Accettando LIBERAMENTE il ruolo di revisori, i ricercatori lodati dall’ANVUR rinunciano alla possibilità di fermare la VQR e perdono ogni diritto a protestare contro di essa, quale che sia la motivazione alla base della loro scelta. Lo devono sapere e noi non mancheremo di ricordarlo ad ogni revisore che, per amicizia o per la passione di un confronto onesto e vero, accetterà di uscire dall’anonimato che lo proteggerà fino al termine dell’intera procedura. Tutti possono scrivere all’ANVUR per ritirare la loro disponibilità e li aspettiamo fra i firmatari di stopVQR (http://firmiamo.org/stopvqr/). Il numero dei revisori peer non lo decide il destino. Tocca ai colleghi scegliere.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

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L’ANVUR, nel comunicato stampa che ha chiuso la fase più importante della campagna VQR 2011-2014, non ha dimenticato di ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile questo sfolgorante successo. Nei numeri che accompagnano i complimenti alla comunità accademica italiana ci sono una grave mancanza di rispetto e una profonda verità.

L’ANVUR confronta il numero degli “addetti accreditati con prodotti da conferire” con quello degli “addetti con prodotti conferiti” e il numero dei “prodotti attesi” con quello dei “prodotti conferiti”, parlando tranquillamente di addetti (il 93,1%) «che hanno effettivamente presentato prodotti alla VQR 2011-2014». Dove sono finiti tutti coloro che non hanno presentato alcunché – perché contrari ai modi e alle finalità di questa VQR – e i cui prodotti sono stati presentati (si spera in ogni caso con il loro consenso o almeno silenzio-assenso) dalle rispettive strutture? La decisione di far semplicemente scomparire questa percentuale di protesta è inaccettabile. Forse non spetta all’ANVUR preoccuparsi di questi dati. Ma era certamente un dovere di trasparenza segnalare l’esistenza e l’impatto di questa forma di rifiuto. Il rettore di Firenze, con grande onestà, ha dichiarato che per il 12,8% degli accreditati l’inserimento dei prodotti è avvenuto per via istituzionale e questo fa precipitare sotto l’85% la percentuale degli addetti del suo ateneo che hanno presentato prodotti. Difficile continuare a parlare di una irrilevante minoranza di obiettori. Quando sapremo quanti sono stati davvero in tutte le università i professori che hanno detto e dicono “no”? A chi dobbiamo rivolgerci per ottenere che questi dati siano finalmente a disposizione di tutti? È normale che la comunicazione pubblica su un fatto intorno al quale si sono accese polemiche di rara intensità sia stata viziata da una lacuna così rilevante?

Il comunicato stampa cita poi i 400 illustri studiosi italiani e stranieri coinvolti nei GEV e i quasi 11.000 ricercatori che hanno già accettato di svolgere l’attività di revisori peer. E questa è invece una profonda verità. La campagna non è finita ed è solo grazie alla collaborazione di questi colleghi (soprattutto nelle aree non bibliometriche) che l’ANVUR può sperare di arrivare fino in fondo e stilare ancora una volta le sue “dettagliatissime” classifiche. È arrivato il momento di dire con chiarezza che questi colleghi si stanno assumendo una responsabilità pesante. Non lo fanno sotto costrizione, perché nessuna punizione è prevista in questo caso per il rifiuto: non si applica l’argomento del “danno all’istituzione”, utilizzato in modo ossessivo per ottenere il caricamento dei prodotti. Non lo fanno, evidentemente, per soldi: è arduo considerare i 30 Euro lordi per prodotto promessi dall’ANVUR un elemento decisivo per indurre qualcuno a collaborare. E allora perché lo fanno?

A coloro che sono convinti che così si faccia il bene dell’università italiana – e che rispettiamo – ricordiamo soltanto che il loro lavoro sarà usato dal governo per fare ciò che il sottosegretario Toccafondi ha ribadito in modo inequivocabile nella “non” risposta ad una interrogazione presentata da alcuni parlamentari del PD: la quota premiale salirà fino al 30 per cento e continuerà ad essere vincolata quasi interamente alla VQR. Risultato: il bene (il minor male, visto l’andamento del finanziamento al sistema in questi ultimi anni) di alcune università sarà fatto lasciandone agonizzare molte altre, quasi tutte nel Sud, mentre continuerà l’umiliazione della didattica e di chi si ostina a considerarla una missione irrinunciabile dell’università. Noi siamo convinti – e chiediamo solo di poterci confrontare pubblicamente con chi la pensa diversamente – che la VQR produca inesorabilmente questo effetto: chi collabora ad essa lo accetta o addirittura lo vuole e non si può nascondere dietro l’alibi della lotta a baroni e fannulloni, perché per questa lotta (doverosa) non c’è bisogno di trasformare l’università nell’arena di Hunger Games. Speriamo che abbiano ragione gli amici che, pur di fronte a dati come quelli che documentano il declino delle università del Sud, continuano a negare che questo sia l’effetto della VQR o lo considerano comunque un prezzo accettabile da pagare. Noi crediamo che abbiano torto.

A tutti gli altri ci sentiamo di dover dire che nessuna delle ragioni che ci è capitato di ascoltare o anche di leggere appare accettabile. In molti casi ci sembra addirittura di ritrovare l’idea che questa partecipazione possa essere importante per garantire l’equità e la trasparenza della valutazione. Perché? I colleghi che collaborano perché credono in questa VQR sono perfettamente in grado di assicurare equità e trasparenza. E le critiche al modo in cui è organizzata la valutazione non possono che essere proposte pubblicamente, come noi abbiamo sempre fatto. Chi è convinto che la VQR sia un male ha dunque il dovere di comportarsi di conseguenza. Accettando LIBERAMENTE il ruolo di revisori, i ricercatori lodati dall’ANVUR rinunciano alla possibilità di fermare la VQR e perdono ogni diritto a protestare contro di essa, quale che sia la motivazione alla base della loro scelta. Lo devono sapere e noi non mancheremo di ricordarlo ad ogni revisore che, per amicizia o per la passione di un confronto onesto e vero, accetterà di uscire dall’anonimato che lo proteggerà fino al termine dell’intera procedura. Tutti possono scrivere all’ANVUR per ritirare la loro disponibilità e li aspettiamo fra i firmatari di stopVQR (http://firmiamo.org/stopvqr/). Il numero dei revisori peer non lo decide il destino.

Tocca ai colleghi scegliere.

Alberto Baccini – Università di Siena

Nicola Casagli – Università di Firenze

Giuseppe De Nicolao – Università di Pavia

Stefano Semplici – Università di Roma Tor Vergata

 

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