Il 23 ottobre 2018, nell’Aula 1 della Scuola di Economia, Management e Statistica dell’Università di Bologna, si tenuta la presentazione del libro Ai confini della docenza. Per una critica dell’università a cura di Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova, Torino, aAccademia University Press. La presentazione è stata organizzata dalla Biblioteca di Discipline economiche “Walter Bigiavi” e dal collettivo “Rethinking Economics”. Il libro è stato discusso da Pina Lalli (Vicepresidente della Scuola di Scienze Politiche, Università di Bologna) e Cristina Re (Rethinking Economics). Presenti i curatori e tra gli altri autori Francesco Garibaldo e Emilio Rebecchi. Quella che segue è l’Introduzione al dibattito di Giorgio Tassinari, Università di Bologna.

 

Il libro mi è piaciuto. In poche righe vorrei descriverne il contenuto. Il libro è una raccolta di saggi, quindi composito, anche se assai compatto. Inizio soffermandomi sul titolo, molto potente, e pieno di “suoni”. Le parole  “Ai confini della docenza” mi fanno venire in mente una famosa serie televisiva degli anni Sessanta di fantascienza sociologica, “Ai confini della realtà” (una produzione americana, “Twilight zone”). La scelta del titolo sottolinea, evidentemente, il carattere surreale, assurdo, della situazione dell’università italiana. Ma confine significa anche limite, frontiera, periferia. Quindi in una certa accezione il docente universitario (quello precario in primis, ma non solo il docente precario) è concettualizzato come una sorta di “uomo periferico”, “marginale”. Il titolo è inoltre evocativo del celebre lavoro di Marx “Per una critica dell’economia politica”, ma il termine critica appartiene a pieno titolo anche alla Scuola di Francoforte. Infine, gli Autori si definiscono “economisti di classe”, che è un simpatico calembour perché classe significa sia  eleganza, stile, etc. sia classe sociale (la parola è latina e significa flotta).

E qui si innesta una prima osservazione: di classe non sono solo Bellofiore e Vertova, ma anche gli altri economisti. Il riferimento di questi ultimi, conscio o inconscio, gli piaccia o meno, è un’altra classe sociale, la borghesia appunto. Gli autori dei saggi raccolti in questo libro si inscrivono in un sistema di pensiero ampio ed articolato che potremmo chiamare, in maniera un forse un po’ generica, il pensiero del movimento operaio (inteso alla Tronti).

Allora sarebbe opportuno affrontare la questione del carattere di classe delle teorie, sia nel campo delle scienze morali che in quello delle scienze fisiche. Problema troppo vasto per essere affrontato qui. Vorrei solo far presente che la tradizione marxiana italiana (a partire da Gramsci fino a Della Volpe e Fortunati) assume una posizione filosofica che possiamo chiamare dell’ontologia realista (secondo la quale come scrive Della Volpe “Le astrazioni sono storicamente determinate”) in base alla quale la posizione di classe è essenziale nel costruire le ipotesi di lavoro. Questa posizione poi è recuperata implicitamente, nel dibattito più recente, dalle tesi del “realismo critico”. Pertanto occorre essere di classe in modo consapevole e critico, non come lo sono i positivisti e i materialisti volgari. Alle questioni della critica dell’economia politica è appunto dedicata la seconda parte del libro (saggi di Bellofiore, Graziani, Napoleoni). Il saggio di Bellofiore in particolare sottolinea l’attualità della tradizione italiana che unisce analisi del fenomeno e disamina delle teorie in conflitto, tradizione di cui i saggi di Graziani e Napoleoni sono altamente rappresentativi.

Veniamo alla prima parte, che si intitola “La crisi dell’Università”, con contributi di Bellofiore, Vertova, Forges Davanzati, Dal Lago e Lucio Magri. Il collegamento tra le due parti può essere espresso, un poco rozzamente, nella seguente proposizione: la nuova università (dal 3+2 di Giovanni Berlinguer fino alla legge 240/2010) è costruita su un modello di tipo economicista, sia nelle intenzioni che nell’impianto, ed al potere al MIUR ci sono “i materialisti volgari”. I punti di attacco della prima parte sono numerosi. Per brevità ne ricordo solo due: la riforma Berlinguer del 3+2 e il sistema della valutazione della ricerca e della didattica eretto dalla L.240/2010 (la legge Gelmini).

Mi soffermo un poco sulla valutazione. Perché valutazione e non “misurazione dell’efficacia delle attività di ricerca e di didattica”? Perché “valore” è ormai una parola del capitale. Il valore d’uso è in esilio e rimane solo il valore di scambio a tenere il campo. Ma dobbiamo tenere presente che a partire da Heidegger, si è disvelato il fatto porre valori significa istituire un dominio.

Il volume può essere scaricato gratuitamente dal sito web dell’Editore.

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