Le innovazioni legislative e i provvedimenti ministeriali ad essi conseguenti aumentano (come dichiarano a parole) o diminuiscono (come molti temono, e molti altri sperano) la responsabilizzazione degli atenei?

 

Rileggendo la legge 240/2010 troviamo nell’art. 1 la seguente indicazione: “In attuazione delle disposizioni di cui all’articolo 33 e al titolo V della parte II della Costituzione, ciascuna università opera ispirandosi a principi di autonomia e di responsabilità … il Ministero, nel rispetto della libertà di insegnamento e dell’autonomia delle università, indica obiettivi e indirizzi strategici per il sistema e le sue componenti…”. E all’art. 2, viene attribuita al rettore “la responsabilità del perseguimento delle finalità dell’università secondo criteri di qualità e nel rispetto dei principi di efficacia, efficienza, trasparenza e promozione del merito”. Il termine responsabilità torna anche nel codice etico, che prevede per tutti “l’accettazione di doveri e responsabilità nei confronti dell’istituzione di appartenenza”.

Ma al di là delle parole, l’impressione che si ha leggendo l’intero testo legislativo è che gli Atenei possono fare qualsiasi cosa in “autonomia” purché entro i limiti stabiliti dal Ministero. Se certi vincoli di bilancio non vengono ottemperati, cessa la responsabilità di assumere decisioni (per esempio riguardo l’assunzione di personale). Responsabilità e virtuosità forzate, direbbe qualcuno. Ma dove sta allora l’autonomia? E la Costituzione citata in premessa?

E’ come se i genitori dicessero ad un figlio adolescente “sei autonomo nelle tue scelte, ma se queste scelte vanno oltre i limiti che noi abbiamo deciso, non avrai più soldi”. Certo, l’adolescente può ribellarsi e andare via da casa, tentando di mantenersi per conto proprio in modo da perseguire le proprie scelte; ma questo non vale per gli atenei, almeno se il sistema complessivo resta quello attuale.

Una vera responsabilizzazione vorrebbe che ognuno prenda le decisioni in autonomia, rispondendo però delle conseguenze.

Esistono norme generali sui bilanci trasgredendo le quali si rischia il fallimento sul piano civile (e quindi la chiusura dell’attività) e sul piano penale la bancarotta fraudolenta. Perché il Consiglio d’Amministrazione di un ateneo dovrebbe essere diverso da quelli di tutte le altre aziende, cui peraltro si vuole che l’università assomigli? Perché ha bisogno di un tutore come i minorenni?

Su questa considerazione generale si innesta la responsabilità interna al governo degli atenei, e quindi la modalità di composizione e il funzionamento degli organismi che gli statuti propongono per l’esercizio dell’autonomia. Il rischio è che questi organismi siano tanto più deresponsabilizzati quanto più ricevono deleghe in bianco. E ciò vale a prescindere dai meccanismi di nomina o di rappresentanza dal basso, molto variegati nei diversi atenei (tab. 1).

Qual è il metodo migliore? Quello elettivo (contestato dal ministero come non rispondente alla norma: vedi ricorso MiUR contro lo statuto del Politecnico di Torino) o quello di nomina rettorale (pure ritenuto dal MiUR contrastante con la norma: vedi ricorso contro lo statuto di Catania) o quello misto, con commissioni che propongono e altri organismi che nominano scegliendo fra le proposte?

Non credo che il problema della responsabilità si risolva con la delega più o meno ‘rappresentativa’, considerata come segno di democrazia.

L’esperienza e la storia ci hanno insegnato che è percezione illusoria di democrazia, nella attribuzione di responsabilità riguardo i processi decisionali, quella che la identifica in ogni caso nella via esasperatamente ‘rappresentativa’. Ci possono essere pessime decisioni, o prolungate deleterie non-decisioni, da parte di organismi rappresentativi – vediamo tanti esempi al riguardo – mentre molti sistemi funzionano ottimamente prescindendo da essi, e senza scadere nell’autoritarismo o nella dittatura.

Viene percepita invece come democrazia realmente partecipativa quella che consente di monitorare e verificare costantemente le decisioni e gli effetti che ne derivano: merce purtroppo molto rara, nell’università e altrove, dove si usa eleggere tanto ma controllare gli eletti poco o solo in modo fittizio.

Chi dirige – pur ascoltando i pareri di tutti – deve assumersi la responsabilità delle decisioni, restando però sempre disponibile alla verifica reale su come questa responsabilità viene usata.

Dunque il dibattito penso vada indirizzato sui meccanismi di controllo degli organismi decisionali oltre (più?) che su quelli della loro scelta / designazione / elezione.

Ad esempio, la legge 240 già prevede che i due terzi del Senato accademico dopo due anni possano proporre al corpo elettorale di sfiduciare il rettore e con lui il Consiglio d’Amministrazione: potrebbero essere specificate negli statuti e nei regolamenti altre garanzie di controllo reale e periodico, specie riguardo gli organismi non elettivi, con pieno coinvolgimento di tutte le strutture di base.

La parola chiave di un vero rinnovamento degli atenei (e non solo…) è la responsabilità degli organismi, elettivi o nominati che siano. A tutti i livelli, dai consigli d’amministrazione ai dipartimenti. Per l’acquisizione di bidelli o bibliotecari e per i bandi di ricercatori e di docenti, per l’organizzazione dei servizi agli studenti e per la definizione dell’offerta formativa.

Si potrebbe prendere esempio da quanto esiste da tempo in altri paesi (ma perché delle esperienze altrui prendiamo solo quello che conviene, non quello che è utile?). Promuovere anzitutto la responsabilità finanziaria, come in altri sistemi già avviene: gli atenei ricevono fondi, dallo Stato e/o da privati o da organi sovranazionali, in base alla produttività, valutata con criteri oggettivi e predefiniti; e a cascata le strutture interne a ciascun ateneo vengono finanziate in base alla specifica produttività sia scientifica che didattica e organizzativa che i Nuclei di Valutazione definiscono nel modo più trasparente.

Per quanto riguarda i fondi statali, questo criterio è già inserito nelle norme vigenti, ma – a parte che se ne attende ancora l’applicazione: tra il dire e il fare… – la scarsità di risorse finanziarie complessive rischia di vanificarlo: se ciò che va ripartito è prossimo a zero, le differenze meritocratiche tendono ad essere annullate e parallelamente scema l’interesse delle strutture alla qualità: per quel poco che riceverebbero in più o in meno non vale la pena di rinunciare alla ‘clientela’ per affermare il merito. Senza contare che proprio quegli atenei che non sono finanziati dallo stato – università private, telematiche – non avrebbero alcun interesse in quanto il criterio non potrebbe valere per loro, che i soldi devono procurarseli ‘altrimenti’ (e questo ‘altrimenti’ può comportare lo scambio di procedure clientelari, senza alcun riguardo per la qualità).

La responsabilità finanziaria è motivante quando rischia di toccare le tasche dei singoli docenti che fanno parte della struttura dove si assume una decisione ‘responsabile’, ad esempio in ordine alle assunzioni di personale: se si stabilisse che una parte dello stipendio, come indennità aggiuntiva, è variabile in base alla valutazione scientifica e didattica delle strutture – ben vengano a questo punto i criteri predefiniti, purché semplici e chiari – a nessuno converrebbe assumere asini o fannulloni solo perché vantano altri ‘meriti’ non proprio scientifici o di competenza didattica, né converrebbe consentire che altri lo facciano. Si creerebbe un controllo dal basso, garantito il quale la cooptazione di nuove leve potrebbe essere resa veramente autonoma e trasparente al tempo stesso, senza bisogno di mascherarla con complicate procedure la cui funzione è di ‘purificare’ la cooptazione con complicate e pseudo-rigorose valutazioni più o meno quantitative.

E, in generale, si assicurerebbe l’interesse di tutti a che il proprio ateneo regoli le proprie finanze, non accumuli passivi, non finisca in una bancarotta che si ripercuoterebbe sui propri stipendi. Quali migliori motivazioni ad un controllo effettivo e continuo sugli amministratori, affinché nessuno, cercando tornaconti di parte, metta in pericolo il buon andamento delle sostanze collettive? Come nella migliore cooperazione, dove tutti i soci sentono di avere (e possono realmente avere) una responsabilità nel funzionamento della struttura comune, perché il buon funzionamento è interesse di tutti e di ciascuno.

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