sviluppo

L’inabissamento dell’economia meridionale, il crollo della sua industria e la deriva del suo sistema universitario, sono l’esito ultimo di una degenerazione del tessuto complessivo dell’economia nazionale, che ha fatto seguito all’abbandono di una visione di politica industriale che ha guidato in origine lo sviluppo dell’economia dell’Italia. Una visione di tipo strategico che non può mancare se l’obiettivo vuole essere quello di tracciare le linee di una reale politica di sviluppo che faccia leva sulla conoscenza. Ma soprattutto una visione in cui si recuperi il senso della necessità di quell’azione pubblica senza la quale – come la storia e le vicende di paesi più competitivi del nostro dimostrano – l’innovazione è destinata ad essere poco più che whishful thinking. Un’agenda tutta da ripensare e ricostruire, in cui si affermi un’inedita regia di “politica industriale” di cui il Mezzogiorno deve diventare parte integrante.

 

In un continuo rincorrersi di cifre le aspettative sulla tanto sospirata ripresa dell’economia italiana non trovano ancora riscontri positivi. Nel lungo periodo trascorso dall’inizio della crisi le prospettive legate all’impulso che sarebbe dovuto derivare dalla domanda estera al di fuori dell’ Europa travolta dalla recessione si sono molto ridimensionate a causa della forte battuta d’arresto dei paesi emergenti mentre, più recentemente, sono stati chiamati in causa i possibili effetti recessivi collegati alla recrudescenza del terrorismo di matrice islamica. Continua così a trascinarsi un “non detto” che spiega una parte significativa della perdurante crisi del nostro Paese e che – soprattutto se si guarda alla reale possibilità che l’economia nazionale possa trarre beneficio da un nuovo ciclo espansivo – andrebbe considerato con grande attenzione. Nel confronto con i maggiori paesi industrializzati (G7) e con il contesto europeo, l’Italia mostra infatti da tempo una divergenza nella dinamica della crescita del Pil e, in capo a tutto, nella crescita della produttività, quale misura della capacità di creare ricchezza.
A partire dalla prima metà degli anni Ottanta, la crescita dell’Italia ha subito un progressivo rallentamento portandosi sistematicamente al di sotto della media europea e della media dei paesi Ocse (1), registrando un ulteriore peggioramento con l’avvento della crisi economica. Ma l’aggravarsi della crisi europea e le nubi che si profilano sull’orizzonte dello sviluppo mondiale favoriscono sempre più una lettura della stagnazione italiana a carico di fattori esterni alla sua economia, evitando di inquadrare le cause ultime di un processo di declino che, se lasciato a se stesso, è destinato a portare il paese in un punto di non ritorno.
Nel frattempo sappiamo che, rispetto ai valori pre-crisi, l’Italia ha perso il 25% della produzione industriale, che “le esportazioni in volume sono cresciute a un tasso nettamente inferiore alla media dell’Area euro” (cfr CER, 2), mentre dal lato delle importazioni si registra un tendenziale aumento dei flussi dall’UE soprattutto per quanto riguarda i manufatti (3). Aggiungendo che la perdita di slancio delle esportazioni e l’aumento di importazioni di manufatti si concentra nell’area dei “beni capitali” rappresentativa delle produzioni ad alto contenuto tecnologico.
Tutto questo concorre dunque a confermare che, all’interno del quadro di crisi e delle pur manifeste difficoltà che implicano l’economia europea, l’Italia registra uno scarto di competitività riconducibile ad un deficit di presenza nei settori a più elevata intensità di conoscenza, che ne blocca lo sviluppo alla base.
Il Paese, infatti, non solo non è in grado di intercettare la domanda mediamente più dinamica in questi settori, ma non è neppure in condizioni di assicurare il fabbisogno di innovazione necessario al proprio sviluppo, dovendo far sistematicamente ricorso ad importazioni e andando incontro – per questo – ad una situazione di deficit strutturale della bilancia commerciale. Con la conseguenza che la ripresa che potrebbe derivare da un nuovo slancio del ciclo economico internazionale sarebbe già in partenza frenata dal “drenaggio” di ricchezza che la presenza di un vincolo da debito estero comporta (4).Le tendenze recessive in atto a livello nazionale risultano peraltro rafforzate nell’ultimo triennio dall’ulteriore deriva del Mezzogiorno del Paese, con l’emergere di un vero e proprio processo di desertificazione industriale (come autorevolmente registrato dalle analisi dei Rapporti della Svimez). Un processo trainato dal più accentuato calo della domanda interna in quest’area e dalla preesistente fragilità di un tessuto industriale meno consistente e ancor più focalizzato su specializzazioni produttive di tipo tradizionale. Questa caduta – che appare ormai quasi totalmente prescindere dal ciclo europeo – risulta tanto più rovinosa se si considera il progressivo impoverimento in termini di forza lavoro qualificata sia per i deflussi di “capitale umano” verso Nord (5), sia per un processo di vero e proprio disinvestimento sulla formazione universitaria in Italia, che sempre più si concentra negli Atenei meridionali come drammaticamente riportato nel Rapporto 2015 della Fondazione Res “Nuovi divari . Un’indagine sulle Università del Nord e del Sud” curato da Gianfranco Viesti e presentato l’11 dicembre a Palermo. Ma quel che è più grave è che la fuga dall’investimento in conoscenza non è che il sintomo più appariscente di un circolo vizioso in cui è entrato l’intero Paese e di cui il Mezzogiorno non è che la cartina di tornasole. A forza di lasciare che il sistema industriale non incrementasse la sua presenza in settori ad alta tecnologia – ma potenziasse al contrario le condizioni di sopravvivenza dei settori di tipo tradizionale – la domanda di lavoro qualificato in Italia è diventata relativamente “ridondante”, anche a fronte di una quota esigua e declinante nel numero di laureati sulla popolazione, che segna ultimamente un nuovo record con il sorpasso da parte della Turchia. Dimostrando – se si porta alle estreme conseguenze il ragionamento – che investire in conoscenza è, al limite, uno “spreco”. L’inabissamento dell’economia meridionale, il crollo della sua industria e la deriva del suo sistema universitario, sono dunque l’esito ultimo di una degenerazione del tessuto complessivo dell’economia nazionale, che ha fatto seguito all’abbandono di una visione di politica industriale che ha guidato in origine lo sviluppo dell’economia dell’Italia (6). Una visione di tipo strategico che – come ci richiama a riconsiderare con attenzione Mariana Mazzucato (7) nel suo “Lo Stato imprenditore” – non può mancare se l’obiettivo vuole essere quello di tracciare le linee di una reale politica di sviluppo che faccia leva sulla conoscenza. Ma soprattutto una visione in cui si recuperi il senso della necessità di quell’azione pubblica senza la quale – come la storia e le vicende di paesi più competitivi del nostro dimostrano – l’innovazione è destinata ad essere poco più che whishful thinking. Un’agenda tutta da ripensare e ricostruire, in cui si affermi un’inedita regia di “politica industriale” di cui il Mezzogiorno deve diventare parte integrante.

Riferimenti bibliografici
(1) Gianni Toniolo e Vincenzo Visco, Il declino economico dell’Italia, 2004, Bruno Mondadori.
(2) CER, Rapporto 3/2014
(3) Istat, Statistiche sul commercio estero, 24 novembre 2015
(4) Stefano Lucarelli, Daniela Palma e Roberto Romano, Quando gli investimenti rappresentano un vincolo, 2013, Moneta e Credito.
(5) Daria Ciriaci, Does University Quality Influence the Interregional Mobility of Students and Graduates? The Case of Italy, 2014, Regional Studies, Taylor and Francis.
(6) Patrizio Bianchi, La rincorsa frenata, L’industria italiana italiana dall’unità nazionale alla crisi globale, 2013, il Mulino.
(7) Mariana Mazzucato, The Entrepreneurial State, 2013, Anthem Press

(pubblicato su Centro Studi Città della Scienza il 18 dicembre 2015)

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4 Commenti

  1. Il declino è la conseguenza della professionalizzazione della politica, della sua incapacità di muovere le passioni, il senso dello stato e l’orgoglio nazionale. E’ la conseguenza dell’ individualismo sfrenato , la mancanza di un comun sentire e l’incapacità di vedere oltre il proprio orto che fanno di questo paese un piccolo paese, e del luogo dove si dovrebbe formare la coscienza nazionale, la scuola e l’università, un mercatino.

  2. Tutto vero, complimenti. Anche per il soggetto inconsueto su ROARS. A tutto questo aggiungerei la crescente, volontaria ed inesorabile deriva degli Universitari verso attività meramente autoreferenziali (vedi i dettami ANVUR). Anche questo aspetto, vanificando un qualunque rapporto tra Università e Società, contribuisce a rendere irreversibile il declino del Paese.

  3. Sono assolutamente d’accordo con l’analisi proposta. Partendo da questa premessa, sarei curioso di avere qualche dato in più in relazione ad affermazioni come “situazione di deficit strutturale della bilancia commerciale”, considerato che sui giornali, ma anche sul sito Istat, si legge altro: ad es. http://www.mark-up.it/export-una-bilancia-commerciale-da-podio-per-litalia/
    http://www.istat.it/it/archivio/bilancia+commerciale
    http://www.repubblica.it/economia/2016/01/18/news/istat_commercio_estero-131509052/?ref=search
    Grazie!

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