Segue la recensione di un pamphlet che in questi giorni sta facendo molto parlare di sé: Al limitedella docenza. Piccola antropologia del professore universitario, un ritratto spietato dei professori universitari realizzato da un insider dell’accademia stessa. Il libro, pur partendo da intenti meritori e da fatti veri, non coglie nel segno.

(apparso originariamente su UniNews24)

 

Al limite della docenza. Piccola antropologia del professore universitario

di Stefano Pivato

Pubblicato nel Gennaio 2015

Donzelli editore, 17€,  pp. VI – 122

ISBN: 9788868431709

Costruire il consenso sulle paure della gente, soffiando sulle braci dell’avversione per una determinata etnia (“i Rom”), cultura (gli “arabi”), religione (“l’Islam”), classe sociale (“i ricchi”), professione (“i politici”) … è una delle mosse considerate più scorrette in politica – oltre che una delle più diffuse ed efficaci. La tecnica è semplice: proprio come quando devi ravvivare un fuoco, parti da una brace e soffi fino a farla diventare un fuoco. Spesso non c’è nemmeno bisogno delle menzogne, anzi: gli istigatori più efficaci sono quelli che partono da singoli fatti veri e concreti e li generalizzano a sproposito, scaricando su intere categorie le colpe di singoli individui.

Questa tecnica la impiega anche l’ex Rettore di Urbino, il prof. Stefano Pivato, nel redigere il pamphlet polemico Al limite della docenza. Piccola antropologia del professore universtiario, pubblicato a inizio 2015 da Donzelli editore. Il compito che si prefigge l’autore è importantissimo: bucare la cortina di “sostanziale indifferenza per ciò che accade nelle aule degli atenei” (p. 27) per formulare una “antropologia” del docente universitario, presentando questa figura anche al di fuori della torre d’avorio. Vista l’importanza del compito, si potrebbe pensare che un libro che si ponga la domanda “chi è il docente universitario” non possa che svolgere un’opera utile e meritoria. Vedremo perché purtroppo, almeno a mio giudizio, non è così.

Il mostro-barone, un’immagine parziale – l’archetipo del professore descritto da Pivato è una cornucopia di vizi: un egocentrico narcisista e litigioso, un fannullone che lavora meno dei suoi colleghi europei, insofferenteai doverosi adempimenti burocratici, spesso e volentieri coinvolto in scandali sessuali o concorsuali, autore di (pochi) lavori che non interessano a nessuno, e che nessuno leggerebbe se lui stesso non li prescrivesse ad un corso. E ancora: in una tabella (p. 78) Pivato sistematizza le caratteristiche che pongono l’archetipo umano del barone al di là della destra e della sinistra: narcisismo, autoreferenzialità, immobilismo, nepotismo, per citarne solo alcuni.

Pur condannando la stampa “pressapochista e incline a cogliere lo scandalo” (p. 102), ed affermando l’importanza di analizzare per comprendere anziché limitarsi allo “scandalismo”, che “non spiega che in parte la realtà” (p. 6), il ritratto dell’accademico che emerge del pamphlet sembra coincidere con l’immagine narrata da diversi anni a questa parte nella stampa scandalistica, immancabilmente sollecita nello “sbattere il mostro in prima pagina”. Quello del “mostro barone” è peraltro solo un sottogenere del più ampio genere letterario del “mostro dipendente pubblico”, particolarmente popolare (e politicamente funzionale) in questi decenni di privatizzazioni e di dimagrimento forzato degli Stati. Nel sistematizzare quest’immagine e arricchirla di profondità, Pivato pretende di aver delineato (o almeno abbozzato) un’antropologia. Si tratta però di un’immagine caricaturale, la cui pretesa di valore antropologico va rigettata. Perché? Si tratta di un’immagine totalmente fittizia?

Sarebbe sbagliato e forse perfino ridicolo negare che l’immagine di docente-barone disegnata da Pivato non descriva in modo ficcante molti dei professori che ho conosciuto. Sebbene la mia esposizione all’ambiente accademico sia decisamente più breve e più indiretta di quella dell’ex-Rettore, avendo bazzicato diversi organi istituzionali e avendo conosciuto di persona svariati Senatori Accademici e Rettori, ho provato un forte senso di déjà-vu rispetto alle parole del libro. Io stesso sono approdato di fronte alla considerazione di come molti professori (in particolare ordinari), magari tenaci sostenitori dei valori “di sinistra” nel dibattito pubblico sulle pagine dei giornali, una volta entrati nei muri dell’accademia fossero particolarmente insofferenti alla democrazia interna degli atenei e alla pretesa di trattare i ricercatori precari come loro pari anziché come pariah; più volte ho sentito raccontare di certe “acrobazie concorsuali” per sbarrare la strada a qualche candidato sgradito o spianarla a qualche volto noto; come immagino sarà capitato a molti studenti di facoltà umanistiche, molto spesso ho avuto l’impressione di avere a che fare con docenti narcisisti ed autoreferenziali – tanto che posso affermare senza esagerazioni che la capacità di prevedere e assecondare ciò che il docente voleva sentirsi dire alle interrogazioni ha contribuito al mio successo di studente universitario molto di più dello studio diligente.

L’immagine evocata da Pivato quindi si alimenta di persone vere e scandali reali. E allora, cosa c’è che non va?

La risposta è tanto semplice da rischiare di suonare come banale, ma credo che vada presa molto sul serio: nel raccontare gli accademici, Pivato racconta solo una parte della verità: quella più scandalistica, che fa più notizia, che “vende bene” perché stimola l’ipertrofico organo dell’indignazione dei lettori italiani. Nonostante denunci gli “articoli di giornale” che “di tanto in tanto s’intrattengono sugli scandali che emergono all’università” in cui “generalmente […] la denuncia e l’invettiva prevalgono sulla volontà di comprendere” (p. 27), l’autore non si impegna a formulare una diagnosi di questi vizi, al di là di accennare all’invecchiamento del corpo docente provocato dal blocco del turnover di questi ultimi anni.

Peggio ancora, quasi niente viene detto invece dei docenti per bene (menzionati di sfuggita solo nelle ultime righe), che nonostante le difficoltà in cui versano gli atenei continuano imperterriti a svolgere il loro lavoro di ricercatori e di docenti, che rispondono alle mail degli studenti e, quando forniscono loro il proprio numero di telefono, lo fanno per aiutarli a redigere una tesi e non già per abusarne.

Non intendo sostenere che l’accademia pulluli di eroi senza difetti, né tantomeno che questi docenti con la schiena dritta siano una maggioranza silenziosa, laddove i mostri di Pivato costituiscano delle eccezioni clamorose. Tuttavia passare sempre sotto silenzio la quotidianità “non patologica” degli atenei e assimilare anche i docenti “normali” ai peggiori esemplari dellacategoria è una prassi ingiusta, e non solo: contribuisce a solidificare anziché problematizzare i luoghi comuni, consegnandoli rinsaldati al dibattito pubblico grazie all’autorità di chi parla per esperienza, fomentando così quelle reazioni populiste e forcaiole che finiscono per buttare via il bambino assieme ai panni sporchi.

Prolegomeni ad ogni antropologia del professore universitario che vorrà presentarsi come scienza – A fronte di queste considerazioni, mi sento di dire che Pivato abbia fallito il compito a cui egli stesso si era ripromesso di assolvere: avviare una proficua riflessione sull’antropologia del docente universitario. Si potrebbe forse concedere al libro il merito di aver messo in evidenza la seguente domanda (importante e delicata): “qual è l’identikit del professore universitario?”

Purtroppo, quando si tratta di rispondere a domande così importanti e delicate, una cattiva risposta come quella di questo libro è molto peggio che nessuna risposta. L’ex rettore cede ampiamente al medesimo vizio che (giustamente!) recrimina ai giornalisti: indulgere a una narrazione “pressapochista e incline a cogliere lo scandalo […] contribu[endo] ad accrescere la misteriosità della vita accademica” (p. 102). Una narrazione sicuramente “vera”, ma quanto mai “parziale” ed inflazionata: per conoscere il “docente-mostro” bastava una ricerca con le parole chiave “professore universitario” sui motori di ricerca dei principali quotidiani italiani; che bisogno c’era di scriverci un intero libro?

Resta così aperta la questione di come formulare un identikit del professore che aiuti a comprenderlo anziché banalizzarlo. Di certo la soluzione non passa dall’omertosa (e ridicola) negazione degli episodi scandalistici, né da un lavoro apologetico; piuttosto, potrebbe essere una buona idea non limitarsi ad enunciare i vizi, ma ipotizzarne le cause per valutare come correggerli. Ad esempio, anziché limitarsi alla pur importante constatazione che i docenti siano disinteressati alla didattica, si potrebbe ipotizzare che a questo disinteresse concorra l’enfasi ossessiva per la valutazione “quantitativa” dellaricerca – ben descritta dallo slogan “publish or perish”. Un lavoro di questo tipo non si può reggere solo sull’esperienza soggettiva, sia pure quarantennale, di un singolo: va supportato (anche) con dati e analisi ampi. Pivato mette in campo alcuni di questi dati nel quarto capitolo, dove svolge in effetti alcune riflessioni profonde; è un peccato che non abbia approfondito ulteriormente.

Infine, chiunque voglia dipingere una fotografia credibile dell’accademico, deve saper rendere conto delle mille sfumature della cocciutaggine con cui si affeziona alla sua materia. In apertura al suo libro, Pivato invoca la figura di Bernardino Lamis, un povero professore di storia nato dalla penna di Pirandello, che al termine della novella L’eresia catara è talmente infervorato nel tenere la sua lezione da non accorgersi che l’aula è piena… ma di soprabiti, non già di studenti. Laddove Pivato sembra vedere in Lamis solo un simbolo di tristezza e di miope autoreferenzialità, il bravo antropologo dovrà tener conto anche di quei sentimenti che la novella suscitò in me, quando la lessi poco più che dodicenne: un accenno di empatica pena sovrastato però dall’ammirazione per un uomo che ha rinunciato a tutti per perseguire, con la caparbietà di cui è capace solo un innamorato, la sua materia.

“Pentiamoci e frustatevi!” Infine, mi si conceda di esprimere qualche breve considerazione per così dire “generazionale”. Nonostante il paradossale distacco con cui parla dei “mostri-baroni” in terza persona, Pivato ha l’onestà intellettuale di ammettere di essere parte in causa, visto che “da circa quant’anni partecipa alla vita accademica in ruoli spesso non secondari” (p. 8). Ruoli “non secondari” è un’espressione decisamente eufemistica se si considera che l’autore è stato Preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Urbino per due mandati, dal 2000 al 2008, e poi Rettore dello stesso ateneo dal 2009 al 2014.

Sembra dunque legittimo pensare che Ai limiti della docenza sia (anche) una sorta di sfogo, di confessione: un tentativo coraggioso di (invitare i proprio colleghi a) lavare i panni sporchi in pubblica piazza anziché continuare a farlo entro le mura dell’accademia. Un tentativo che sarebbe andato probabilmente meglio se non fosse stato condizionato dall’acredine accumulata in quattro decadi. Al termine della confessione, Pivato propone anche una formula per redimere i docenti: pur ammettendo anch’egli che “i posti dovranno arrivare, altrimenti l’università rischierà l’asfissia” (p.115), per recuperare credibilità agli occhi della società invita i suoi colleghi a smettere di “chiedere posti (che non ci sono), ripet[ere] di volere i concorsi (che non ci sono), domand[are] giornalmente danari (che sono finiti da un pezzo)” (pp. 114-115), e rassegnarsi piuttosto ad una “decrescita felice”.

Peccato che Pivato è in una posizione sospettosamente comoda per invitare i suoi colleghi a rassegnarsi alla decrescita: egli è infatti un ordinario a fine carriera, uno status che gli conferisce la certezza di uno stipendio e di una pensione tutto sommato dignitosi. Se dunque l’università dovesse continuare nel suo processo di decrescita, per il momento tutt’altro che felice, a pagarne il prezzo non sarebbero né lui né i “baroni-mostri” descritti nel suo libro, quanto piuttosto i giovani ricercatori precari della mia generazione, che, stando al Rapporto 2014 dell’ADI, con questo ritmo di turnover hanno una probabilità del 3,4% di ambire a una posizione di ruolo in Italia. Ben inteso: riterrei scorretto quest’invito anche se provenisse da un mio collega dottorando, visto che l’Italia ha una quantità di professori e ricercatori nettamente inferiore alla media europea. Ma non riesco a non pensare che un simile invito suoni terribilmente di cattivo gusto se formulato da un ex Rettore – un po’ come quel vecchio adagio attribuito ai “baroni rossi” durante il ’68: non più “armiamoci e partite”, ma “pentiamoci ed espiate le nostre colpe”.

 

Per la recensione di Giorgio Sirilli vedi qui.

Send to Kindle

9 Commenti

  1. Basta! Veramente non se puo’ piu’. Mancava all’appello dei denigratori generalisti un ex Rettore e, se posso dirla tutta, non si capisce per quale motivo non si metta serenamente a riposo stante la pessima considerazione che ha e la vignettistica con la quale descrive i professori universitari. Ma Lei dov’era prof.Pivato? Cosa ha fatto per modificare la situazione che con sarcarso e piacere descrive?
    Quella dei baroni e’ una categoria praticamente estinta e mi sembra sinceramente patetico continuare ad utilizzare quel termine. In universita’, accanto ai fannulloni, agli arroganti ed ai presuntuosi, la minoranza direi, lavorano centinaia, migliaia di di docenti con passione, con impegno, con dedizione.
    Continuare a descriverci come una banda di cialtroni non fa bene a nessuno, ai

  2. Anch’io ne ho conosciuti e ne conosco più d’uno di baroni, o anche baronetti, del tipo “egocentrico, narcisista e litigioso”, e anche autoreferenziale. Ma, dalla mia esperienza, nei settori bibliometrici si tratta spesso anche di persone preparate o preparatissime, note anche a livello internazionale. Gente con cui magari si evita volentieri di andare a pranzo o nel cui caso si spera finisca presto interventi fiume (su di sé e la propria bravura) ai vari consigli. Evitando insomma di essere la platea plaudente in ogni circostanza, di cui questi baroni sembrano avere costantemente bisogno, ma riconoscendone l’impegno e la bravura.
    Poi capita che qualcuno di essi, magari invece solo autoreferenziale, comunque preso dalla stessa inesauribile voglia di attenzione, scriva un’autobiografia di più di cento pagine. Il passo successivo sarebbe la partecipazione all’Isola dei Famosi, con altri simili morti di fama. Non prima, però, di una serata a commentare il plastico dell’università di Urbino in una trasmissione di Vespa.
    .
    Sicuramente eviterò di leggere questo libro, come è stato per “I miei primi 40 anni” di Marina Ripa di Meana (che però sarebbe stato sicuramente meno noioso), allo stesso modo in cui mi risparmierò la vista di Pivato in tanga fra i lucertoloni di qualche isola selvaggia.

    • Concordo e confermo. Grande qualità tecnico-professionale (in alcuni, ovviamente rarissimi casi, qualcosa che può assomigliare al genio) e grande, non di rado urtante o patetica mediocrità umana: sostanzialmente il massimo che un uomo, e in particolare un accademico, e ancor più in particolare un accademico italiano possa offrire.
      Se è così, lo è secondo leggi ben chiare e infrangibili; quindi, come sempre, descrivere ha senz’altro un senso, invocare palingenesi (in questo caso palingenesi antropologiche) no

  3. bucare la cortina di “sostanziale indifferenza per ciò che accade nelle aule degli atenei”

    —————–

    Impresa titanica, direi. Penso che in questo momento alla gente comune non interessi quasi per nulla ciò che accade negli atenei. Sono convinto che il libro verrà acquistato prevalentemente da altri docenti universitari. E forse in questo modo potrebbe raggiungere un altro scopo, ovvero quello di svegliare certe coscienze un po’ assopite (e incanutite).

  4. Concordo in tutto e per tutto con l’autore dell’articolo. Oltretutto l’idea della posizione “sospettosamente comoda” è rafforzata dal fatto che fosse uno dei membri della commissione per l’ASN 2012-13 per storia contemporanea. Appena terminati i lavori è uscito il libro…

  5. Il narcisismo credo sia diffuso in ogni ruolo dove si ambisce a un minimo di potere e le chances di riuscire sono poche: se non si crede di essere Napoleone, non si diventa nemmeno comandante dei vigili urbani. Io purtroppo l’ho scoperto all’Estero, perché in Italia ho conosciuto dei Signori: preparati, disponibili, umili.

    Non sarebbe bello dire che bravi-arroganti e meno-bravi-miracolati ci sono ovunque: non è una scusa. Ma non è un po’ cosi’ in ogni settore?

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.