La giornalista Francesca Barbieri del principale quotidiano economico italiano ha firmato negli scorsi giorni un interessante articolo sulle tasse in Università, individuando gli Atenei più onerosi per le famiglie italiane e quelli più “a buon mercato”. Si ripropone, dunque, la questione dell’accesso ai massimi gradi dell’istruzione nel nostro Paese e, soprattutto, della nostra competitività internazionale, visto che l’Italia è penultima nella speciale graduatoria europea per numero di laureati (c’è da chiedersi, poi, se la nostra politica industriale è in grado di offrire lavoro qualificato, dignitoso e stabile alla platea di giovani in possesso di preziosi titoli di studio). Come ho già ampiamente scritto dalle colonne di questo giornale, altre realtà – come la Germania – si sono per tempo attrezzate non solo per “programmare” gli accessi all’Università guardando in una prospettiva di medio e lungo termine, ma hanno molto opportunamente scelto di abolire la tassazione universitaria.

L’Italia, invece, gioca al ribasso…

L’articolo del Sole 24 Ore, infatti, dà il massimo risalto al cosiddetto Student Act (che spero proprio non abbia alcuna similitudine con il Jobs Act), provvedimento del Governo che ha istituito una no tax area per gli studenti appartenenti a famiglie con redditi, calcolati attraverso il “famigerato” ISEE, inferiori a 13 mila euro.

Nulla da eccepire, naturalmente, sulla bontà del provvedimento in sé, che però non viene finanziato con nuove assegnazioni di fondi alle Università, bensì con una diversa distribuzione del medesimo fondo ministeriale, viene però da chiedersi quanto sia affidabile quell’indice in un Paese che soffre atavicamente di una patologia ormai cronica, l’evasione fiscale.

Per quanto i parametri possano essere significativi e per quanto mi possa sforzare di immaginare – ma credo che sia esclusivo frutto della mia fantasia – decine, per non dire centinaia, di operatori dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza che passano al setaccio le dichiarazioni di ogni singolo studente, ho come l’impressione che il pagamento delle tasse universitarie gravi, in maniera preponderante, sulle solite categorie di lavoratori, dipendenti e pensionati.

In ogni caso, il provvedimento di cui si parla ha esonerato circa 600 mila studenti universitari dal pagamento delle tasse, mentre ha costretto gli altri a misurarsi con rette proibitive che sono destinate a creare, nel tempo, una Università “classista”, che guarda esclusivamente a se stessa. Come altro potremmo chiamare i 4 mila euro che chiede Bologna e i 3.900 di Pavia e Milano Bicocca? Accesso all’Università, e a determinati corsi di studio, per pochi, privilegiati e ricchi studenti.

Abolire le tasse universitarie, invece, ad esclusione di quelle dovute alla Regione per garantire il “diritto allo studio” (vitto, alloggio, borse, ecc. per gli studenti in difficoltà), significa investire sulle capacità dei giovani (e, soprattutto, dar loro fiducia) in una società che appare sempre più gerontocratica o, peggio, gestita da giovani che ripropongono schemi vecchi, ma soprattutto sarebbe il più grande e significativo provvedimento di politica industriale e del lavoro degli ultimi cinquanta anni.

Ma la Ministra, presente a Brescia in pompa magna negli scorsi giorni per benedire nuovi corsi di laurea della cui utilità dubitiamo visto che, ad esempio, l’Università Cattolica offre già queste opportunità, nulla ha detto e nulla dice, di risolutivo, per affrontare e provare a risolvere i numerosi problemi dormienti sulla sua scrivania (lo scandalo dei concorsi di diritto tributario, gli scatti triennali, il ruolo dell’Anvur, ecc.).

Se non si può, in questo Paese, costruire una seria, corretta e soprattutto equa politica redistributiva, allora meglio garantire gli studi gratuiti a tutti, per tutelare coloro i quali non accedono all’Università per ragioni meramente economiche.

A chi mi accusa – dentro e fuori dall’Ateneo in cui presto servizio – di tenere posizioni retoriche, demagogiche e moraliste, rispondo con le parole, sempre attuali, di Stefano Rodotà: “Sono un vecchio, incallito, mai pentito moralista. La parola mi piace, perché richiama non una moralità passiva, compiaciuta, contemplativa e consolatoria, ma una attitudine critica da non abbandonare, una tensione continua verso la realtà, il rifiuto di uno storicismo da quattro soldi che spalma di acquiescenza qualsiasi comportamento pubblico e privato. [Il moralista] esce allo scoperto e non è frenato dal timore d’essere sgradito o sgradevole. Non si fa incantare dal realismo di chi invoca la natura ferrigna della politica come salvacondotto che legittima qualsiasi azione, anche quando il tornaconto personale è l’unica molla”.

 

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