Laurea che vengono di norma considerati una fonte affidabile.

    • Giuseppe, il termine l’ha usato, ed i giornalisti ne hanno abusato. E chiaramente quel video me lo sono andato a vedere il giorno stesso.

      Veramente, sono un giovane italiano e non riesco proprio a vedere alcunché di offensivo in quella frase, all’interno di quel discorso.

      Diversissimo è se mi vengono a raccontare che la Fornero ha detto che se non trovo lavoro è perché sono troppo choosy. Cosa che, semplicemente, non ha detto.

    • Pb (16 giugno 2013 at 16:19): “Dal titolone che richiama, nella tradizione del pessimo giornalismo italiano, una dichiarazione che un ministro […] non ha mai fatto”
      ________________________
      Pb (16/06/2013 at 19:22): “il termine l’ha usato, ed i giornalisti ne hanno abusato.”
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      Se le mie orecchie non mi ingannano, al secondo 37 del filmato, la Fornero dice:
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      “però abbiamo visto tutti laureato che stavano lì in attesa del posto ideale”
      ________________________
      Alla luce di quanto detto dalla Fornero, non parlerei di abuso giornalistico e, alla luce del dibattito che ne è seguito, appare del tutto lecito usare il termine “Choosy” nel titolo.

  5. Mi sembra superficiale e potenzialmente pericoloso giustificare la necessità di “più laureati” con la percentuale di laureati negli Stati Uniti e poco più. Farei molta attenzione a non confondere l’istruzione con l’istruzione superiore. La prima è senza dubbio indispensabile, e il suo effetto positivo va ben oltre l’economia. Il collegamento tra istruzione superiore e sviluppo economico (e bassa disoccupazione) è invece molto più labile (o almeno così pensano alcuni: vedi Svizzera o l’opinione di Ha-Joon Chang). Presentare un’istruzione superiore generalizzata come una panacea per l’economia mi sembra quindi un’illusione, che distoglie da un dibattito più approfondito sulle cause dei nostri problemi economici. Qual è poi il problema di un lavoro a basso “contenuto accademico”, se fosse retribuito giustamente e se il suo ruolo sociale (fondamentale) fosse riconosciuto?

    • Andrea Cimatoribus: “Mi sembra superficiale e potenzialmente pericoloso giustificare la necessità di “più laureati” con la percentuale di laureati negli Stati Uniti e poco più.”
      =====================
      In realtà, l’articolo non cita solo la percentuale di laureati negli USA, ma scrive:
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      “Tra i paesi Ocse l’Italia ha la popolazione meno preparata nell’istruzione terziaria”.
      ______________________
      In effetti, l’Italia nella fascia 25-34 anni ha la percentuale più bassa di popolazione laureata di tutta l’Europa, come illustrato nel seguente grafico tratto dal rapporto OCSE Education at a Glance.



      Dal grafico si vede che l’Italia è ultima in Europa e penultima (prima della Turchia) tra i paesi OCSE, dato che Cina e Brasile sono non-OCSE. Anche se non siamo ultimi nell’OCSE, essere penultimi poco sopra la Turchia non cambia le considerazioni di fondo.
      =====================
      Andrea Cimatoribus: “Qual è poi il problema di un lavoro a basso “contenuto accademico”, se fosse retribuito giustamente e se il suo ruolo sociale (fondamentale) fosse riconosciuto?”
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      Credo che una prima risposta a questa domanda sia offerta da questo grafico (fonte AlmaLaurea, vedi https://www.roars.it/online/almalaurea-i-giovani-non-possono-piu-attendere-investire-in-istruzione-ricerca-innovazione-cultura/) che mostra che in Italia c’è una drammatica carenza di lavori altamente qualificati, a testimonianza di un modello produttivo che non sembra tra i più adatti a navigare in un mondo caratterizzato da forti dinamiche di innovazione tecnologica e sociale.


      L’articolo di Ciccarelli sintetizza bene il quadro italiano (che vede troppo pochi laureati rispetto a quelli delle nazioni con cui dobbiamo confrontarci, ma troppi rispetto alle capacità di assorbimento di un sistema produttivo che arranca) scrivendo:
      ______________________
      “Tra i paesi Ocse l’Italia ha la popolazione meno preparata nell’istruzione terziaria, cioè quella necessaria a vivere in una società complessa, precaria e in crisi com’è quella occidentale oggi. Il problema è che questi pochi trovano sempre meno lavoro.”

    • Forse ho frainteso l’articolo o semplicemente non c’arrivo, ma non vedo il nesso tra un modello economico in difficoltà e la necessità di avere più laureati. Avere un sistema educativo giusto e ben integrato nel sistema sociale ed economico è qualcosa di diverso dal generare molti laureati. E avere un sistema economico all’avanguardia è collegato ad un’istruzione superiore di alta qualità, ma l’istruzione è solo uno dei molti ingredienti. Forse l’Italia ha bisogno di più laureati, ma da questo articolo non capisco perché. E il semplice confronto con altre nazioni non mi dice assolutamente nulla, perché nazioni come Inghilterra, Australia, Paesi Bassi, e Italia hanno storia, risorse e difficoltà profondamente diverse.

    • Tutte le altre nazioni europee (non solo alcune) e tutte quelle OCSE meno la Turchia hanno più laureati di noi. Difficile invocare trenta e più casi di incomparabilità totale. Che aumentare il distacco in termini di formazione sia una ricetta vincente per agganciare chi procede meglio di noi appare una scommessa azzardata. Sembra piuttosto un modo per scivolare verso una sorta di serie B delle nazioni, una retrocessione volontaria rivendicata come l’unica scelta possibile da alcuni politici (http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/23/le-scope-della-ricerca/93455/) ed economisti (https://www.roars.it/online/nel-paese-dei-camerieri/).

    • Andrea Cimatoribus ” Forse l’Italia ha bisogno di più laureati, ma da questo articolo non capisco perché.” La risposta la da lei nelle due righe che precedono la sua frase.

      ” Avere un sistema educativo giusto e ben integrato nel sistema sociale ed economico è qualcosa di diverso dal generare molti laureati. E avere un sistema economico all’avanguardia è collegato ad un’istruzione superiore di alta qualità, ma l’istruzione è solo uno dei molti ingredienti”

      Giustissimo ma e’ pensabile un sistema economico all’ avanguardia e un sistema educativo giusto e ben integrato senza che una percentuale alta della popolazione abbia una istruzione superiore ??
      Il problema italiano e’ duplice, pochi laureati e forse in aree dove non sembrano esserci grande prospettive. Ma anche un capitalismo fatto da un lato da imprese troppo piccole dall’ altro da grandi baracconi drogati da fondi pubblici. Nessuno di questi soggetti e’ interessato o capace di fare ricerca e innovazione.

    • Vorrei spiegare un po’ più chiaramente la mia posizione, nata in realtà dalla lettura dal capitolo “More education does not of itself make countries richer” dal libro “23 things they don’t telly about capitalism” di Ha-Joon Chang.
      Non c’è dubbio, l’istruzione superiore è necessaria e importante. Un’istruzione superiore generalizzata, però, mi sembra una foglia di fico, che la sinistra ha abbracciato nella miseria intellettuale che la contraddistingue negli ultimi decenni. La sinistra (o chi per lei) avrebbe dovuto trovare strategie vincenti per garantire un lavoro, in un luogo di lavoro salubre, riconoscendo il valore del lavoro sia economicamente che socialmente (direi soprattutto socialmente). Invece, nella peggiore tradizione italica, ma non solo in Italia, ha optato per una soluzione classista in cui per sperare di avere una vita dignitosa e di competere nel mondo si deve essere “dottore” (o meglio, si dice: “tu fai una vita di merda perché altrimenti i Cinesi ci mangiano, ma fai studiare tuo figlio così poi diventa ricco”, dato che il livello del discorso politico mi pare questo). I risultati mi paiono miseri. A livello globale, poi, l’idea di un’istruzione superiore generalizzata mi sembra ridicola, perché implica o un razzismo spicciolo in cui una piccola parte del mondo “pensa” e il resto avvita bulloni (aspetto di vedere i “BRICS” abbracciare entusiasti questa proposta), o semplicemente non riconosce il fatto che il lavoro manuale è ancora necessario (anche se, ovviamente, evolve nel tempo come ogni altra cosa, o forse stampare processori non è un lavoro?). Garantendo condizioni di lavoro buone, un lavoro manuale può essere altrettanto o più gratificante di un qualche lavoro cosiddetto intellettuale. Non di soli intellettuali è fatta l’umanità, per nostra grande fortuna.
      Forse l’Italia beneficerebbe da un maggior numero di laureati. Perseguire però questo obiettivo solo perché si segue l’esempio di qualcun altro porterà però solo a risultati mediocri nel migliore dei casi, perché una strategia vincente per l’istruzione può nascere solo da un’analisi attenta della situazione italiana, perché è dell’Italia che si sta parlando. Certo, l’economia scricchiola e il sistema d’istruzione è preso a picconate e affonda. Siamo sicuri però di quale sia la causa e quale l’effetto? Un’analisi più approfondita della situazione italiana di “Tutte le altre nazioni europee… hanno più laureati di noi.” o “Ma anche un capitalismo fatto da un lato da imprese troppo piccole dall’ altro da grandi baracconi drogati da fondi pubblici.” mi sembra necessaria. Io di mestiere non faccio l’economista o il sociologo, quindi il mio contributo non può andare oltre l’esprimere i miei (forti) dubbi e le mie critiche, ma vorrei vedere qualcosa di molto più approfondito di questo articolo.

    • “More education does not of itself make countries richer”: sono d’accordo che l’istruzione da sola non è la panacea. Però, quando si è così a fondo classifica come l’Italia è ragionevole pensare che tra i tanti interventi necessari vada contemplato un incremento della formazione terziaria. Questo incremento da solo non basterà, ma meno istruiti di così sembra difficile avere le competenze necessarie per stare a galla e navigare anche solo in termini di innovazione tecnologica. A questo proposito, aggiungo un grafico (fonte: Eurostat) relativo alla percentuale di imprese innovative.

    • Questi grafici non mi dicono nulla, perché i sistemi educativi di paesi diversi sono profondamente diversi, per non parlare del fatto che “le imprese innovatrici” non mi paiono seguire così strettamente la classifica del numero di laureati. Ma prendiamo i Paesi Bassi che conosco e mi pare di capire che sono l’esempio da seguire perché hanno più laureati di tutti in Europa. Sa che nei Paesi Bassi l’istruzione terziaria segue un modello molto diverso da quello italiano, con un “doppio binario”, uno “applicato” (le “Hogeschool”) e uno “di base” (le università)?. Sono equivalenti ai laureati Italiani quelli che escono dalle Hogeschool? Assolutamente no. Quei numeri, come tengono conto di queste differenze? Ha mai parlato con un professore universitario inglese, facendosi raccontare quale sia la situazione dell’università inglese al di fuori delle università di eccellenza? Chissà quali altre differenze ci sono negli altri paesi che io non conosco.
      Insomma, seguire slogan del tipo “più laureati”, peraltro parlando di una bolla dell’istruzione che significa che ce ne vorrebbero di meno, è voler negare la complessità dell’argomento in nome di un’esterofilia da quattro soldi. Farlo oltre tutto in un articolo pieno di contraddizioni e superficialità dà davvero poche speranze per l’università italiana, che avrebbe bisogno di proposte attente figlie di un’analisi approfondita della situazione italiana. Questo articolo non mi pare dia alcun contributo in questa direzione, ma affondi nelle banalità. Molto deludente da un sito che si propone di mostrare il valore dell’università, e ha in molti altri casi presentato degli articoli ben più interessanti.

    • Andrea Cimatoribus: “un articolo pieno di contraddizioni e superficialità”
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      Non mi sembra che i numeri presentati dall’articolo siano stati smentiti e non è chiaro dove stia la superficialità di un articolo mediamente più documentato di quelli che si leggono sul tema degli studi universitari e dei loro sbocchi professionali. Il primo passo per capire è conoscere i dati. Concordo che integrare i dati presentati da Ciccarelli con riflessioni sulla struttura formativa dei Paesi Bassi è un contributo utile e, infatti, una delle caratteristiche dell’Italia è la quasi completa assenza della formazione terziaria “di tipo B”, quella “applicata”. Una delle risposte alla soluzione italiana potrebbe essere espandere la formazione terziaria in quella direzione. Ribadisco però che, in base ai dati a disposizione, rimanere fanalino di coda per quanto riguarda la diffusione della formazione terziaria (di tipo A e B) sembra un’opzione difficilmente difendibile con argomenti del tipo “Chissà quali altre differenze ci sono negli altri paesi che io non conosco” e “Questi grafici non mi dicono nulla, perché i sistemi educativi di paesi diversi sono profondamente diversi”. Fornire dati e i grafici, per quanto sempre bisognosi di contestualizzzione, rappresenta un modo di argomentare più civile e convincente di commenti categorici, ma poco documentati, come:
      “esterofilia da quattro soldi”
      “un articolo pieno di contraddizioni e superficialità” che “dà davvero poche speranze per l’università italiana”
      “Questo articolo non mi pare dia alcun contributo in questa direzione, ma affondi nelle banalità”

    • Come ho detto, non mi pare che questi numeri abbiano alcun senso senza una contestualizzazione molto attenta, che nell’articolo non c’è. I numeri non significano nulla se non si considera cosa rappresentano nella realtà.
      Come ho detto chiaro e tondo, le mie sono opinioni, non uno studio serio della faccenda, che ci si aspetterebbe di trovare nell’articolo ma io non lo vedo. Faccio delle domande che mi paiono legittime perché non trovo risposte soddisfacenti. Seminare numeri serve forse a imbellettare delle opinioni, ma non significa aver analizzato una questione.

  6. Sto terminando il mio dottorato in Germania e trovo curioso come si insista nel cercare modelli e riferimenti nell’estero traviandone completamente l’essenza.
    In un certo senso, concordo che ci sia stata una bolla formativa in Italia, il trend negativo dell’incidenza di lavoratori qualificati va letto a mio avviso in questo modo, risultato di uno spingere le persone alla laurea cosí avranno un lavoro qualificato. Ma questa é la risposta giusta alla domanda sbagliata. Se la richiesta di lavoro qualificato non c’é, non c’é e basta, indipendentemente da quante persone siano in grado di svolgerlo.
    Infatti, nei grafici portati a commento mi fa un po’ridere che uno dei paesi con piú laureati dell’italia sia la Germania, ma con una percentuale trascurabile, circa il 2% in pú, mentre le industrie tedesche che innovano e sono “competitive” sono piú del doppio (in numero assoluto). State cercando una correlazione? beh, se c’é, non é qui.
    Grecia, Russia, Irlanda, tanto per citare alcune delle nazioni con piú laureati, non mi pare vadano tanto bene o siano economie solide (per intenderci, se dovessi decidere dove aprire un azienda, razionalmente la aprirei in irlanda, dato il regime fiscale, ma razionalmente non vorrei certo viverci, dato il basso livello di servizi e tutele offerti ai propri cittadini dall’irlanda stessa).
    Tra l’altro, dato che in italia l’educazione terziaria ha sempre avuto un ruolo “oltre” alla mera acquisizione di capacitá tecniche (similmente alla francia, stranamente assente dai grafici), non va trascurato il bagaglio di conoscenze trasmesso dagli istituti tecnici, i periti formatisi negli anni ’70 in italia e poi assunti in finmeccanica/eni/agip/saipem/fiat/olivetti/impregilo/etcetc sono stati la manodopera che ha permesso ai (pochi) laureati dell’epoca di conseguire brillanti (almeno per i vostri parametri) risultati.
    Un paese con una formazione secondaria debole, come gli Stati Uniti o la Corea del Sud, avrebbe fatto ricorso, per coprire gli stessi ruoli a molti piú laureati “triennali” (Bachelor), data la povertá della formazione tecnica data dai college (persino il Caltech nacque come scuola superiore, ma divenne universitá giá nel 1920).

  7. Finora mi sembrava un punto di partenza condiviso il fatto che lo sviluppo economico di un paese e’ legato ad una elevata percentuale di popolazione con una istruzione superiore. Su questa base, tutti i paesi BRICS stanno investendo cifre enormi sui loro sistemi educativi e l’ articolo parte da questo presupposto. Se invece si vuole argomentare che questa non e’ condizione NECESSARIA (ovviamente non sufficiente) allora forse sono necessari studi economici piu’ rigorosi (possibilmente con fogli Excel senza errori…. ).

    • Sono assolutamente d’accordo, servirebbero delle analisi molto più approfondite della questione. Io non voglio certo fingere di aver studiato a fondo la cosa: dò semplicemente fiato a dei dubbi che ho e che l’articolo e i commenti che ho letto non fanno che aumentare.
      Ci sono delle persone che hanno effettivamente studiato questi temi, e suggeriscono che è molto difficile decidere quale sia la causa e quale la conseguenza, tra istruzione superiore GENERALIZZATA e sviluppo economico. Sarebbe interessante approfondire e non semplicemente ripetere degli slogan condendoli con qualche numero di dubbia interpretazione, come mi pare si faccia nell’articolo. Io conosco questo: http://www.guardian.co.uk/books/2010/aug/29/ha-joon-chang-23-things ma sono sicuro altri ne parlano.

    • Ci sono paesi ricchissimi dell’area golfo persico che non brillano per istruzione superiore.

      Si stanno comperando adesso l’istruzione superiore, associandosi con universita’ occidentali, per far vedere che sono “moderni”.

  8. Infatti, la Germania importa da anni lavoratori, da tutte le nazioni.
    Riguardo al boom di lavoratori “importati” in germania, da cosa é sostenuta la competitivitá tedesca?

    Facciamo finta di ignorare che i minijob hanno le stesse condizioni lavorative e tutele di un lavoratore italiano in nero, (sarebbe una forma efficacissima e nobilissima di contrasto all’illegalitá, perché non ci abbiam pensato prima? ah giá, dovevam vedere che eravamo onesti per entrare nell’ue e essere come “gli altri”), vediamo i numeri del miracolo occupativo tedesco:
    http://si.wsj.net/public/resources/images/WO-AN969A_MINJO_G_20130530183622.jpg
    (nota: una persona puó avere fino a 2 minijob, quindi sono tra i 3,7 e i 7,4 milioni di persone cosí impiegate, su una forza di circa 44 milioni).
    Che poi i laureati, soprattutto ingegneri, italiani siano il motore delle imprese tedesche é una grande merito. Peccato che in germania, associato al titolo di studio di Ing. ci sia un’aumento salariale di circa il 15%, per legge. Che vale solo se il titolo di ingegnere viene acquisito in un’universitá tedesca … assumere una parte di ingegneri stranieri é utile per abbattere i costi. Quando poi il sistema tedesco basato sull’export verso paesi UE andrá in crisi, vedremo quanto tempo impiegheranno gli eleganti politici tedeschia sfogare il malcontento della crisi sui lavoratori stranieri.
    Vivo qui solo da 3 anni, certe dinamiche sono visibili assumendo un punto di vista oggettivo ma considerando tutte le componenti e non solo il punto di vista degli industriali, loro o nostrani. Altrimenti anche la Cina diventa un esempio da seguire. A tal proposito, ringrazio per gli articoli del sole24ore e del corriere, non li consultavo da tempo e non mi rendevo conto di come la crisi europea abbia accecato cosí tanto la visione delle cose. Pensavo che almeno verso i nostri vicini di casa si potesse avere un punto di vista oggettivo e non sacrificato al “gli altri fan tutto bene, noi siam tafazzi e c’abbiam la mafia e berlusconi”.
    Se chi ha il tempo di osservare dall’esterno questi sistemi (parlo di Germania, ma intendo in genere “l’estero”) li beatifica acriticamente, cercando correlazioni spicciole per criticare le nostre politiche, fa un pessimo lavoro.
    Pessimo perché oppone alla stupiditá e ignoranza dei nostri vari Martone/Cancellieri/Gelmini (che fanno pessime politiche, non v’é dubbio) altrettanta ignoranza, condita certamente da buona volontá, ma fornendo tesi parziali e se non inutili, dannose.
    E in una lotta tra ignoranti, vince il piú stupido o il piú criminale. Se poi coincidono…

  9. Su Roars, c’e’ gia’ stata una breve discussione sul tema. In effetti, come gia’ scrivevo, esiste una letteratura empirica che cerca di mostrare come l’istruzione non sia correlata alla crescita economica. Vari economisti danno ormai questo punto per acquisito (per esempio Ha-Joon Chang citato sopra). Ha-Joon Chang cita almeno due studi. Uno e’ l’articolo di Lant Pritchett “Where has all education gone?” di cui si trovano on-line varie versioni. Per esempio una versione aggiornata al 2000 e’ disponibile a questo link:
    http://www.hks.harvard.edu/fs/lpritch/Education%20-%20docs/ED%20-%20Econ%20Growth,%20impact/where%20has%20all%20the%20education%20gone.pdf
    o al SSRN:
    http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=569239
    mentre una versione pubblicata nel 2001 si trova qua:
    http://wber.oxfordjournals.org/content/15/3/367.abstract
    Un altro riferimento citato da Ha-Joon Chang e’ il libro di Alison Wolf, Does Education Matter? Myths about education and economic growth. Penguin 2002. Di questo libro si trovano brani su Google Books e
    a questo link:
    http://www.milkeninstitute.org/publications/review/2002_12/49_72mr16.pdf
    La precedente discussione e’ a questo link:
    https://www.roars.it/online/tasse-universitarie-e-prestiti-donore-le-repliche-di-ichino-e-terlizzese/#comments

    • Grazie dei collegamenti interessanti. Mi sembra in particolare importante evidenziare che se dal punto di vista empirico mancano evidenze chiare a favore di un collegamento tra istruzione terziaria e crescita economica, chiedere di finanziare l’università per questo motivo è un argomento estremamente debole, che può molto facilmente ritorcersi contro.
      Vi sono, a mio avviso, altri argomenti di gran lunga più profondi in favore di un’istruzione superiore pubblica di qualità che si dovrebbe avere il coraggio di sostenere, senza arrampicarsi sugli specchi delle parole sulla bocca di tutti al momento: “crescita economica” o “produttività”.

    • Facciamo finta che nella media non ci sia una relazione immediata tra istruzione e crescita economica (per quanto i benefici dell’istruzione vanno oltre gli aspetti puramente economica e sollevano questioni di natura civile e culturale per cui rimanderei a Martha Nussbaum, https://www.roars.it/online/martha-nussbaum-not-for-profit/). Nel caso dell’Italia, c’è però un dato macroscopico: siamo ultimi in Europa e penultimi tra i paesi OCSE come percentuale di laureati nella fascia 25-34 anni. Pensare che questo sia un modello sostenibile dal punto di vista economico e civile richiede un certo sforzo. Per difendere questo modello come virtuoso, bisognerebbe avere evidenza che la crescita economica sia correlata con la mancanza di istruzione terziaria. Gli ultimi dieci anni dell’Italia non incoraggiano questo tipo di speculazione. Difficile incrementare la produttività, avere innovazione di prodotto e sviluppare produzioni ad alto valore aggiunto senza forza lavoro adeguatamente formata. Per far stagnare la produttività (o incrementarla solo comprimendo le condizioni salariali), rinunciare all’innovazione di prodotto ed uscire dalle produzioni ad alto valore aggiunto, la forza di lavoro meno formata di tutta l’Europa (e la penultima dell’OCSE) appare una risorsa del tutto adeguata. Per non dire degli aspetti di progresso civile e culturale.
      =====================
      Post Scriptum: la validità scientifica del lavoro di Lant Pritchett è stata contestata a causa di errori tecnici nell’analisi dei dati:
      ———————-
      ”First, there is a problem of a proper definition of the way in which years of schooling should enter into a production function. Second, collinearity between physical and human capital stocks seriously undermines the ability of educational indicators to display any significance in growth regressions. Third, failure to cope with measurement error and endogeneity produces biased estimates. […]
      This paper has revisited the findings of earlier empirical studies on schooling and growth, a literature that has failed to find a role for schooling as an input in a standard production function. It is shown that when problems of model specification and inconsistency in estimation are properly dealt with, years of schooling fit well in a neoclassical production function. Point estimates for the semi-elasticity of income per worker to years of schooling range from 7 per cent to 10 per cent.”
      (REDISCOVERING EDUCATION IN GROWTH REGRESSIONS by Marcelo Soto, OECD DEVELOPMENT CENTRE – Working Paper No. 202,
      http://www.oecd.org/dev/2410137.pdf)
      =====================
      Lant Pritchett non è nuovo a sostenere tesi controverse:
      “He worked for the World Bank from 1988 to 2000 and from 2004 to 2007. In 1991 he said that he wrote the controversial Summers memo that advocated the exportation of polluting industries to poor countries” (http://en.wikipedia.org/wiki/Lant_Pritchett)

    • Cercando di evitare il trascinamento: non dico che l’istruzione non serve. Non dico che l’Italia non investe abbastanza in istruzione e ricerca.

      Quello che metto in dubbio soprattutto è 1) il puntare a più laureati (che è quello che io evinco, fumosamente, dall’articolo) invece che molto più chiaramente ad una maggiore qualità dell’istruzione di tutti i gradi, cosa che peraltro non implica che il numero di laureati non possa aumentare (se fosse necessario chiarire: questo non significa che mi auspico la creazione di scuole per le “elite”, cosa che peraltro si è già fatta). 2) Il proporre come soluzione alla crisi economica un aumento della scolarizzazione terziaria, nell’illusione che l’offerta generi la domanda e nell’illusione che non ci siano alla base problemi soprattutto di bilancia dei pagamenti e politiche monetarie (legate a scarsa innovazione? forse, di nuovo il rapporto di causa ed effetto non mi pare sia chiaro – a meno che non si leggano solo Corriere, Repubblica, FQ & co. ovviamente). 3) Il proporre, anche se forse non esplicitamente, che un aumento della scolarizzazione terziaria possa migliorare automaticamente le condizioni di lavoro della maggioranza delle persone.

      Mi pare che su questi tre punti il dibattito sia decisamente aperto, anche perché colpisce forse alcune paure corporative, e mi piacerebbe vedere dei contributi più coraggiosi di quello nell’articolo. Inseguire, come ho già detto, la paura del momento porta dritti ad un’università a misura d’azienda, in cui si insegnano solo ingegneria e finanza. Sono in attesa di vedere verso quale radioso futuro ci condurranno le schiere di quei lauerati. Sono certo che l’autore dell’articolo sarà pronto a scagliarsi contro un tale progetto, per la ferrea legge che anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno.
      Grazie comunque della discussione che mi ha interessato, credo sia meglio concluderla (da parte mia) per evitare di ripetersi e non concludere comunque nulla.

  10. Per Enrico Scalas
    Non sono un economista e non mi arrogo il diritto di andare oltre opinioni generiche e non professionali.
    Comunque faccio notare Ha-Joon Chang e Alison Wolf lavorano in UK dove la spesa pubblica in istruzione e’ del 6.9% vs Italia a meno di 5%.
    In realta’ il libro di Alison Wolf dice che per la crescita economica sono condizioni piu’ importanti le abilita matematiche e linguistiche di base, per cui prima di spendere nel nell’ educazione terziaria, si deve privilegiare educazione primaria e secondaria. Ma non dice che si fa crescita senza istruzione superiore.
    Riguardo Ha-Joon Chang e’ la stessa persona che ha scritto “the washing machine has changed society more than the Internet” opinione rispettabile che mi permetto di non condividere.
    D’altra parte a Cambridge UK, dove lavora, non ha ancora ricevuto una professorship e ricopre una posizione da Reader.
    Vi sono economisti importanti che hanno scritto nel rapporto tra crescita e educazione superiore, per esempio
    Eric A. Hanushek – Stanford
    http://hanushek.stanford.edu/publications/education-and-economic-growth
    Joseph Stiglitz on Economic Growth After World War II
    ha mostrato come il GI Bill ovvero la legge per cui chiunque avesse combattuto dovesse avere libero accesso all’ educazione superiore e’ stato uno, se non il principale, dei fattori di crescita degli USA dopo la II guerra mondiale
    L’elenco potrebbe continuare.
    Rimango dell’ idea che e’ difficile avere sviluppo economico in una societa’ di ignorantoni. Poi ci sono sicuramente molte altre cose da fare.

    • certamente. Peccato che la società di ignorantoni venga creata a livello di istruzione primaria e secondaria. L’istruzione terziaria viene “dopo” e non può sanare carenze di base e non deve, in quanto formazione avanzata. Basarsi sulla distinzione tra reader e professor non credo sia un valido metro per valutare la bontà di una ricerca, il baronaggio non esiste solo in Italia.

    • Da “L’arte di ottenere ragione in 38 stratagemmi” di Schopenhauer.

      n. 1 – L’ampliamento
      Por­ta­re l’af­fer­ma­zio­ne del­l’av­ver­sa­rio al di fuori dei suoi na­tu­ra­li li­mi­ti, in­ter­pre­tar­la nella ma­nie­ra più ampia e ge­ne­ra­le pos­si­bi­le ed esa­ge­rar­la.
      Re­strin­ge­re in­ve­ce la pro­pria e cir­co­scri­ver­la nel senso più ri­stret­to.

      Ovvero, nessuno auspica una società di ignorantoni (quantomeno, io non di certo). Quello che si mette in dubbio è la consequenzialità tra istruzione “avanzata” e crescita economica (e occupazione) soprattutto, aggiungerei, in luce della difficoltà di combinare la qualità con la quantità. Come è stato detto, credere che l’istruzione terziaria possa salvare dall’ignoranza è, a mio avviso, pura illusione.

    • Andrea Cimatoribus: “in luce della difficoltà di combinare la qualità con la quantità.”
      ===============
      Beh, in Italia non corriamo molti rischi dal punto di vista della quantità dato che siamo ultimi in Europa come percentale di laureati e penultimi tra i paese OCSE nella fascia 25-34 anni. Per quanto riguarda l’interrogativo se l’istruzione “avanzata” produca di per se stessa la crescita economica mi sembra un po’ come il famoso detto “i soldi non fanno la felicità”: sicuramente vero, ma è anche vero che la loro mancanza aiuta ancor meno.

    • prof. Marcati:
      Il GI Bill ha aiutato 7.8 milioni di veterani (su 16 milioni totali).
      Aiutato a fare cosa?
      -mutui e prestiti per avviare attivitá commerciali o agricole
      -pagamento di spese vive e di iscrizione dovute al freequentare “college, high school or vocational education” incluso un anno di disoccupazione.

      Non si tratta di educazione terziaria, ma secondaria. Poi, come detto giá da molti, non é che si vuole negare la correlazione tra istruzione e crescita. Non sono certo le vostre cattedre a rischio, ne quelle dei futuri studenti meritevoli. Il rischio é che il paese vada a rotoli. Vi sono paesi, anche nei vostri 33 paesi migliori dell’italia, in cui l’universitá e gli enti di ricerca producono risultati notevolissimi, seppur le condizioni di vita del cittadino medio sono terribili.
      Servono piú investimenti nell’istruzione terziaria? certamente.
      Servono piú investimenti nell’istruzione?
      certamente.
      Se si vuole affrontare il discorso, che lo si affronti con un minimo di approfondimento e non per slogan citando il professore col curriculum piú grosso, il principio di autoritá non ha mai fatto bene alla ricerca (perché anche l’economia é una scienza).

      fonti:

      -http://www.gibill.va.gov/benefits/history_timeline/
      -Glenn C. Altschuler and Stuart M. Blumin, The GI Bill: a new deal for veterans (2009)

  11. Per Luca Urpi
    In questo blog le qualifiche accademiche non contano e p davanti a marcati sta per pierangelo e non per prof. Non sono stato io a introdurre riferimenti a “big names”, ma ho solo voluto mostrare a chi ne ha fatti in una direzione che ne esistono altrettanti in direzione opposta, esattamente per mostrare che non si deve mai argomentare usando il principio di autorita’. Poi mi duole ripetermi ma non ho mai sostenuto che popolazioni con istruzione superiore implica crescita e sviluppo , ho solo detto che la mancanza di una quota importante di popolazione con istruzione superiore e’ un fattore che limita crescita e sviluppo.
    Ripeto poi che non faccio per mestiere l’economista, quanto dico mi viene piu’ da un supposto buon senso che da competenza professionale.

    • “D’altra parte a Cambridge UK, dove lavora, non ha ancora ricevuto una professorship e ricopre una posizione da Reader.” Sará il suo inconscio, ma questo é implicito riconoscimento del principio di autoritá.
      Nemmeno io sono un economista, ma dubito sempre. Se una cosa non ha senso, la scarto. Ma tanto piú sento che una cosa debba funzionare per “buonsenso”, tanto piú ne dubito.
      Ringrazio ancora a tal proposito De Nicolao per le terribili notizie del corriere e del sole24ore. È passato un mese e ancora non mi capacito di come si possa scrivere abomini (nel senso di quanto si ignorino le ragioni di questa caccia agli ingegneri italiani/greci/spagnoli) su quotidiani “importanti”.
      Buona fortuna nella ricerca di altre letture!

  12. Un breve commento per chiarire la mia posizione. Non sono per nulla sicuro che non vi siano correlazioni o addirittura causazione tra istruzione (anche superiore) e crescita economica. Visto che era stato tirato in ballo Ha-Joon Chang, mi sono limitato a citare le fonti che lui stesso riporta nel suo libro divulgativo per corroborare la posizione che l’istruzione non e’ correlata con la crescita economica.

    Altro appunto: il fatto che Ha-Joon Chang sia “reader” e non “professor” non ha nulla che vedere con il valore di verita’ delle sue affermazioni.

    Infine ringrazio De Nicolao per aver segnalato il paper di Soto che invece e’ rilevante per tale valore di verita’.

  13. Finalmente, a mio parere, dovremo interrogarci sulla preparazione degli studenti. Costrette a dare il titolo a tutti e nel più breve tempo possibile, stritolate da lotte interne, le università stanno svilendo il sapere in modo cinico. E’ una lotta per il potere, secondo il motto latino “mors tua vita mea”, uno dei più usati. Sulla pelle dei colleghi meritevoli, ma che non si uniformano alla legge del bastone, degli studenti, usati come strumento utile per ottenere avanzamenti o, semplicemente, il collega con cui si è entrati in competizione …
    Spostiamo l’attenzione sulla preparazione degli studenti: ai non raccomandati, spregiudicati, ma tanto meritevoli farà bene. Vogliamo abbiano la giusta valutazione i meritevoli? Coraggio, siamo conseguenti alle nostre parole.

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