Abolizione degli RTDa; prolungamento a sei anni degli RTDb; a partire dal 16esimo anno di permanenza nel ruolo, previo conseguimento dell’ASN ad Ordinario, il Professore Associato ha diritto a valutazione da parte dell’Ateneo di appartenenza e, ove positiva, al passaggio a Professore Ordinario; al Professore Associato resta comunque la facoltà di “accelerare” la propria carriera, partecipando a concorsi per il passaggio ad Ordinario nella propria sede o in altre; trasformazione dell’ASN da Abilitazione Scientifica Nazionale ad Abilitazione alla Docenza Nazionale (ADN) che tiene in conto attività scientifica, didattica, organizzativa, nonché la cosiddetta “attività di terza missione”; immissione negli Associati, a domanda, previa valutazione dell’Università di appartenenza, degli RTI in possesso dell’ASN. Numerosità delle varie figure, a regime, necessarie per riportare la funzionalità degli Atenei a livelli accettabili: 9.000 RTDB, 25.000 Professori Associati, 25.000 Professori Ordinari, per un totale di 59.000 figure. Cadenza temporale tipica: laurea a 24 anni, inizio Dottorato a 25, fine Dottorato a 28, inizio RTDB (al più) a 30, professore Associato da 36 fino a 53 (al più, in particolare in virtù delle “accelerazioni” possibili), Professore Ordinario da 53 (o meno, in virtù delle “accelerazioni” possibili”) fino a 70. Età media Professori Associati: 44,5 anni (al più); età media Professori Ordinari: 61.5 anni (al più). Pubblichiamo di seguito la proposta per lo Stato Giuridico della Docenza Universitaria diffusa dal Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria e il successivo documento che contieni alcuni chiarimenti sulla proposta.

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Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria

https://sites.google.com/site/controbloccoscatti/home

Proposta per lo Stato Giuridico della Docenza Universitaria

12-7-2019

La presente proposta del nostro Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria ha i seguenti obiettivi:

  1. Assicurare a ciascun giovane che intenda affrontare la carriera Universitaria un percorso nel quale egli si trovi a dover dimostrare solo di essere meritevole di percorrere tutti i gradini della carriera, senza dover instaurare un conflitto con i suoi colleghi, anzi cercando la loro collaborazione per percorrere insieme tutti i gradini della carriera stessa, in un clima di serenità, che è quanto di più proficuo per l’Istituzione.
  2. Definire modalità che permettano a tutti i Professori Associati di avere prospettive certe di diventare Professori Ordinari, prospettive dipendenti solo dalle loro capacità e dal loro merito.
  3. Definire modalità di transitorio che permettano a tutti i Ricercatori Universitari a Tempo Indeterminato di avere prospettive certe di diventare almeno Professori Associati in tempi brevi, prospettive dipendenti solo dalle loro capacità e dal loro merito.
  4. Definire per i Ricercatori a Tempo Determinato percorsi che eliminino i periodi di precariato, quale quello attuale degli RTDA.
  5. Non togliere nulla alle prerogative attuali dei Ricercatori a Tempo Determinato di tipo B, ma far sì che le stesse prerogative possano essere godute dai Ricercatori a Tempo Indeterminato, che hanno retto sulle loro spalle, insieme ai Professori e ai Precari e agli RTD stessi, l’Università Italiana in anni terribili, gravati da attività didattiche e organizzative non sempre dovute per il loro ruolo, ma alle quali non si sono sottratti.
  6. Innestare il tutto sulla legislazione in atto, evitando che l’Istituzione sia soggetta a un drastico cambiamento di normativa, se non quella strettamente necessaria.
  7. Individuare un transitorio compatibile con la soluzione prevista a regime.

Soluzione a regime

  1. Dopo il Dottorato, ingresso direttamente nell’attuale figura di Ricercatore a tempo Determinato di tipo B. L’attuale figura di RTDA viene soppressa, la dizione diventerà Ricercatore a Tempo Determinato, ma nel seguito si continuerà a parlare di RTDB per evitare equivoci. Permanenza in tale figura per 6 anni (contro i tre attuali, ma si riassorbono così i tre anni da RTDA soppressi); al termine dei sei anni, come attualmente, ove ottenuta l’abilitazione scientifica Nazionale (ASN) passaggio a Professore Associato, previa valutazione dell’Ateneo di appartenenza. Quindi, l’unica differenza rispetto alla legislazione attuale è questa: si sopprime la figura precaria dell’RTDA e il periodo di tre anni corrispondente viene trasformato in RTDB, con prospettive ben più solide e appetibili.
  2. Fascia dei Professori Associati: si passa, come è attualmente, a Professore Ordinario (previo conseguimento dell’ASN ad Ordinario), in qualunque punto della carriera da Associato, tramite concorsi come strutturati attualmente. Unica variante rispetto alla legislazione attuale: a partire dal 16esimo anno di permanenza nel ruolo, previo conseguimento dell’ASN ad Ordinario, il Professore Associato ha diritto a valutazione da parte dell’Ateneo di appartenenza e, ove positiva, al passaggio a Professore Ordinario. Si ha così una carriera ordinata e temporalmente cadenzata per ciascun Associato, però con la possibilità di “accelerazioni”. Infatti, prima del 16esimo anno di permanenza nel ruolo, previo conseguimento dell’ASN ad Ordinario, al Professore Associato resta la facoltà di partecipare a concorsi per il passaggio ad Ordinario nella propria sede o in altre, “accelerando” così la sua carriera. In ogni caso, una volta ottenuto il passaggio a Ordinario, può comunque ottenere il trasferimento ad altra sede, in quanto la legislazione che disciplina i trasferimenti da una sede all’altra resta immutata.
  1. Completerebbe degnamente la situazione a regime la trasformazione dell’ASN da Abilitazione Scientifica Nazionale ad Abilitazione alla Docenza Nazionale (ADN) per il cui ottenimento sarebbero da tenere in conto sia l’attività scientifica, sia quella didattica, sia quella organizzativa, nonché tutte le attività connesse al proprio ruolo, ivi compresa la cosiddetta “attività di terza missione”. L’ADN trova la massima utilità nei passaggi degli RTI e dei P.A. ad altro ruolo o fascia, essendo tali figure a volte gravati di attività didattiche e organizzative notevoli, che l’attuale ASN non tiene in nessun conto.

Comunque, l’ASN sarebbe già di per sé tutta da rivedere, anche per attenuare gli automatismi basati su soglie e fattori puramente numerici che tanti non condividono, operazione già in cantiere da tempo. L’ADN non dovrebbe avere gli stessi inconvenienti.

  1. Numerosità delle varie figure, a regime, necessarie per riportare la funzionalità degli Atenei a livelli accettabili: 9.000 RTDB, 25.000 Professori Associati, 25.000 Professori Ordinari, per un totale di 59.000 figure. Il perché di tali rapporti è insito in quanto segue (tempi di permanenza ed età media). Al momento siamo al disotto di tale numerosità, a causa del blocco del turnover imperante per lunghi anni e cessato nel 2018: 7.000 RTD (A+B), 11.500 RTI, 20.000 P.A, 12.500 P.O, per un totale di 51.000 figure.

Purtroppo, se non si consente agli Atenei di andare ben oltre il semplice 100% del turnover (pur avendo essi già le risorse per poterlo fare, almeno in parte, anche in assenza di risorse aggiuntive) né si introducono risorse aggiuntive, i numeri resteranno questi.

  1. Tempi di permanenza nelle figure anzidette, stimati in modo cautelativo, compatibili con le numerosità anzidette: 6 anni come RTDB, 17 anni come Professore Associato (massimi, possono ridursi, in particolare in virtù delle “accelerazioni” di carriera anzidette), 17 anni come Professore Ordinario (minimi, possono aumentare con le “accelerazioni” di carriera anzidette). Ovviamente, occorre un reclutamento fatto bene, che porti ad assumere RTDB potenzialmente in grado di percorrere tutti i gradini della carriera universitaria, e quindi è indispensabile accertare che gli assunti abbiano le potenzialità per ottenere con regolarità tutte le ASN e ottenere con regolarità valutazioni positive.
  2. Con le numerosità e i tempi di permanenza anzidetti, per ogni anno di “anzianità” nelle rispettive figure, dati i tempi di permanenza, sono presenti 9.000/6 = 1.500 RTDB, 25.000/17 = 1.500 P.A (circa), 25.000/17 = 1.500 P.O (circa).
    Ogni anno, in media, vanno in quiescenza 1.500 Ordinari, e con le risorse così disponibili (1.500 POM), 1.500 P.A. possono progredire a P.O. (occorrono 450 POM), 1.500 RTDB possono diventare P.A. (occorrono 300 POM), e si possono assumere 1.500 nuovi RTDB (occorrono 750 POM). Si usano i “POM”, a molti invisi, nella loro accezione corretta: sono solo un modo per tenere conto del “costo” medio di un Ordinario lungo l’arco di tutta la sua carriera. Dire “Un Ordinario corrisponde a 1 POM” evita di dire la frase, molto più lunga, “Un ordinario corrisponde a un costo medio, lungo tutto l’arco della sua carriera, pari a 113.774 euro” Tutto qui. Oltre sono interpretazioni errate o strumentali.
  1. Cadenza temporale tipica: laurea a 24 anni, inizio Dottorato a 25, fine Dottorato a 28, inizio RTDB (al più) a 30, professore Associato da 36 fino a 53 (al più, in particolare in virtù delle “accelerazioni” possibili), Professore Ordinario da 53 (o meno, in virtù delle “accelerazioni” possibili”) fino a 70.
  2. Età media Professori Associati: 44,5 anni (al più); età media Professori Ordinari: 61.5 anni (al più).

Quanto proposto, nei fatti, è compatibile con il “ruolo unico della Docenza” del quale si sta tornando a discutere a livello parlamentare, che è inteso dal nostro Movimento come un ruolo nel quale si entra per concorso molto serio, dopo due o tre anni al più di transitorio a valle del Dottorato di Ricerca. Ruolo nel quale si procede per valutazione periodica della singola persona e non comparativa tra i singoli. Il singolo riesce a progredire indipendentemente dal fatto che il proprio collega progredisca insieme a lui; progredisce dovendo superare due prove a carattere nazionale, l’ASN ad Associato e quella a Ordinario; però in tali occasioni “combatte” solo con sé stesso, essendo certo che lavorando bene supererà le prove.

Tale strutturazione della Docenza assicura un ottimo funzionamento dell’Università: favorisce la collaborazione tra i Docenti, l’interdisciplinarità, crea un clima sereno e non conflittuale, invece che divisivo come è attualmente: il modo migliore per far progredire didattica, ricerca e quindi l’Università tutta.

Qualunque altra soluzione che obbedisca agli stessi principi troverà il nostro appoggio e la nostra collaborazione costruttiva, ma ci auguriamo che il Parlamento voglia adottare la nostra proposta come “testo base”.

Transitorio e norme di armonizzazione fra situazione attuale e situazione a regime

Nell’immediato può essere realizzato, in linea con la soluzione a regime indicata, quanto segue. Fermo restando che nell’immediato non verrebbe toccato l’impianto dei concorsi previsto dall’attuale legislazione, che procederebbero in parallelo.

  1. Immissione negli Associati, a domanda, previa valutazione dell’Università di appartenenza, degli RTI in possesso dell’ASN, con riconoscimento giuridico delle funzioni svolte; prosecuzione temporanea per tre-quattro anni (al più) nella progressione stipendiale da RTI, ma con avanzamento immediato nella vecchia progressione stipendiale di due anni, per compensare la perdita di emolumenti che tutti avrebbero in virtù dei corsi che praticamente tutti tengono, e in ogni caso per un parziale riconoscimento delle maggiori funzioni che assumono; dopo tre- quattro anni: adeguamento alla progressione stipendiale da Associato, con riconoscimento giuridico dei tre-quattro anni svolti. In tali anni possono partecipare a concorsi nella propria sede o in altre, sia per accelerare la carriera, sia per cambiare sede. Dopo tale periodo possono ancora avvalersi della normativa sui trasferimenti per passare ad altra sede.
  2. Immissione negli Ordinari, a domanda, previa valutazione dell’Università di appartenenza, dei P.A. che maturino via via una anzianità, cumulata nel ruolo di P.A. e fino a un massimo di 6 anni nell’eventuale ruolo di RTI pregresso, maggiore di 16 anni e siano in possesso dell’ASN, con riconoscimento giuridico delle funzioni svolte; prosecuzione temporanea per tre-quattro anni (al più) nella progressione stipendiale da P.A., ma con avanzamento immediato di un anno nella vecchia progressione stipendiale, per dar luogo a un parziale riconoscimento delle maggiori funzioni che assumono; dopo tre-quattro anni: adeguamento alla progressione stipendiale da Ordinario, con riconoscimento giuridico dei tre-quattro anni svolti. In tali anni possono partecipare a concorsi nella propria sede o in altre, sia per accelerare la carriera, sia per cambiare sede. Dopo tale periodo possono ancora avvalersi della normativa sui trasferimenti per passare ad altra sede.
  3. Per gli RTI che non siano ancora in possesso dell’ASN, ma che abbiano tenuto insegnamenti curricolari in almeno tre degli ultimi 5 anni: a domanda, giudizio di idoneità ad Associato, nel quale una Commissione Nazionale giudichi tutta l’attività scientifica, didattica e organizzativa svolta, nonché tutte le attività connesse al proprio ruolo, ivi compresa la cosiddetta “attività di terza missione”. Con giudizio positivo, immissione negli Associati con riconoscimento giuridico delle funzioni svolte; prosecuzione temporanea per tre anni-quattro anni (al più) nella progressione stipendiale da RTI con avanzamento immediato di due anni, per compensare la perdita di emolumenti che tutti loro hanno in virtù degli insegnamenti curricolari che tengono, e in ogni caso per un parziale riconoscimento delle maggiori funzioni che assumono; dopo tre- quattro anni: adeguamento alla progressione stipendiale da Associato, con riconoscimento giuridico dei tre-quattro anni svolti. In tali anni possono partecipare a concorsi nella propria sede o in altre, sia per accelerare la carriera, sia per cambiare sede. Dopo tale periodo possono ancora avvalersi della normativa sui trasferimenti per passare ad altra sede.

Il giudizio di idoneità, basato su tutta l’attività scientifica, didattica e organizzativa svolta, nonché tutte le attività connesse al proprio ruolo, ivi compresa la cosiddetta “attività di terza missione”, anticipa nell’immediato la funzionalità dell’Abilitazione alla Docenza Nazionale anzidetta. Tale giudizio è una misura da mettere in campo con urgenza perché permette di risolvere il problema, tuttora irrisolto, di offrire ai capaci e meritevoli degli RTI la possibilità di uscire dal ruolo ad esaurimento, che concettualmente ha cessato di svolgere funzioni ritenute fra le più utili, e di passare ad assumere funzioni ritenute più proficue.

Il coordinatore del Movimento:

Prof. Carlo Ferraro

Già Ordinario al Politecnico di Torino
Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria https://sites.google.com/site/controbloccoscatti/home

Condividono e sottoscrivono questa proposta:

Paolo D’Achille – Roma Tre Giampietro Gobo – Milano Statale Davide De Caro – Napoli Federico II Carla Cuomo – Bologna
Michele Campiti-Salento
Antonio Mussino – Roma La Sapienza Carmela Cappelli – Napoli Federico II Pietro Gobbi – Urbino
Umberto Petruccelli – Basilicata Marco Mocella-Sannio
Mario Deganello – Torino Università Anna Iuliano – Pisa
Piero Giulianini – Trieste
Ezio Ritrovato – Bari Università Marcello D’Aponte – Napoli Federico II Andrea Cattanei – Genova
Giorgio Zavarise – Torino Politecnico Piero Sestili – Urbino
Fabio Miani – Udine
Enrico Campari – Bologna

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Chiarimenti e osservazioni sullo Stato Giuridico della Docenza Universitaria proposto 27-7-2019

Cari Colleghi Professori e Ricercatori,

a seguito di domande e osservazioni che ho ricevuto sullo stato Giuridico della Docenza Universitaria proposto, Vi riporto qui di seguito alcuni chiarimenti, uniti a qualche considerazione personale, con in fondo un cenno al ruolo unico dei Docenti Universitari (vedere punto 22) e agli aspetti economici (ultimi, ma non i meno importanti: vedere punto 23) sui quali occorre fare chiarezza, altrimenti si rischia un accantonamento “a priori”.

Ed è bene precisare subito che, per quanto riguarda aspetti non trattati nella proposta, continua a restare in vigore la legislazione attuale. Ciò per la finalità, esplicitata nella “Proposta di Stato Giuridico” avanzata, di innestare il tutto sulla legislazione in atto, evitando che l’Istituzione sia soggetta a un drastico cambiamento di normativa, se non quella strettamente necessaria.

Per dar corso alla proposta bastano invece pochi articoli di legge.

  1. Tutti gli Associati diventeranno Ordinari? Allora siamo al “Todos Caballeros”!

L’attuale legislazione prevede che un PA per diventare Ordinario, debba dapprima ottenere l’ASN. Pur con tutte le riserve che si possono avere su tale riconoscimento (tanto che si propone una diversa Abilitazione alla Docenza Nazionale, ADN), a quel punto il PA è un “Ordinario in pectore” che per diventare un “Ordinario effettivo” deve partecipare e vincere un concorso presso un Ateneo, il proprio o in altra Sede. In tale occasione viene comparato con altri suoi Colleghi, pure essi abilitati e fino ad allora, come lui, “Ordinari in pectore”. Uno di loro viene scelto, gli altri rimangono “Ordinari in pectore”.

Ora, se accade che nel proprio Ateneo o in altri non vengano banditi concorsi che meglio si attaglino alla sua figura, può un tale PA rimanere indefinitamente, al limite a vita, un “Ordinario in pectore”? Ritengo

di no. A un certo punto, al 16esimo anno da PA, se e solo se ha l’ASN (oppure l’auspicata ADN), a domanda dell’interessato, ritengo sia doveroso riconoscergli il passaggio a Ordinario, previo giudizio del suo Ateneo e senza comparazione con altri.

Quindi rigetto categoricamente l’osservazione che la proposta avanzata sia un “Todos Caballeros”. Diventa Ordinario, direi anche tardivamente, solo chi ha tutti i requisiti dovuti.

  1. Diventare Ordinari solo in virtù di un giudizio dell’Ateneo? I PA diventeranno tutti Ordinari!

No, si diventa Ordinari solo se si è ottenuta l’ASN (o, meglio, l’ADN che è stata proposta). Quindi occorre superare un vaglio a livello nazionale che, come si dice al punto precedente (al quale si rimanda per altre considerazioni sull’argomento) porta ad essere “Ordinari in pectore”. Il giudizio dell’Ateneo è solo aggiuntivo rispetto al requisito essenziale di aver ottenuto l’ASN o la proposta ADN.

  1. 17 anni per diventare Ordinari sono troppi!

17 è un limite massimo, restano in vigore i concorsi attuali e si può diventare Ordinari anche prima. Per comprendere ancor più tale limite massimo vedere al riguardo anche i due punti precedenti.

  1. La competitività con questa proposta sparisce! E cambia l’impostazione data dall’ANVUR alla ricerca! La qualità della Ricerca ne soffrirà!

No, la competitività resta, in quanto restano in vigore i concorsi attuali!

Cessa, invece, la “competitività esasperata” del “mors tua, vita mea” (chi vorrà sottrarsi a tale girone infernale potrà farlo). Quella competitività esasperata tanto cara a tanti Governi che in suo nome si sono permessi di non attribuire risorse fresche alle Università, anzi di tagliarle, dando per sottointeso “Vi diamo poco, ma la competitività farà finire le risorse solo a chi davvero le merita”, secondo la logica del “divide et impera” dalla quale l’Università si è fatta irretire, “mors tua, vita mea”, appunto.

Il tutto combinato con le altre politiche demolitrici dell’ANVUR che con il suo spingere l’acceleratore sul dogma delle “citazioni”, e della valutazione fatta dai “calcolatori”, come unica fonte che assicuri la validità delle ricerche, ha fatto sì che tanti giovani rifiutino oggi l’avventurarsi su fronti di ricerca inesplorati, mortificando così la ricerca di base. Quella ricerca che è l’unica che assicura sul lungo termine l’innovazione, che è caratteristica specifica dell’Università e che distingue la ricerca Universitaria (senza con ciò trascurare la ricerca applicata, con un giusto equilibrio fra le due) da quella di carattere industriale (spesso finalizzata al breve termine) e dalla quale i giovani (e anche i meno giovani) oggi rifuggono, in quanto fonte di poche citazioni, a favore piuttosto di articoli su temi di attualità (se non su vere e proprie mode) che possano fruttare citazioni utili per la carriera.

  1. Tutti gli RTI diventeranno almeno Associati? Allora siamo anche qui al “Todos Caballeros”!

Innanzitutto, per i già abilitati si possono fare le stesse considerazioni fatte prima per i PA.

L’attuale legislazione prevede che un RTI per diventare Associato, debba dapprima ottenere l’ASN. Pur con tutte le riserve che si possono avere su tale riconoscimento (tanto che si propone una diversa Abilitazione alla Docenza Nazionale, ADN), a quel punto l’RTI è un “Associato in pectore” che per diventare un “Associato effettivo” deve partecipare e vincere un concorso presso un Ateneo, il proprio o in altra Sede. In tale occasione viene comparato con altri suoi Colleghi, pure essi abilitati e fino ad allora, come lui, “Associati in pectore”. Uno di loro viene scelto, gli altri rimangono “Associati in pectore”.

Ora, se accade che nel proprio Ateneo o in altri non vengano banditi concorsi che meglio si attaglino alla sua figura, può un tale RTI rimanere indefinitamente, al limite a vita, un “Associato in pectore”? Ritengo di no. Ritengo sia doveroso, a domanda dell’interessato, riconoscergli immediatamente il passaggio a Associato, previo giudizio del suo Ateneo e senza comparazione con altri. È urgente farlo uscire dal ruolo ad esaurimento, che concettualmente ha cessato di svolgere funzioni ritenute fra le più utili, e di passare ad assumere funzioni ritenute più proficue.

Per gli RTI senza ASN è invece previsto, sempre a domanda dell’interessato, un giudizio di idoneità severo quanto l’ASN (Commissione Nazionale unica, come si evince dalla proposta, finalizzata anche a sperimentare il rilascio dell’ADN, e quindi valgono le stesse considerazioni fatte prima), basato su tutta l’attività scientifica, didattica e organizzativa svolta, nonché tutte le attività connesse al proprio ruolo, ivi compresa la cosiddetta “attività di terza missione” e l’attività assistenziale, che anticipa nell’immediato la funzionalità dell’Abilitazione alla Docenza Nazionale anzidetta. Tale giudizio è una misura da mettere in campo con urgenza per gli RTI perché permette di risolvere anche qui il problema, tuttora irrisolto, di offrire ai capaci e meritevoli degli RTI la possibilità di uscire dal ruolo ad esaurimento, che concettualmente ha cessato di svolgere funzioni ritenute fra le più utili, e di passare ad assumere funzioni ritenute più proficue.

Anzi, i requisiti per il superamento del giudizio di idoneità potrebbero essere anche meno stringenti di quelli indicati nella proposta, ad evitare che in alcuni Settori Scientifico-Disciplinari si abbia una “falcidia” impropria dei concorrenti.

Quindi rigetto categoricamente anche in questo caso l’osservazione che la proposta avanzata sia un “Todos Caballeros”. Diventa Associato, direi anche tardivamente, solo chi ne ha tutti i requisiti dovuti.

  1. Gli RTI senza ASN diventano Associati solo in virtù di un giudizio dell’Ateneo? Diventeranno tutti Associati!

No, diventano Associati solo se superano il giudizio di idoneità di cui al punto precedente. Quindi devono superare un vaglio a livello nazionale che, come si dice al punto precedente (al quale si rimanda per altre considerazioni sull’argomento) porta ad essere non solo “Associati in pectore”, ma “Associati effettivi”. Anzi, il giudizio dell’Ateneo manca del tutto, dato che la Commissione nazionale giudica tutta l’attività scientifica, didattica e organizzativa svolta, nonché tutte le attività connesse al proprio ruolo, ivi compresa la cosiddetta “attività di terza missione” e l’attività assistenziale.

  1. Gli Atenei saranno “ingessati” dal rapporto 1:1 fra Associati e Ordinari!

Il rapporto 1:1 fra la numerosità dei PA e dei PO indicato nella proposta non è affatto vincolante né a livello nazionale né di singolo Ateneo. Lo si è citato solo per dimostrare che esiste una situazione a regime possibile che è coerente con la proposta di consentire agli Associati in possesso dell’ASN (o, meglio,

dell’ADN proposta), al raggiungimento del 16esimo anno di permanenza nella fascia degli Associati, di diventare Ordinari.

Infatti gli Atenei non sono affatto tenuti ad adeguarsi a tale rapporto 1:1, sia perché tale limitazione non è prevista nella proposta avanzata, sia in quanto conservano tutte le attuali prerogative riguardo alla loro programmazione previste dall’attuale legislazione, programmazione vincolata essenzialmente solo dalle risorse disponibili. Gli Atenei devono solo tenere conto nella loro programmazione del passaggio da

PA a PO, al più al 16esimo anno di permanenza nella fascia dei PA.
Possono, ad esempio, prevedere di abbreviare il periodo dei 17 anni ipotizzati come tempo di

permanenza nella fascia dei PA, agendo attraverso la leva dei concorsi, che restano in vigore, in parallelo, con le modalità previste dall’attuale legislazione. Per raggiungere tale obiettivo devono solo confrontarsi, come già detto, con le risorse a loro disposizione.

  1. Gli Atenei tenderanno ad aspettare i 17 anni per far passare i loro Associati ad Ordinario!

Il problema esiste già, in condizioni ancora peggiori e la proposta pone loro un argine.
Attualmente sono in servizio 22.500 Associati e 11.500 ordinari.
Molti Atenei, a fronte dei pensionamenti degli Ordinari, piuttosto che prevedere la progressione degli

Associati a Ordinari, preferiscono assumere pochissimi Ordinari, per ragioni essenzialmente di costo. Eppure le risorse liberate (1 POM) permetterebbero loro di far progredire un Associato (occorrono 0.3 POM), affrontare l’onere di un RTDB che passa Associato (occorrono 0.2 POM) e di assumere un nuovo RTDB (occorrono 0.5 POM)

La conseguenza è che o i tempi di permanenza negli Associati si allungano molto oltre i 17 anni o, peggio, Associati validi siano condannati a non passare mai Ordinari.

La proposta pone un argine a questa tendenza.

  1. Con questa proposta non si potrà assumere più nessun esterno all’Università!

E chi lo ha detto? La proposta non prevede alcuna modifica dei meccanismi di assunzione degli esterni attualmente in vigore!

  1. La mobilità da un Ateneo all’altro in virtù di questa proposta è bloccata!

Non è affatto vero! La proposta non prevede alcuna modifica dei meccanismi di mobilità attualmente in vigore!

  1. Diventare RTDB direttamente dopo il Dottorato? Senza nessun filtro?

Si, ingresso direttamente come RTDB per 6 anni e non più per 3, previo concorso, come è attualmente. Non si è proposta la modifica della legislazione al riguardo.

La modifica consiste nel sopprimere la figura dell’RTDA, che è precaria (non ha alcuna garanzia di poter proseguire dopo i 3 anni) e riassorbirla nell’RTDB.

  1. Quanto è importante il reclutamento?

Il reclutamento assume un ruolo fondamentale. Occorre un reclutamento fatto bene, che porti ad assumere RTDB potenzialmente in grado di percorrere tutti i gradini della carriera universitaria, e quindi è indispensabile accertare che gli assunti abbiano le potenzialità per ottenere con regolarità tutte le ASN (o le ADN, se verranno istituite) e ottenere con regolarità valutazioni positive. Le commissioni di concorso avranno quindi una grande responsabilità al riguardo.

Così come avranno molta importanza le modalità dei concorsi, da definire a livello nazionale in modo da garantire criteri uniformi da Sede a Sede e soprattutto la formazione delle Commissioni (numerosità dei commissari, presenza ampiamente maggioritaria di commissari esterni, sorteggi fra platee di Commissari predefinite e ampie, non basate sul solo volontarismo, né su cooptazioni).

  1. Non sarebbe il caso di prevedere un meccanismo di verifica degli RTDB assunti durante i 6 anni di permanenza in tale figura?

Il concetto è: assumiamo RTDB potenzialmente idonei a diventare PA e PO, e poi lasciamoli lavorare in pace per sei anni. Se hanno davvero le capacità, prima dei 6 anni conseguiranno l’ASN (meglio l’ADN se verrà istituita) e diventeranno PA, altrimenti abbandoneranno l’Università. Di qui il ruolo importante del reclutamento descritto al punto precedente.

Se proprio si volesse una verifica intermedia la si dovrebbe fare dopo i primi 3 anni, a cura degli Atenei o di una Commissione Nazionale, ma, a parte il fatto che altera il concetto anzidetto, deresponsabilizza le Commissioni del concorso iniziale (diranno: “se sbagliamo ci penserà la verifica dopo i primi 3 ann a rimettere tutto a postoi”) e poi la verifica intermedia probabilmente finirebbero con il passarla tutti.

Comunque, se si volesse una verifica ulteriore non ne farei un problema grave.

  1. La selezione vera deve avvenire dopo 5-6 anni post-dottorato nei quali si dimostrino le proprie capacità!

Non c’è nessun bisogno di rinviare nel tempo la selezione vera, tenendo nell’Università persone in largo eccesso che si dà per scontato debbano essere poi espulse dopo 5-6 anni post-dottorato, quando avranno anche difficoltà a entrare nel mondo del lavoro.

Dopo la laurea, tra i periodi pre-doc (non si trova subito il concorso per il Dottorato), il Dottorato stesso, i periodi post-doc (non si trova subito il concorso per RTDB), i 5-6 anni necessari per la selezione vera sono già passati tutti e la si può fare nei concorsi per RTDB, senza rinviarla ulteriormente.

Abbiamo proprio bisogno di ulteriore tempo per capire se un candidato a un concorso da RTDB ha le potenzialità per percorrere tutti i gradini della carriera Universitaria? Non abbiamo la capacità di distinguere dopo 5-6 anni, tanto da volerne attendere altri 5-6?

  1. Gli RTDA non sono precari! Lo sono gli Assegnisti di Ricerca, non gli RTDA!

Gli RTDA a fine triennio non hanno alcuna garanzia di una prosecuzione nell’Università, anche se il fine della figura è proprio questo. Nessuno deve neanche giustificare loro perché non si consenta loro di proseguire. Il rapporto di lavoro è terminato e basta: questo è precariato! Pieno di aspettative (che possono anche essere deluse), ma precariato!

E, a rigore, nelle intenzioni migliori del Legislatore, gli Assegnisti di ricerca non sono precari. La legislazione ha istituito tale figura per soddisfare le necessità di particolari ricerche messe in campo. Terminate le ricerche, gli Assegnisti dovrebbero tornare alle opportunità di lavoro esterne alle Università. Sono diventati precari (credo praticamente tutti) solo quelli che sono stati coinvolti ripetutamente in tale posizione solo per la mancanza di concorsi per il reclutamento nell’Università.

  1. Vorrei rimanere RTI!

E chi lo impedisce! Qualunque cambiamento è previsto a domanda dell’interessato!

  1. Perché nell’ADN non è prevista la valutazione dell’attività assistenziale, obbligatoria e dovuta, ad esempio a Medicina (ma non solo)?

L’ADN obbedisce al concetto che si valutino tutte le attività svolte e quindi la valutazione dell’attività assistenziale è implicita. Se la proposta avanzata avrà un seguito lo si evidenzierà espressamente, se necessario. Lo si è già fatto in questi chiarimenti.

  1. Perché sono esclusi i Dottorati presi all’estero come utili per concorsi da RTD?

Non sono affatto esclusi, non è stata proposta la modifica dell’attuale legislazione al riguardo.

  1. Ma l’abilitazione che scade ha un senso? Da un giorno all’altro si perdono le caratteristiche che si possedevano il giorno prima?

L’abilitazione non dovrebbe avere scadenze. La capacità di un Docente ad essere Associato o Ordinario è un dato incancellabile, quasi nel DNA del Docente stesso.

Non ha nessun senso, se non quello di voler verificare periodicamente la continuità della produzione scientifica, ma questo si può fare comunque.

Il problema lo abbiamo già sollevato con le richieste già avanzate al Governo (vedasi i documenti “Provvedimenti Urgenti Università-9780 Firmatari “ e “Provvedimenti Urgenti Università-Note esplicative” presenti sul nostro sito alla pagina “Documenti di rilievo”, richieste che attendono una risposta.

Il minimo che si possa chiedere è che una volta acquisita l’ASN questa possa essere soggetta a una semplice verifica della sussistenza di pochi criteri predeterminati, quasi da fare, “una tantum”, da calcolatore. Ma anche ciò dovrebbe valere per tutti.

  1. Ma gli assegni di ricerca sono soppressi?

La domanda è stata fatta in relazione al fatto che gli assegni di ricerca permettono (anche se non è nelle finalità esplicite del Legislatore) di “coprire” i vuoti temporali che esistono fra il Dottorato e il primo concorso utile per la carriera Universitaria.

Ebbene la proposta non tratta questo argomento, il che significa che non ne prevede l’abolizione. Anche perché è in discussione in Parlamento il Progetto di Legge Melicchio che risistema tutta la giungla di figure non di ruolo presenti nell’Università, ivi comprese quelle dell’Assegnista di Ricerca e dei vari tipi di contratto, sostituendole con una più opportuna unica figura pre-doc e una unica figura post-doc. E lo fa con figure aventi un contratto strutturato che dà delle garanzie assistenziali, insomma delle tutele, un vero e proprio contratto di lavoro finalizzato alla ricerca e non prerequisito per i concorsi da RTD.

  1. Perché la proposta non include la questione “pre-ruolo”?

Abbiamo ritenuto di separare i due aspetti del pre-ruolo e dello stato giuridico. Come evidenziato al punto precedente, ad esempio, la nostra proposta non elimina gli Assegni di Ricerca, che resterebbero in essere.

Però, soprattutto, l’argomento non è trattato perché, come già detto al punto 20 precedente, è in discussione in Parlamento il Progetto di Legge Melicchio , di cui si è parlato già a sufficienza nel punto 20 stesso, al quale si rimanda.

  1. Ma non era più semplice proporre il passaggio al ruolo unico della Docenza Universitaria di cui si sente tanto parlare a livello Parlamentare?

Certo, era più semplice, ma il solo usare questa terminologia avrebbe scatenato in molti il sospetto di chissà quale azione sovversiva. Ne so qualcosa per esperienza personale degli anni 70-80, quando se ne parlava abbondantemente. Alla fine nel 1980 si trovò una soluzione che mise allora tutti d’accordo, senza traumi. L’art. 1 della legge 382 dal 1980, che riporto qui sotto integralmente, recita infatti:

Art. 1.
Ruolo dei professori universitari e istituzione del ruolo dei ricercatori

Il ruolo dei professori universitari comprende le seguenti fasce: a) professori straordinari e ordinari;
b) professori associati.

Le norme di cui ai successivi articoli assicurano, nella unitarietà della funzione docente, la distinzione dei compiti e delle responsabilità dei professori ordinari e di quelli associati, inquadrandoli in due fasce di carattere funzionale, con uguale garanzia di libertà didattica e di ricerca.

I professori universitari di ruolo adempiono ai compiti didattici nei corsi di laurea, nei corsi di diploma, nelle scuole speciali e nelle scuole di specializzazione e di perfezionamento.

Possono essere chiamati a cooperare alle attività di docenza professori a contratto, ai sensi del successivo art. 25.

E’ istituito il ruolo dei ricercatori universitari.
Non è consentito il conferimento di incarichi di insegnamento.

Quindi Il ruolo dei Professori è già ora unico, articolato in fasce di carattere funzionale.

Manca nella legislazione attuale l’essenza del ruolo unico (che la nostra proposta intende introdurre nei fatti) che è inteso dal nostro Movimento come un ruolo nel quale si entra per concorso molto serio, dopo due o tre anni al più di transitorio a valle del Dottorato di Ricerca. Ruolo nel quale si procede per valutazione periodica della singola persona e non comparativa tra i singoli. Il singolo riesce a progredire indipendentemente dal fatto che il proprio collega progredisca insieme a lui; progredisce dovendo superare due prove a carattere nazionale, l’ASN ad Associato e quella a Ordinario ( o l’ADN ora proposta); però in tali occasioni “combatte” solo con sé stesso, essendo certo che lavorando bene supererà le prove.

Tale strutturazione della Docenza assicura un ottimo funzionamento dell’Università: favorisce la collaborazione tra i Docenti, l’interdisciplinarità, crea un clima sereno e non conflittuale, invece che divisivo come è attualmente: il modo migliore per far progredire didattica, ricerca e quindi l’Università tutta.

  1. Ma gli Atenei possono sopportare gli oneri della proposta? (ultima domanda, ma certamente non la meno importante)

Sarò più breve di quanto dovuto su questo punto, perché abbiamo già trattato l’argomento di ciò che è a disposizione degli Atenei in occasione dell’inoltro al Governo della richiesta di “Provvedimenti Urgenti per l’Università”, firmata da 9.780 Docenti Universitari di 82 Sedi diverse, con i documenti prima richiamati al punto 19.

Malgrado ciò è possibile che molti, per mancanza di informazione, nel leggere anche solo parzialmente la proposta di Stato Giuridico avanzata dal nostro Movimento si fermino subito ipotizzando risorse necessarie insormontabili.

In realtà non è così, e non solo in virtù dello scaglionamento della spesa nell’arco degli anni, che permette tutti gli adattamenti necessari.

La proposta prevede una ipotesi dell’organico dalle attuali 51.000 figure (RTDA, RTDB, PA, PO) a 59.000.

È chiaro che una tale crescita non può realizzarsi se non con una immissione almeno parziale di risorse “fresche” da parte del Governo e del Parlamento. Ma, come risulta dalla documentazione che abbiamo presentato nell’occasione anzidetta (e che questa volta non riportiamo, pronti però a presentarla a chiunque ce la chiederà), la quasi totalità degli Atenei Statali era in grado di affrontare oneri non trascurabili già nel 2018. La nostra proposta da questo punto di vista è assolutamente praticabile.

In particolare ci aspettiamo che gli Atenei, invece di rifugiarsi dietro il “noi non possiamo farci nulla, il Governo e il Parlamento ci devono dare risorse fresche”, si chiedano piuttosto cosa possiamo fare noi per coadiuvare tale proposta?e non adagiarsi comodamente nell’attesa di risorse che arrivino dall’esterno.

E, per altri versi, ci aspettiamo che Governo e Parlamentari si facciano la domanda: a parte ciò che possiamo metterci noi subito, poco o molto che sia, possono gli Atenei procedere in parte con le risorse che già hanno?”. E non accettare supinamente, né farsi convincere dalle riposte prevedibili di alcuni Atenei noi non possiamo farci nulla, ci dovete dare risorse fresche”.

Cordiali saluti,

Carlo Ferraro

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19 Commenti

  1. Con tutto il rispetto per l’unica persona che sta operando per sanare alcuni problemi, l’ASN è il problema. Lo sappiamo tutti. Il sistema degli algoritmi che nessuno comprende è il problema. La mancanza di trasparenza e democrazia nelle decisioni è il problema.

    • Concordo pienamente. In settori altamente bibliometrici (chimica per esempio) questa ASN favorisce le cordate e i gruppi di maggiore pressione. Due indicatori su tre sono correlati (citazionali) e sono quelli di fatto decisivi. La riforma dell’abilitazione secondo me viene prima o quantomeno alla pari.

  2. Questa proposta sembra più ragionevole di quella strampalata dei grillini con il prof Junior con barba bianca e pantaloncini corti
    Tuttavia resto dell opinione che l unica cosa che potrebbe salvare l università sarebbe la volontà politica di investire una quantità considerevole di Soldi per la ricerca e poi con piccoli ritocchi risolvere il problema del precariato.

  3. La proposta di Ferraro è di gran lunga meglio. Ha diversi meriti, ma su tutti è fondata sul buon senso, su punti specifici, non richiede rivoluzioni irrealizzabili, ma si innesta garbatamente sul pasticcio esistente migliorandolo moltissimo. Inoltre non nasconde le critiche all’ASN, ma punta ad una sua revisione che superi anche l’utilizzo indiscriminato di indicatori pseudoscientifici, cito: “Comunque, l’ASN sarebbe già di per sé tutta da rivedere, anche per attenuare gli automatismi basati su soglie e fattori puramente numerici che tanti non condividono, operazione già in cantiere da tempo. L’ADN non dovrebbe avere gli stessi inconvenienti.”
    Oltretutto è più vicina e compatibile con la visione dell’ANDU, ci si può coalizzare, fare massa critica, la proposta di legge in discussione potrebbe essere facilmente modificata in parlamento per aderire a questa visione attraverso la pressione della Comunità Universitaria.
    Non bisogna litigare ed essere divisi, correndo dietro alle sirene di questo o quel partito, di questa o quella ideologia. Non abbiamo in nessun partito un alleato sincero, a parte le chiacchiere chi al Governo negli ultimi 20 anni ha davvero posato il piccone contro Scuola e Università per iniziare a usare il buon senso?

    • Un cursus honorum in cui l’accesso sia chiaramente definito questo va bene … Forse si eviterebbero anche tante inimicizie e lotte intestine …
      Ma la legge Gelmini andrebbe rivista in blocco e a questo dovremo puntare…
      Certo la comunità scientifica dovrebbe essere unita, ma ciò che vige è il ‘mors tua vita mea’

  4. @Marinella … mi permetto di dissentire … Non abbiamo bisogno di sconvolgimenti e con questo non voglio dire che la situazione attuale mi vada bene. Dico solo che l unico sconvolgimento accettabile può essere Triplicare i soldi investiti per la ricerca. E poi con una riforma saggia come quella proposta da Ferraro aggiustare l aggiustabile

    • Come si fa a dire che la CRUI è inerte? E poi, perchè abbiamo bisogno di una CRUI? Io personalmente non ho più speranze di vedere cambiamenti in meglio. Questa proposta di Ferraro mi lascia indifferente. Apprezzo Ferraro ma questo non è un progetto.

  5. No, non è un progetto. Andrebbe discusso. Ma è necessario buttare giù questo sistema, marcio. Possibile che persone che hanno lavorato per anni e anni, portandosi pesi responsabilità, avendo riconoscimenti, possano d’un tratto non valere più?
    Come si può accettare la mancanza totale di democrazia nella vita dei dipartimenti e pensare che da questo sistema possa nascere il riocnoscimento del merito?

  6. che tenerezza! quanto spreco di intelligenze per discutere di una cosa che andrebbe semplicemente abolita, il reclutamento tramite concorso pubblico con proliferazione normativa e giungla di criteri e parametri atti solo a far lavorare gli avvocati e a scoraggiare i talenti: leggi qua https://www.ilsole24ore.com/art/all-universita-cooptazione-funziona-meglio-concorsi-ACoGKJd – mi fa piacere non essere solo in questa idea, l’unica realistica e ragionevole, perciò impraticabile (finora) nel sistema italico (quello della libertà dei servi, giusto per citare la formula icastica di M. Viroli); pare proprio che la via dell’inferno burocratico sia lastricata di buone intenzioni riformistiche e non da ora – quanto al lodevole Ferraro, che cosa ha ottenuto? nulla di nulla: personalmente non ho mai visto neanche l’ombra di un centesimo della promessa (e oltraggiosa) una tantum del c.d. lodo Verducci di UNIMC… e tutti i migliori allievi del mio dottorato (scienze umanistiche) sono emigrati, gli altri sono disoccupati o, tutt’al più, nella scuola media

    • A me sembra che, in realtà, il sistema di reclutamento funzioni da decenni con il meccanismo della cooptazione (almeno da quando ne faccio parte, prima come cooptato e poi come cooptante). Non credo sia possibile proporre nessun altro metodo perché, come è ovvio, bisogna prima conoscere bene una persona lavorandoci assieme (anche a distanza: “cooptato” non è sinonimo di “interno”) e solo dopo ci si muove per riuscire a fargli avere un posto (e poi gli avanzamenti di carriera). Sono noti a tutti casi di persone magari anche bravissime nel loro settore ma incapaci di collaborare e di adeguarsi alle richieste del dipartimento. Mi chiedo perché mai questi tratti caratteriali non debbano essere presi in considerazione: per molti ruoli queste qualità sono molto più importanti dell’eccellenza scientifica (a dirla tutta, in un gruppo di ricerca gli “eccellenti” è meglio che siano pochi e collaboranti, altrimenti il fallimento è assicurato). Parlo ovviamente di lavoro scientifico “duro” sperimentale, in cui è indispensabile la collaborazione di almeno una decina di persone (in aggiunta alla manodopera in formazione) per ottenere risultati non routinari. Non fatico a immaginare che in altri settori le persone possano lavorare da sole, ma non ho esperienza diretta di queste situazioni.

    • Il vero problema, come sottolineato da molti, è la carenza di fondi che è politicamente equivalente all’abbandono a loro stessi dei precari e ad una mancata iniezione di forze fresche nel sistema = brontosaurocrazia stagionata.
      Ma non concordo con il giudizio sulla proposta Ferraro. Percorso tipico (senza accelerazioni e con serie valutazioni in itinere) -> Associato a 36 anni e Ordinario a 53 anni… non mi pare così male, poi non è automatica la progressione quindi è di fatto slegata dall’età in senso stretto…

    • Tutta questa gerontocrazia non la riesco a vedere. Gelmini a parte, le cose sono molto cambiate rispetto a 15 anni fa. Quella si era una gerontocrazia. Altro che a 36, sono diventato associato a 46, e mi è andata bene tutto sommato allora. Oggi i nuovi PA sono ben più giovani di 46 anni. La proposta di Ferraro non è altro che un gioco sui numeri. Intanto l’Università, come praticamente tutti gli apparati dello Stato, è in balia di ogni coalizione politica di turno. Coalizioni incapaci, nella media, di operare in modo utile per il bene comune. Dietro a questa incapacità operano nel torbido quelli che sanno eventualmente cosa fare. Personalmente ho perso ogni speranza. Ma, oltre ai numeri, cosa dovrebbero fare questi associati e questi ordinari? In che cosa realmente si dovrebbero distinguere? Nel potere assumere qualche carica? Ma la carica è già pagata in più, perchè dovrei riconoscere uno stipendio più alto a chi la carica non ce l’ha e fa le stesse cose di tutti? Hanno più esperienza? Quale? Quella riconosciuta da questa ASN? Oggi puoi diventare prima PA e poi PO senza che nessuno abbia avuto la possibilità di farti una domanda per sapere quello che realmente sai. Indicatori intensivi che ti obbligano a fare la carriera in determinati gruppi altrimenti sono impossibili da costruire. Non puoi accumulare più nulla che poi ti venga riconosciuto. Prima o poi scadrà come lo yogurt. Mi scuso per questo lungo commento, ma, anche se i numeri contano, bisogna rimettere la palla al centro e ricominciare da molto più lontano.

  7. Chi è anziano oggi, ebbe l’assunzione ritardata, ed anche la carriera da coloro che erano entrati all’Univ. nel ’68. Si faceva carriera, tranne alcuni misteriosi casi, solo dopo che gli anziani del tuo settore erano giunti all’apice.
    E’ un po’ penoso che tutta una generazione si sia trovata prima rallentata dal potere ottuso di alcuni e ora colpevolizzata dai giovani, che, per ciò che posso vedere, fanno carriera fulminea, perché, appunto sono giovani, e hanno riempito tutte le caselline (internazionalizzazione, terza missione, non vi è cosa che, almeno sulla carta, loro non abbiano fatto).
    Certo che la carenza dei fondi è il problema. Preferirei la cooptazione ‘sana’ all’ASN. Sana, però: è difficile che lo sia, quando a gestirla saranno sempre e solo alcuni.

  8. certo ci vuole ben altro…. giustamente sotto l’ombrellone di ferragosto ci sta un bel benaltrismo …quando un ministro Miur riuscirà a fare come prima cosa un aumento del triplo dei finanziamenti per la ricerca poi può fare dopo tutto quello che vuole

  9. se il reclutamento avverrà sempre con concorsi locali, sarà difficile trovare una modalità di nomina delle commissioni e un regolamento che riducano i concorsi pilotati. il concorso nazionale è la vera chiave di volta del reclutamento “pulito”

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