Tomaso Montanari sulla “Repubblica” del 4 novembre è intervenuto in tema di concorsi e degrado dell’università italiana con un articolo dal titolo “Le intercettazioni in cattedra”, che vale la pena riprendere. Non si tratta infatti della solita denuncia del malaffare accademico in materia concorsuale o dell’ennesima invettiva contro i baroni. Il succo dell’argomento di Montanari è che l’università è incapace di un autentico discorso critico su se stessa La vera domanda che manca e che non si trova in nessun blog, in nessuna invettiva contro la valutazione, in nessuna concione contro il sistema concorsuale e il malaffare accademico è: cosa ha trasformato l’università in un luogo dove critica e libertà d’opinione sono diventate chimere e dove domina il conformismo più assoluto? Si potrebbero mettere in fila riforme sbagliate e politiche improvvisate e incompetenti quanto si vuole. Forse però, prima di nascondere i problemi scaricandoli sui governi e prima di rassegnarsi, vale la pena di chiedersi se non siano le persone, i singoli individui, a essere i veri, ultimi responsabili.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Tomaso Montanari sulla “Repubblica” del 4 novembre è intervenuto in tema di concorsi e degrado dell’università italiana con un articolo dal titolo “Le intercettazioni in cattedra”, che vale la pena riprendere. Non si tratta infatti della solita denuncia del malaffare accademico in materia concorsuale o dell’ennesima invettiva contro i baroni. Quello che Montanari scrive nella parte centrale del proprio articolo è qualcosa che raramente si ascolta nel dibattito corrente sull’università che, per accanirsi prevalentemente contro la valutazione e contro il sistema concorsuale e per criticare (con ottime ragioni) l’inadeguatezza delle politiche governative, si dimentica di alcuni aspetti che, a parere di chi scrive, sono forse peggiori dei mali oggetto di quotidiane litanie. Il succo dell’argomento di Montanari è che l’università è incapace di un autentico discorso critico su se stessa. Attenzione, perché l’argomento può sembrare paradossale. Ma come ! – si dirà. Per osservare il contrario basta leggere Roars o i vari blog di categoria oppure le analisi pubblicate periodicamente da acuti accademici: tante prove ci dicono che docenti e i ricercatori italiani non fanno che criticare severamente l’università e soprattutto i vari ministri e governi che l’hanno portata là dove è precipitata. Ma questa è una verità solo apparente. E parziale. Sarà anche vero che c’è un continuo sbarramento di fuoco contro politiche universitarie assolutamente inadeguate e prive di strategia e di prospettive e contro i comportamenti baronali di cricche accademiche come quelle che di tanto in tanto finiscono intercettate o al centro di denunce anche penali da parte di candidati bocciati. E sarà anche bene che questo avvenga. Ma sarebbe perlomeno altrettanto importante che avvenisse quello di cui Montanari lamenta l’assenza – e con sacrosanta ragione. Non basta infatti sottoporre a un fuoco di fila instancabile e spesso poco costruttivo la valutazione della ricerca o il malaffare concorsuale o altre forme di favoritismo. Quello che ci vorrebbe sarebbe la capacità di parlare chiaramente “dentro” l’università, non fuori, sulle colonne dei giornali o nei blog. Ci vorrebbe la capacità di sconfiggere il silenzio omertoso e il conformismo asfissiante, di imporre la critica all’interno delle mura accademiche, che invece sono completamente insonorizzate e ammorbate da un’indolenza e una passività diffuse che fanno paura e che certamente sono inaspettate in un’istituzione che dovrebbe elevare il pensiero libero e la libertà critica a propria bandiera. Niente di tutto questo. Non esiste libertà di critica e tutto viene ridotto a conflitti o litigi o sgarbi personali. Non esiste un vero dibattito interno. Nessuno si oppone agli usi più spregiudicati di funzioni temporanee – cariche accademiche di vario genere, direzioni di strutture – sempre più spesso trasformate in strumenti di potere per difendere interessi personali e di ‘banda’. Eppure non ci vuole molto a rendersi conto della miseria dei confronti dialettici che avvengono dentro i dipartimenti, nei cui consigli la discussione, il confronto di opinioni sono bandite e non di rado, nei casi peggiori, sovrastate dal vociare sguaiato di fazioni squadriste. Si assiste alla messa in scena di un miserevole gioco degli inganni, dove sotto le forme della democrazia si consumano le peggiori protervie, furberie, abusi di potere, impunite e spesso arroganti violazioni della normativa, nefandezze di ogni tipo, alla faccia della valutazione, del merito, della qualità, del rispetto delle regole: e tutto questo dai più viene digerito per passività, per disinteresse e concentrazione esclusiva sul proprio particulare, per pigrizia, per minacce, per pura vigliaccheria, per la speranza di trarne vantaggio futuro oppure perché direttamente beneficiati da quella disonestà, da quegli abusi, da quella protervia. Del resto, si sa: l’arroganza spesso paga e non di rado viene scambiata per sicurezza e abilità.

Per cercare di venire a capo di questo sfortunato paradosso, bisogna considerare che quello delle strutture universitarie è un microcosmo istituzionale dove si concentrano tutti i difetti e tutti i mali di una democrazia  – per di più una resa spesso inefficiente per la sua radicalità – quando non sia sorretta e corretta da due elementi essenziali: l’opinione pubblica – che invece non esiste o è soffocata – e i meccanismi istituzionali di controllo e bilanciamento, che, a livello di governance degli atenei, sono insufficienti,  inefficienti, spesso inaccessibili, comunque impotenti e dunque, alla fine, inesistenti. Per le apparenti democrazie prive di questi strumenti interni di riequilibrio, l’esito è il peggiore possibile: un dispotismo che straccia le regole grazie a maggioranze numeriche raccattate a suon di promesse, intimidazioni, lavorii furbeschi nei corridoi, traffici di favori. E ha ragione Montanari: di queste due mancanze la peggiore è la prima. È quel baluardo che ha permesso storicamente di coniugare diritti e libertà e di farli valere contro l’esercizio arbitrario del potere, arginandolo: l’opinione pubblica. L’opinione pubblica è fatta di libero confronto, di libera esposizione di idee, di dibattito, di libera circolazione del pensiero. Precisamente quello che oggi drammaticamente manca dentro i dipartimenti universitari, sempre più simili ad anomale, ibride forme para-aziendali dove le persone sono assatanate dietro carriere e promozioni – proprie o dei propri protetti – fingendo spudoratamente, ipocritamente, sfacciatamente di parlare di ricerca, di merito e di qualità, magari anche azzardando di piani strategici e di progetti nei quali nessuno crede salvo quelli che fingono perché sanno di poterne trarre vantaggi, con la consapevolezza che comunque piani e strategie si potranno cambiare ad hoc per adattarli ai mutevoli interessi della cricca dominante. Dentro questo sistema, ogni critica, ogni presa di distanza è criminalizzata, è additata come una violazione della tacita conventio che punta a una concordia opportunistica e interessata e che produce di fatto un consenso numericamente maggioritario e un conformismo desolante. Et voilà, il gioco è fatto. La democrazia è salva e le regole messe da parte. Chi parla contro è un nemico del quieto vivere, è un nemico del consenso, uno che colpevolmente non si rassegna alla logica della maggioranza, un presuntuoso fondamentalista ossessionato da merito, qualità, regole – “un comunista de mmerda” secondo il tassista romano di uno spassoso aneddoto riportato di recente su un giornale – uno che va isolato, allontanato, messo ai margini, bollato con un marchio di infamia (cancellando, magari, una carriera spesa al servizio di un ateneo), letteralmente escluso da tutte le istanze decisionali. Quando poi questa logica si innerva nel cordone decisionale che lega i dipartimenti agli organi accademici, l’esclusione, la marginalizzazione sono complete. Se poi a una situazione istituzionale del genere si aggiunge la miserrima levatura morale e intellettuale delle persone, come talvolta accade, francamente ogni speranza svanisce e l’esito può diventare quello di trovarsi in un ambiente di lavoro degradato, opprimente, incapace di tutelare la qualità e di offrire a chi lo merita il giusto riconoscimento.

E questa sarebbe l’università? Questo sarebbe il tempio dove si santifica il pensiero critico? Questo sarebbe quel luogo dove democrazia, diritti, libertà, impegno civile, dedizione al sapere dovrebbero essere qualcosa di più dell’aria fritta con cui chiunque si riempie la bocca ? La vera domanda che manca e che non si trova in nessun blog, in nessuna invettiva contro la valutazione, in nessuna concione contro il sistema concorsuale e il malaffare accademico è: come si è potuti arrivare tanto in basso? Cosa ha trasformato l’università in un luogo dove critica e libertà d’opinione sono diventate chimere e dove domina il conformismo più assoluto? Si potrebbero mettere in fila riforme sbagliate e politiche improvvisate e incompetenti quanto si vuole. E sarebbe anche facile dire che in un paese dove la politica e l’amministrazione a tutti i livelli hanno sepolto sotto metri cubi di terra la trasparenza, l’onestà, l’interesse generale, non si vede perché trasparenza, onestà, interesse generale dovrebbero albergare proprio nell’università. Forse però, prima di nascondere i problemi scaricandoli sui governi e prima di rassegnarsi, vale la pena di chiedersi se non siano le persone, i singoli individui, a essere i veri, ultimi responsabili.

A.G.

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20 Commenti

  1. E’ del tutto ovvio che ci sia un conformismo imperante, fatto discusso e sottolineato in varie occasioni anche su ROARS.

    Tra la lista di concause menzionerei il blocco dei concorsi universitari, che durava sostanzialmente dal 2001. Ci sono stati settori iperpenalizzati da questo blocco, tanto che in alcuni SSD il numero di ordinari è stato più che dimezzato.

    Con le nuove regole concorsuali ha preso il via l’assalto alla diligenza di quei pochi che si son ritrovati tra le mani un potere assoluto, e che in taluni casi è stato usato per un repulisti generalizzato di filoni di ricerca, concorrenti, storicamente molto solidi. Una vendetta perpetuata con tecniche e metodi simili a quelli in uso in certe periferie borgatare. Su questo ha pesato moltissimo la valutazione bibliometrica che ha dato il via libera ai filoni di ricerca, spesso molto più popolari, che nelle SSD hanno l’h-index più alto. E’ del tutto inevitabile che di fronte ad una configurazione di questo tipo è impossibile che vi sia un’ampia e seria riflessione all’interno dell’Università.

    E’ vero che parte della responsabilità è di chi si adegua al conformismo, ma non avrei molti dubbi sul fatto che la responsabilità primaria di questo sfacelo vada ascritta alla totale inadeguatezza della classe politica, le cui scelte di indirizzo sono state le peggiori ipotizzabili.

  2. Questo articolo giustamente pone un problema ma le conclusioni sono senza speranza. Dire che è colpa delle persone vuol dire che è così e non c’è nulla da fare. Quando una comunità di migliaia di persone è ridotta in questo modo, il problema non sono le persone ma il modo con il quale sono governate. E’ la governance la reale responsabile di questo clima asfissiante del quale oltretutto c’è continuo malumore internamente. Gli istituti di democrazia (consigli di dipartimento, consigli di facoltà ecc,) sono ormai ridotti al lumicino, con la gente che viene cercata all’ultimo momento per raggiungere il numero legale e che va ad apporre la firma di presenza per fuggire via alle proprie faccende appena possibile, perché sa che questi in realtà non hanno alcuna funzione reale e che in esse si sviluppano diatribe e chiacchiere a non finire mentre tutto viene deciso dietro le quinte, nell’ombra. E’ pertanto la governance, la necessità di rimanere agganciati ad un carro per fare carriera, sono le modalità di valutazione, è la burocrazia introdotta dalla legge gelmini la prima responsabile di questo degrado. Il personale universitario è fatto di persone e le persone si adeguano quando mancano speranze di cambiamento. E’ perciò in definitiva il governo e la mancanza di una speranza di cambiamento ciò che rende asfittico il clima universitario in definitiva. I docenti non sono esseri superiori esterni alla società e risentono del clima politico del paese, in forme particolari. Non dimentichiamo che con il fascismo solo una decina di professori si rifiutò di giurare fedeltà al fascismo.

  3. Bellissimo articolo, la Befana 2018 non mi poteva portare un regalo più bello!!!!
    Alcuni passaggi sono eccezionali, come “…Eppure non ci vuole molto a rendersi conto della miseria dei confronti dialettici che avvengono dentro i dipartimenti, nei cui consigli la discussione, il confronto di opinioni sono bandite e non di rado, nei casi peggiori, sovrastate dal vociare sguaiato di fazioni squadriste…” Le ho vissute sulla mia pelle tanto che me ne sono andato da un dipartimento che avevo contribuito a fondare. O ancora “Forse però, prima di nascondere i problemi scaricandoli sui governi e prima di rassegnarsi, vale la pena di chiedersi se non siano le persone, i singoli individui, a essere i veri, ultimi responsabili.”
    Cito, voglio copiare, dalla recensione di un libro non recentissimo “La libertà dei servi”: “Rispetto alle corti dei secoli passati, quella che ha messo radici in Italia coinvolge non più poche centinaia, ma milioni di persone e le conseguenze sono le medesime: servilismo, adulazione, identificazione con il signore, preoccupazione ossessiva per le apparenze, arroganza, buffoni e cortigiane.”
    Ma il problema principale del degrado della democrazia (sempre meglio una cattiva democrazia…) è una legislazione inadeguata, inefficace, spesso mal applicata (Commissioni etiche e Codici etici o Anticorruzione e Trasparenza a che servono nelle Università? Io nel mio piccolo ho cercato di attivarle ma senza alcun successo), ed il Grito de Dolores sorge immediato: quando aboliamo la legge Gelmini?
    Sovviene che alcune figure di legislatori abbiamo sanato almeno momentaneamente i malesseri della società da Solone, a Mosé, dall’Habeas Corpus ai firmatari della dichiarazione di indipendenza (tutti nascono liberi tranne gli schiavi neri!) dalla costituzione (la prima scrittura) della Repubblica Francese alla Costituzione della Repubblica Romana e qui mi fermo. Aveva ragione Confucio educare le persone, rinforzare le famiglie e le scuole, per educare lo Stato.

  4. Un punto a mio avviso per nulla discusso, nella stampa e su Roars è la corruzione del pensiero dei docenti indotta dalle valutazioni degli studenti, alle quali essi come individui e come membri di organi di governo dell’Università si sono adeguati per valutare la qualità dei corsi di studio e i modi per migliorarla. Se la levatura intellettuale di molti studenti è quella descritta nel libro di Davide Miccicone “Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo”, opportunamente recensito tempo fa su Roars, varrebbe la pena di chiedersi quale effetto può avere sui docenti la ricerca del loro gradimento, considerando le conseguenze che esso può avere sulla loro carriera e la loro reputazione.
    Nell’Università di Padova, presso la quale insegno, un punteggio insufficiente porta automaticamente al mancato rinnovo di un insegnamento per contratto. Questo forse aiuta a capire perché tanti studenti che hanno superato l’esame di inglese si rivelino poi incapaci non solo di tradurre un testo, ma anche di capire la struttura grammaticale della frasi.
    Un esempio di come tale corruzione possa essere profonda, servile e, temo inconsapevole, è uno stralcio della scheda di monitoraggio annuale di un corso di laurea presso il quale insegno, che un Consiglio di Corso di Laurea era chiamato ad approvare mediante riunione telematica, esprimendo accordo o disaccordo a un verbale inviato in allegato.

    “Anche la redazione dell’elaborato finale rallenta la carriera: a tal fine, forme alternative o sostitutive potrebbero essere individuate vista anche la relativa scarsa propensione degli studenti per la redazione di un testo scritto scientifico di tipo argomentativo”.

    Io ho risposto che la scelta delle attività didattiche andrebbe fatta in base non alle propensioni degli studenti, ma ad un progetto formativo, sul quale sarebbe stato il caso di discutere. Nessuno sì è accorto del mio messaggio, perché tutti si sono limitati a rispondere “approvo”.

  5. Un punto a mio avviso per nulla discusso, nella stampa e su Roars, è la corruzione della mentalità dei docenti indotta dalle valutazioni degli studenti, alle quali essi come individui e come membri di organi di governo dell’Università si sono acriticamente allineati per valutare la qualità dei corsi di studio e i modi per migliorarla. Se la levatura intellettuale di molti studenti è quella descritta nel libro di Davide Miccione “Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo”, opportunamente recensito tempo fa su Roars, varrebbe la pena di chiedersi quale effetto può avere sui docenti la ricerca del loro gradimento, date le conseguenze che esso può avere sulla loro carriera e la loro reputazione.
    Nell’Università di Padova, presso la quale insegno, un punteggio insufficiente porta automaticamente al mancato rinnovo di un insegnamento per contratto. Questo forse aiuta a capire perché tanti studenti che hanno superato l’esame di inglese si rivelino poi incapaci non dico di tradurre un testo, ma di capire almeno la struttura grammaticale di una frase.
    Un esempio di come tale corruzione possa essere profonda, servile e, temo inconsapevole, è uno stralcio della scheda di monitoraggio annuale di un corso di laurea presso il quale insegno, che un Consiglio di Corso di Laurea era chiamato ad approvare mediante riunione telematica, esprimendo accordo o disaccordo a un verbale inviato in allegato.

    “Anche la redazione dell’elaborato finale rallenta la carriera: a tal fine, forme alternative o sostitutive potrebbero essere individuate vista anche la relativa scarsa propensione degli studenti per la redazione di un testo scritto scientifico di tipo argomentativo”.

    Io ho risposto che la scelta delle attività didattiche andrebbe fatta in base non alle propensioni degli studenti, ma ad un progetto formativo, sul quale sarebbe stato il caso di discutere. Nessuno sì è accorto del mio messaggio, perché tutti si sono limitati a rispondere “approvo”.

  6. Quando io sono entrata, da studentessa, all’università (a.a. 1985/86) su 4 professori 1 era ottimo, 1 accettabile, gli altri 2 indegni del nome di professore. In tempi di vacche grasse (più grasse di ora) ciò era possibile. In tempi di vacche magre il professore ottimo deve essere stato avvertito come uno scomodo lusso, a vantaggio del professore grato, malleabile, fedele etc. Oggi, la mediocrità è la regola. La passione per la disciplina è guardata con curiosità e sospetto, l’equilibrio come debolezza, etc..
    Le diverse condizioni economiche hanno portato alla luce qualcosa che deve esserci sempre stato, ma era un po’ nascosto. Le riforme, a mio parere, buone o cattive, non incidono più di tanto sui comportamenti dei singoli. Chi vuole fare bene riesce a farlo, nell’università come nella scuola. Certo è abbastanza faticoso…

  7. Mi dispiace che l’autore dell’articolo abbia avuto in sorte di vivere una realtà universitaria così degradata. Sono nell’università da oltre 20 anni, ho assistito a lotte accademiche anche dure, ma sempre motivate da ragioni scientifiche e finalizzate alla crescita delle discipline e al reclutamento degli studiosi più bravi. Mi rendo conto che non è così in tutti i settori e in tutti i dipartimenti, ma non mi sento di condividere queste generalizzazioni apocalittiche. Additare tutti i docenti come colpevoli del degrado morale dell’università, stigmatizzare “la miserrima levatura morale e intellettuale delle persone”, lo trovo sinceramente offensivo per tutti coloro che quotidianamente si impegnano per questa istituzione, pur tra tutte le difficoltà che sappiamo e che ROARS meritoriamente non manca di segnalare. Non mi pare peraltro che una sequenza di giudizi categorici non suffragati da alcuna argomentazione oggettiva possano costituire una base per una riflessione seria sul conformismo delle classi dirigenti e dell’accademia in particolare (che pure esiste e merita di essere analizzato e discusso).

    • Nessuno è perfetto (cit.), ma non mi sento particolarmente responsabile del degrado morale dell’accademia italiana. Vedo anche molti colleghi che non meritano di stare sul banco degli imputati. Sono profondamente grato a quei direttori di dipartimento, presidenti di consiglio di corso di studio, coordinatori di dottorato, etc, etc che tengono a galla la baracca, a volte con autentica abnegazione, districandosi tra MEPA, AVA, riesami, schede SUA, TUA, MIA e così via (no, la TUA e la MIA non esistono ancora, ma non poniamo limiti alla provvidenza). Credo che, senza il senso di responsabilità di molti, saremmo già affondati da tempo. Forse Ministri, ANVUR, Renzi Boys, editorialisti del Corriere sono i primi a non capacitarsi del mancato collasso totale dell’università dopo la coventrizzazione a cui è stata sottoposta (e giustamente cercano di rincarare la dose). Una situazione da avamposto sperduto in attesa di essere spazzato via. E, come nei migliori film, tra i disperati sopravvissuti si annida anche il codardo, il profittatore e chi se la intende col nemico.

  8. La parte finale dell’intervento di AE Berti, sulla tesi finale (del triennio o del biennio? non è un dettaglio superfluo), lascia allibiti. I consigli o gli organi di grado superiore ne sono a conoscenza e approvano a loro volta?
    Quanto all’articolo che si sta commentando, descrive dei comportamenti collettivi talmente preoccupanti (come pure l’intervento appena menzionato) da non sembrare reali in un’università europeo-occidentale del XXI secolo; scopro inoltre che altrove è peggio di quel che ho vissuto dalle mie parti, dal 2000 in poi. Ci vorrebbero anche delle comparazioni con università di altri stati, basate su dati provenienti dall’interno di ciascuna. Tanto per vedere se la deriva è comune, di tipo ideologico, e quindi indipendente dal fattore finanziamenti. L’articolo presenterebbe una situazione cristallizzata, da cui dipende, penso, anche la durezza delle formulazioni. Ma questa situazione non è nata così, cristallizzata e definita, ha una sua storia, molto più fluida e in seguito vischiosa, durante la quale momento dopo momento e dettaglio dopo dettaglio si è assistito a una lenta metamorfosi, parte dopo parte. Poiché il corpo docente, quello strutturato, in buona parte si è rifiutato di apprendere, di informarsi, di leggere, di studiare per poter discutere consapevolmente e criticamente, nei consessi e altrove su cosa stava capitando, tra leggi, decreti e quant’altro, per superbia, per indifferenza e ultimamente per mancanza di tempo (sovraccarico didattico e esigenze di carriera predisposte dall’Anvur), si è affidato e consegnato fin da subito ai ‘manager’, agli ‘uffici’, ai burocrati e alla burocrazia. Sono nate lotte oscure per accaparrarsi crediti, studenti, posizioni, quindi premialità, ai danni dei perdenti in crediti, studenti e posizioni (se si tira la coperta da una parte, non può bastare per tutti). Così la democrazia gestionale è diventata formale, vuota in superficie, e melmosa, insondabile sotto, livello al quale non tutti avevano ovviamente accesso, dal momento che alcuni pensavano che il luoghi per discutere e non soltanto per alzare la mano fossero i consessi e non i ‘corridoi’. I ‘manager’ (coordinatori ecc.) inondavano e stordivano con discorsi pieni di dati e di numeri, i verbali erano di conseguenza e volutamente verbosi, noiosi e illeggibili. Come interventi si riportava quel che conveniva, ma siccome poi si approvava a maggioranza, i verbali diventavano documenti validi e attuativi. Non sempre è stato così, ma in buona parte sì.

  9. Forse @Andrea dovrebbe considerare che il sistema Università fa parte di un sistema Italia ove il degrado della democrazia è evidente e gli aspetti deleteri, del migliore dei regimi possibili, sono innumerevoli. Il movimento 5Stelle raccoglie, nonostante la Raggi e Di Maio, un notevole consenso, ed è sostanzialmente un voto di protesta verso la CASTA (libro bestseller) e gli “accatastati”. Ci vogliono prove? A mio giudizio il miglior indicatore è la bassa affluenza dei cittadini al voto con percentuali che si avvicinano al 50% e meno. Si parla di democrazia matura per questo… ma no?! L’Università è un’isola felice, un paese dell’Utopia in controtendenza rispetto al resto del paese? Non credo proprio, anzi…
    La mia esperienza personale della mia Università, vissuta dall’interno per oltre 30 anni, è totalmente negativa dai dipartimenti agli organi di governo. Non servono a niente Codici e Commissioni etici, Anticorruzione e Trasparenza: sono gestiti dal potere in maniera ridicola e risibile. Il tutto è colpa anche della Gelmini che ha creato dei rettori inamovibili per 6 anni che diventano i padroni delle ferriere e instaurano un regime feudale dove i vassalli sono premiati e i protestatari additati come eretici del vero ed unico Dio.
    Potrei continuare a lungo, parlando di MIUR, ANVUR, CRUI, oltre all’elenco di De Nicolao TUA, MIA, SUA etc. etc. ma non conviene. Segnalo solo un libro “Al limite della docenza. Piccola Antropologia del professore universitario”, che ha avuto una recensione negativa su ROARS ma che non condivido. Prima o poi proporrò a ROARS una controrecensione.
    Questo significa che l’intero sistema è marcio? Difficile dire già ho scritto che Sodoma e Gomorra potevano essere salvate, dopo un’esilarante trattativa tra Abramo e Dio, da 10 “giusti”. Ho fiducia nell’Università: ci sono ben più di 10 giusti che vi lavorano e sono questi che giustificano e salvano il nostro sistema.

  10. Quando dico, molto più sinteticamente, le stesse cose di Montanari or ora riprese dalla redazione di Roars, c’è sempre qualcuno che mi ritiene catastrofista, devastante, assillato da cupio dissolvi. Evidentemente l’abito (Montanari e La Repubblica) fanno il monaco. E anche questo fa parte del conformismo qui denunciato.

    • c’è qualcuno che non è mai contento … Cosa dobbiamo fare di più? Io ogni tanto propongo alla redazione un bel redirect di http://www.roars.it a un sito porno (di classe A, in lingua inglese e sopra la mediana, naturalmente)

      😉

  11. Un articolo che dice cose vere ma complessivamente banali. Manca l’analisi delle cause. Io conosco solo l’ambito delle scienze dure e in questo caso l’analisi è abbastanza facile. Non si fa ricerca da soli: il lavoro della ricerca, accoppiato alla didattica è gravoso. Il docente universitario (al contrario di quello del Liceo, che non fa ricerca) ha bisogno di collaboratori, spesso precari. Quando esce un concorso promuovere il proprio collaboratore precario, oltre ad essere un dovere morale (quello sta li e accetta il precariato in attesa di una stabilizzazione, che in altri ambiti la legge espressamente prevede), è una questione di sopravvivenza scientifica: se un docente non promuove i suoi collaboratori si sparge la voce e nessuno vorrà più collaborare con lui. La pressione a pubblicare, ad essere citati etc. aggrava la situazione. Di qui la politica accademica, i litigi in Dipartimento e gli altri fenomeni citati nell’articolo.

  12. @Andrea_Bellelli
    Chi di banalità ferisce di banalità perisce.
    Non è in gioco o discussione la libertà di ogni docente di lottare per premiare anche con avanzamenti di carriera i propri collaboratori, ma un sistema in cui il merito tra i tanti collaboratori venga valutato in maniera scorretta e soggettiva, senza alcun riguardo alle necessità di didattica e di ricerca del dipartimento. Qui i giochi si fanno sporchi e le maggioranze nel dipartimento creano la classica rana che vuol imitare il bue: si gonfiano gli organi di alcuni SSD, che hanno la maggioranza in dipartimento, a scapito di alcuni SSD che non hanno neanche un ordinario e pur rappresentati da persone di grande spessore e merito. La falsa fisica giudaica che mina quella ariana è dietro la porta, anzi spesso pervade le decisioni a maggioranza del dipartimento. Quello che fa il dipartimento, spesso pure schifezze, all’Ateneo non importa nulla, perché il MR è il primo a fare quelle schifezze: le cattedre riservate a decisioni del CdA (cioè del MR che nomina il CdA) sono altre schifezze che si aggiungono alle schifezze dipartimentali. A seguitare le schifezze dell’Ateneo sono i prodromi delle schifezze del MIUR, ANVUR, (S)Governo: una schifezza tira l’altra.
    Vuoi le cause: leggi sbagliate in molte parti e inefficaci nelle parti migliori, pochezza etica dei più che bazziccano l’università ove il proprio particolare sovrasta il bene generale, un’università ove i Quisling, i Petain, i Badoglio, superano di gran lunga i De Gaulle e i Churchill. Così va il mondo da sempre, ma i buoni ed i giusti esistono anche se spesso sono sovrastati dai cattivi e disonesti.

    • Caro Paolo Biondi, hai scritto verità sante. E fossero dei Petain e dei Badoglio già avrebbero una certa levatura seppure negativa. Purtroppo ci troviamo a parlare di figuri inquietanti il più delle volte di terz’ordine, di nessun rilievo e riconoscimento al di fuori delle mura dipartimentali, e naturamente assolutamente sconosciuti fuori dei confini nazionali. Eppure sono stati in grado di prendere il potere nelle università italiane con metodi para-mafiosi (come chiamarli altrimenti? Ne sono piene le cronache), manipolando le leggi a proprio piacimento, utilizzando ingenti risorse pubbliche per i propri loschi scopi.

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