Si moltiplicano le voci – anche istituzionali – che denunciano il disagio ormai insopportabile causato dai criteri, parametri, moduli, regolamenti, algoritmi e schede che avrebbero dovuto rendere più trasparente ed efficace la gestione della didattica nelle nostre università e hanno prodotto al contrario confusione e un vero e proprio supplizio burocratico. Questo spazio, nel quale verranno raccolti tutti i riferimenti alle prese di posizione che a vario titolo e in vario modo convergono sull’obiettivo di ottenere dal governo un radicale cambiamento di rotta, vuole essere un contributo costruttivo e non inutilmente polemico, come dimostrano le proposte concrete con le quali Giovanni Salmeri e Stefano Semplici hanno detto il loro “ora basta!”. La promessa di un’Italia più semplice deve valere anche per l’Università.

 

11. Lettera del Presidente ANVUR, prof. Stefano Fantoni, del 16.5.2014

10. Lettera dei Presidenti dei CDS dell’Università di Siena su AVA.

9. Lettera del Rettore della Sapienza, Luigi Frati, al Presidente dell’Anvur Fantoni.

8. Interrogazione parlamentare su AVA (14 maggio)

7. Replica del Presidente dell’ANVUR, Stefano Fantoni (9 maggio)

6. Lettera del Presidente della CRUI, Stefano Paleari, al Presidente dell’ANVUR e al Ministro (8 maggio)

5. Dichiarazione della Conferenza delle Facoltà e Scuole di Medicina e Chirurgia (8 maggio)

4. Intervento di Antonio Da Re (Presidente dei corsi di studio in filosofia dell’Università di Padova), con una lettera indirizzata al Rettore (8 maggio)

3.  Giuseppe Bianchi, Nicola Blefari Melazzi, Ernesto Limiti a proposito dello scritto di Salmeri e Semplici (8 maggio 2014)

2. Giovanni Salmeri e Stefano Semplici a proposito di AVA (5 maggio 2014)

1. Lettera del CCS di laurea triennale in filosofia di Roma Tor Vergata al Rettore Novelli (30 aprile 2014)


11. Lettera del Presidente ANVUR, prof. Stefano Fantoni, del 16.5.2014

Accreditamento_visite in loco


10. Lettera dei Presidenti dei CDS dell’Università di Siena su AVA.

lettera_presidenti_cds_unisi_AVA


8. Interrogazione parlamentare su AVA a firma Nicoletti, Galli, Ghizzoni

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE

 

NICOLETTI, GALLI CARLO, GHIZZONIAl Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – Per Sapere – Premesso che:

negli ultimi anni nel nostro Paese si sono moltiplicati gli interventi legislativi e amministrativi volti a riformare le università e gli enti di ricerca. La finalità dichiarata di questi interventi sta nella volontà di rendere più efficiente il sistema dell’alta formazione e della ricerca, migliorando la qualità della didattica e della produzione scientifica, attraverso appropriate procedure di valutazione e di incentivazione. Sulla base di queste finalità è stata creata una specifica Agenzia di valutazione (ANVUR) con il compito di coordinare le attività di valutazione dei prodotti scientifici (VQR), dei profili scientifici di commissari e candidati nei concorsi di abilitazione (ASN), dei requisiti relativi alla qualità della didattica (AVA);

se da un lato non si può che apprezzare il fatto che il sistema universitario e della ricerca italiano sia stato sottoposto a una procedura sistematica di valutazione sulla base di parametri internazionalmente riconosciuti e che, più in generale, si sia sviluppata una “cultura della valutazione” che ha superato l’idea che vi possano essere settori istituzioni pubbliche o finanziate da denaro pubblico sottratte a una verifica puntuale della loro qualità, d’altro lato non si può non rilevare come il modo in cui tale procedura è stata applicata abbia prodotto risultati contraddittori, come lo stesso Ministro on. Giannini ha riconosciuto il 1 aprile scorso nel corso dell’audizione presso la Commissione VII del Senato: «Invece di semplificare, in alcuni casi abbiamo complicato. Invece di chiarire, in alcuni casi abbiamo creato nuove ambiguità. Mi limito a due soli esempi. Il primo riguarda le procedure dell’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN). […] Il secondo esempio riguarda la formulazione dei criteri per l’ANVUR. L’effettiva operatività dell’Agenzia, a seguito dell’entrata in vigore del Regolamento (D.P.R. 1 febbraio 2010 n. 76) ha infatti portato a un delicato equilibrio fra potere di indirizzo del Ministero e poteri di accreditamento e valutazione dell’Agenzia. L’ho già detto qualche giorno fa, partecipando proprio alla presentazione dell’importante Relazione 2013 di ANVUR: bisogna scongiurare il rischio che l’Agenzia diventi un controllore ex ante e bisogna rafforzarne sempre di più il ruolo di valutatore ex post»;

negli ultimi tempi è cresciuto il disagio della comunità universitaria relativo all’applicazione del sistema AVA (Autovalutazione, Valutazione periodica, Accreditamento). Per esprimere questo disagio si sono levate negli ultimi giorni numerosissime voci di docenti e responsabili di strutture universitarie. Non si tratta di persone che non svolgono con coscienziosità la loro delicata funzione di formatori e ricercatori, al contrario si tratta di coloro che, nonostante la drammatica scarsità di risorse economiche e lo scarso riconoscimento della loro funzione sociale, continuano a garantire a moltissime università e istituti di ricerca italiani un eccellente livello di insegnamento e di produzione scientifica (come attestato dallo stesso rapporto ANVUR http://www.anvur.org/attachments/article/644/Rapporto%20ANVUR%202013_UNIVERSITA%20e%20RICERCA_integrale.pdf);

da ultimo di tale disagio si è fatto autorevole interprete il Presidente della CRUI, prof. Stefano Paleari, in una lettera dell’8 maggio al Presidente dell’ANVUR, prof. Stefano Fantoni, in cui si chiede di «riflettere radicalmente sull’aggravio burocratico» a cui sono soggette le strutture universitarie, ribadendo al tempo stesso la piena disponibilità a collaborare al processo di valutazione;

a tale richiesta il Presidente dell’ANVUR ha risposto il giorno 9 maggio 2014 richiamando il fatto che il sistema AVA è il prodotto di «procedure e direttive europee» e che, per «modificare l’impostazione di una assicurazione di qualità forse troppo attenta agli aspetti formali e amministrativi, bisognerebbe – dopo un’accurata riflessione – porre il problema a livello europeo»;

le direttive europee richiamate dal Presidente dell’ANVUR non impongono un determinato sistema di valutazione – tanto meno di tipo ottusamente burocratico – ma indicano standards e guidelines che spetta ai diversi Paesi tradurre in un concreto sistema;

le stesse direttive europee esplicitamente raccomandano che il processo di assicurazione della qualità si avvalga di una valutazione preliminare di impatto per garantire che le procedure adottate siano appropriate e non interferiscano più del necessario con il normale lavoro che le università sono chiamate a svolgere («As external quality assurance makes demands on the institutions involved, a preliminary impact assessment should be undertaken to ensure that the procedures to be adopted are appropriate and do not interfere more than necessary with the normal work of higher education institutions» (http://www.enqa.eu/wp-content/uploads/2013/06/ESG_3edition-2.pdf);

il sistema AVA nella sua articolazione specifica dipende da disposizioni ministeriali (da ultimo il DM 47/2013) e da iniziative dell’ANVUR che per essere modificate non necessitano di alcun intervento “a livello europeo”;

 

il sistema AVA appare andare in direzione contraria rispetto a quella auspicata non solo dall’intera comunità universitaria ma dallo stesso Governo, posto che, anziché semplificare, rendono inutilmente complesso e macchinoso il procedimento di valutazione dell’offerta didattica

se il Ministro interrogato non ritenga opportuno:

–        sospendere immediatamente le procedure legate al sistema AVA nella sua attuale formulazione;

–        individuare di concerto con gli organi di rappresentanza del sistema universitario e in modo sintetico gli essenziali requisiti quantitativi e qualitativi che i corsi di studio devono possedere, evitando di appesantire le strutture universitarie con la richiesta di compilazione di moduli e documenti che non forniscono né agli studenti né alle strutture di valutazione elementi reali di conoscenza;

–        promuovere una radicale revisione delle procedure dell’ANVUR per dotare l’università italiana di un sistema rigoroso, trasparente e semplice di valutazione della qualità della didattica.


7. Replica del Presidente dell’ANVUR, Stefano Fantoni 
CRUI_linee guida accreditamento_periodico_risp_ANVUR


6. Lettera del Presidente della CRUI, Stefano Paleari, al Presidente dell’ANVUR e al Ministro

503_Fantoni_linee guida accreditamento

5. Dichiarazione della Conferenza delle Facoltà e Scuole di Medicina e Chirurgia
La Conferenza delle Facoltà e Scuole di Medicina e Chirurgia, nella riunione dell’8 Maggio 2014, ha espresso all’unanimità condivisione della sostanza del testo dei professori Salmeri e Semplici.

La Conferenza intende con ciò da un lato ribadire la necessità della valutazione del sistema universitario, dall’altro intende associarsi a chi esprime la propria contrarietà alla burocratizzazione time-consuming e inefficiente della valutazione stessa.

Eugenio Gaudio, Presidente della Conferenza delle Facoltà e Scuole di Medicina e Chirurgia


2. Giovanni Salmeri e Stefano Semplici a proposito di AVA (5 maggio 2014)

L’interesse e il consenso suscitati dal nostro intervento sull’università che uccide se stessa ci hanno veramente colpiti. È un’ulteriore prova del fatto che tanti professori, che come noi amano il loro lavoro, davvero non ce la fanno più. Abbiamo così deciso, insieme ai nostri colleghi di Filosofia di Roma Tor Vergata, un ulteriore passo, consegnando al nostro Rettore una lettera il cui contenuto speriamo possa essere condiviso dal maggior numero possibile di corsi di studio, dipartimenti, società scientifiche, che invitiamo ad assumere subito iniziative analoghe. Non è il momento di altri appelli o manifesti sottoscritti a titolo personale. È il momento di una assunzione di responsabilità istituzionale, fino al coraggio di concrete e forti forme di protesta se necessario, di fronte ad una situazione che solo a chi nella vita si occupa di altro può non apparire insostenibile. E per questo è importante che siano Consigli, Collegi dei docenti, Direttivi ad esprimersi, in modo da creare una «evidenza» anche mediaticamente significativa e una pressione che costringa Governo e Parlamento ad intervenire con la decisione finora solo promessa (e neppure sempre). Dobbiamo essere tanti e non perdere tempo. Il clima politico potrebbe essere in fondo favorevole, visto che proprio il Governo, a prescindere dalla valutazione che ognuno di noi può dare del suo operato, ha indicato come una delle sue priorità la lotta al delirio burocratico.

Il primo e fondamentale punto sul quale intervenire, anche con lo strumento del decreto legge se necessario, è il rapporto fra la responsabilità politica del Ministero e quella tecnica dell’ANVUR. L’Agenzia era stata costituita nel 2006 con compiti di «valutazione esterna della qualità delle attività delle università e degli enti di ricerca» e di «indirizzo, coordinamento e vigilanza delle attività di valutazione demandate ai nuclei di valutazione interni degli atenei e degli enti di ricerca». Con il Regolamento del 2010 che ne ha definito struttura e funzionamento e con i provvedimenti attuativi della Legge 240/2010 (legge Gelmini) sono state poste le premesse normative per la trasformazione dell’ANVUR in un soggetto che non si limita ad elaborare e proporre, ma fissa e definisce «requisiti didattici, strutturali, organizzativi, di qualificazione dei docenti e delle attività di ricerca, nonché di sostenibilità economico-finanziaria». Il Direttivo dell’ANVUR è diventato così il vero luogo nel quale si decidono le sorti dell’università italiana, come lapidariamente stabilito, per quanto riguarda l’accreditamento di sedi e corsi, nel Decreto Legislativo 27 gennaio 2012, n. 19: «L’ANVUR […] definisce gli indicatori per l’accreditamento iniziale e periodico delle sedi e dei corsi di studio universitari e li comunica al Ministero. Gli indicatori sono adottati con decreto del Ministro entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione». Al Ministro, insomma, resta solo il compito di tradurre in decreti le scelte e gli algoritmi dell’ANVUR, circonfusi dell’aura di una sacrale «oggettività». Tutti possono vedere in che misura ciò abbia contribuito alla semplificazione, efficienza, efficacia e trasparenza annunciate come obiettivo della legge Gelmini. È arrivato il momento, senza ulteriori indugi, di ricondurre l’attività dell’ANVUR alla sua funzione ausiliaria – non decisionale – e di “servizio” (svolta in modo eccellente, per esempio, con il Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013), lasciando a chi governa gli onori e gli oneri del suo ruolo. Bisogna in ogni caso chiedersi seriamente se non sia il caso di ispirarsi alla Raccomandazione del Parlamento europeo del 15 febbraio 2006, n. 4, che riconosce la possibilità di una pluralità di agenzie indipendenti e non impone l’affidamento ad un’unica agenzia di nomina governativa di una concentrazione inaudita di poteri di controllo e di indirizzo.

Questo intervento è indispensabile anche per restituire serenità al confronto sui criteri e le procedure di valutazione dell’attività di ricerca, salvando il bambino e buttando la molta acqua sporca della VQR. E una moratoria sulla nuova edizione per il quadriennio 2011-2015 sarebbe probabilmente un gesto di saggezza, di fronte alla evidente necessità di mettere a punto una macchina più agile, meno oppressiva e meno ossessivamente finalizzata alla distribuzione di premi e punizioni, piuttosto che all’obiettivo di evidenziare e sanare ritardi e inefficienze. Per quanto riguarda la didattica, dalla quale crediamo che si possa e debba partire subito, anche per rilanciarne il ruolo insostituibile per la missione dell’università e dei suoi professori, siamo convinti che alcuni interventi immediati, in buona parte realizzabili attraverso lo strumento di un nuovo decreto ministeriale di modifica del decreto AVA (dopo quello firmato dal Ministro Carrozza alla fine del 2013), darebbero un segnale importante e contribuirebbero a restituire un minimo di fiducia a chi oggi è schiacciato e umiliato dal peso di norme che si raddoppiano e triplicano senza per questo riuscire ad acquistare un senso. Proviamo ad offrire alcuni esempi.

-Si deve tornare – e proprio con l’obiettivo di non consentire la sopravvivenza di Corsi di studio privi dei presupposti indispensabili – ad una indicazione semplice e chiara dei requisiti necessari di docenza e numerosità degli studenti. Per quanto riguarda in particolare i primi e la sostenibilità della didattica, non sono necessari complicati algoritmi e sarebbe molto più efficace limitarsi ad aggiungere a quella del numero totale dei docenti richiesti una inaggirabile indicazione della percentuale minima di copertura con docenti di ruolo degli insegnamenti di base e caratterizzanti per ogni corso di studio e una ugualmente inaggirabile indicazione del numero minimo e massimo di ore di didattica frontale obbligatorie per ogni professore universitario, quali che siano i suoi meriti sul piano della produzione scientifica. Ad ogni Ateneo spetterebbe ovviamente la responsabilità di assicurare il reale rispetto dei doveri minimi, prevedendo sanzioni quando necessario.

-I Requisiti di Assicurazione della Qualità, cosi come definiti nell’Allegato C al Decreto AVA, obbligano ad un inaccettabile sacrificio di tempo e di serenità per la redazione di documenti in cui si parla perlopiù di riunioni immaginarie con discussioni immaginarie su argomenti immaginari. La loro pura e semplice eliminazione, contestuale a quella dei Presidi di Qualità (basta e avanza il Nucleo di Valutazione) non sarà rimpianta da nessuno. Vale anche la pena di sottolineare che il Decreto Ministeriale 22 settembre 2010, n. 17, richiamato nel Documento su Autovalutazione, Valutazione e Accreditamento del Sistema universitario italiano approvato dal Direttivo dell’ANVUR il 9 gennaio 2013 come il riferimento normativo che richiede l’attività di un Presidio di Qualità, indica all’art. 4 proprio i Nuclei di Valutazione come gli organismi responsabili della verifica della sussistenza dei livelli di qualità, inserendo solo nell’Allegato A l’indicazione di un presidio d’Ateneo riconosciuto dall’ANVUR.

-La scheda SUA ha mostrato la sua inadeguatezza. Essa deve essere sostituita da un semplicissimo modulo in cui poter inserire le informazioni fondamentali riguardanti il corso di studio. Le sue dimensioni devono essere ridotte di almeno i 2/3 rispetto a quelle attuali. Ogni Dipartimento o Consiglio di corso di studio deve essere tenuto ad approvare il proprio piano di studio, insieme con una breve esposizione discorsiva dei criteri che lo ispirano, degli sbocchi professionali, dei programmi delle discipline e di tutte le indicazioni utili per gli studenti. Ogni volta che il piano di studio viene modificato deve essere assicurato il diritto a proseguire con l’ordinamento con cui si è iniziato il corso ed eventuali norme di transizione devono essere chiaramente formulate: in questo modo si sopprimono tutti i bizantinismi sulle «coorti» e sulla «didattica erogata» e «programmata». Va soppresso, in quanto mostratosi fallimentare e controproducente, l’obbligo di specificare gli sbocchi professionali tramite i codici ISTAT e di indicare le finalità dei corsi di laurea (o tanto peggio dei singoli insegnamenti) facendo ricorso ai «descrittori di Dublino». Ogni corso di laurea deve assicurare la pubblicizzazione di tutte le indicazioni utili per l’anno accademico successivo entro tempi che consentano ai futuri studenti una scelta informata. L’Ateneo deve vigilare sul rispetto di tale obbligo e il Ministero conserva gli usuali poteri di controllo e vigilanza.

-La scheda di riesame deve essere considerata “assorbita” nella relazione annuale sullo stato del corso di studio, preparata dalla Commissione paritetica.

-Deve essere dato immediato seguito alla richiesta avanzata nella mozione approvata dal CUN il 9 aprile, risolvendo una volta per tutte il problema del coordinamento delle banche dati RAD e SUA-CdS e garantendo la possibilità di modificare gli ordinamenti didattici secondo tempi e modalità ragionevoli.

L’elenco è ovviamente aperto. Si tratta però di chiedere al Governo, con tutta la forza necessaria, di cambiare finalmente rotta. Non è sufficiente – come ha fatto il Ministro Giannini qualche settimana fa rispondendo a chi gli domandava come intervenire contro la burocrazia nelle università – dire che ci vorrebbe il machete. La verità, purtroppo, è che molto si è parlato e scritto e sono anche state costituite commissioni ad hoc con autorevoli componenti di Crui e Cun, ma nulla è accaduto. Non è dato neppure sapere se il lavoro di quelle commissioni sia mai stato letto o considerato nelle sedi competenti. Anche per questo sarebbe bello se Rettori e Cun trovassero finalmente il coraggio e, arrivati a questo punto, la dignità per annunciare che l’Università si fermerà se non sarà fermata questa opera di devastazione. Forse hanno bisogno di una spinta dal basso, perché da soli non ce la fanno. Cerchiamo allora di aiutarli, perché davvero ORA BASTA!

1. Lettera del CCS di laurea triennale in filosofia di Roma Tor Vergata al Rettore Novelli
Roma, 30 aprile 2014.

Caro Rettore,

vogliamo esprimere con questa lettera tutto il nostro grave disagio di fronte alla situazione di progressivo e inutile inasprimento del carico di lavoro per adempimenti, dichiarazioni, moduli e altri oneri burocratici collegati al sistema AVA (Autovalutazione, Valutazione periodica, Accreditamento). L’Università italiana è in un momento molto difficile, che esige l’impegno e la collaborazione di tutti: in nessun modo vogliamo tirarci indietro.

Ciononostante, non possiamo tacere di fronte al sacrificio di una parte così importante del nostro tempo, che ci viene imposto di sottrarre all’insegnamento, alla ricerca e al nostro rapporto con gli studenti. Questo sacrificio non ci peserebbe se fosse realmente utile a migliorare l’efficienza e la qualità del nostro lavoro. Purtroppo così non è. Riteniamo che alle parole pronunciate dal Ministro Giannini il 1º aprile 2014 davanti alla VII Commissione Permanente del Senato non possano non seguire in tempi rapidissimi provvedimenti coerenti, che finora sono sempre stati solo promessi. Siamo costretti a dire, contro la nostra volontà, che in mancanza di tali interventi potremmo ritenere doveroso passare a forme concrete di protesta, che ci consentano di tornare ad occuparci pienamente delle attività proprie del docente universitario. Tra gli elementi essenziali di questo impegno crediamo che vi sia anche la disponibilità a prendere posizione pubblicamente per il bene comune e a non prestarsi a fare da schermo ad un indirizzo della vita accademica contrario ai nostri valori. In tal senso — e per mostrare lo spirito costruttivo che ci guida — ci impegniamo a formulare una proposta di alleggerimento e semplificazione del sistema AVA, nella speranza che gli organi istituzionali possano ascoltare e prendere in considerazione il nostro disagio e portare a compimento il cambiamento che auspichiamo.

Il nostro è un piccolo corso di laurea, abbiamo i nostri limiti e problemi e combattiamo come tutti contro la riduzione delle risorse che sta strangolando l’Università italiana. Cerchiamo però di lavorare con impegno, creatività e passione e non abbiamo alcun timore di essere valutati. Per quel che valgono, i giudizi sia sul piano della didattica sia della ricerca ci hanno premiati al di là delle nostre aspettative. Nei questionari compilati dagli studenti, il gradimento in praticamente tutte le voci risulta superiore ai valori medi, già altissimi, dell’Area umanistica, che a sua volta è quella più apprezzata nel nostro Ateneo (probabilmente i dati disaggregati direbbero dunque che il nostro corso di laurea è quello meglio valutato nell’Ateneo). La VQR ci ha collocati nelle prime tre posizioni in Italia nei settori scientifico-disciplinari in cui il numero dei docenti permetteva le stime (Filosofia morale e Storia della filosofia). Questi risultati si sono ripercossi anche nei dati di accreditamento del Dottorato di ricerca, da due anni in collaborazione con l’Università di Roma Tre. Le statistiche di AlmaLaurea riguardo all’occupazione dei laureati mostrano dati doppi rispetto alla media nazionale dei corsi di laurea analoghi.

Si tratta di un’attività enorme per le nostre forze, che ha bisogno di serenità, spazio di iniziativa, fiducia: le Linee Guida per l’Accreditamento periodico delle sedi e dei corsi di studio pubblicate il 26 aprile tolgono ogni dubbio sul fatto che non sono queste le condizioni che l’attuale governo dell’Università vuole creare in Italia. E non basta a rimediare l’impegno delle singole sedi universitarie — del quale siamo stati testimoni in questi mesi anche nel nostro Ateneo — ad applicare in modo trasparente e rigoroso la normativa. L’unica possibilità per continuare ragionevolmente e serenamente il lavoro per il quale siamo pagati con soldi pubblici è non sottostare più a norme asfissianti che vìolano clamorosamente il principio di proporzionalità. Siamo convinti che la normativa che è stata creata in questi anni sia l’espressione di un’idea inaccettabile di Università: sottostarvi significherebbe dunque per noi rinnegare lo spirito stesso del nostro lavoro. E siamo pronti a dare la nostra disponibilità perché gli stessi obiettivi possano essere perseguiti in modo efficiente ed efficace con poche e chiare regole e più serenità.

Con i nostri più cordiali saluti

Il Consiglio di corso di studio triennale e magistrale in Filosofia

Anselmo Aportone

Francesco Aronadio

Emilio Baccarini

Claudia Colombati

Virgilio Costa

Domenico Ferraro

Gabriella Gambino

Gianna Gigliotti

Luigi Manfreda

Francesco Miano

Cecilia Panti

Giuseppe Patella

Lorenzo Perilli

Paolo Quintili

Giovanni Salmeri

Stefano Semplici

Daniela P. Taormina

Vega Scalera

Pietro Vereni

Angela Votrico

 

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35 Commenti

  1. Secondo me, la follia principale di AVA SUA è l’eccessiva parcellizzazione delle responsabilità che rende impossibile raggiungere qualsiasi economia di scala nella raccolta, elaborazione e analisi delle informazioni. Prendere come unità di osservazione il singolo Cds significa costringere più persone a raccogliere, analizzare e sistemare le stesse informazioni. Che senso ha ipotizzare che ciascun corso di laurea abbia un suo servizio di orientamento, tirocinio, placement ecc, proprie aule, sale studio ecc.? Se veramente si vuole razionalizzare il sistema universitario, si dovrebbero stimolare i singoli corsi di studio ad aggregarsi, almeno per quanto riguarda i servizi di contesto e le strutture. Che senso ha che ciascun Cds si metta ad analizzare i questionari di valutazione (ognuno secondo una propria metodologia) o gli esiti occupazionali (tutti con gli stessi dati Almalaurea)? Immagino che la risposta degli esperti di valutazione sia qualcosa del tipo “per stimolare un processo di revisione e miglioramento a livello di singolo Cds”. Bene, benissimo! Allora facciamo in modo che siano i presidi di qualità di Ateneo ad elaborare i dati in maniera omogenea e a renderli disponibili in maniera pubblica e confrontabile (almeno) tra corsi di laurea dello stesso Ateneo.
    .
    Per quanto riguarda la parte “normativa”, la responsabilità dell’offerta didattica è in capo ai Dipartimenti. Perché facciamo finta, allora, che ogni Cds scelga di testa propria e ne sia responsabile? Come si concilia questo con la necessità di evitare duplicazioni (di corsi di laurea, di insegnamenti) se ciascun Cds opera come se fosse un’entità a se stante, responsabile solo delle proprie scelte e non del risultato collettivo?

  2. Sono d’accordo. Credo che il punto principale su cui occorre insistere, e’ che l’Universita’ e’ gia’ stata abbondantemente valutata. Chi di dovere, se volesse agire, avrebbe a disposizione informazioni in sovrabbondanza. Credo sarebbe utile smontare una volta per tutte l’alibi dei “baroni che non si vogliono far valutare”, e dall’altra esigere che il tempo e i soldi che sono gia’ stati impiegati per la VQR etc etc producano i loro effetti, prima di continuare a riempire tabelle che nessuno MAI leggera’.
    A proposito (e’ una battuta, ma forse neanche tanto): a costo di cadere nell’autoreferenzialita’, ma chi valuta ANVUR?

  3. Come ho già scritto, mi domando se anche in altre Istituzioni Pubbliche è in atto una analisi dei risultati cosi pervasiva e farraginosa?

    Ad esempio, c’è qualche cosa di equivalente all’ANVUR che opera per il Ministero della Difesa? E per il Ministero dell’Interno? E per il Ministero degli Esteri?

  4. Perfettamente d’accordo con B.B. a L.C. Vorrei sottolineare un altro aspetto ancora. Se guardiamo al moltiplicarsi delle istanze e degli organismi negli ultimi tre lustri, notiamo che accanto al Club dei rettori delle università italiane, sono sorti dei veri e propri ministeri paralleli (immagino di diritto privato, ma non me ne intendo) che si sono sostituiti alle competenze e prerogative ministeriali MIUR, di fatto hanno esautorato il ministero con il consenso del governo. Già la struttura a scatole cinesi della CRUI (finanziata penso dalle università, che si appoggia alla Fondazione, finanziata come?, che si associa a non so che, e così via fino a non si capisce dove) è un modello di questo sistema. Intorno al MIUR ruotano Cineca, Anvur, Invalsi, solo per quel che conosco io. All’Invalsi non sono stati tagliati finanziamenti, al Miur sì. A cosa serve il Miur, a questo punto, se non riesce nemmeno a supervisionare e a coordinare e a tenere sotto controllo queste escrescenze che oramai si sono anche staccate dal tessuto dove sono sorte? O il Miur non è all’altezza, o gli altri sono stati fatti diventare autonomi scientemente. Quanto costa tutto questo? E a che cosa porta se non alla confusione totale? Come si è già verificato.
    Nel piccolo, questa è anche la situazione intra-ateneo. Organismi su organismi su organismi a cattere metastatico. Tutti producono documentazione, per cui tutto è soi-disant trasparente ma di fatto è della massima opacità per quantità e qualità.
    Lo stesso discorso vale, a mio parere, anche rispetto al Rapporto Anvur 2013, operazione che non indicherei come eccellente per le ragioni sopra esposte. Anzitutto sarebbe stato compito del Miur stilarlo. Due: 650 pagine riassunte in oltre 100 non rendono leggibile il documento nel suo insieme, per cui le eventuali incongruenze possono sfuggire. Tre: chi lo legge? il Miur, gli atenei, noi? Finché finiamo di leggerlo e di capirlo è passato un altro anno. O se ne riparla tra 10, come con i censimenti? O lo leggiamo qua e là, nei ritagli di tempo tra riunioni, verbali, altra documentazione, e forse didattica e ricerca?
    Penso, perciò, che se non si ridimensiona tutto con la massima serietà e competenza organizzativa che punti veramente alla trasparenza e alla efficienza, ma non fordisticamente, moriamo soffocati. Siamo già dei cetacei spiaggiati.

  5. Concordo pienamente. Temo che non sarà facile, perché il delirio del controllo è sempre più scatenato, per evidenti motivi di razionalizzazione che tutti conosciamo. Rivendichiamo il diritto a ritrovare l’autonomia docente, lo spazio per pensare e per elaborare quell’interpretazione creativa che, come dice Citton, è il sale di ogni autentica ricerca.

  6. Noi crediamo che il sistema AVA sia da semplificare radicalmente, ma non vorremmo che condivisibili critiche o, meglio, proposte di miglioramento possano essere interpretate come volontà di disfarsi di un sistema di filtraggio e valutazione.

    L’ANVUR è migliorabile, ma la situazione pre-esistente non era migliore.

    Una funzione che riteniamo prioritaria è quella di verifica di un livello-soglia di qualità al di sotto del quale non si possa scendere. Questo è un livello di sufficienza, non di eccellenza e non “mediano”. La certificazione di scale di merito globali è più complessa e potrebbe essere separata dalla prima funzione e integrata da valutazioni del mercato, nel senso più ampio di questo termine.

    Questa impostazione semplificherebbe le procedure e sanerebbe molti dei problemi sinora lamentati. Facendo un paragone con l’ASN, la scelta di una soglia inferiore alle mediane come livello *minimo* di qualità avrebbe consentito di assorbire errori ed approssimazioni e depotenziato il significato di abilitazione, creando meno aspettative, ma conservando la funzione di filtro verso patologie del sistema. La soglia minima avrebbe poi potuto essere integrata con indicatori quali-quantitativi caratterizzanti le specificità dei vari settori scientifico-disciplinari. Gli indicatori bibliometrici sono certamente utili per identificare rapidamente aree di improduttività scientifica. Ma l’applicazione generalizzata e, in certi casi, esclusiva di soglie bibliometriche pensate (nell’uso di mediane) come strumento di differenziazione tra ricerca di qualità e non, piuttosto che come strumento di differenziazione tra ricercatori produttivi e non produttivi (come sarebbe avvenuto con l’uso di percentili inferiori), ha prodotto errori e portato ad una aspettativa di equivalenza tra ASN e promozione di ruolo, probabilmente non voluta dagli stessi proponenti dell’ASN. Inoltre, l’uso delle metriche attuali come principale strumento di valutazione sta portando a storture nel sistema della ricerca, con le mediane diventate oggi per molti un obiettivo da raggiungere ad ogni costo, anche mediante comportamenti che distolgono l’attenzione del ricercatore dal suo vero ed unico scopo, produrre risultati di ricerca di valore ed impatto.

    Tornando al caso dell’AVA, secondo noi bisognerebbe: i) mantenere una agenzia di valutazione; ii) rimuovere duplicazioni di enti, procedure e adempimenti; iii) definire una procedura di valutazione strutturata in due parti: una che individui i corsi di laurea privi di presupposti ritenuti indispensabili dalla nostra comunità e una che proponga una valutazione globale sommaria, comprensibile da tutti gli studenti e da tutti i genitori. Valutazioni più fini dovrebbero essere lasciate ai singoli atenei e al mercato. Discorso analogo dovrebbe valere per l’ASN.

    E’ in questa prospettiva che consideriamo importanti le proposte formulate dai colleghi del Consiglio di corso di studio in Filosofia, che vanno in una direzione che condividiamo. Per questo le sosteniamo e siamo disponibili a lavorare insieme.

    Giuseppe Bianchi, Nicola Blefari Melazzi, Ernesto Limiti

    • Confesso di avere qualche difficoltà di comprensione. Che vuol dire la frase riportata da FSL:
      La situazione attuale è migliore della precedente perché c’è l’ANVUR, e potrebbe migliorare migliorando ANVUR?
      oppure
      La situazione attuale è uguale alla precedente anche se c’è l’ANVUR, e potrebbe migliorare migliorando ANVUR?
      oppure
      ANVUR non ha cambiato la situazione. ANVUR può essere migliorato e così si migliora la situazione attuale?
      A qualcuno ne vengono in mente altre?

    • Anch’io trovo difficile l’esegesi della frase “L’ANVUR è migliorabile, ma la situazione pre-esistente non era migliore.”
      Che dire? Vittima di un rigurgito qualunquista, qualcuno potrebbe persino pensare che “si stava meglio quando si stava peggio” …

    • “Valutazioni più fini dovrebbero essere lasciate ai singoli atenei e al mercato. Discorso analogo dovrebbe valere per l’ASN”

      In che senso l’abilitazione scientifica dovrebbe essere lasciata “al mercato”?

  7. Ricopro – ahimè – l’incarico di Presidente del corso di studi in Filosofia (triennale) e in Scienze filosofiche (magistrale) presso l’Università di Padova. Dico ahimè, perché sono una delle tante vittime della folle deriva burocratica (AVA, SUA, e chi più ne ha più ne metta) che sta uccidendo l’Università italiana e con essa la nostra professionalità di docenti e studiosi. Per questo ritengo sia fondamentale mobilitare la comunità accademica italiana, nelle sue diverse espressioni, con iniziative di protesta e di proposta. In fin dei conti vogliamo semplicemente svolgere il nostro lavoro, che non è in primo luogo quello di riempire moduli o di rispettare adempimenti, anche i più assurdi e astrusi, ma è quello di fare ricerca, di curare la didattica e di valorizzare la relazione con gli studenti. Ieri ho preparato una lettera indirizzata al Rettore della mia Università, che nei contenuti ripropone grosso modo quanto scritto da Semplici e Salmeri, e l’ho fatta girare agli altri presidenti di corsi di studio chiedendo la loro adesione. Ebbene, in 24 ore sono fioccate 86 adesioni su circa 122 presidenti. Sono sicuro che il numero è destinato ad aumentare e per questo attenderò ancora qualche giorno per inviare la lettera-appello al Rettore. Ora però mi sembra importante far sapere a tutti che la grande maggioranza di presidenti di corso di studi di una antica e prestigiosa università italiana, indipendentemente dalle loro competenze disciplinari, sono concordi nel denunciare quella perversa eterogenesi dei fini, per cui misure pensate – si spera – per favorire la valutazione e indirettamente una maggiore qualità della ricerca e della didattica si trasformano, attraverso la sempre crescente e inarrestabile burocratizzazione, nel più serio ostacolo alla qualità stessa. Invito anche i Presidenti dei Corsi di laurea delle altre Università italiane a fare altrettanto.

    PS: segue il testo della lettera indirizzata al Rettore dell’Università di Padova

    —————————————–
    Contro il delirio burocratico: appello per la qualità dell’Università
    Padova, 7 maggio 2014
    Caro Rettore,
    vogliamo esprimere con questa lettera tutto il nostro grave disagio di fronte alla situazione di progressivo e inutile inasprimento del carico di lavoro per adempimenti, dichiarazioni, moduli e altri oneri burocratici collegati al sistema AVA (Autovalutazione, Valutazione periodica, Accreditamento).
    L’Università italiana è in un momento molto difficile, che esige l’impegno e la collaborazione di tutti: in nessun modo vogliamo tirarci indietro. Ciononostante, non possiamo tacere di fronte al sacrificio di una parte così importante del nostro tempo che ci viene imposto di sottrarre all’insegnamento, alla ricerca e al nostro rapporto con gli studenti. Questo sacrificio non ci peserebbe se fosse realmente utile a migliorare l’efficienza e la qualità del nostro lavoro. Purtroppo così non è.
    Il 1º aprile 2014 davanti alla VII Commissione Permanente del Senato il Ministro Giannini ha apertamente dichiarato che con l’Anvur “invece di semplificare, abbiamo complicato” e che pertanto si rende necessaria “una semplificazione normativa sui meccanismi di accreditamento didattico di ogni ciclo”. Di fronte a queste autorevoli affermazioni riteniamo che non possano non seguire in tempi rapidissimi provvedimenti coerenti, che finora sono sempre stati solo promessi. Siamo costretti a dire, contro la nostra volontà, che in mancanza di tali interventi potremmo ritenere doveroso passare a forme concrete di protesta, che ci consentano di tornare ad occuparci pienamente delle attività proprie del docente universitario. Tra gli elementi essenziali di questo impegno crediamo che vi sia anche la disponibilità a prendere posizione pubblicamente per il bene comune: non vogliamo prestarci a fare da schermo a un modello della vita accademica che, a causa di questa assurda deriva burocratica, sta ogni giorno di più minacciando proprio ciò che essa dovrebbe garantire ovvero l’eccellenza della ricerca scientifica e la qualità della didattica.
    Purtroppo le Linee Guida per l’Accreditamento periodico delle sedi e dei corsi di studio pubblicate dall’Anvur il 26 aprile tolgono ogni dubbio sul fatto che la situazione è destinata, se possibile, a peggiorare ancor più. E non basta a rimediare l’impegno delle singole sedi universitarie – del quale siamo stati testimoni in questi mesi anche nel nostro Ateneo – ad applicare in modo trasparente e rigoroso la normativa. L’unica possibilità per continuare ragionevolmente e serenamente il lavoro per il quale siamo pagati con soldi pubblici è non sottostare più a norme asfissianti che vìolano clamorosamente il principio di proporzionalità. Siamo convinti che la normativa che è stata creata in questi anni sia l’espressione di un’idea inaccettabile di Università: sottostarvi significherebbe dunque per noi rinnegare lo spirito stesso del nostro lavoro. E siamo pronti a dare la nostra disponibilità perché gli stessi obiettivi possano essere perseguiti in modo efficiente ed efficace con poche e chiare regole e più serenità.
    Con i nostri più cordiali saluti

    (seguono i nominativi dei Presidenti di corso di studio che aderiscono)

  8. Condivido e sostengo, pienamente, quanto espresso da Salmeri e Semplici. Le modalità di valutazione dell’ANVUR, molto discutibili, e il delirio burocratico annesso non solo non possono contribuire a migliorare la qualità della didattica e della ricerca, ma, come è già successo nella scuola, rischiano seriamente d’indurre demotivazione e di essere fonte d’ingiustizie.
    Franco Manti ( Università di Genova)

  9. Molto sbagliato il riferimento di Fantoni al fatto che “l’eccessiva attenzione agli aspetti formali e amministrativi” sarebbe una impostazione dettata dalle Linee Guida per l’Assicurazione della Qualità a livello Europeo (NB: fra l’altro NON sono una Direttiva, perché il Processo di Bologna non è una politica UE).
    Intanto cominciamo a leggerle, le Linee Guida Europee – dal 2012 (con 7 anni di ritardo) c’é anche la traduzione italiana, e chiediamoci se la politica AVA ne è la rappresentazione corretta
    http://www.bolognaprocess.it/content/index.php?action=read_cnt&id_cnt=6716

    • Rimango anche perplesso di fronte all’espressione «agenzia autonoma» usata da Fantoni. In un certo senso sì, l’ANVUR è «autonoma», ma questo ha poco a che fare con ciò che viene per esempio detto nella Raccomandazione del Parlamento europeo del 15 febbraio 2006. Anzi, è praticamente il contrario. Il direttivo dell’ANVUR non è certo responsabile della forma in cui in Italia è stata (male) realizzata un’agenzia di valutazione, però perlomeno si potrebbe evitare di far credere che questo è stato in obbedienza all’«Europa»: i documenti siamo capaci tutti di leggerli. Perfino la (allora) ministra Carrozza lo riconobbe (obtorto collo, suppongo) in un’intervista rilasciata il 23 agosto scorso.

    • ANVUR, Riunione del Comitato Consultivo del 2 dicembre 2013
      VERBALE

      [omissis]
      Van Damme sottolinea che l’ANVUR deve puntare ad avere un ruolo di meta-valutazione, rafforzando i processi di autovalutazione delle università e raccogliendo dati e documenti al fine di validare i processi di assicurazione della qualità interni alle università. Evidenzia, inoltre, il rischio di eccessiva burocratizzazione e di una moltiplicazione superflua di documenti, con conseguente overload per i professori. Sottolinea, invece, la necessità di una visione actor-oriented della qualità. Infine, richiama l’attenzione sulla necessità di misurare la qualità dell’apprendimento degli studenti.
      [omissis]

      Ma che strano! Proprio il consulente OCSE che dice all’ANVUR più o meno le stesse cose che stiamo dicendo noi. Evidentemente non si è accorto di quanto tutto il processo AVA sia «europeo».

  10. Se ho ben capito il Prof. Fantoni dall’alto dell’autonoma (?) ANVUR riesce solo a dire che è l’Europa a chiederci tutto questo. A me onestamente sembra poco e un maggiore sforzo sarebbe stato doveroso a fronte di quanto analiticamente scritto da Salmeri e Semplici, testo che approvo totalmente e ai quali va il mio più sincero ringraziamento. Se all’ANVUR non hanno intenzione di rivedere criticamente quanto hanno pensato, e mi sembra che sia così, a parte le dichiarazioni di disponibilità, approfitto per dare un suggerimento costruttivo per le “giornate tipo”. Manca, infatti, la ginnastica di tutto il personale la mattina presto nei cortili (dove ci sono) dei dipartimenti…

  11. Condivido pienamente il testo di Giovanni e Stefano. Aggiungo, da macroeconomista, che tutto ciò, anche se modificato, non ci salverà dai numeri previsti dal Documento di Economia e Finanza, che chiedono il crollo della spesa per stipendi al 2018 al loro minimo storico in percentuale del PIL. Disinvestimento pubblico totale quando dovremmo moltiplicare gli sforzi verso Europa 2020 per raddoppiare, con qualità e vicinanza anche al mondo del lavoro, i nostri laureati in percentuale della popolazione tra i 30 ed i 35 anni.
    Comunque bravi. Gustavo

  12. 1. Plauso per la recente interrogazione parlamentare sulle procedure dell’ANVUR in merito ai requisiti della didattica (AVA)e della valutazione dei prodotti scientifici (VQR), dove si prende atto dell’urgente bisogno di una revisione e di una semplificazione del sistema.
    2. Auspicio per una mobilitazione più capillare del corpo accademico in tutti gli Atenei: le buone argomentazioni dei due battistrada Salmeri e Semplici continuano a camminare, ma c’è bisogno di un maggior coinvolgimento!
    3. Invito al Ministro Stefania Giannini di procedere al più presto alla formazione di una commissione di soli docenti (no burocrati!) di area umanistica e scientifica che, esperta di lavoro sul campo, possa istruire una nuova piattaforma di interventi normativi che renda più agevole e snella l’applicazione di criteri sulla valutazione scientifica e didattica.

  13. ADESIONE UNANIME DEI CORSI DI STUDIO DI INGEGNERIA DELL’INFORMAZIONE – UNIVERSITA’ DI PADOVA

    In un suo commento la collega Paola Ricci auspica molto opportunamente “una mobilitazione più capillare del corpo accademico in tutti gli Atenei”. Una proposta, in tal senso, potrebbe essere quella di coinvolgere gli stessi Consigli di corso di studi, come è già avvenuto a Tor Vergata e ora a Padova. In data 19.5.2014, infatti, i nove Consigli di corso di studio di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Padova hanno approvato all’unanimità una mozione di adesione alla lettera al Rettore sottoscritta in precedenza da 100 Presidenti dei Corsi di studio dell’Ateneo patavino. La lettera (https://www.roars.it/online/al-governo-e-allanvur-ora-basta/comment-page-1/#comment-26924) denuncia “la deriva burocratica che oramai sta distruggendo l’Università italiana, attraverso un assurdo inasprimento del carico di lavoro, imposto dal sistema AVA”.

  14. Anche all’Università di Siena un gruppo di 22 presidenti di corso di studio ha inviato una lettera al Rettore, sulla falsariga di quella dei colleghi di Padova.
    Sarebbe importante che tanti atenei si mobilitassero in tal senso.
    Ne approfitto per richiamare l’attenzione su un altro colpo inferto di recente all’Università italiana: la limitazione dei posti senza borsa nei concorsi di dottorato al 25% del totale. In settori come quello in cui opero (Ingegneria), i posti senza borsa vengono sempre coperti a posteriori da borse di ricerca o altri sussidi. Ancora una volta, l’assurdità di imporre norme e vincoli ex-ante, anziché valutare i risultati ex-post, finirà per provocare un danno sia agli studenti che alle strutture di ricerca.

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