«Aboliamo le tasse universitarie»: questa proposta di Liberi e Uguali, twittata da Pietro Grasso ha innescato una vivace discussione. Costa davvero 1,6 miliardi? E, soprattutto, ha senso oppure è un provvedimento velleitario di cui non abbiamo bisogno e, magari, persino dannoso? Lo scopo di questo post è quello di mettere a disposizione dei nostri lettori un po’ di dati e di comparazioni internazionali in modo da poter affrontare la discussione con un minimo di cognizione di causa. Prenderemo le mosse dal “Gioco dei quattro cantoni” che ci aiuterà a capire in che misura l’Italia può dirsi “un paese per studenti”. Poi ci faremo altre domande. L’università italiana è davvero “quasi gratuita”, come ha detto anche Vincenzo Visco, compagno di partito di Grasso? In quante e in quali nazioni europee le tasse universitarie non si pagano? E, insieme a Francesco Giavazzi, ci domanderemo: «Siamo sicuri che questo paese abbia bisogno di più laureati?». Sarà l’OCSE che ci aiuterà a rispondere, mentre Alma Laurea ci dirà se è proprio vero che «Meno studi più trovi lavoro».

 

1. Il gioco dei quattro cantoni

Il nostro punto di partenza sarà quello che chiameremo il “gioco dei quattro cantoni”. Il nome ci è venuto in mente, esaminando il seguente grafico cartesiano.

Il grafico, che abbiamo preso dal rapporto Eurydice, 2017 (National Student Fee and Support Systems in European Higher Education), ha una sua lunga storia: per anni è stato usato nel Rapporto OCSE Education at a Glance per mettere a confronto le misure di sostegno al diritto allo studio. Da un paio di anni, è scomparso dal rapporto OCSE, ma ha fatto la sua ricomparsa nel già citato Rapporto Eurydice della Commissione Europea. Con la significativa aggiunta di una suddivisione in quattro cantoni, etichettati con le lettere A, B, C, D:

  • A: in questa regione del grafico si trovano le nazioni in cui la maggioranza degli studenti è esentata dalle tasse universitarie e più della metà beneficia di “grants” (borse di studio);
  • B: maggioranza esentata dalle tasse ma solo una minoranza beneficia di grants;
  • C: minoranza esentata dalle tasse e solo una minoranza beneficia di grants;
  • D: minoranza esentata dalle tasse, ma la magggioranza beneficia di grants.

Come osservato nel rapporto, questa divisione in quattro cantoni ha delle ovvie limitazioni. Non tiene conto dell’accesso a prestiti agli studenti (particolarmente rilevanti in Inghilterra) e non tiene conto dell’ammontare delle tasse e dei grant. Ciò nonostante, il grafico è ritenuto abbastanza significativo da poter essere usato per identificare quattro diverse politiche universitarie, che corrispondono appunto ai nostri quattro cantoni.

Cosa si può dire del Cantone A?

In countries following this policy approach, the public budget covers the student higher education fees. […] This approach indicates significant investment from the public budget in supporting student participation in higher education and provides students with a high level of economic independence. Denmark, Malta, Sweden, Finland and the United Kingdom (Scotland) take this approach.

Più o meno scherzosamente, potremmo dire che questo cantone è il Paradiso degli studenti universitari.

Ma l’Italia dove si trova? Beh, si trova nella regione opposta, il Cantone C.

In the French Community of Belgium, France, Spain, Ireland and Italy, some financially disadvantaged students are exempted from paying fees, and are also eligible for need-based grants. […] In most countries in this group, less than a third of students obtain need-based grants. The low availability of grants tends to make students dependent on family financial support or work. It may also make access to higher education difficult, particularly for disadvantaged students. The United Kingdom (England) used to combine grants and loans. However, since 2016/17, student support has switched exclusively to loans.

Abbiamo qualche buona ragione per dire che il Cantone C è l’Inferno degli studenti universitari. Un contesto che tende a rendere problematico l’accesso all’istruzione universitaria, soprattutto per chi proviene da famiglie svantaggiate. E noi ci siamo dentro, anche se i recenti provvedimenti sulla no-tax area e qualche maggiore fondo destinato alle borse di studio dovrebbero aiutarci ad allontanarci un po’ dall’angolo maledetto.

In conclusione, il gioco dei quattro cantoni ci aiuta a comprendere che il detto “non è un paese per studenti universitari” si addice a diverse nazioni, tra cui anche l’Italia.

2. «La nostra università è gratuita». Davvero?

Sappiamo già che non tutti saranno d’accordo con la conclusione che abbiamo tratto dal gioco dei quattro cantoni. Infatti, non abbiamo preso in considerazione un dettaglio per niente irrilevante, ovvero l’ammontare delle tasse universitarie. Molti italiani, tra cui i lettori del Corriere della Sera, hanno sempre sentito dire che la nostra è un’università “quasi gratuita” (Francesco Giavazzi,  24.10.2010) o, anzi, che “è gratuita” (Roger Abravanel, Corriere della Sera, 5.5.2015). L’università gratuita appartiene alla categoria delle fake news belle e buone (basta leggere le cifre sui MAV). Rimane però il dubbio che da noi si paghi poco, a confronto con gli altri paesi europei.

Vediamo cosa dice il rapporto Eurydice riguardo all’ammontare “tipico” (most common) delle tasse pagate nelle diverse nazioni.

Solo in Inghilterra e Galles si paga più di 5.000 € all’anno. Tra 3.000 e 5.000 €, troviamo l’Irlanda del Nord. L’Italia è nel gruppo che fa pagare tasse nell’intervallo 1.000-3.000 €. Nella maggior parte delle nazioni europee le tasse tipiche sono inferiori a 1.000 € e in molti casi, persino gratuite (Cipro, Grecia, Germania, Danimarca, Scozia, Svezia, Norvegia, Finlandia).

Facciamo un’ulteriore verifica, consultando il Rapporto OCSE Education at a Glance 2017.

Se ci concentriamo sulle istituzioni pubbliche (losanghe azzurre), vediamo che sono ben poche le nazioni europee che fanno pagare (in media) tasse universitarie maggiori di quelle italiane (per semplicità trascuriamo la Lettonia, per le cui istituzioni pubbliche la Tabella B5.1 non fornisce la media ma un intervallo 1.010-4.344 USD a parità di potere di acquisto). Il discorso cambierebbe se ci paragoniamo a nazioni extrauropee in cui è vigore il sistema dei prestiti agli studenti, come negli Stati Uniti.

Ma, se ci limitiamo all’Europa, per pagare più tasse che in Italia bisogna trovarsi in una di queste nazioni

  • Regno Unito (Scozia esclusa)
  • Paesi Bassi
  • Spagna

Nelle altre nazioni europee, si paga meno che da noi. A fronte di questi numeri, anche l’università “quasi gratuita” rientra nel novero delle fake news.

3. «Siamo sicuri che questo paese abbia bisogno di più laureati?»

A porsi la fatidica domanda era Francesco Giavazzi nel 2012. Prima di rispondere, cerchiamo di capire quanti sono i laureati.

Dalla tabella e dal grafico si vede che l’Italia è penultima. Nel 2015 eravamo diventati ultimi dopo il sorpasso operato ai nostri danni da Cile e Turchia. Poi, è entrato il Messico e siamo “risaliti” al secondo posto … dal fondo.

3. Non abbiamo bisogno di più studenti, ma di più laureati

Ok, siamo penultimi nell’OCSE come percentuale di laureati. Però, non è detto che sia un bene incoraggiare più giovani a iscriversi all’università. È noto che la nostra università è un colabrodo che perde un sacco di studenti a causa degli abbandoni. Non vogliamo farci raggiungere e superare anche dal Messico nella classifica della percentuale di laureati? Anche parità di iscritti, non è che ci basta ridurre gli abbandoni?

Per rispondere, andiamo a controllare i tassi di ingresso nell’università. Il primo grafico si riferisce al totale della popolazione, il secondo alla popolazione sotto i 25 anni.Niente da fare. Se non aumentano i tassi di ingresso, l’idea di una grande rimonta nella percentuale di laureati appare velleitaria. Ridurre gli abbandoni è doveroso, ma non basta.

4. Perché laurearsi se “meno studi e più trovi lavoro”?

“«Meno studi e più trovi lavoro»? Il mercato conferma”: questo è quello che si leggeva sul Corriere ai tempi della riforma Gelmini. Ma è vero? Per rispondere, consultiamo la XIX Indagine AlmaLaurea sulla Condizione occupazionale dei Laureati.

La crisi ha colpito duro ovunque, ma i laureati sono decisamente quelli che se la sono cavata meno peggio. Anche per le retribuzioni,  la laurea non è ininfluente (p. 25):

Il conseguimento di un titolo di studio più elevato, oltre ad aumentare le chance occupazionali, innalza anche le retribuzioni (OECD, 2016). Il confronto realizzato lungo un ampio arco della vita lavorativa (25-64 anni) mostra che, posta pari a 100 la retribuzione di un diplomato italiano di scuola secondaria superiore, in media un laureato percepisce 142, mentre un adulto in possesso di un titolo inferiore al diploma “solo” 86. Certo, il premio salariale della laurea rispetto al diploma, in Italia, non è elevato come in altri Paesi europei (152 per l’EU22, 158 per la Germania e 148 per la Gran Bretagna), ma è comunque apprezzabile e significativo e, peraltro, simile a quello rilevato in Francia, pari a 1412.

5. Ma bastano 1,6 MLD per abolire le tasse universitarie?

Per rispondere, andiamo a verificare a quanto ammontano le entrate degli atenei provenienti dalla contribuzione degli studenti. La seguente tabella è tratta dall’edizione 2016 del Rapporto biennale sullo stato del sistema universitario e della ricerca, curato dall’Anvur.

Le entrate contributive sono quelle “relative ai corsi di laurea – vecchio e nuovo ordinamento, Master di I e II livello, Dottorati, scuole di specializzazione e perfezionamento“. Quanto varrà il totale delle entrate provenienti dalle tasse pagate per i corsi di laurea? Bisognerebbe prendere 1,8 miliardi complessivi e sottrarre le entrate relative a Master di I e II livello, Dottorati, scuole di specializzazione e perfezionamento. Mancando questi dati, la cifra di 1,6 miliardi del tweet di Grasso appare discretamente verosimile, almeno come prima approssimazione.

5. Conclusioni

Non abbiamo la pretesa di dire se l’abolizione proposta da Pietro Grasso sia l’unica scelta possibile o se sia la più giusta. Crediamo, però, che sia doveroso aprire un dibattito sul diritto allo studio e che non lo si possa fare senza prendere atto dei numeri e dei confronti internazionali.

Un possibile dubbio sulla sostenibilità della proposta riguarda la capacità del sistema universitario di sostenere adeguatamente il più che verosimile incremento del numero di iscritti. Una capacità messa a dura prova da anni di tagli che hanno inciso su un sistema già sottofinanziato. Da questo punto di vista, l’abolizione delle tasse dovrebbe essere accompagnata da un adeguato rifinanziamento degli atenei.

Questo significa che il costo reale dell’operazione potrebbe essere decisamente maggiore degli 1,6 miliardi citati da Pietro Grasso. Un problema cui si potrebbe ovviare investendo quanto necessario.

Se ciò non fosse possibile, si potrebbe ripiegare su una significativa riduzione delle tasse (soprattutto per le fasce economicamente più deboli) accompagnata da interventi di potenziamento delle strutture (residenze, mense) e dell’offerta didattico-scientifica degli atenei (docenza, aule, laboratori didattici e di ricerca).

 

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47 Commenti

  1. Alla faccia della Libertà e dell’Uguaglianza. Ma questi di LeU sono proprio fuori strada e fuori pianeta. Si incamminano sui sentieri della peggiore sinistra. Da ricordare che sono gli stessi che dentro il PD hanno approvato la Buona scuola e il Jobs Act.

  2. Francamente sarei moderatamente contrario. Abolire i costi dell’istruzione significa creare parcheggi. Di certo occorre ridurre il costo delle tasse universitarie e la scempiaggine di penalizzare gli studenti fuori corso lavoratori. Il punto è che l’articolo rigoroso ed efficace non affronta la questione assolutamente rilevante: il costo dei libri (e ahimé delle fotocopie). In Inghilterra sin dal liceo le biblioteche offrono un servizio pubblico di altissimo livello sicché i libri non vanno comprati: debbono essere letti in biblioteca. Una famosa Sixth Form di Cambridge scrive nella sua offerta formativa: vi chiediamo di acquistare sol il manuale di letteratura inglese perché è per sempre e per tutta la vostra famiglia. Oggi la gestione Franceschini (si veda il caso della biblioteca di storia dell’arte di Palazzo Venezia a Roma http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/11/16/news/roma_palazzo_venezia_sos_libri_la_biblioteca_d_arte_trasloca_e_rischia_di_sparire-181231129/) penalizza le biblioteche. Allora: riduciamo pure le tasse universitarie, aboliamo gli indicatori ISEE che privilegiano gli evasori fiscali, MA aumentiamo i contributi alle biblioteche del territorio e delle università. Piero Morpurgo

    • Le Università inglesi che sono sovvenzionate da privati/donatori non possono essere paragonate alle nostre …
      Manterrei le tasse universitarie per chi può permettersele (vi sono indicatori che chiariscono chi non ha necessità di sovvenzioni), incentiverei donazioni anche per il sostegno a studenti meritevoli, e per l’adeguamento delle risorse…
      Oltre che libri sono necessari luoghi dove possano esser letti…
      Continuo a ritenere che questa sia una trovata, ma il governo debba investire massicciamente nel potenziamento delle strutture e nella loro dotazione di strumenti didattici anche di auto-formazione, mentre individuerei i casi di studenti che meritano attenzione perché svantaggiati dal punto di vista economico, ma dotati di grandi possibilità intellettuali.

  3. Non ne faccio una questione sociale, finanziaria o politica, ma mi pare di assistere al secondo atto della rappresentazione “La Distruzione dell’Università Pubblica”, sottotitolo “Come dare tutto il potere al Ministro”.
    Il primo atto ebbe come sceneggiatori gli onorevoli Tremonti e Gelmini, che, con la scusa del merito, diedero la prima spallata a base di SUA, TUA e MIA.
    Il secondo atto va in scena oggi con la regia del senatore Grasso, che, con la scusa di fare qualcosa di sinistra (sinistra??), toglie ogni possibilità di manovra agli Atenei, concentrando nelle mani del Ministro circa il 90% (forse anche oltre?) del bilancio degli Atenei stessi.
    .
    A margine, mi piacerebbe ricevere il parere tecnico scientifico dei numerosi costituzionalisti presenti su Roars chiedendo se far pagare le tasse uguali a tutti cittadini (se nessuno paga nessuna tassa tutti pagano la stessa tassa!) sia coerente con l’art. 53 di un certo documento, che troppo spesso viene calpestato da tentativi spesso populistici di fare una riforma.

    • Articolo 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Le tasse sono progressive con il reddito ma è vero, ed è questo IL problema, che negli ultimi decenni, il sistema fiscale italiano è andato trasformandosi: da improntato al principio di progressività a ispirato a una tendenziale proporzionalità.

    • il sistema attuale delle tasse universitarie è progeressivo, in accordo con il sacrosanto principio sancito dalla Costituzione. Una abolizione delle tasse uguale per tutti assomigla alle flat tax della destra, non capisco come possa essere sostenuta da chi si dichiara di sinistra. Il problema principale resta poi il finanziamento adeguato all’università e alla ricerca, una università stracciona per tutti diventerebbe una università stracciona per chi non può permettersi di meglio, andando a studiare all’estero o alle università private. Un regalo ai privati o ad altri paesi dei nostri buoni studenti non bisognosi che oggi frequentano, insieme a quelli più bisognosi, le università pubbliche.

    • Siamo sempre là. Mancano i fondamentali. Tipo la distinzione (in italiano) tra imposte e tasse. Suggerirei di leggere almeno questo: https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4217

      Meno grave in un commento qui su roars, che quando detto da un ministro (Calenda): che l’abolizione delle tasse universitarie è trumpiana. (Dove appunto si scambia l’abbattimento delle imposte caro alla destra liberista, con l’abolizione di una tassa -che invece fa riferimento a “sinistra”)

  4. Il ministro Calenda e altri hanno detto oggi che rendere gratuita l’Università sarebbe un “regalo ai ricchi”. Uno strano modo di stravolgere completamente i dati del reale. Fare l’università è troppo costoso per la classe media in dissoluzione, mentre ha un costo indifferente per le famiglie abbienti, nonostante la progressività delle tasse d’iscrizione in base al reddito. Peraltro, i veri abbienti mandano (non da ora) i figli a studiare all’estero; anzi, spesso s’incomincia con la scuola tedesca o il liceo francese già a livello di scuola secondaria. Credere che le tasse universitarie siano giuste perché così si fa pagare qualcosa ai ricchi è un’idea quasi commovente per la sua ingenuità. Ma forse per “ricco” ormai s’intende qualcosa d’altro dal passato (stipendi sopra i 2500 euro mensili?)

    • L’argomento secondo cui ogni investimento pubblico per rendere la cultura accessibile costringe i poveri a pagare per qualcosa di cui fruiranno i ricchi è stato usato anche contro la scienza aperta.

      Indipendentemente dalle questioni di fatto, mi sembra che una simile opinione si fondi su un (inconsapevole?) pregiudizio classista: i poveri sono ignoranti per natura e dunque non sarebbero in grado di studiare perfino se avessero occasione di farlo gratis. Perché, dunque, farli partecipare al finanziamento di servizi dei quali, in quanto poveri, non potranno mai trarre profitto?

    • @porciani
      una osservazione sacrosanta la tua. Mi riferisco al fatto che le classi abbienti da decenni mandano i figlia ll’estero. Molti anche della vechia guardia della sx (veltroni d’alema etc). per non parlare dei liberal. Risultato questi cervelli andati all’estero dovrebbero tornare in Italia in posizioni apicali: unipubblica premia chi si fa il c..o dentro. Conclusione ..parentopoli, i cervelli migliori stanno all’estero etc. Ovviamemte non rappresenta tutto il tema ma è sicuramente a mio parere correlato.
      Grazie roars

  5. Al di là del far pagare o meno le tasse ai benestanti, è la prima volta, da decenni, che un partito pone il diritto allo studio tra i punti centrali del programma politico. Si tratta di un bel segnale, agli antipodi dell’oscurantismo Berluscorenziano.

  6. Alcune riflessioni dal punto di vista dei più giovani:

    ______________
    https://ipettirossi.wordpress.com/2018/01/08/luniversita-la-crisi-e-la-cultura-politica/

    È giusto comunque fare una nota: è impossibile non legare la questione delle tasse (o meglio contribuzioni perché di questo si tratta, non di vere e proprie tasse) con la questione del numero chiuso, degli investimenti fatti nell’Università in termini di Ricerca e Sviluppo, luoghi fisici e burocrazia. La prima critica che viene fatta è infatti: dove si prendono allora i soldi per l’Università?

    Riprendo in prima battuta le parole di Claudio Riccio, già coordinatore della Rete della Conoscenza, promotrice della proposta da tempo:
    “Abolire le tasse universitarie costerebbe 1,6 miliardi €. Una cifra importante, ma ben distante dai quasi 20 miliardi di sgravi alle imprese regalati in questi anni dai governi Renzi e Gentiloni o dai 9 miliardi degli 80 euro. Ovviamente altre risorse serviranno sul potenziamento del diritto allo studio e sulla qualità della formazione e della ricerca.”

    • Interessante anche il punto di vista di questo utente di Reddit: la proposta Grasso…

      “…serve a ricordare che l’università è una possibilità uguale per tutti. Non mi interessa che lavoro fa tuo padre o tua madre. Non mi interessa da dove arrivi, è una scelta tua, non deve dipendere né dalle disponibilità economiche né da una mediazione con i tuoi genitori, almeno dal punto di vista finanziario.

      Inoltre renderebbe tutto estremamente più semplice. Nella mia esperienza, prendere le borse di studio è sempre stata una corsa ad ostacoli burocratica. Si risparmierebbe una quantità di lavoro inutile sia per chi fa domanda, che per chi le valuta e controlla.”

      Perché stigmatizzare i giovani come “bamboccioni” ma trattarli come figli di famiglia quando cercano di iscriversi all’università?

    • Aggiungo al punto di vista riportato da Pievatolo: nell’improbabile eventualità che in Parlamento qualcuno voti contro la misura per via del regalo ai figli di papà, basterà alzare contestualmente di uno o due punti percentuali l’imposta di successione per annullare tale effetto.

  7. In linea di principio proposta assolutamente condivisibile, peccato che si tratti di mera propaganda elettorale estremamente superficiale, poichè non parla di numero chiuso, finanziamento all’università etc., come fatto notare da altri.
    Avrei un’altra proposta: perchè, ad esempio, non “premiare” le università che abbassano le tasse, anzichè punirle, come è stato fatto finora?


  8. ______________________
    Angelo Romano firma su Valigia Blu un lungo e approfondito articolo, ricco di dati nel quale ci cita, riporta alcuni dei dati già presentati in questo post e li arricchisce con altro materiale, soprattutto del Report Eurydice. Questa la conclusione:
    ______________________
    Anche se i recenti provvedimenti sulla “no tax area” miglioreranno le condizioni di accesso all’istruzione universitaria, guardando le esperienze degli altri Stati, l’Italia è ancora tra i paesi peggiori d’Europa per tasse universitarie e fondi destinati alle borse di studio. Con tasse universitarie che oscillano tra i mille e i 3mila euro l’anno, pagate dal 90% della popolazione studentesca e il basso numero di borse erogate (solo 9 studenti su 100 riescono ad averne diritto), il nostro paese è stato inserito da Eurydice in quello che Roars ha definito “l’Inferno degli studenti universitari”, dove l’università si paga e la devono pagare tutti. Con la “no tax area”, che prevede l’esenzione totale per quelle famiglie che hanno un indicatore patrimoniale non superiore ai 13mila euro (per alcune università, 15mila), la percentuale di studenti chiamati a pagare l’istruzione universitaria scende dal 90% a un presumibile 66%. Di questo, un ulteriore 33% potrebbe usufruire di una riduzione delle tasse, ancora poco rispetto a un’esenzione che riguardi quasi tutti, anche i cosiddetti ceti medi e non solo quelli medio-bassi, considerato che tra i costi universitari rientrano anche quelli relativi, ad esempio, alla didattica e all’alloggio. Ovviamente l’esperienza di ogni paese va valutata rispetto al relativo contesto sociale ed economico (quanti fondi vengono destinati all’istruzione, all’università e alla ricerca? Come funziona il sistema di welfare? Quali sono le misure adottate per rendere sostenibile l’abolizione delle tasse e il finanziamento di borse di studio?), ma siamo ancora lontani da esperienze come quella norvegese, che sta incrementando il sostegno agli studenti in modo che entro il 2020 possano concentrarsi a tempo pieno negli studi, o di quegli Stati che adottano sovvenzioni universali (estese cioè a tutti e non a figure specifiche, in base al reddito, alle condizioni patrimoniali e socio-economiche) per mettere gli studenti in condizione di indipendenza economica. Quella di Grasso è una delle soluzioni in campo, le sue parole hanno avuto sicuramente il merito di porre l’attenzione sul diritto allo studio e sulle condizioni del fare l’università in Italia e all’estero.

    https://www.valigiablu.it/italia-europa-tasse-universita/
    Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it


  9. ________________________

    Anche Roberto Ciccarelli sul Manifesto cita Roars.
    ________________________
    La campagna elettorale entra nell’università: è scontro sulle tasse

    Il caso. Polemiche sull’abolizione proposta da Pietro Grasso (Liberi e Uguali) Renzi: «Favore a ricchi e fuori corso». Calenda: «È trumpiana». Il taglio costerebbe 1,7 miliardi di euro. E si parla anche di rifinanziare gli atenei e il diritto allo studio

    https://ilmanifesto.it/la-campagna-elettorale-entra-nelluniversita-e-scontro-sulle-tasse/

  10. La proposta è interessante, prima di tutto perché porta in primo piano l’idea che sia necessario al nostro Paese allargare la platea delle persone con una formazione universitaria. E questo è quasi rivoluzionario di questi tempi (sic!).

    Ciò detto, volendo investire 1,6 miliardi aggiuntivi sull’Università, sarebbe secondo me più utile, per permettere ai meno abbienti di considerare la scelta universitaria come un’opzione concreta, investire almeno in parte questi soldi per abbassare significativamente il vero costo di un universitario per una famiglia, ossia la vita quotidiana (affitto, mezzi di trasporto, etc.) che è oggi a carico totale della famiglia di origine nella stragrande maggioranza dei casi. Quindi lasciare il pagamento delle tasse per gli studenti delle fasce di reddito maggiori, e permettere a quelli delle fasce più basse di usufruire, oltre all’esenzione dalle tasse, di un contributo/incentivo in forma di borsa di studio, soggetta a rinnovo solo in caso di “buona condotta” universitaria (cioè un minimo di CFU superati in un A.A.). Questo eliminerebbe pure il rischio “parcheggio” paventato da alcuni. Naturalmente il diavolo è nei dettagli (quale soglia di reddito per l’esenzione? e quale per il contributo aggiuntivo ?) e ci sono i soliti problemi legati al fatto che in Italia ad avere redditi dichiarati bassi spesso non sono affatto i meno abbienti… Ma se ci si lavorasse in modo un po’ meno semplicistico di come l’ha posta Grasso, questa idea non mi sembra affatto male….

  11. Mi sembra una proposta del tutto strampalata se non cambia anche il concetto di esame dell’università italiana. Niente più tasse. Ma iniziamo a pretendere che se gli studenti non superano un esame dopo un certo numero di volte sono fuori. L’università è un diritto che deve essere usufruito non a tempo indeterminato.

    • qualcuno non riesce proprio a capire il significato di questo grafico e quali priorità ne derivino. Eppure, non mi sembra tanto difficile. Scommetto che lo capirebbero subito anche gli studenti che passano il mio esame di analisi dei dati al terzo o al quarto tentativo. Come fa ad esigere “lacrime e sangue” uno che fatica ad afferrare cose molto più facili di quelle che gli studenti devono capire per superare gli esami? Se dovessi esaminarli io, certi commentatori sarebbero i primi a “essere fuori” per non aver raggiunto la sufficienza. Un po’ di tolleranza, suvvia, soprattutto, se non siete delle cime (come si desume dal livello dei commenti). Mi torna anche in mente un famoso detto di Ricucci.

    • Se gli studenti non si dovessero più considerare come clienti, bensì come giovani concittadini sulla cui formazione abbiamo scelto di investire, potremmo esaminarli – e perfino bocciarli – seriamente e responsabilmente per ragioni di scienza e non di marketing, senza bisogno di troppe ipertrofie regolamentari.

    • Veramente il mio commento non era riferito all’età media dei nostri laureati o degli abbandoni. Intendevo semplicemente dire che se offriamo una risorsa gratuitamente ci deve anche essere la consapevolezza che non ne puoi usufruire a tempo indeterminato. Per il resto ben vengano persone di qualunque età all’università. Oltre ad avere un grande bisogno di laureati abbiamo bisogno più in generale di contrastare l’analfabetismo di ritorno.

    • @giuseppe de nicolao
      Trovo i toni della risposta a @epsy un po’ sopra le righe: epsy non pretende di passare il suo esame di analisi dei dati al primo tentativo e forse sarebbe anche disposto a rinunciare ad una laurea in “analisi dei dati” o ad essere mantenuto all’università pubblica finchè non passa l’esame di “analisi dei dati”. Questo lei non lo sa. Se gli avesse spiegato senza sarcasmo le ragioni della sua soggettiva interpretazione avremmo potuto godere di altro stile. E’ vero che manca la materia prima per fare selezione (se mi è permessa questa personale interpretazione dei dati) ma è anche vero che non possiamo permetterci che persone che non hanno particolarmente sviluppate alcune intelligenze (sociali o logiche o musicali o cinestesiche) possano insistere su argomenti a loro inadeguati. Altrimenti può succedere che un bravo matematico insista inutilmente con le scienze politiche o con la psicologia della personalità e dei rapporti interpersonali; o viceversa, naturalmente.

  12. @tutti:
    A che serve prendere una laurea,
    se poi, per i concorsi pubblici,
    SI DEVE STUDIARE ALL’INFINITO?
    PERCHE’ SI DEVE STUDIARE EX NOVO TUTTO O QUASI?
    E’ uscito un nuovo concorso per BANKITALIA,
    Ci sono 1.500 materie da studiare,
    è come se si dovessero prendere 2 lauree in circa 1 anno (tempo necessario per il concorso)!!!!!!!!!!
    ecco il link dello scandalo:
    https://www.bancaditalia.it/chi-siamo/lavorare-bi/informazioni-concorsi/2018/bando-211217/Bando_76_Esperti.pdf
    per i diversi profili e per le diverse materie leggere da pag. 10 in poi.
    Che senso ha tutto questo?
    NB: Ovviamente il titolo di DOTTORE DI RICERCA non viene neppure menzionato, figuriamoci, secondo me neppure sanno che esiste.

  13. Se lo scopo della proposta di sopprimere le tasse universitarie è quello di aumentare il numero dei laureati, aprendo maggiormente gli studi superiori agli studenti privi di mezzi, allora bisognerebbe giudicare il provvedimento paragonandolo ad altre iniziative che sembrerebbero più efficaci e meno costose. Ad esempio si potrebbe :
    23. Potenziare il finanziamento del diritto allo studio ed eliminare in tempi rapidi la figura dell’idoneo non borsista, offrendo una borsa di studio all’intera popolazione degli idonei (specialmente nel Sud). Prevedere che le esenzioni [dalle tasse] siano a carico dei fondi nazionali per il diritto allo studio e che la minore capacità contributiva sia compensata da opportuni correttivi.
    24. Riequilibrare le disparità tra territori ridefinendo la normativa sul diritto allo studio al fine di offrire analoghe opportunità a tutti i capaci e meritevoli, indipendentemente dalla loro residenza.
    25. Stabilire regole chiare che definiscano la figura dello studente a tempo pieno e quella dello studente a tempo definito così da regolarizzare la durata dei corsi di studio, ridurre il numero dei “fuori corso” e al contempo definire politiche di tassazione differenziata.
    26. Definire i requisiti di accesso ai singoli corsi di laurea sulla base della preparazione scolastica acquisita e istituire un “semestre o anno base” integrativo (e aggiuntivo) finalizzato all’acquisizione delle competenze necessarie per l’ottimale fruizione del corso di laurea prescelto.

    Oops! Ho sbagliato il “copia e incolla”, queste sono proposte della TRELLE ! Devono quindi essere decisamente di destra! Viva allora l’abolizione delle tasse universitarie. Dopo tutto ho ben tre nipoti studenti universitarie.

  14. Forse per l’uguaglianza nelle opportunità educative sarebbe più efficace un aumento dei posti per i bambini negli asili nido e una diminuzione o abolizione delle rette. Questo probabilmente favorirebbe anche il tasso di natalità in Italia, che ci dovrebbe preoccupare più di quello dei laureati (una parte dei quali, non dimentichiamolo, non riesce a scrivere e neppure a concepire una tesi se non come sequenza di copia e incolla). E’ un peccato che Grasso abbia lasciato questo tema alla destra.

    • AnnaEmiliaBerti: “il tasso di natalità in Italia, che ci dovrebbe preoccupare più di quello dei laureati (una parte dei quali, non dimentichiamolo, non riesce a scrivere e neppure a concepire una tesi se non come sequenza di copia e incolla”
      __________________
      Che l’abitudine al copia e incolla costituisca un problema è tutto da dimostrare. Se lo fosse, non sarebbe possibile farne uso per superare la selezione per diventare consigliere Anvur e tanto meno per diventare presidente (210mila euro annui) dell’agenzia che deve tenere sotto controllo la qualità di tutta la ricerca italiana.
      https://www.roars.it/online/sbatti-lanvur-in-prima-pagina-il-copia-incolla-di-miccoli-nel-mirino-di-corriere-fq-e-repubblica/
      Che nei documenti presentati per una selezione pubblica un po’ di copia e incolla non sia un problema lo ha ribadito anche Andrea Graziosi, ex-presidente dell’Anvur: «i plagi si fanno negli articoli scientifici pubblicati. Il documento in questione è privato, non è una pubblicazione scientifica».
      https://www.roars.it/online/graziosi-assolve-miccoli-il-documento-e-privato-i-plagi-si-fanno-negli-articoli-scientifici/
      E anche Pietro Petrini (Direttore IMT Lucca), riferendosi alla tesi di dottorato del Ministro Madia, aveva spiegato che «In una piccola parte dei casi le fonti non sono indicate nel testo ma nella bibliografia. Una prassi comune all’epoca, quando in Italia non c’erano software antiplagio […] è un dettaglio”. Insomma, bastava non farsi pizzicare troppo platealmente.
      Si possono imputare tanti difetti ai nostri laureati, ma recriminare sul copia e incolla sembra veramente fuori luogo. Se lo facessimo, non potremmo accettare che al vertice dell’agenzia di valutazione o sulla poltrona di ministro siedano persone che vi hanno fatto ricorso. In realtà, non c’è nessun problema, tanto è vero che un collega di Bologna, avendo preso atto che per i docenti il plagio è impunito, ha tratto le debite conclusioni, concedendo “licenza di plagio” anche ai suoi studenti.


      https://www.roars.it/online/licenza-di-copiare-perche-gli-studenti-no-e-i-consiglieri-anvur-si/

  15. 1) Scandalo dei professori di tributario,
    NESSUNA proposta per riforma ASN o simili.
    2) Scandalo per il concorso in preparazione alla magistratura,
    NESSUNA proposta per una possibile riforma del concorso.
    3) Nessuno che si lamentava per le tasse universitarie,
    proposta per eliminazione o riduzione tasse universitarie.
    Ma è possibile che le promesse o proposte siano sempre per le cose non urgenti?
    Ma è possibile che la politica non ne indovini mai una?
    Ma cosa hanno fumato i politici?
    Ma cosa hanno bevuto?
    Ma cosa hanno nella loro coscienza?
    Ma hanno una coscienza?
    Ma riescono a percepire le urgenze o
    percepiscono solo il vile danaro?
    Mi stupisce che il dibattito su questo sito vada dietro ad alcune amenità pre-elettorali.
    Su la testa!
    Parliamo di cose urgenti, non delle tasse universitarie, delle quali nessuno sentiva il bisogno di parlare!!!!!!!!!!

  16. Ci tengo a precisare che quando mi riferisco ai “politici”, mi riferisco “a tutti i politici italiani”, che con le loro azioni, con le loro omissioni
    con i loro silenzi interessati
    non risolvono i problemi del reclutamento nel settore pubblico, anche universitario,
    e non a un politico in particolare.

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