L’ANVUR sta forzando le maglie del D.M. Criteri e Parametri?

Ieri tra le FAQ dell’ANVUR sono apparse delle nuove spiegazioni [improvvisamente scomparse dopo meno di 24 ore] relative alla normalizzazione dell’h-index. Ricordiamo che per i cosiddetti “settori bibliometrici”, il conseguimento delle abilitazioni scientifiche è subordinato al superamento di alcune soglie bibliometriche definite come la mediana di opportuni indicatori valutati nella fascia di docenza per cui si chiede l’abilitazione. Uno di questi indicatori è l’h-index normalizzato per l’età accademica. Fino ad oggi, si riteneva che tale normalizzazione consistesse nel dividere l’h-index per l’età accademica del ricercatore, intesa come periodo trascorso a partire dalla prima pubblicazione caricata sul sito docente. Tale normalizzazione è nota nella letteratura sotto il nome di m-index.

A sorpresa, l’ANVUR abbandona l’m-index e scodella una pozione bibliometrica che, a prima vista, sembra del tutto inedita. La motivazione (vedi figura) è che per i ricercatori con pochi anni di carriera, l’m-index “amplifica differenze casuali tra individui nei primi anni di carriera”. In realtà, qualsiasi misura bibliometrica è esposta a componenti casuali, soprattutto per brevi periodi di osservazione e questa è una delle ragioni che sconsigliano l’uso automatico  e rigido di criteri bibliometrici per la valutazione individuale di ricercatori e articoli.

Nell’intento dichiarato di superare il problema, l’ANVUR spiega che normalizzerà ogni singola pubblicazione, dividendo il numero totale delle citazioni ricevute per l’età accademica (vedi cartiglio rosso). Che l’età accademica sia quella del ricercatore sembra fuori di dubbio, visto che la stessa pagina ne riporta la definizione (vedi cartiglio blu).

Tuttavia, questa nuova normalizzazione dà esiti controproducenti. Immaginiamo, un ricercatore A con h-index pari a 10 la cui età accademica è pari a 20. Ciò significa che ha dieci articoli che hanno ricevuto 10 o più citazioni. Ipotizziamo che le citazioni di questi 10 articoli siano:

cites = {100, 72, 64, 60, 40, 36, 20, 16, 12, 10}

Ora, dopo la normalizzazione in base all’età accademica (basta dividere per 20), avremo

normalized_cites = {5, 3.6, 3.2, 3, 2, 1.8, 1, 0.8, 0.6, 0.5}

Pertanto, l’h-index normalizzato sarà pari a 3 (3 articoli con 3 o più citazioni), molto più piccolo di quello di partenza. Con un età accademica di 30 anni, per avere un h-index normalizzato pari a 3 sarà necessario avere almento 3 articoli con 90 citazioni ciascuno. L’effetto generale è uno schiacciamento della distribuzione degli h-index verso il basso. Inoltre, con due anni di età accademica, per avere h-index normalizzato pari a 3 basta invece avere tre articoli con 6 citazioni ciascuno. A ben vedere, l’amplificazione delle differenze casuali potrebbe persino peggiorare con il metodo proposto dall’ANVUR.

Il contemporary h-index di Katsaros

Resta però un indizio da approfondire: quell’ “h contemporaneo” messo tra parentesi alla fine della FAQ – Indicatori. Se si traduce in “contemporary h-index” e si cerca su Google Scholar si trovano diversi articoli. Sfogliando la bibliografia di uno di questi, si scopre che il contemporary h-index è una variante dell’h-index proposta nel 2006 da Katsaros, Manolopoulos e Sidiropoulos:

Si scopre anche che la normalizzazione proposta da Katsaros et al. è diversa da quella riportata nelle FAQ dell’ANVUR. Infatti, non viene utilizzata l’età accademica del ricercatore, ma l’età di ogni singolo articolo scientifico, le cui citazioni vengono normalizzate nel seguente modo:

normalized_cites = 4 cites / (1+age)

  • cites = citazioni ricevute dall’articolo
  • age = anni trascorsi dalla data di pubblicazione

Per esempio, le 36 citazioni ricevute da un articolo pubblicato nel 2007, una volta normalizzate, diventeranno

normalized_cites = 4 x 36 / (1 + 5) = 24

Viceversa, se un articolo pubblicato nel 2011 ha ricevuto 20 citazioni, otterremo

normalized_cites = 4 x 20 / (1 + 1) = 40

In pratica, vengono “premiate” le citazioni degli articoli recenti e penalizzate quelle degli articoli più vecchi. Infatti, se le citazioni crescessero in proporzione al numero di anni trascorsi, il rapporto cites/(1+age) correggerebbe l’impatto in funzione dell’età dell’articolo, evitando di sottovalutare gli articoli più recenti che non hanno fatto in tempo ad accumulare citazioni.

Una volta normalizzate tutte le citazioni del ricercatore, si procede al calcolo del suo h-index nel modo usuale. Ma cosa cambia rispetto all’h-index standard?

The contemporary h- index adds an age-related weighting to each cited article, giving […] less weight to older articles. […] This means that for an article published during the current year, its citations account four times. For an article published 4 years ago, its citations account only one time. For an article published 6 years ago, its citations account 4/6 times, and so on.
For junior academics the contemporary h-index is generally close to their regular h-index as most of the papers included in their h-index will be recent. For more established academics there can be a substantial difference between the two indices […] As such the contemporary h-index often provides a slightly fairer comparison between junior and senior academics than the regular h-index.

Anne-Wil Harzing, Reflections on the h-index

Se fosse questo l’indice adottato, si favorirebbero gli studiosi la cui produzione (e relative citazioni) sono più recenti rispetto a chi ha un h-index elevato frutto di lavori pubblicati in anni remoti, ma che continuano a fruttare citazioni. Come scrive la Harzing, ne dovrebbero essere avvantaggiati i più giovani. In termini pratici, l’adozione di questo indice dovrebbe aumentare la percentuale di candidati che superano  la mediana. Dal punto di vista dei commissari, dovrebbe penalizzare chi “vive di rendita” e favorire invece chi raccoglie citazioni con i suoi lavori più recenti.

In realtà, l’ipotesi di crescita lineare delle citazioni andrebbe verificata settore per settore e non è facile capire se e quali distorsioni vengano introdotte. Tra l’altro, aumenta il peso attribuito alle citazioni degli articoli recenti che sono però anche quelle più inaffidabili a causa dei ritardi di registrazione nei database i cui effetti sono spesso sottovalutati (si legga per esempio quanto scritto a pagina 5-30 del rapporto Science and Engineering Indicators 2010  del National Science Board relativamente all’uso dei dati WoS).

Di sicuro, diventerà sempre più difficile per la comunità scientifica effettuare dei controlli indipendenti sul calcolo delle mediane e persino sugli h-index individuali. Infatti, il contemporary h-index è disponibile su Publish-or-Perish, ma non su ISI Web-of-Science e Scopus, che sono i database di norma adottati dall’ANVUR (Delibera ANVUR n. 50, Art. 1.6).

Chi pensasse di farsi comunque un’idea approssimativa usando Publish-or-Perish, farà bene ad essere cauto: un’indagine bibliometrica (Scientometrics 83(1), 243-258, 2010) condotta su un campione di ricercatori italiani di computer science ha mostrato che non esisteva una correlazione statisticamente significativa tra l’h-contemporaneo di Google Scholar e quello di ISI. Anzi, tra tredici indici bibliometrici, l’h-contemporaneo era l’unico che non si correlava significativamente quando si cambiava il database (ibidem, Table 3, Spearman correlation, p-value = 0,1 > 0,05). Per quanto il campione di ricercatori fosse assai limitato (13 ricercatori dell’Università di Udine), desta qualche allarme il fatto che l’h-contemporaneo fosse l’indicatore più sensibile alla scelta del database.

Insomma, i candidati all’abilitazione scientifica corrono il rischio di fungere da cavie per le sperimentazioni bibliometriche dell’ANVUR che, come già successo con la VQR, sembra affetto da una vera e propria idiosincrasia nei confronti degli approcci consolidati e sperimentati.

 

L’ANVUR sta forzando le maglie del D.M. Criteri e Parametri?

Ammettiamo per un momento che quanto scritto nelle FAQ fosse una svista e che l’ANVUR intenda utilizzare il cosiddetto contemporary h-index, nella sua formulazione scientifica. Tuttavia, l’ANVUR non gode di libertà assoluta: nella definizione e nel calcolo degli indicatori bibliometrici deve attenersi a quanto stabilito nel D.M “Criteri e parametri”. Per comodità, riportiamo l’Art. 2 dell’Allegato A del decreto, che specifica quali siano gli indicatori biliometrici:

È evidente che non ci sono margini di interpretazione. L’indice h è quelllo definito da Hirsch ed esso va normalizzato per l’età accademica, che, come specificato nel testo del D.M. è riferita al ricercatore e non certo ai singoli articoli scientifici:

ART. 1

(Definizioni)

1. Ai fini del presente decreto, si intende:

[…]

q) per età accademica: il periodo di tempo successivo alla data della prima pubblicazione scientifica pertinente al settore concorsuale, tenuto conto dei periodi di congedo per maternità, di altri periodi di congedo o aspettativa, previsti dalle leggi vigenti e diversi da quelli per motivi di studio, nonché di interruzioni dell’attività scientifica per fondati motivi da valutare in relazione al curriculum del candidato;
r) per indice h di Hirsch: l’indice h, definito da Jorge E. Hirsch (Università della California, San Diego – USA);

Decreto Ministeriale 7 giugno 2012 n. 76

È chiaro che non si può adottare l’h-contemporaneo senza violare il D.M. “Criteri e parametri”. Una normalizzazione senza dubbio conforme al D.M. è il cosiddetto m-index ovvero l’h-index diviso per l’età accademica. È più dubbio che si possa normalizzare dividendo le citazioni di ciascun articolo per l’età accademica dell’autore, una soluzione che però è solo un’ipotesi di scuola perché, come già visto, dà luogo a risultati controproducenti.

A questo punto sorge un dubbio. Forse l’uso improprio del termine “età accademica” nelle FAQ non è una svista, ma un tentativo astuto (o disperato) di forzare le maglie del D.M. “Criteri e parametri” senza dare nell’occhio. A ben pensarci, la clausola

Rispettando lo spirito e il testo del decreto abilitazioni

suona come una “excusatio non petita” messa lì per coprire un’interpretazione estensiva che pare azzardata persino a chi la scrive.

Cosa sta succedendo dietro le quinte? Possiamo solo fare congetture. Esaminando qualche statistica bibliometrica, l’ANVUR ha notato che l’applicazione dei criteri del D.M. e della relativa delibera ANVUR condurebbero a risultati indesiderati. Un numero troppo piccolo o troppo grande di candidati che passano le soglie? Qualche cattedratico illustre che rischia l’ignominia di essere escluso a priori dalle commissioni? Per parare il colpo, non si è trovato di meglio che cambiare le regole in corsa. Detto, fatto! Tra tutte le possibili varianti dell’h-index, l’ANVUR ha trovato quella giusta, l’h-contemporaneo.

Però c’è un problema: in questo indicatore, la normalizzazione non usa l’età accademica ma l’età dei singoli articoli scientifici. Pubblicare i dettagli della formula in modo chiaro metterebbe in evidenza la differenza insanabile con il D.M “Criteri e Parametri”. Per aggirare l’ostacolo, l’ANVUR escogita un espediente in tre mosse:

  1. descrivere la formula a parole dentro le FAQ;
  2. affermare che la normalizzazione avverà mediante l'”età accademica”, per non contraddire il D.M.;
  3. insinuare che l’età accademica vada però intesa come età dell’articolo aggiungendo tra parentesi il termine “h-contemporaneo” che, per gli esperti richiama subito il “contemporary h-index di Katzaros et al.

 

Tentativo generoso.

Però, mancano almeno tre coperchi:

 

 

  1. nella stessa pagina è riportata in modo inequivocabile la definizione dell’età accademica, che si riferisce al ricercatore e non ai singoli articoli;
  2. se si usa l’età accademica del ricercatore, la normalizzazione dell’h-index conduce a risultati incongrui;
  3. il D.M. Criteri e parametri definisce in modo inequivocabile  l’h-index di Hirsch e l’età accademica con cui deve essere normalizzato.

La navigazione della procedura di abilitazione è già messa a rischio dal ricorso annunciato dall’AIC. Adottare un indice bibliometrico che contraddice palesemente il decreto ministeriale fornirebbe appigli a ulteriori ricorsi destinati ad incagliare del tutto la nave.

Difficile dare consigli, ma, di sicuro, sarebbe un beffardo scherzo del destino se le abilitazioni scientifiche naufragassero a causa dell’indice di Katsaros.

Postilla: come menzionato all’inizio del post, in data 13-7-2012 la spiegazione sulla normalizzazione dell’h-index è improvvisamente scomparsa dal sito dell’ANVUR. Un ulteriore sintomo dell’improvvisazione con cui sono gestiti i calcoli degli indicatori bibliometrici nell’ambito delle procedure di abilitazione scientifica?

 

 

 

 

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32 Commenti

  1. mi viene in mente una parola: “grazie”

    e dovrebbe venire in mente anche all’ANVUR che puo solo dire grazie a tutti quanti con le loro osservazioni ed analisi critiche la difendono dall’ulteriore precipitare nella totale perdita di autorevolezza

  2. Mi unisco ai ringraziamneti per l’intenso e preziossimo lavoro di questo sito e di De Nicolao in particolare. Vorrei poi far notare che nella valutazione del fattore H contemporaneo offerta da A.W. Harzing non si dice che “ne dovrebbero essere avvantaggiati i giovani”, come parafrasato dall’autore. Per l’esattezza Harzing scrive: “In tal senso, rispetto al fattore H tradizionale, il fattore H contemporaneo garantisce un confronto un po’ più giusto fra degli accademici giovani e anziani.” Dare vantaggi e fare giustizia sono due cose diverse. Inoltre mi chiedo – scusate l’ignoranza ma per l’appunto studio lingua inglese e traduzione, non statistica – se le revisioni alla mediana cambiano davvero la quantità di chi sta sopra e sotto. Mi verrebbe da pensare che utilizzare un indice o l’altro, cambi l’identità di chi supera e non supera la soglia, ma la percentuale dovrebbe essere comunque 50% e 50%. Vi pregherei di correggermi se mi sbaglio. Torno a manifestare sincera stima e gratitudine a De Nicolao.

  3. Non entro nel merito delle complesse argomentazioni di De Nicolao, mi limito a una semplice applicazione della logica (aristotelica?): L’indice H e’ proporzionale alla radice quadrata del numero totale delle citazioni (lo dice Hirsch e si verifica sperimentalmente), quindi NON cresce nel tempo con la stessa legge delle citazioni. Pertanto le possibilita’ sono solo tre:
    a) e’ sbagliato dividere h per l’eta’ accademica
    b) e’ sbagliato dividere le citazioni per l’eta’ accademica
    c) sono sbagliati entrambi
    QUARTUM NON DATUR

    P.S. Nell’ipotesi a), il contemporary index (quello vero, non quello delle FAQ) cresce nel tempo con la stessa legge delle citazioni normalizzate, quindi e’ perlomeno coerente con l’altro criterio (e con lo spirito della legge). Quanto ai problemi di calcolo, per chi si chiama Paolo Rossi e deve usare ISI (o SCOPUS) la difficolta’ di calcolare qualsiasi indice e’ sempre la stessa.

  4. il testo completo delle faq al 13-07-2012 ore 7

    FAQ – Indicatori

    Torna all’indice FAQ

    Da quando inizia l’età accademica?

    Per i settori non bibliometrici l’età accademica è calcolata a partire dalla prima pubblicazione presente nel sito docente. Per i settori bibliometrici l’età accademica è calcolata a partire dalla prima pubblicazione presente nel sito docente che risulti indicizzata in almeno una banca dati internazionale.

    L’H-index per le aree bibliometriche deve essere normalizzato sia per i commissari che per i candidati?

    No, solo per i candidati. Per gli aspiranti commissari gli indicatori non sono normalizzati.

    Perché nel d.m n. 76 del 7 giugno 2012 (art. 4, comma 3, lettera a) si fa riferimento ai cinque anni consecutivi precedenti al data di pubblicazione del decreto?

    Non si tratta di un termine rilevante ai fini del calcolo degli indicatori.

    Come si determina l’età accademica? Come evitare che possa essere manipolata eliminando dal sito docente pubblicazioni più antiche allo scopo di aumentare gli indicatori normalizzati?

    L’età accademica è rilevata dalla prima pubblicazione inserita nel sito docente. Per i settori bibliometrici il riferimento è costituito dalla prima pubblicazione presente nel sito docente e indicizzata nelle banche dati internazionali. In riferimento alla possibilità di manipolazione, si ricorda che il Bando per la abilitazione richiederà ai candidati di allegare la lista delle pubblicazioni, dalla quale sarà agevole risalire all’età accademica. La commissione di abilitazione, oltre a valutare il profilo complessivo del candidato, potrebbe quindi ricalcolare gli indicatori normalizzati alla luce delle informazioni fornite dal candidato.

    Poiché il valore normalizzato rilevante per i candidati è quello dichiarato alla commissione, non vi è alcun incentivo razionale a manipolare l’età accademica nella compilazione del sito docente.

    Si ricorda infine che la normalizzazione è rilevante solo per i candidati all’idoneità, mentre per i valori degli indicatori relativi agli aspiranti commissari non è prevista la normalizzazione per età accademica.

    Come avverrà la normalizzazione dell’h index?

    La normalizzazione ha lo scopo di consentire la comparazione tra candidati di diversa età accademica. Per ogni ricercatore l’indice h tende a crescere nel corso della carriera. Tuttavia la normalizzazione che si otterrebbe dividendo semplicemente l’indice h per il numero di anni dell’età accademica (indice m di Hirsch) amplifica differenze casuali tra gli individui nei primi anni di carriera.

    Rispettando lo spirito e il testo del decreto abilitazione, l’ANVUR normalizzerà ogni singola pubblicazione degli autori, dividendo il numero totale delle citazioni ricevute per l’età accademica e ricalcolando in questo modo l’indice h (“h contemporaneo”)

  5. Siamo alla comica finale.
    A poche ore dal termine, prorogato, relativo al popolamento del sito docente, l’anvur ha idee poche e confuse sull’utilizzo di questa messe di dati. Dilettanti allo sbaraglio. Ormai è a tutti chiaro che l’uso di data base commerciali, approssimativi, non certificati, utilissimi per avere un’idea del valore scientifico di un ricercatore o di un gruppo di ricerca, sono difficilmente utilizzabili nei concorsi pubblici dove una commissione deve dare certificati di abilitazione con effetti giuridici rilevanti e validi su tutto il territorio nazionale ad un singolo. L’idea più folle è stata quella dell’età accademica nell’intento “giovinalista” di favorire (o non penalizzare) i colleghi più giovani. Anche il più stupido sa che gli indicatori bibliometrici sono età dipendenti e qualsiasi correzione è soggetta a critiche ed è peggiore dell’utilizzo bruto, specie se a questo indicatore si vuole dare valore di verità assoluta e certificata. Ma come si possono ottenere valori certi da dati non attendibili dove anche l’età accademica del singolo è soggetta a manipolazione?
    A questo proposito nelle FAQ fantasma era inserita una domanda cruciale sull’età ed in particolare se si potesse evitare che possa essere manipolata eliminando dal sito docente pubblicazioni più antiche allo scopo di aumentare gli indicatori normalizzati. La risposta chiara era che non si poteva eliminare questa possibilità. La risposta è stata esilarante: “In riferimento alla possibilità di manipolazione, si ricorda che il Bando per la abilitazione richiederà ai candidati di allegare la lista delle pubblicazioni, dalla quale sarà agevole risalire all’età accademica. La commissione di abilitazione, oltre a valutare il profilo complessivo del candidato, potrebbe quindi ricalcolare gli indicatori normalizzati alla luce delle informazioni fornite dal candidato”. Qui l’anvur sottovaluta ancora l’italica furbizia facendo finta di ignorare che è sempre possibile eliminare dalle pubblicazioni presentate alla commissioni le pubblicazioni più vecchie coerentemente con la eliminazione di quelle dal sito docente. Cosa che molti ricercatori ed associati stanno facendo in queste ore.
    La cosa più comica poi è la sottrazione all’età accademica dei periodi di aspettativa uguale o superiori ai 5 mesi, tipica chicca burocratico-sindacale. Immaginate se un ricercatore si presentasse alla Harvard e pretendesse che la sua valutazione venisse corretta per le gravidanze, le assenze, le malattie, la legge 104 ed altro? Ridicolo.

  6. Mi è sorto un dubbio amletico. Se all’età accademica è possibile sotrarre i periodi di aspettativa uguali o superiori ai 5 mesi, l’età accademica si calcolerà in anni o in mesi?
    Solo de nicolao può darci la risposta giusta. Evito di inviare la domanda all’ANVUR per non metterli in ulteriore imbarazzo…poverini.

    • Ma non sarebbe stato tutto più semplice specificare che comunque l’età accademica non poteva essere inferiore agli anni di servizio? In fondo è da quando uno è stato assunto che deve rendere conto della sua produttività scientifica. Quello che ha fatto prima poteva essere lasciato alla libera scelta del ricercatore.

    • Credo che ci sarebbe stato un problema nella valutazione di chi non è in servizio (può chiedere l’abilitazione anche chi non è già in servizio). Comunque, la nozione di età accademica è parecchio problematica e finisce per generare paradossi, tra cui la possibilità, in determinate situazioni, di migliorare i propri indicatori occultando le pubblicazioni più vecchie. Logica vorrebbe che si valuti prima di tutto la maturità scientifica, a prescindere da quanto rapidamente è stata ottenuta. Probabile che chi ha progettato questi inediti criteri si stia rendendo conto che danno risultati inattesi o indesiderati. Ed allora si tentano correzioni in corsa in modo da aggiustare i risultati sgraditi.

  7. Sono perfettamente d’accordo che l’età accademica è parecchio problematica e sappiamo tutti che i concorsi non si dovrebbero fare. Sappiamo anche che le università dovrebbero essere libere di scegliere i “migliori” e “pagarne” poi le conseguenze, ma anni di valutazione libera della cosiddetta “maturità scientifica” hanno portato alle storture che conosciamo.
    Ora bisogna venirne fuori da questo pastrocchio. Siccome chi non è in servizio al momento non carica nulla, mi chiedo se si potrebbe risolvere con un clausola del genere: “l’età accademica degli strutturati non può essere inferiore agli anni di servizio”?
    Poi per i non strutturati si potrà eventualmente normalizzare tenendo conto dell’anno di laurea più un numero fisso pari alla media degli anni che trascorrono dalla laurea all’assunzione dei docenti universitari. Mi rendo conto che è un concetto bizzarro (l’ANVUR comunque mi batte), ma qualcosa bisogna fare per venirne fuori.

    • L’età accademica va abbandonata.

      Esempio: Tizio è autore degli articoli {a,b} e Caio degli articoli {a,b,c} (per esempio Tizio e Caio sono coautori di {a, b} scritti nel 2010 e Caio nel 2008 ha scritto {c} da solo). Inoltre tutti i lavori hanno ricevuto 10 citazioni. Cosa succede?

      Età accademica di Tizio: 2012-2010 = 2 anni
      Età accademica di Caio: 2012-2008 = 4 anni

      h-index di Tizio: h = 2
      h-index di Caio: h = 3

      m-index di Tizio: h/età = 2/2 = 1
      m-index di Caio: h/età = 3/4 < 1 A me sembra assurdo. Caio, per pareggiare deve nascondere il suo articolo del 2008. Questi paradossi accadono quando si considerano degli score che non sono monotoni rispetto all'inclusione degli insiemi a cui si applicano. Se Tizio = {a,b} è incluso in Caio = {a,b,c}, Tizio deve avere un punteggio minore o uguale di Caio. Se viene violata questa proprietà fondamentale si entra nel girone infernale dei paradossi e delle normalizzazioni ad-hoc. Per esempio, finisco per punire chi ha pubblicato un lavoro mentre era ancora studente (che invece è cosa meritoria) oppure devo dire che l'età accademica non può essere superiore agli anni di servizio, ma poi devo usare gli anni di laurea per gli altri creando ingiustizie palesi (per esempio se concorre uno strutturato ed un non strutturato). Dal mio punto di vista, i titoli fotografano la maturità scientifica di un candidato. C'è chi matura presto e chi matura tardi, ma se qualcuno è maturo tanto vale riconoscerlo a prescindere da quanto tempo ci ha messo. Non vedo perchè dovrei preferire chi ha due lavori ottimi in due anni a chi ne ha dieci in dieci anni. È vero che il primo è più produttivo. Ma proprio per questo arriverà più presto degli altri a superare la soglia per essere promosso.

    • Concordo con Paolo, l’età accademica non può essere inferiore alla anzianità di servizio e non vedo alcun problema per i non strutturati: per loro il limite sarà zero ovvero conterà solo la data della prima pubblicazione.
      Il grande danno di questa normalizzazione non è quello di poter nascondere o meno pubblicazioni (penso che sia corretto per quelle fatte prima del ruolo) ma di non riuscire a distinguere fra un neo assunto che ha pubblicato quattro lavori nei precedenti due anni e il professore fannullone in servizio da venti anni, che non ha mai fatto nulla di significativo in 18 anni ma che, come il precedente, ha pubblicato quattro lavori nei precedenti due anni.
      Non è un caso teorico.

      Certo, poi concordo col fatto che l’età accademica vada abbandonata. Ma per le citazioni non succederà e ci terremo questa stortura.

      nei

  8. Più ci ragiono più capisco che l’età accademica (inclusa la correzione per maternità, aspettative ed altro) è stata una trovata stupida, tutta tesa a tentare di eliminare il fattore tempo nella valutazione di indicatori che sono per loro natura sensibili al tempo. Sono d’accordo con De Nicolao va abolita, al ricercatore va attribuita la maturità scientifica senza correzzioni burocratico-sindacale.
    Inoltre non esiste mezzo oggettivo per la sua valutazione a meno che non vogliamo considerare la data di nascita, forse il solo dato certo.
    a) Non sono proponibili gli anni di servizio potendosi presentare alla abilitazione ricercatori di altre amministrazioni (aziende private, SSN, enti di ricerca pubblici e privati) o mai assunti o assunti con contratti precari (cocopro, cococo, a fattura ed altro) o liberi professionisti.
    b) Non fa fede la data di laurea poiché, in linea teorica ed astratta, ma sempre possibile, la legge non prevede il titolo di laurea per esercitare il ruolo di professore associato o ordinario nell’Università italiana. Inoltre non sono esclusi esplicitamente dalla selezione a professore coloro che hanno acquisito la laurea in paesi in cui noi non riconosciamo il titolo, tanto meno la data di acquisizione.
    c) Dottorato di ricerca. Non esiste una anagrafe completa e il titolo non è stato acquisito da quasi tutta la generazione che si è laureata tra la fine degli anni 70 ed i primi anni degli anni 80 e non esiste una previsione di legge che prevede il dottorato per la docenza.
    d) Non esiste mezzo per impedire la manipolazione della propria età accademica potendo eliminare, dal sito e dall’elenco dei lavori da inviare alla commissione, i lavori più antichi acquisiti durante gli anni di formazione e che spesso hanno poche o nessuna citazioni per cui non incidono sugli indicatori bruti ma la cui eliminazione migliora gli indicatori corretti.
    e) Altra discrepanza. Per i professori di prima fascia gli indicatori saranno quelli bruti (non corretti per l’età accademica) per partecipare alle commissioni e quelli corretti per partecipare alle mediane cosiddette di sbarramento per i candidati. Esempio: con un H index di 25 potrei essere inserito nella parte superiore della mediana per la prima fascia nel mio settore per entrare in commissione. Ma se correggo 25 per l’età accademica (per esempio 35 anni data della prima pubblicazioni), il mio H corretto diventa (a meno di bizzarrie dell’ANVUR) 0,71 e potrei trovarmi nella parte inferiore della mediana per i candidati.
    In parole povere, attraverso questa esperienza anvur, i ricercatori di matematica, statistica, scienze della valutazione, informatica avranno materiale su cui studiare, ma anche i ricercatori di…. psichiatria.

  9. Personalissima opinione: l’età accademica funzionerebbe correttamente se ciascuno potesse scegliere da quale pubblicazione far partire la propria attività. Cioè quell’operazione che viene chiamata con disprezzo “ridurre l’età accademica” ma che a me sembra francamente perfettamente lecita e ragionevole. Se un associato ha prodotto molto negli ultimi dieci anni è con questo parametro che io candidato devo confrontarmi, non sfruttando i dieci anni precedenti in cui magari ha dedicato più tempo alla didattica (o altro). Naturalmente anche a me, che magari ho una pubblicazione l’ultimo anno della laurea e nessuna fino alla conclusione del dottorato quattro anni dopo, deve essere data la stessa possibilità.
    In questo modo salvi la normalizzazione ma non penalizzi ingiustamente nessuno.

  10. TUTTI GLI INDICI BIBLIOMETRICI, TUTTI, HANNO DEI BIAS, SE USATI PER VALUTARE LE PERSONE. TUTTAVIA NE ABBIAMO BISOGNO. ANNI DI CONCORSI POCO CHIARI CE LI IMPONGONO. Detto questo, dobbiamo prendere atto che l’età accademica è stata introdotta nel decreto e dobbiamo tenercela, per sbloccare una situazione ormai insostenibile. Allora bisogna escogitare una sua applicazione che faccia il minor numero di danni possibili. Una sua libera scelta come suggerisce Marc potrebbe essere un soluzione, ma temo che porti artificiosamente l’asticella troppo verso l’alto. Invece l’obbligo di avere una età accademica almeno pari agli anni di servizio potrebbe evitare questa progressione al rialzo.
    Gli anni di laurea (con o senza correzioni) per i non strutturati, che avrebbero una classifica a parte, potrebbe essere un altro obbligo minimo, nulla toglie a questi di usare lavori antecedenti (fatti da studenti) se lo ritengono opportuno,
    Indubbiamente, nel frattempo bisogna pensare a qualche soluzione da applicare in FUTURO.

  11. Un uomo stava morendo (edema polmonare), un contadino gli tagliò le vene (lo aveva visto fare sulle mucche): lo salvò!
    Sono perfettamente d’accordo che è stato un grosso errore, ma per evitare l’ope legis bisogna turarsi il naso e migliorare il più possibile questo pasticcio!

    • Non ho capito bene la metafora. Se è l’università italiana che muore: beh manca l’evidenza empirica. Se la morte è l’ope legis (e lo sarebbe): basta non farla. Il problema è che per sconfiggere i concorsi gestiti dai baroni, stanno adottando metodi anche più pericolosi: filtri e controlli messi in atto da piccoli gruppi (di baroni) di nomina politica. Forse non è più il tempo di turarsi il naso.

    • Per farti bere l’intruglio, il guaritore ed i suoi compari hanno interesse a farti credere che stai per morire. Ma forse è meglio farsi fare prima una diagnosi da un medico. L’università italiana non sta bene, ma non è ancora in punto di morte, nonostante gli avvoltoi che girano in tondo:

      Università: ciò che Bisin e De Nicola non sanno (o fingono di non sapere)
      https://www.roars.it/online/?p=7092

      Quanta ricerca produce l’università italiana? Risposta a Bisin
      https://www.roars.it/online/?p=8305

      Insomma, non è ancora giunto il tempo delle cure disperate a base di pozioni miracolose. Usiamo le medicine, come si fa in tutte le nazioni evolute.

  12. PER QUANTO TEMPO UN PRECARIO, UN RICERCATORE ED UN PROFESSORE ASSOCIATO DOVRANNO ANCORA ASPETTARE PER VEDERE PREMIATI I LORO SFORZI PER FARE IN MODO CHE L’UNIVERSITÀ ITALIANA NON SIA ANCORA MORENTE?
    QUESTO È IL TEMA.
    L’università italiana non è ancora morente, ma sta male (non nascondiamoci dietro a un dito). E’ dal 2008 che non c’è un bando per la progressione di carriera. Se si blocca l’iter avviato con tanti sforzi si rischia fortemente l’ope legis. Ora, secondo me l’ANVUR sarà anche fatta da baronetti (sic), ma scodellando Katsaros ha realizzato che l’età accdemica bisogna migliorarla. E secondo me mettere stabilire che l’età accademica non può essere inferiore agli anni di servizio è un tentativo (disperato) di miglioramento.

    • Ma quale ope legis! La legge Gelmini e tutte le varie norme al contorno dalla Tremonti-Gelmini (133) in poi sono state ideate e costruite con uno scopo semplice semplice: portare il numero dei docenti da 60,000 a 40,000 approfittando dell’ondata di pensionamenti di questi anni. L’Anvur non fa eccezione e se tutto si blocca, pazienza si chiudranno delle università. Tanto ce ne sono troppe come ci ripete la propaganda di regime a partire dall’illustrissimo prof. Giavazzi. O no ?

  13. Mia nonna diceva: “Chi vuole sul serio una cosa trova la strada; gli altri, una scusa.”
    Se dobbiamo essere 40000, perchè è giusto così, ci si ridurrà piano piano a 40000; se dimostriamo di dover essere 60000 o anche più e lo dimostriamo coi fatti saremo 60000 o anche più, ma ognuno al posto che merita. Bisogna fare una valutazione e una programmazione seria.
    Mi sembra che gli intervenuti siamo tutti d’accordo sul fatto che gli indici bibliometrici automatici rischiano di far male (non li abbiamo ancora sperimentati, ma è verosimile che possano far male); fra gli indici proposti l’età accademica si è rivelato il più problematico. Bisogna trovare una soluzione. Ripeto, stabilire come numero minimo gli anni di servizio mi sembrano una ottima soluzione. Bisogna sbloccare la situazione concorsi/progressione di carriera e nel frattempo unire gli sforzi di tutti per trovare una soluzione condivisa da applicare in futuro.

    • … dicevo che il minimo degli anni di servizio come età accademica sembra (non sembrano, scusate) un’ottima soluzione.
      Inoltre come dice Nicolao: “Molti pensano che verranno abilitati tutti i candidati che superano le mediane (e forse anche di più se la commissione chiederà la deroga preventiva), ma la normativa contempla la possibilità di un filtro più severo. Se mai si faranno le abilitazioni …… ” vedremo cosà succederà.

  14. Mi pare non sia esattamente così, stando al decreto ci sono due livelli di valutazione. Il primo è il test delle mediane. Dentro o fuori, basta fare i conti (salvo particolarissime eccezioni per ricercatori che hanno fatto scoperte assolutamente uniche). Il secondo è, in sintesi, una valutazione qualitativa di pubblicazioni presentate (max fra 12 e 20) e curriculum. Le pubblicazioni vengono valutate in maniera simile alla VQR (dividendole in classi). Per quanto riguarda il curriculum invece si tratta quasi di un pro forma. Il vero grosso scoglio sono e restano le mediane, direi. Ci si può ragionevolmente aspettare che fra coloro che superano il test delle mediane, saranno pochi a non superare la parte qualitativa della valutazione.

    • Al massimo il possibile filtro ulteriore si ha se la commissione agisce in base all’articolo 3, comma 3 (eventuale utilizzo di
      ulteriori criteri e parametri più selettivi). Ma quante commissioni agiranno in tal senso? Tutte le commissioni che lo facessero darebbero sicuramente spazio a molti ricorsi. Anche tenendo conto che “la ponderazione dei criteri e dei parametri deve essere equilibrata e motivata”.

  15. ma al MIUR non andranno mica avanti con un pateracchio del genere? sarebbe come giocare al lotto riuscire ad evitare lo sfacelo della procedura per via giudiziaria.
    prima va eliminato il criterio di retroattività: nelle università asiatiche, non appena un ricercatore viene assunto, gli viene elencato quante pubblicazioni, di quale tipo e su quali riviste deve fare nei 6 anni successivi per poter proseguire nella carriera accademica. DUnque, glielo dicono prima. Non si inventano regolamenti con una retroattività decennale
    quando riusciranno a ripristinare un può di buon senso e a fare uscire bandi dignitosi? a ottobre, o come altri sostengono solo a marzo 2013?

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