Argomenti

Alle classifiche opponiamo il diritto universale all’istruzione e alla formazione universitaria

Tra pochi giorni un esercito di ragazze e ragazzi affronterà la dura prova dell’esame di maturità (in bocca al lupo a tutte e tutti). Dopo, meno della metà di loro si immatricolerà all’università. Una parte sceglierà volontariamente di non proseguire gli studi all’università, ma una parte consistente sarà costretta a rinunciarvi per ragioni di sostenibilità economica. E l’università, paradossalmente, ha finito per trasformarsi in uno degli elementi della struttura delle disuguaglianze del paese. Ecco perché oggi sosteniamo che esiste una grande questione universitaria in Italia. Ed ecco perché non ci convince il coro di applausi che si è levato quando sono state pubblicate le classifiche degli atenei del mondo. Infatti mentre i teorici sostenitori dell’ideologia dell’eccellenza sono stati soddisfatti, sullo sfondo resta del tutto inevaso il grande interrogativo sull’università italiana: come farla uscire dalla gabbia del privilegio nella quale si è trasformata? Dovrebbe essere la ricerca di risposte a questo interrogativo la priorità nel dibattito pubblico. Mentre gli altri paesi europei rispondevano alle sfide della crisi economica aumentando gli investimenti in conoscenza, saperi, formazione, in Italia si è deciso di tagliare i fondi nel sistema universitario e della ricerca. E purtroppo, la decisione sui tagli orizzontali e scriteriati è comune ai governi di centrodestra, tecnici e di centrosinistra, nessuno dei quali ha mai voluto affrontare la questione universitaria come questione costituzionale e democratica. 

Tra pochi giorni un esercito di ragazze e ragazzi affronterà la dura prova dell’esame di maturità (in bocca al lupo a tutte e tutti). Dopo, meno della metà di loro si immatricolerà all’università. Furono 275 mila l’anno scorso, ma dopo aver toccato punte molto più basse negli anni precedenti, secondo i dati ufficiali forniti dal Miur. E gli altri? Una parte sceglierà volontariamente di non proseguire gli studi all’università, ma una parte consistente sarà costretta a rinunciarvi per ragioni di sostenibilità economica. Per una famiglia di lavoratori dipendenti, soprattutto nelle aree depresse del paese, e non solo nel Mezzogiorno, che non abbiano la fortuna di vivere in una città dove è presente l’Ateneo universitario, sostenere i costi di uno o più figli – studenti fuori sede – è diventato proibitivo. E negli anni della crisi economica feroce, con le mille incertezze legate al futuro del posto di lavoro, gli effetti si sono fatti sentire ancora di più e hanno pesato notevolmente sulle famiglie della classe media e operaia.

Così, l’impossibilità di accedere all’esperienza formativa dell’università solo per motivazioni economiche ha generato forme di accentuato disagio, frustrazione e disperazione in centinaia di migliaia di giovani, in particolare nell’ultimo decennio. E l’università, paradossalmente, ha finito per trasformarsi in uno degli elementi della struttura delle disuguaglianze del paese.

Oltre ad aver trovato una barriera insormontabile al mondo del lavoro, si sono ritrovati espulsi anche dall’alta formazione universitaria. E i loro sogni, le loro speranze di futuro, si sono infranti nella impossibilità di lavorare o studiare. Ecco perché il numero dei giovani NEET, coloro che non studiano, né si formano, né cercano un lavoro, cresce ogni anno di più in Italia, e subiscono più di altri una formidabile ingiustizia, quella di essere considerati degli esclusi, loro malgrado. E non solo. Una responsabilità di questo stato delle cose va anche attribuita al sistema delle imprese, che privilegia da anni il lavoro povero, sia sul piano qualitativo che su quello salariale, rendendo perciò in parte priva di senso la formazione universitaria per molti segmenti del mercato del lavoro.
Ecco perché oggi sosteniamo che esiste una grande questione universitaria in Italia. Ed ecco perché non ci convince il coro di applausi che si è levato quando sono state pubblicate le classifiche degli atenei del mondo, nelle quali compaiono, nei primi duecento posti, quattro nostre università, il Politecnico di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la Normale e la Sant’Anna, entrambe di Pisa. Anche volendo lasciare da parte le considerazioni sulla metodologia adottata per stilare le classifiche e in particolare la classifica in questione, non possiamo però fare a meno di segnalare che la modificazione delle regole a favore degli atenei tecnici già da alcuni anni ha favorito il primato di questi ultimi a scapito di quelle generaliste. Come scrive Giuseppe De Nicolao, già “La Nanyang Technological University di Singapore, da 39-esima nel 2014 era salita fino al 13-esimo posto, sorpassando Yale, John Hopkins and Cornell. Su quell’onda, il Politecnico di Milano, 229-esimo nella classifica 2014, risalì magicamente al 189-esimo posto, mentre perdevano oltre 100 posizioni Pisa, Tor Vergata, Federico II di Napoli, Cattolica di Milano, Genova, Perugia e Bicocca.”
Insomma certamente il Politecnico di Milano è una grande istituzione (si sapeva) e siamo soddisfatti che continui a migliorare ma non dobbiamo farci ingannare dalla propaganda delle classifiche. Dal 2008 l’università ha perso migliaia di studenti ma anche di docenti e di dottorandi. Perdendo molte posizioni in altre classifiche come quella sui finanziamenti, sulla spesa per studente, sul numero di laureati. Incrementando solo le tasse.

Infatti mentre i teorici sostenitori dell’ideologia dell’eccellenza sono stati soddisfatti, sullo sfondo resta del tutto inevaso il grande interrogativo sull’università italiana: come farla uscire dalla gabbia del privilegio nella quale si è trasformata? Dovrebbe essere la ricerca di risposte a questo interrogativo la priorità nel dibattito pubblico. Lo stesso Ben Sowter, capo dei ricercatori della QS, la società che ogni anno si occupa di stilare le classifiche mondiali per le università, è costretto ad ammettere, come riporta il Messaggero, che “l’Italia è un paese straordinario e spero che la classe dirigente decida di incrementare l’investimento per le università e la ricerca. Favorire un cambio generazionale tra i ricercatori”, prosegue, “e fermare la preoccupante migrazione di giovani menti brillanti è fondamentale per aumentare la competitività del Paese”. Al netto di quest’ultima opinione, anche nella considerazione di Sowter pare centralissima la necessità di aumentare gli investimenti per l’università e la ricerca. Ma la preoccupazione non può essere solo quella dell’astratta “competitività”, concetto che rientra nello stile neoliberista di chi considera uno studente, un ricercatore, un docente, il “capitale umano”, ma di garanzie costituzionali e democratiche.

Come ha osservato, tra gli altri, Ivano Dionigi, l’ex rettore di Bologna, più volte intervenuto in questi giorni su diversi quotidiani, è accaduto che mentre gli altri paesi europei rispondevano alle sfide della crisi economica aumentando gli investimenti in conoscenza, saperi, formazione, in Italia si è deciso di tagliare i fondi nel sistema universitario e della ricerca. E purtroppo, la decisione sui tagli orizzontali e scriteriati è comune ai governi di centrodestra, tecnici e di centrosinistra, nessuno dei quali ha mai voluto affrontare la questione universitaria come questione costituzionale e democratica, ma solo in modo ragionieristico, inserendola come una voce di bilancio come altre, e dunque non strategica, neppure per “aumentare la competitività” del sistema, come recita la vulgata neoliberista.

Perché è questione costituzionale? Perché il diritto allo studio è un diritto universale che la Costituzione tutela all’articolo 3: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E l’Università non è proprio quella sfera pubblica nella quale dovrebbe dispiegarsi lo sviluppo della persona umana? Cos’è la conoscenza, se non la possibilità di dare a tutti le armi intellettuali per crescere, e magari superare le disuguaglianze di partenza? In Germania lo hanno capito da un pezzo, e infatti le loro università pubbliche sono gratuite, e leggendo la stampa tedesca non sembra che si siano stupiti, favorevolmente, del fatto che la prima bandierina tedesca che compare nel ranking organizzato da QS sia il Politecnico di Monaco al 64esimo posto seguito dall’Università statale della stessa capitale bavarese due posti dopo, e quella di Heidelberg al 68esimo.

In Germania sanno bene che nessuna università gareggia in un concorso competitivo con le altre, sulla base di tabelle di merito stabilite da un gruppo di ricercatori. No, in Germania sono consapevoli, grazie forse alla loro tradizione luterana e calvinista, che ciò che conta è mettere tutti nelle stesse condizioni di accesso alla formazione, di qualunque ordine. Per questa ragione, la spesa pubblica per la formazione di ogni singolo cittadino in Germania cresce ogni anno, come ampiamente dimostrano i dati di Education at a glance e nessuno si sognerebbe mai di operare tagli privi di senso.

Nel nostro continente si è consolidata una geografia ben precisa degli investimenti in istruzione e ricerca che corrisponde anche alle migliori performance economiche dell’Eurozona e del mondo, con riflessi rilevanti nella dimensione sociale. Come ci ricorda da anni Pietro Greco, esiste un’importante differenza tra aree europee caratterizzate dallo stesso peso demografico in ragione proprio di ciò. L’area “teutonica”, che ha al centro la Germania ed è composta da Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia, Islanda, Austria, Svizzera; l’area “anglo-francese” composta da Francia, Regno Unito, Belgio, Lussemburgo e Irlanda; l’area mediterranea, con Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, Malta e Cipro e quella orientale che raccoglie i paesi ex comunisti (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Slovenia, Croazia). Al netto delle condizioni di partenza, ad esempio, in termini di reddito nell’area teutonica ci sono maggiori investimenti nell’educazione terziaria (universitaria e post-universitaria): 635 dollari per abitante rispetto ai 489 dell’area anglo-francese, ai 340 dell’area mediterranea e ai 202 dell’area orientale. Per l’istruzione universitaria si spende il doppio rispetto all’area mediterranea e il 30% in più che nell’area anglo-francese. Si investono in R&S 162 miliardi di dollari l’anno. Una cifra pari quasi al 3% del PIL, seconda sola a quella degli Stati Uniti (447 miliardi) e della Cina (232 miliardi), del 53% superiore a quella dell’area anglo-francese (106 miliardi) e del 245% superiore a quella dell’area mediterranea.

Serve un investimento immediato in tutta la rete universitaria a partire dagli atenei che hanno subito maggiormente le scelte demenziali degli ultimi anni finalizzate a drenare le poche risorse disponibili dopo i tagli draconiani del 2008 nelle presunte aree forti del sistema. Ciò ha avuto come effetto quello di rendere l’università un amplificatore delle disuguaglianze piuttosto che uno strumento di inclusione e mobilità sociale. Al contrario, le poche risorse “fresche”, dopo anni di redistribuzione dei tagli, piuttosto che per finanziare il sistema vengono anch’esse distribuite in modo selettivo. Si tratta di 1,35 miliardi di euro (271 milioni annui per cinque anni) a 180 dipartimenti “di eccellenza”. Attraverso una premialità che per avere un senso dovrebbe aggiungersi ad un fondo ordinario tale da consentire il funzionamento normale di tutte le università piuttosto che diventare l’unica ancora di salvezza per i pochi che ne beneficeranno. Inoltre l’ideologia delle eccellenze che punta a selezionare chi “merita” si correda oggi contro ogni logica ed evidenza col ritorno del numero chiuso in corsi di laurea dove non c’era mai stato. Difficile trovare parole equilibrate per definire scelte demenziali di questa portata.

Difficile non ripensare alle parole di Papa Francesco che ha stupito ancora una volta nel suo discorso agli operai dell’Ilva, tra le altre cose si è concentrato proprio su questo tema

“Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata meritocrazia. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il merito; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono: il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. Così, se due bambini alla nascita nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente”.

 

Da anni è in corso una spinta per far si che il nostro sistema di istruzione diventi funzionale a questa ideologia, vale per l’università così come per la scuola come già si è detto riflettendo sulla deriva della valutazione. Si tratta di politiche regressive socialmente ed economicamente contro le quali bisogna lottare avendo come stella polare i valori che la nostra Costituzione affida alla scuola, all’università e alla cultura.

In realtà, è urgente elaborare e rilanciare una politica dello sviluppo (e non semplicemente della crescita) che abbia come presupposto l’estensione dei diritti di cittadinanza a partire da quello all’istruzione per tutto l’arco della vita. Per un paese dove l’indice di Gini, che misura le disuguaglianze, peggiora da dieci anni ininterrottamente, questa scelta è un dovere civile. La diffusione effettiva della conoscenza e la promozione di un uso critico della propria ragione sono un obiettivo oggi ancora più importante. La selezione dei saperi costruita attraverso i meccanismi di taglio delle risorse, accreditamento dei corsi, valutazione selettiva, riduzione delle opportunità di reclutamento sta già portando all’estinzione di intere discipline e alla marginalizzazione di scuole individuate come disfunzionali a ciò che il mainstream ritiene utile. L’attacco furioso nei confronti della cultura umanistica e in subordine delle scienze sociali è parte di questa operazione puramente ideologica mascherata da efficientamento del sistema di istruzione. L’idea che l’istruzione universitaria sia il presupposto della costruzione di una cittadinanza nel mondo, per dirla con Martha Nussbaum, deve oggi essere riproposta con forza nel dibattito pubblico. La realizzazione della persona umana attraverso l’accesso ai più alti gradi di istruzione significa questo. Del resto non basta produrre beni ad alta tecnologia e immateriali per migliorare la qualità della vita delle persone.

Tutto ciò ci induce a suggerire qualche soluzione alla gigantesca questione universitaria: occorre investire massicciamente nel diritto allo studio; metter fine alla strategia dei numeri chiusi, come ancora recentemente è accaduto all’Università Statale di Milano che, chiudendo anche i quattro dipartimenti umanistici, ha fatto l’en plein, con 79 su 79 a numero chiuso; ma soprattutto occorre tentare la strada dell’accesso gratuito almeno alle lauree triennali. Ecco, queste proposte, se realizzate, magari potrebbero rendere concreti i sogni e le speranze di tanti tra quei 580mila maturandi del 2017 che potrebbero aver già deciso di mollare.

(Pubblicato su Huffingtonpost)

Send to Kindle
Tag: , , , , ,

27 Comments

  1. Col massimo rispetto e chiarezza, dr. Sinopoli considero la cgil, in particolare il suo sindacato uno dei più grandi complici del disastro dell’università pubblica. Il populismo di vostro stampo (lavoratori della conoscenza amministrativi compresi) ha favorito l’omologazione verso il basso delle figure docenti, la estrema burocratizzazione, spacciata per garantismo.. l’elettorato attivo degli amministrativi nelle università etc. hanno accelerato il processo. Sono certo che lei non ne è consapevole. Quando c’era da salvare l’università pubblica voi avete sostenuto gli impiegati..
    è opportuno che qualcuno glielo dica… Massimo rispetto delle sue (tardive??) posizioni… Leggo i suoi interventi sui giornali di regime ..troppo tardi

    • Vorrebbe esplicitare cortesemente in che senso la CGIL è complice del disastro dell’università pubblica e a che atti della CGIL si riferisce ? In che modo avrebbe favorito l’omologazione verso il basso delle figure docenti ?

      Non riesco a capire come l’elettorato attivo degli amministrativi nelle università sia collegato alla selezione del personale docente.

      Basta con il populismo che lo sfacelo è colpa del sindacato (tra l’altro praticamente non presente tra il personale docente).

    • Giorgio Pastore says:

      Viviamo in modi paralleli evidentemente. Io di responsabilità della cgil nell’ “omologazione verso il basso delle figure docenti”, nella burocratizzazione non ho visto traccia in decenni di vita universitaria. Anche perché, forse nessuno glielo ha detto, i docenti universitari sindacalizzati, e in particolare nelle file della cgil sono un po’ pochini per incidere.
      .
      Mi sembra invece di notare una certa prevenzione generalizzata nei confronti del personale amministrativo. Posizioni in genere molto diffusa tra chi non si è mai curato di capire quanta parte del proprio lavoro dipende dall’ esistenza del lavoro di altri.
      .
      Provi a rileggere con meno prevenzione l’ articolo. Forse si renderà conto che nel suo intervento sta guardando il dito e non la luna.

    • creeper@ forse sono troppo vecchio io o troppo giovane lei. C’è un periodo in cui in università la cgil valeva come oggi confindustria. Il progetto dei csd lavoratori della conoscenza voleva dire che tutti prof, ricercatori, amministrativi etc. purchè in qualche modo “universitari” erano omologabili…
      Il punto più elevato è stato raggiunto col populismo degli amministrativi che votano, stanno in senato accademico etc. Lo spirito è quello della spartizione, e siccome votano (in qualche caso hanno fatto la differenza nell’eleggere il rettore) fanno azioni da “corporazione”. Questa la mia esperienza.

      Pastore@ gli amministrativi non servono la ricerca o la didattica la loro funzione è controllare, verifica, applicare regole varie contro una categoria di “sospetti” furbastri coperti di sterco dai giornali di regime… cioè i professori, non so nella sua università.. ma nella mia è così
      ps la rimando agli articoli di casagli.
      Quando ho cominciato io c’erano circa la metà di amministrativi rispetto ai professori oggi siamo (almeno nella mia) ad avere più amministrativi che docenti. Questo votano per il rettore, gl assegnisti, i dottorandi, no. Gli studenti per rappresentanza.. Questa la mia opinione e la mia esperienza..
      ps non ho nulla contro il sindacalismo, utile e messo a all’angolo oggi.. Quello che manca è il nostro e il povero e encomiabile Ferraro fa miracoli. Cose che i sindacato dei lavoratori della conoscenza non ha mai fatto e mai farà (soprattutto non lo ha fatto quando poteva).

    • Giorgio Pastore says:

      Evidentemente abbiamo esperienze profondamente diverse. Ma da lei, un fondo europeo se lo amministra il docente ? La segreteria didattica la gestiscono i docenti ?
      .
      L’ aggravio burocratico e’ un problema ma non lo ha inventato il personale amministrativo (i direttori generali sono altra storia, ma quelli se li scelgonoi rettori).
      .
      Sulla numerologia ideale tra personale scientifico e amministrativo, non c’e’ una ricetta buona per tutto.

  2. Condivido.
    Ma dove vogliamo andare se, al momento dell’azione, gli strutturati scioperano soltanto per gli scatti e non per tutte queste cose giuste che sono scritte in questo articolo?
    Ovviamente io aggiungerei anche il problema della retroattività delle riviste di classe A (che influisce in maniera ingiusta sull’ASN e sui collegi docenti del dottorato) e quello del mancato reclutamento.
    E’ per questo che bisogna scioperare, non per gli scatti.
    Ora qualche strutturato mi dirà: “è tutto collegato, se non protestiamo per gli scatti, travolgeranno l’università intera”. FALSO: chi sciopera per gli scatti e ottiene gli scatti non sciopererà a difesa di tutte queste cose giuste scritte in questo articolo di oggi.

    • Alberto Baccini says:

      Anto, ho la fortuna di essere strutturato.e Non direi mai “se non protestiamo per gli scatti, travolgeranno l’università”. Ma più realisticamente “se noi universitari non protesteremo NEANCHE per gli scatti” non ci sarà per anni alcuna possibilità di protestare per altro.

  3. Quanta retorica. In Germania c’è una selezione durissima a partire dai 9 anni dove già iniziano a indirizzare i bambini verso istituti professionalizzanti o gymnasium che sono per chi già sa che continuerà a studiare. Ovvio, le strade non sono precluse in partenza ma l’indirizzamento è molto forte. Qui in Italia una offerta universitaria gratuita non avrebbe senso nel momento in cui l’istruzione di base ha fallito. Se si laureano persone che manco sanno l’italiano è ovvio che semplicemente li si parcheggia per altri tre anni per poi renderli disoccupati a 22 anni…

    • Giuseppe De Nicolao says:

      È vero: qui in Italia una offerta universitaria gratuita non avrebbe senso se si laureano persone che manco sanno trattenersi dal rifilare raffiche di luoghi comuni che neanche il Professo’ di “Un sacco bello”.

    • Forse rientra nell’analfabetismo di ritorno.

    • Giorgio Pastore says:

      Orwell, temo che la retorica sia la sua. Proviamo a confrontare qualche numero ?
      L’ obiettivo 2020 della Germania per quanto riguarda la percentuale di laureati nella fascia 30-34 ani e’ maggiore del 40%. Quello italiano del 26-27% (e non lo raggiungeremo).
      .
      Con i numeri relativi a quella fascia di eta’, in Italia si spera di raggiungere numeri totali dell’ ordine di 750000. In Germania piu’ di 2000000.
      .
      Con una popolazione totale che e’ solo del 33% maggiore di quella italiana l’ obiettivo e’ decisamente più ambizioso. Nonostante selezione “durissima” e “indirizzamento precoce”.
      .
      Sulle differenze tra i sistemi di istruzione primaria e secondaria, ci sono, non sono tutte a favore della Germania, ma se proprio si vogliono fare confronti, sarebbe meglio confrontare tutto, incluse le spese complessive per l’ istruzione, con annessi e connessi, incluse quelle per le strutture e per le motivazioni per i docenti, incluse quelle economiche.
      .
      Ma si sa che certi confronti tendono ad essere a senso unico.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Ecco il grafico che illustra gli obiettivi delle diverse nazioni, preso dal documento EUROPE 2020 TARGET: TERTIARY EDUCATION ATTAINMENT (http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/themes/28_tertiary_education.pdf). Come percentuale di laureati, non solo partiamo ultimi, ma abbiamo l’obiettivo più basso dell’intera UE.
      ____________


      ____________
      Lo avevamo fatto notare tre anni fa in questo post:
      https://www.roars.it/online/laureati-italia-ultima-in-europa-obiettivo-2020-aggravare-il-distacco/

  4. leonardo.40 says:

    L’università “per tutti” è sempre stata solo una finzione: corsi iperaffollati, esami svolti distrattamente da “cultori della materia” non pagati o da un computer che chiede solo crocette, tesi male seguite e mai lette da relatori e correlatori, il calcio nel sedere finale che non si nega a nessuno. Così, alla fine, i figli dei poveri si sono ritrovati truffati da titoli di studio inflazionati e inutilizzabili; i figli dei ricchi hanno bypassato lo sfacelo studiando direttamente all’estero (nelle università a numero chiuso), oppure vivacchiando per 5-6 anni e aspettando il pezzo di carta all’italiana: tanto, poi, a trovare il lavoro ci pensava papà.

    • Ma certo chiudiamole queste università, lasciamo solo Bocconi e Luiss e non se ne parli più. (ps sempre complimenti per il coraggio a mettere nome e cognome in calce a queste idiozie che scrive).

    • Francesco1 says:

      Ammesso pure che l’università per tutti sia stata solo una finzione, non si capisce se lei questo lo afferma auspicando che l’università diventi davvero per tutti, oppure auspicando il contrario: cioè che torni ad essere riservata ai figli di papà.

  5. @Alberto Baccini:

    Agli strutturati non è mai importato nulla (con i fatti e non con le parole) del destino dei precari.
    Consideri i seguenti punti:
    PUNTO 1: 3 dei 4 ultimi Ministri erano o sono stati Rettori (quindi strutturati, quindi colleghi di tutti gli atri strutturati): nessuno si è preoccupato di (almeno) provare a risolvere il problema dei precari e del reclutamento: è gravissimo, non potevano non sapere.

    PUNTO 2: In Italia ci sono molti Professori, Maestri, Illustri Personalità Accademiche che non si sono mai messi contro i Ministri-Colleghi di turno per risolvere il problema del precariato.
    Intendo dire con i fatti (tipo sane minacce di boicottaggi accademici, come “Caro collega, vuoi candidarti alla presidenza CRUI O CUN ecc…. o cose del genere? Bene prima risolvi i problemi dei precari, altrimenti ti boicotto”).
    Scusi se ho usato esempi stupidi e di contesti che neppure conosco, ma era solo per rendere l’idea.
    Ricatti, minacce, dispetti, odi, rancori ci sono e ci sono sempre stati nell’ambiente accademico, almeno nel mio esempio sarebbero stati usati a fin di bene.

    PUNTO 3: In conclusione, mai una presa di posizione tosta, vivace, con i fatti (e non con le parole) degli strutturati in difesa dei precari e, soprattutto di quegli strutturati che contano (e che magari scrivono anche nei giornali nazionali di alta tiratura), MAI!

    PUNTO 4: ergo, se uno strutturato di muove, si muove (es. sciopero) per il proprio portafoglio. Ho già spiegato il perché nei precedenti punti.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Paradossalmente, sembra che anto commenti su Roars senza leggerlo. La nostra redazione consiste quasi interamente di strutturati che, senza alcun tornaconto personale, dedicano tempo e fatica a questioni di interesse generale, tra cui il reclutamento e il futuro dei precari.

  6. Giuseppe De Nicolao:

    nessun paradosso,
    apprezzo moltissimo gli articoli e anche i convegni organizzati da roars.it; ne ricordo uno dei un anno e mezzo fa (visto in video) dove si parlava anche della situazione francese ove professori francesi hanno detto, in maniera decisa “o cambiate o non vi votiamo più!” e la politica francese fece un passo indietro. Mi sembra di ricordare questo.
    Ricordo poi, sempre nello stesso video, il giusto rimprovero ad un esponente governativo mandato lì a caso del tipo “lei non rappresenta nessuno, tanto i soldi li mette Padoan se vuole”.
    Però, io mi riferivo agli strutturati e agli accademici famosi, a persone che vanno in televisione e sui giornali magari per appoggiare o contestare un referendum. Bene, questi non hanno mai fatto azioni concrete come i professori francesi richiamati.
    Sarebbe interessante ritrovare il video, mi è piaciuto molto, ma non mi ricordo come si intitolava il convegno.

  7. Se “gli strutturati e gli accademici famosi” facessero “azioni concrete”, non andrebbero “in televisione e sui giornali” 🙂

  8. Pastore@, ho appena visto un ricercatore del mio dipartimemto, con le varie missioni è fuori di 1400 euro. Al momento ha 35 euro sul cc. Attende da 6 mesi dei rimborsi. Tutto dipende dalla segretaria di dip (questa deve fare anche delle ferie mancanti). Gli ho chiesto che fanno gli altri suoi colleghi ricercatori, risposta quelli ricchi vanno avanti (congressi, missioni etc.) gli altri hanno deciso di non andare in giro più. La mia domanda: Il direttore lo sa? Risposta: si! Ma se questa (che siede in senato accademico) si innervosisce avrà problemi anche lui..Ti sembra una risposta alle tue (scusa ti do del tu) perplessità??! Ps. Sono molti di più di una volta gli amministrativi, ma le incombenze burocratiche (reali o virtuai) impediscono loro di aiutare la ricerca el la didattica. Naturalmente facciamo tutte le garbate pressioni sulla amministrativa…ma naturalmente lei rileva che ci sono gtroppe cose da fare e che manca personale (sic!) Ultima questione (tua richesta di precisazione) secondo te quanta genta avrà voglia di partecipare a bandi europei? Ps la mia è una università bella grossa. Siamo solo noi in queste condizioni?!!!? Se qualcuno mi considera un vecchio reazionario si sbaglia di grosso…è che sono scoraggiato.(non è la prima volta che scrivo su roars su questi temi..Loro roars sono convinti che la parte più delicata sia l’Anvur, ma secondo me è il sistema organizzativo che impedisce l’efficienza, ci chiedono di andare in montagna e ci forniscono solo degli infradito (vogliono che i piedi si vedano bene che magari non ci portiamo via tra le dita dei diamanti) 🙂
    evviva Roars che ci fa parlare di tutto

    • Alberto Baccini says:

      Suggerisco di leggere Nicola Casagli che ha molto chiaro il rapporto tra burocrazia e anvur (tra le altre cose).

    • Caro Baccini 😉
      Casagli è la mia bibbia, lo leggo e apprezzo, come apprezzo tutti voi di roars. Dico solo che per orientamento voi spingete molto sulle distorsioni di Anvur (posizione che condivido), forse, lo dico come faccio di solito senza verità in tasca, la questione organizzativa è forse più importante. Un luogo l’Univ. nel quale di produce conoscenza (la producono i ricercatori e i professori – caro Sinopoli-) deve avere una organizzazione piatta policentrica e a connessione debole. Diceva un mio maestro molti anni fa ex ufficiale dell’aviazione, che “gli aerei devono volare”… (spero che la semplice metafora sia chiara). Sono intervenuto più volte in roars su questo argomento “da -piccolo- esperto”. Ovvio che non hai avuto il tempo di leggere i miei interventi. Preferisco un profilo basso e anonimo, sono troppo vecchio e irrilevante ormai.

    • Alberto Baccini says:

      Il mio punto è solo che la spiegazione della burocrazia è il risultato della volontà di controllo centralizzato di cui anvur è l espressione massima. Mentre i controlli pre-anvur avvenivano essenzialmente attraverso la amministrazione e riguardavano procedure amministrative e didattica- i controlli post-anvur sono diventati pervasivi su ogni ambito di attività. Un costoso delirio. E l’esatto contrario di una debole organizzazione policentrica. Credo che siamo più o meno d’accordo…:-) i commento di roars li leggo tutti (meno quelli su asn), ma difficile tenere a memoria chi ha scritto cosa…

  9. @Baccini grazie della risposta non aggiungo nulla..chissà che cosa ne pensano altri o lo stesso Casagli. Ne approfitto (abbiate pazienza con me), per chiedere a Sinopoli: la legge Madia si applicherà ai lavoratori del CNR, ottimo. Si applicherà per gli amministrativi che votano in senato e che eleggono il rettore?!! Infatti si stanno da noi già attrezzando per applicare la legge Madia.I nostri centinaia e centinaia di assegnisti che lavorano in una istituzione pubbblica (Unipubblica infatti) sono figli di un dio minore!!!!? Loro non sono precari della conoscenza? Vero? A loro non deve essere offerta una possibilità? Io ne ho due già sposati e con figli… stanno con me da anni.. Hanno un ottimo curriculum come moltissimi più o meno bravi dei miei in giro per l’Italia…Suppongo che non risponderà..

    • Alberto Baccini says:

      Sul tema del precariato, che credo sia il tema chiave, la FLC-CGIL ha finanziato una indagine conoscitiva preziosa, forse l’uncio pezzo di conoscenza vera che abbiamo sul fenomeno in Italia. I risultati sono sintetizzati in almeno un saggio di questo volume. https://iris.unive.it/retrieve/handle/10278/3683931/102850/indisciplinate.pdf

    • Grazie Baccini, ho aperto il pdf..davvero preciso. Come ho anche letto nell’intervento di Sylos che cita l’associazione dei dottorati/ndi il 93,5% degli assegnisti non ha futuro. Ma l’università non è ente pubblico? Gli assegnisti forse non sono precari?!! A meno che come vorremmo tutti, vedasi casagli, l’università sia come la rai (ma così non è. La Madia ha provveduto ai dipendenti pubblici a quelli del CNR ma i “nostri” che cosa sono????

Leave a Reply