A che punto sono le abilitazioni? Episodio 2 (qui il primo episodio)

La costruzione del nuovo sistema di reclutamento, previsto dalla l.240/2010, è stata accompagnata da vivaci polemiche, spesso ospitate su questo sito. La scelta dei criteri, individuati dall’ormai famoso decreto “criteri e parametri”, il calcolo delle mediane, la definizione di età accademica, la rimodulazione dell’indice H in H-contemporary, la compilazione delle liste di riviste, sono stati solo alcuni degli episodi che hanno generato maggiore discussione: dopo mesi di dibattito era chiaro che i meccanismi escogitati da ANVUR e ministero sono intrinsecamente fragili e destinati a creare contenzioso amministrativo. Avanti il TAR Lazio sono già pendenti numerosi ricorsi, promossi da aspiranti commissari; è facile immaginare che i Tribunali Amministrativi di tutta Italia dovranno occuparsi, ad abilitazioni concluse, anche dei ricorsi dei candidati.

Il quadro, lo abbiamo già ricordato tante volte, è reso particolarmente difficile dalla brevità dei tempi a disposizione delle commissioni. Un recente Decreto Direttoriale ha disposto le seguenti scadenze per le commissioni dell’ASN:

Per comprendere appieno quale calvario dovranno affrontare le commissioni, consideriamo un’immaginaria commissione di abilitazione nominata il primo di gennaio. Essa dovrà attendere i 30 giorni di tempo disposti (illegittimamente) dal decreto di nomina per le ricusazioni. Ai primi di febbraio potrà iniziare ad operare con la designazione del presidente e la definizione dei criteri. Un passo, quest’ultimo, estremamente delicato in vista di eventuale contenzioso. Immaginiamo che i commissari siano particolarmente rapidi e che per il 7 di febbraio abbiano già concluso questi adempimenti preliminari. Dovranno quindi attendere altri 15 giorni per consentire a chi fra i candidati lo volesse, di ritirarsi (art. 2 c. 8 del bando ASN). Se la commissione dovesse trovarsi ad avere 400 candidati, essa avrebbe circa 2,2 mesi di tempo per procedere all’esame dei candidati: un’ottantina di giorni per 400 candidati, ossia circa 6 candidati al giorno, festivi inclusi. Immaginando (l’ipotesi è volutamente al ribasso) che ogni candidato abbia presentato 10 pubblicazioni scientifiche, si tratta di 60 pubblicazioni da valutare al giorno (vedi anche l’articolo in merito già pubblicato su Roars).

Un carico di lavoro tale da mettere di per sé a rischio la credibilità dell’esito finale dell’abilitazione: chiunque, infatti, potrà invocare se respinto il difetto di istruttoria da parte della commissione, senza particolare necessità di ulteriori argomentazioni.

Non solo: la circolare MIUR dell’11/1/2013 raccomanda alle commissioni di procedere a rigorosa motivazione nel caso in cui ci si discosti dal criterio delle mediane, ossia quando si abilitino candidati sotto le mediane, o non si abilitino candidati che le superano. Raccomandazione davvero opportuna, ai fini di prevenire contenzioso. Non basterà, infatti, motivare rigorosamente le esclusioni per evitare i ricorsi dei respinti, ma occorrerà fare lo stesso per gli “eccellenti” che non superano le mediane per evitare che candidati respinti che le superano invochino eccesso di potere per contraddittorietà, illogicità, disparità di trattamento e ingiustizia manifesta. La nostra commissione immaginaria, dunque, dovrà valutare collegialmente 6 candidati al giorno, redigendo almeno per un buon numero di casi “rigorose motivazioni”. Peanuts.

La situazione che si è creata non può che portare a due esiti alternativi:

• l’abilitazione in massa di tutti coloro che superano le mediane (ma saranno corrette le indicazioni in merito fornite dal CINECA?)

• l’adozione di criteri più restrittivi con il rischio concreto di generare contenzioso.

Chi scrive non ha dubbi che le commissioni preferiranno scegliere la prima fra le due vie. A meno che le commissioni non decidano di avvalersi di quanto previsto dall’Art. 8, commi 3, 4 e 8 del D.M. 76/2012:

La commissione nello svolgimento dei lavori può avvalersi della facoltà di acquisire pareri scritti pro veritate da parte di esperti revisori ai sensi dell’articolo 16, comma 3, lettera i), della legge [240/2012]. La facoltà è esercitata su proposta di uno o più commissari, a maggioranza assoluta dei componenti della commissione … l’eventuale dissenso dal parere pro veritate di cui al comma 3 è adeguatamente motivato … i pareri pro veritate di cui al comma 3 possono essere resi anche in una lingua comunitaria diversa dall’italiano.

Sarebbe davvero paradossale se la macchina dei sorteggi, pensati per garantire trasparenza ai concorsi e spezzare le consorterie, si risolvesse in commissioni “allargate” a cordate di esterni designati direttamente dai commissari a maggioranza dei 3/5. Si noti per di più che solo il dissenso dal parere pro veritate dev’essere motivato dalla commissione.

Di tutto ciò il Ministero è perfettamente consapevole. Infatti si fa balenare ai candidati la possibilità di partecipare alle prossime tornate di abilitazione, e anzi si preannuncia per il 28 gennaio un nuovo bando, con scadenza alla fine di ottobre 2013, a soglie quantitative (mediane) invariate. E’ lecito chiedersi se i candidati accetteranno l’offa lanciata loro da Profumo. Chi lavora nell’università italiana sa bene che le regole tendono a cambiare molto rapidamente, e l’impressione diffusa che l’ASN si stia risolvendo in un disastro indurrà certamente molti a non fidarsi delle prospettive dischiuse dal Ministro dimissionario.

Ma soprattutto vi è un problema di risorse: il piano straordinario associati, secondo stime dello stesso ministero, consentirà – sui fondi 2012 – l’assunzione o la progressione di carriera di circa 3000 persone. Per i fondi 2013 si parla di meno di 200 posizioni.

Il piatto, insomma, è assai magro e l’orizzonte, dal punto di vista finanziario, è tutt’altro che roseo. Anche le sorti del piano straordinario associati 2011 (che consentirebbe altri 2000 passaggi di ricercatori in seconda fascia) non sono del tutto chiare: voci ben informate dicono che – nonostante il mancato rinnovo del piano con la Legge di Stabilità – i fondi resteranno a disposizione degli Atenei e potranno essere utilizzati per reclutamento e avanzamenti di carriera, sulla base di un gentlemen agreement fra Miur e MEF.

I fondi del PSA 2011, non rinnovati per legge, non dovrebbero essere più sottratti alle previsioni sul turnover contenute nella spending review. Viene da chiedersi quanti Direttori Amministrativi e Consigli di Amministrazione vorranno utilizzarli per il reclutamento degli abilitati al di fuori dei vincoli previsti esponendosi a contestazioni sulla base di accordi che allo stato sono solo informali: almeno una circolare sarebbe forse utile, per coprire le spalle degli amministratori.

Di sicuro c’è solo una cosa: l’attuazione della l.240/2010 si sta risolvendo in un disastro, in una fitta rete di prescrizioni inefficienti e per nulla in grado di assicurare il tanto decantato progresso del sistema italiano dell’università e ricerca. L’ASN soffre degli stessi difetti di progettazione di altre parti della riforma: una iperregolazione inefficiente e mal disegnata che finirà per risolversi in un tragicomico flop. Anche perché a fronte della proliferazione di regole più o meno cervellotiche (mediane, normalizzazioni, e così via) mancano le risorse. Cosa ne seguirà? Molto semplicemente, le commissioni più avvedute si daranno alla pazza corsa per arrivare il prima possibile alla fine della procedura di abilitazione per poter iniziare a consumare le risorse disponibili, nella speranza di mantenere vivo il proprio settore a scapito degli altri. Per far questo dovranno abilitare molti, se non moltissimi, e concentrarsi su pochi respingimenti da motivare rigorosamente, per prevenire eventuali ricorsi. La strategia di Bip-Bip.

Con l’area 12 (scienze giuridiche) ridotta da MIUR e ANVUR al ruolo di Will Coyote. Ci sono commissioni che hanno già redatto i criteri sulla base dei quali opereranno, ma dell’area 12 non c’è traccia. Delle due l’una: o l’assenza è motivata dai numerosi ricorsi provenienti dalle scienze giuridiche, che si cerca di scongiurare evitando che si concretizzi il danno paventato dai ricorrenti; oppure si è deciso di dare una lezione ai troppo litigiosi giuristi, facendoli partire (e arrivare) per ultimi.

Del resto, si sa che il diritto è un ostacolo alla cultura del fare.

Send to Kindle

36 Commenti

  1. grazie per la consuetà puntualità nei commenti.

    A roars va riconosciuta la capacità in questi medi di informare, pungolare e migliorare questo orribile processo di abilitazione nazionale.

    Allo stato delle cose si potrebbe immaginare di andare a raggruppare alcuni verbali con i criteri biblio/non biblio delle commissioni insediate e operative? Potrebbe servire per capire come si stanno muovendo le commissioni, come stanno interpretando il loro compito e nonchè garantire trasparenza del processo.

    Così si fa un passo avanti dal DM all’operatività delle commissioni. Grazie per il vostro lavoro

  2. Aggiungo che non sono reperibili i decreti di nomina delle commissioni sul sito abilitazioni, nonostante siano già avvenuti i sorteggi. Io non li ho trovati nemmeno sul sito MIUR. Voi ne sapete qualcosa? Mi sembra strano che si parli di date di scadenza così ravvicinate senza nemmeno avere nominato le commissioni… bho

  3. Commento impeccabile che fotografa il disastro in cui si trova l’intera comunità scientifica italiana. Alla fine saranno tre anni persi a inseguire mediane, sorteggi, a incollare pdf, a meditare ricorsi, a sperare… Un poderoso diversivo dai veri problemi dell’Università e della ricerca. Ognuno sta pensando solo a se stesso (commissari e candidati; ma anche direttori e rettori).

  4. I decreti delle commissioni sono presenti sul sito del MIUR.
    Commissioni nominate
    Pubblicazione delle commissioni nominate: a partire dal 30 ottobre 2012 sono disponibili i decreti di nomina dei componenti delle commissioni di abilitazione scientifica nazionale sorteggiate. Se sul sito si clicca sul link “commissioni di abilitazione scientifica nazionale sorteggiate” compare il solito riquadro per la ricerca : Area e Settore. Ci sono in parte (non ho controllato tutti i settori) anche quelle dell’ 11 gennaio.

    • Occorre andare sul sito istituzionale dell’ateneo che è responsabile come sede della procedura per quello specifico settore. Se l’ateneo ha già nominato il dirigente responsabile della procedura, la commissione può già lavorare e formulare i criteri. Almeno un settore che conosco ha già superato questa fase.
      Una volta che i criteri sono stati pubblicati, decorrono due settimane per eventuali ritiri dei candidati. Trascorse due settimane, si dovrebbe finalmente conoscere la lista dei candidati. Dopo di che, la commissione può emettere il “verdetto” quando vuole.

    • quindi se le commissioni sono vincolate dalle mediane e possono ritoccarle solo verso l’alto, possono ridursi il lavoro di molto dicendo che in questa tornata valutano solo quelli che superano non due mediane, ma almeno tre e di almeno il 50%, gli altri facciano domanda per la seconda sessione che è già aperta. Sarebbe possibile?

  5. Condivido interamente le osservazioni contenute nel puntuale articolo di Antonio Banfi.
    Aggiungo ad esse una mia opinione sulla Circolare del Ministro dell’11 gennaio scorso.
    1) L’interpretazione fornita dalla Circolare Profumo non è vincolante, quanto meno ai fini dei contenziosi giurisdizionali sulla ASN.
    2) L’interpretazione fornita dalla Circolare Profumo mi sembra erronea in diritto, perché poggia su un presupposto di fondo non sostenibile.
    3) L’interpretazione che riterrei tecnicamente più aderente al testo complessivo del D.M. diverge da quella proposta nella Circolare: la regola che si trae dal D.M. 76/2012 (per quanto io non la condivida per nulla sul piano dell’opportunità) mi sembra, infatti, nel senso dell’inderogabilità “verso il basso” delle mediane da parte delle Commissioni.
    4) Se sono veri 1), 2) e 3), ne deriva che la Circolare Profumo si risolve in un invito, rivolto alle Commissioni, a privilegiare un’interpretazione non corretta (o, quanto meno, molto discutibile) del D.M., ossia a compiere un probabile errore interpretativo, foriero di altrettante probabili illegittimità nell’adozione dei giudizi valutativi.
    5) Perché la Circolare Profumo invita le Commissioni a considerare le mediane derogabili “verso il basso”, dequotando le mediane a condizioni NON NECESSARIE né sufficienti per conseguire l’abilitazione, quando invece un’interpretazione più rigorosa del D.M. porterebbe a dire che le mediane sono inderogabili “verso il basso”, ossia sono condizioni NECESSARIE anche se NON SUFFICIENTI per abilitarsi?
    Marzullianamente qui mi rispondo: perché il Ministro ha (forse) definitivamente compreso che le MEDIANE SONO ILLEGITTIME (in particolare, ma non solo, perché illegittimamente calcolate da ANVUR, come ha dimostrato ROARS).
    Se le mediane illegittime venissero intese come condizioni necessarie per l’abilitazione, evidentemente, tutta la procedura valutativa rifletterebbe nel prosieguo questa illegittimità. A mediane inderogabili illegittime corrisponderebbero, cioè, giudizi illegittimi per derivazione da quelle mediane.
    Da qui l’idea di gennaio: quella di tentare una sorta di “sanatoria ex post tramite circolare” del D.M. 76, facendo “dire” al D.M. ciò che quell’atto normativo non dice, ossia che le mediane sono derogabili verso il basso dalle Commissioni e, dunque, si riducono a condizioni NON NECESSARIE per l’abilitazione.
    Si spera, così, di disinnescare la “bomba sporca” delle mediane affermando che esse non risulteranno decisive per attribuire o negare l’abilitazione, sicchè i giudizi valutativi delle Commissioni, resi autonomi rispetto alle mediane, potrebbero salvarsi (restando aggredibili solo sul limitato piano del giudizio qualitativo, relativo al merito scientifico delle pubblicazioni, molto più difficile da sindacare in sede giurisdizionale).
    *** Su 1).
    Anziché procedere per la strada dell’interpretazione autentica del D.M. 76, con nuovo D.M. da sottoporre al parere preventivo del Consiglio di Stato e da pubblicare in Gazzetta Ufficiale, il Ministro ha scelto la scorciatoia della Circolare, nota firmata solo da Lui e pubblicata on line.
    Ecco gli effetti di questa geniale idea.
    A fronte di un D.M., “non può considerarsi interpretazione autentica quella fornita dal Ministero con circolare … difettando, tra le altre cose, soprattutto quella della medesimezza della fonte (D.M.)” (così Cons. Stato, Sez. IV, 20 gennaio 2006, n. 133).
    Infatti, “le circolari amministrative … non hanno di per sé valore normativo o provvedimentale o, comunque, vincolante per i soggetti estranei all’Amministrazione, con la conseguenza che i soggetti destinatari degli atti applicativi di esse non hanno alcun onere di impugnativa, ma possono limitarsi a contestarne la legittimità al solo scopo di sostenere che sono illegittimi perché scaturiscono da una circolare illegittima che avrebbe dovuto essere disapplicata; dal che discende, a fortiori, che una circolare amministrativa contra legem può essere disapplicata anche d’ufficio dal giudice, investito dell’impugnazione dell’atto che ne fa applicazione” (così T.A.R. Campania-Salerno, Sez. 17 ottobre 2012, n. 1836; Cons. Stato, Sez. VI, 13 settembre 2012, n. 4859; Cons. Stato, sez. IV, 21 giugno 2010, n. 3877).
    Insomma, “una circolare di natura interpretativa non è vincolante per il giudice, tenuto ad interpretare ed applicare la legge, donde l’irrilevanza anche dell’impugnazione della circolare medesima, del tutto priva di carattere provvedimentale” (Cons. Stato, Sez. VI, 22 maggio 2008, n. 2437); deve sottolinearsi “l’ininfluenza di tali circolari … in termini di netta inidoneità a vincolare il giudice quanto ai criteri interpretativi enunciati” (TAR Lazio-Roma, Sez. I quater, 26 marzo 2008, n. 2624); “in ordine alle circolari amministrative, è opportuno osservare che si tratta di atti diretti agli organi e uffici periferici ovvero sottordinati, e che non hanno di per sé valore normativo o provvedimentale o comunque vincolante per i soggetti estranei all’Amministrazione. Per gli organi e uffici destinatari delle circolari, queste ultime sono vincolanti solo se legittime, di talché è doverosa, da parte degli stessi, la disapplicazione delle circolari che siano contra legem” (Cons. Stato, Sez. IV, 17 maggio 2005, n. 2471).
    *** Su 2).
    La Circolare fonda la sua tesi interpretativa (presunta derogabilità verso il basso delle mediane) su un’unica disposizione: l’art. 6, comma 5, del D.M. 76.
    Si legga attentamente l’art. 6, comma 5: “Qualora la commissione intenda DISCOSTARSI dai SUDDETTI PRINCIPI è tenuta a darne motivazione preventivamente, con le modalità di cui all’articolo 3, comma 3, e nel giudizio finale”.
    Le domande da porsi sono due:
    (i) quali sono “i suddetti principi”?
    (ii) che significa “discostarsi” da tali principi?
    La risposta alla domanda (i) è relativamente agevole.
    Il termine “suddetti” indica inequivocabilmente che si parla di “principi” menzionati nello stesso art. 6 del D.M., nei commi che precedono il comma 5.
    I “suddetti principi” coincidono perciò (vedi i commi da 1 a 4 dell’art. 6) con il “principio secondo il quale l’abilitazione può essere attribuita esclusivamente ai candidati”:
    – “a) che sono stati giudicati positivamente secondo i criteri e i parametri” di cui all’art. 4, commi 1, 2, 3 e 4, lettere b), c), d), e), f), g), h), i) e l) – per la prima fascia – e di cui di cui all’art. 5, commi 1, 2, 3 e 4, lettere b), c), d), e), f), g) e h) – per la seconda fascia –;
    – “b) i cui indicatori dell’impatto della produzione scientifica complessiva presentino i valori richiesti”, ossia LE MEDIANE, di cui agli Allegati A e B, per le diverse fasce e i diversi settori concorsuali.
    Detto ciò, viene in gioco la domanda (ii): che cosa significa “discostarsi dai suddetti principi”?
    Secondo la Circolare, “discostarsi” vuol dire che le Commissioni potrebbero derogare motivatamente al principio che esige il possesso, da parte dei candidati:
    – SIA dei criteri&parametri di cui agli artt. 4 e 5;
    – SIA delle mediane di cui agli Allegati A e B.
    Muovendo da questo presupposto, la Circolare giunge a sostenere che le Commissioni, con adeguata motivazione, potrebbero abilitare i candidati che soddisfino i criteri&parametri ex artt. 4 e 5 anche qualora quei candidati NON SUPERINO LE MEDIANE.
    Questa interpretazione conduce a configurare, per così dire, Commissioni “deroga-tutto”.
    Le Commissioni, cioè, sarebbero in grado di derogare, purché motivatamente, a tutti i criteri&parametri di cui agli artt. 4 e 5 e a tutte le mediane di cui agli Allegati A e B, senza che si pongano distinzioni tra requisiti derogabili e requisiti inderogabili (nella Circolare, infatti, queste distinzioni non ci sono).
    Proprio perché tutto è in astratto derogabile dalle Commissioni, lo sono anche le mediane. Questo, al fondo, è il postulato da cui muove tacitamente la Circolare.
    Se però questa interpretazione fosse vera, bisognerebbe essere coerenti e portarla alle estreme conseguenze: il “discostarsi dai suddetti principi” potrebbe consentire alle Commissioni, motivatamente, di derogare anche ai criteri&parametri ex artt. 4 e 5 che riguardino requisiti QUALITATIVI DI MERITO, nello stesso modo in cui esse possono derogare alle mediane.
    In altri termini: una volta aperto il vaso di Pandora dell’idea secondo cui “tutto è derogabile, motivatamente”, la derogabilità motivata non potrebbe circoscriversi alle sole mediane, ma finirebbe per estendersi ad ogni criterio e parametro.
    Si pensi ai requisiti qualitativi di cui all’art. 4, commi 1, 2 e 3 (per la prima fascia) e all’art. 5, commi 1, 2 e 3 (per la seconda fascia): MATURITÀ SCIENTIFICA; COERENZA con le tematiche del settore concorsuale o con tematiche interdisciplinari ad esso pertinenti; ORIGINALITÀ, RIGORE METODOLOGICO E CARATTERE INNOVATIVO; ATTRIBUZIONE DI INCARICHI DI INSEGNAMENTO O DI RICERCA (FELLOWSHIP) UFFICIALE PRESSO ATENEI E ISTITUTI DI RICERCA, ESTERI E INTERNAZIONALI, DI ALTA QUALIFICAZIONE; conseguimento di PREMI E RICONOSCIMENTI PER L’ATTIVITÀ SCIENTIFICA, etc.
    Non mi sembra verosimile sostenere che il D.M., all’art. 6, comma 5, abbia lasciato aperta, a “Commissioni deroga-tutto”, la possibilità di motivare una deroga anche a criteri qualitativi di questo tipo.
    Insomma: la Circolare muove dal presupposto (per me) erroneo secondo cui l’art. 6, comma 5 del D.M. 76 si riferirebbe, senza distinzione, a tutti i criteri&parametri di cui agli artt. 4 e 5 (e a tutte le mediane di cui agli Allegati A e B), mentre così, ragionevolmente, non può essere.
    *** Su 3).
    A mio parere, l’art. 6, comma 5 del D.M. 76, quando consente alle Commissioni di “discostarsi dai suddetti principi”, non consente una deroga a tutti i criteri&parametri di cui agli artt. 4 e 5 e a tutte le mediane di cui agli Allegati A e B, ma solo una deroga PER RINVIO AI CASI TASSATIVI IN CUI LO STESSO D.M. 76 HA STABILITO, IN MANIERA ESPRESSA, LA DEROGABILITÀ (come amano dire i giuristi, ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit).
    Quali sono questi casi tassativi, in cui il D.M. 76 consente espressamente alle Commissioni la deroga?
    Sono solo due.
    a) D.M. 76, art. 4 e art. 5, comma 1, ultimo periodo.
    “La commissione può stabilire, con le modalità di cui all’articolo 3, comma 3, di NON UTILIZZARE uno o più DI TALI ULTERIORI CRITERI in relazione alla specificità del settore concorsuale”.
    Dunque, la Commissione può derogare motivatamente, quanto ai criteri qualitativi, NON A TUTTI i criteri di cui agli artt. 4 e 5 (originalità, maturità, rigore, etc.), ma solo agli “ULTERIORI CRITERI” di cui parlano il comma 1 dell’art. 4 e il comma 1 dell’art. 5.
    Per la prima fascia, “sono ULTERIORI CRITERI di valutazione la capacità di DIRIGERE UN GRUPPO DI RICERCA anche caratterizzato da collaborazioni a livello internazionale, l’esperienza maturata come SUPERVISORE DI DOTTORANDI DI RICERCA, la capacità di ATTRARRE FINANZIAMENTI COMPETITIVI IN QUALITÀ DI RESPONSABILE DI PROGETTO, soprattutto in ambito internazionale e la capacità di PROMUOVERE ATTIVITÀ DI TRASFERIMENTO TECNOLOGICO”; per la seconda fascia, “sono ulteriori criteri di valutazione la comprovata capacità di coordinare o dirigere un gruppo di ricerca, la capacità di attrarre finanziamenti competitivi almeno in qualità di responsabile locale e la capacità di promuovere attività di trasferimento tecnologico”.
    Solo questi criteri “ulteriori” sono motivatamente derogabili verso il basso (o disapplicabili) da parte delle Commissioni. Gli altri no.
    b) D.M. 76, art. 3, comma 3.
    Alle Commissioni è consentito “l’EVENTUALE utilizzo di ULTERIORI CRITERI E PARAMETRI PIÙ SELETTIVI ai fini della valutazione delle pubblicazioni e dei titoli”.
    Dunque, quanto ai criteri&parametri fondamentali, il D.M. 76 consente una deroga motivata da parte delle Commissioni, MA SOLO VERSO L’ALTO, in quanto permette alle Commissioni di fissare motivatamente “ulteriori criteri e parametri più selettivi”.
    PER LE MEDIANE (“indicatori”, che l’art. 1 del D.M. ascrive ai “parametri”), il D.M. non prevede perciò una possibilità di deroga verso il basso da parte delle Commissioni.
    Riassumendo. In base a questa interpretazione del D.M. 76 (che mi sembra più fedele a quel D.M., pur sbagliato):
    – non tutti i criteri e parametri sono derogabili dalle Commissioni;
    – le Commissioni possono derogare “verso il basso” solo rispetto ai criteri qualitativi “ulteriori” di cui al comma 1 degli artt. 4 e 5;
    – gli altri criteri qualitativi e i parametri quantitativi – dunque anche LE MEDIANE – sono invece inderogabili “verso il basso”; stando al D.M., essi potrebbero semmai essere motivatamente innalzati dalle Commissioni, per renderli più selettivi, non già abbassati o addolciti, per renderli più permissivi.
    Con i migliori saluti dagli esoterici misteri della ASN.
    Epilogo. Nell’ingorgo infernale in cui tutto è bloccato si ode il fischietto, accompagnato dall’intimazione beffarda: “circolare, prego … circolare”!

    • Ho un problema. Non entro nel merito delle questioni giuridiche analizzate, delle quali sono del tutto incompetente. Non sono però persuasa dall’argomento della “non verosimiglianza” (irragionevolezza) addotto contro la tesi “deroga tutto” nella nota al punto 2 dell’intervento. Se ho capito l’argomento, Jus contesta come non verosimile una deroga che potrebbe estendersi in linea di principio ad ogni criterio e parametro; la deroga “verso il basso” riguarderebbe esclusivamente i cosiddetti criteri “ulteriori”, non gli altri.

      Ora, ammesso – come mi pare anche Jus faccia – che con “principi” l’art. 6 comma 5 si riferisca tanto ai “criteri e parametri” (art. 6 comma 3 lettera a) quanto agli “indicatori dell’impatto” (art. 6 comma 3 lettera b), a me pare che l’ipotesi che non sia possibile derogare da alcuno dei requisiti menzionati in (a) e (b) non sia meno inverosimile dell’ipotesi (ovviamente estrema) che sia possibile derogare da ogni requisito indicato nel DM.

      Jus cita i commi 1, 2 e 3 degli art. 4 e 5, ma implicitamente anche il comma 4, che include i parametri che lui stesso riporta ad esempio “d) attribuzione di incarichi di insegnamento o ricerca (fellowship) ufficiale presso atenei” e “f) conseguimento di premi e riconoscimenti per l’attività scientifica”. Ora, è verosimile che non si possa derogare da nessuno di questi parametri? Accanto a questi ora ricordati, il comma 4 ne elenca altri, come “c) direzione di riviste, collane editoriali, enciclopedie e trattati di riconosciuto prestigio” o “g) partecipazione ad accademie aventi prestigio nel settore”. E’ verosimile che, in generale, si neghi l’abilitazione a qualcuno perché non fa parte di accademie o non dirige riviste? Logicamente no; i criteri e parametri non hanno tutti lo stesso peso e in tutti i casi, come anche è evidente nel richiamo alla necessità della loro ponderazione ai fini del giudizio di merito (art. 3 comma 3); peraltro nessuno di questi parametri era vincolante per la sorteggiabilità a commissario, che com’è noto richiede una qualificazione “coerente” con quella richiesta ai candidati all’abilitazione. Ma se è ragionevole che, almeno in alcuni casi, una commissione possa ritenere meritevole di abilitazione anche chi non fa parte di accademie e non dirige riviste o collane, allora cade la verosimiglianza del fatto che la derogabilità sia limitata ai soli “criteri ulteriori” del comma 1 o al solo irrigidimento “verso l’alto”.
      Resta che il DM è un inferno fatto coi piedi da diavoli zoppi e che dobbiamo a Jus un aiuto molto importante.

    • Molto giusta ed efficace l’obiezione di Valeria Pinto.
      Scomporrei l’obiezione in due domande:
      1) i parametri di cui all’art. 4, comma 4, e 5, comma 4, del D.M. sono inderogabili “verso il basso” da parte delle commissioni?
      2) se sono inderogabili, non ne consegue un assurdo, e cioè che le commissioni dovrebbero bocciare un candidato solo perché questi non soddisfa uno di questi parametri, ad esempio non ha mai diretto una rivista o mai vinto un PRIN?
      La mia risposta è:
      – su 1): sì, sono inderogabili “verso il basso”;
      – su 2): no, pur essendo inderogabili, non ne consegue l’assurdo ipotizzato.
      ***
      Mi spiego. Che significa “derogabile” o “inderogabile”, rispetto a un criterio o a un parametro di cui agli artt. 4 e 5 del D.M. 76? Significa che la Commissione non può decidere né di DISAPPLICARE quel criterio o quel parametro (ipotesi di deroga nell’an: i commissari non lo utilizzano affatto nella valutazione) né di RIDURLO (ipotesi di deroga nel quantum: i commissari lo utilizzano, ma abbassando la soglia, ad esempio valutando anche finanziamenti locali non competitivi o la direzione di riviste non scientifiche).
      Ecco: da questo punto di vista i criteri e parametri di cui agli artt. 4 e 5 sono inderogabili(tranne gli “ulteriori criteri” di cui parlano il comma 1 dell’art. 4 e il comma 1 dell’art. 5, questi resi espressamente derogabili dal D.M. stesso).
      Il D.M. 76, infatti, pur scritto malissimo, impone alle Commissioni di utilizzare una griglia.
      Il D.M. obbliga cioè le commissioni, per ogni candidato, ad effettuare una serie di verifiche, a compilare idealmente una sorta di tabella-questionario i cui campi sono predefiniti.
      La predeterminazione e l’uniformità dei campi (delle “domande” del questionario) è necessaria a garanzia della par condicio (cambieranno solo le “risposte”, ossia i valori nei campi, perché ogni candidato è diverso e qualcuno avrà fatto più o meglio, altri meno o peggio, rispetto a ciascun campo), trattandosi di una procedura pubblica.
      Da qui l’inderogabilità. Per TUTTI i candidati, la commissione DEVE PORSI LE STESSE DOMANDE, TUTTE QUESTE DOMANDE, senza eccezioni o deroghe. Le pubblicazioni presentate sono caratterizzate da originalità? Sono rigorose? Sono coerenti con le tematiche del SC o con tematiche interdisciplinari ad esso pertinenti? Sono state pubblicate presso editori, collane o riviste di rilievo nazionale o internazionale che utilizzino procedure trasparenti di valutazione della qualità del prodotto da pubblicare, secondo il sistema di revisione tra pari? Il candidato ha diretto (se aspirante ordinario) riviste, collane editoriali, enciclopedie e trattati di riconosciuto prestigio o ha partecipato ai relativi comitati editoriali (se aspirante associato)? Ha avuto la responsabilità scientifica (se aspirante ordinario) di progetti di ricerca internazionali e nazionali, ammessi al finanziamento sulla base di bandi competitivi che prevedano la revisione tra pari, o vi ha almeno partecipato (se aspirante associato)? Ha conseguito premi e riconoscimenti per l’attività scientifica? E così via.
      La griglia deve essere uguale per tutti, senza deroghe. Non è ragionevole una balcanizzazione arbitraria, non prevedibile a monte dai candidati prima della presentazione della domanda di ASN, per cui, ex post, a domande presentate, la Commissione x stabilisce che non terrà in alcuna considerazione il conseguimento di premi scientifici, la Commissione y che invece considererà i premi ma non la partecipazione a comitati editoriali di riviste, la Commissione z che non terrà conto del fatto di aver pubblicato su riviste peer-reviewed, etc.
      Vorrei richiamare, per lata analogia, un principio già espresso dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella diversa materia della procedure di affidamento di contratti pubblici e poi richiamato nella giurisprudenza italiana: “appare decisiva la sentenza 24 Gennaio 2008 (proc. C-532/2006) della Corte di Giustizia CE, nella quale si ribadisce che «tutti gli elementi presi in considerazione dall’autorità aggiudicatrice per identificare l’offerta economicamente più vantaggiosa e la loro importanza relativa siano noti ai potenziali offerenti al momento in cui presentano le offerte … infatti i potenziali offerenti devono essere messi in condizione di conoscere, al momento della presentazione delle loro offerte, l’esistenza e la portata di tali elementi … pertanto un’amministrazione aggiudicatrice non può applicare regole … che non abbia preventivamente portato a conoscenza degli offerenti» […] la contrattazione pubblica non è un gioco a sorpresa, nel quale vince chi riesce ad indovinare i gusti che la stazione appaltante manifesterà dopo la presentazione dell’offerta … ” (così TAR Lazio, Sez. II-quater, 7 marzo 2012, n. 2302).
      ***
      Dunque, tutti i criteri e i parametri di cui agli artt. 4 e 5 sono inderogabili.
      Ed allora, basta che un candidato non ne soddisfi uno perché scatti la sua bocciatura?
      No.
      L’art. 6 del D.M., quando parla dei criteri e dei parametri, è molto chiaro: basta che i candidati siano “giudicati POSITIVAMENTE SECONDO i criteri e i parametri”.
      In altri termini, vi è un giudizio COMPLESSIVO di segno POSITIVO o NEGATIVO, che implica comunque la considerazione di TUTTI i criteri e parametri (da qui la loro inderogabilità: i criteri e parametri sono e restano quelli stabiliti dal D.M., senza che le commissioni possano disapplicarne o ridurne uno o più). Per tornare al concreto. Si riguarda il questionario, campo per campo. Il candidato ha vinto PRIN? No. Ha vinto premi scientifici? No. Ha pubblicato opere originali e innovative? Sì. Lo ha fatto con continuità? Sì. In coerenza con le tematiche del settore o tematiche interdisciplinari connesse? Sì. Ha svolto visite di insegnamento o ricerca all’estero presso atenei e istituti di ricerca, esteri e internazionali, di alta qualificazione? Sì. Et cetera.
      Alla fine del questionario, poste tutte le domande e considerate tutte le risposte, ci si chiederà: il giudizio complessivo, ai fini della maturità scientifica per l’abilitazione a quella fascia, è positivo o negativo? Positivo (e giù la motivazione del giudizio). Abilitato. E viceversa.
      ***
      E per le mediane?
      Anch’esse, nella mia prospettiva, sono inderogabili. Solo che qui l’art. 6 del D.M. usa l’espressione “i cui indicatori dell’impatto della produzione scientifica complessiva PRESENTINO I VALORI RICHIESTI”.
      Qui si parla di soglia numerica richiesta, non di “GIUDIZIO POSITIVO” ottenuto da una ponderazione complessiva.
      Il D.M. impone alle commissioni di considerare le mediane “a parte”, secondo una verifica on/off limitata ad esse, al di fuori (e prima) del calderone del “giudizio positivo” che riguarda i criteri&parametri: in questo senso è la netta distinzione tra la lettera a) e la lettera b), nei commi da 1 a 4 dell’art. 6 del D.M.
      Perciò, resto dell’opinione che chi è sotto le mediane non dovrebbe poter conseguire l’abilitazione, senza deroghe, almeno stando all’interpretazione più rigorosa del D.M.
      ***
      Un’ultima considerazione circa la clausola del D.M. (art. 3, comma 3) secondo cui la Commissione avrebbe il potere di decidere “l’eventuale utilizzo di ulteriori criteri e parametri più selettivi ai fini della valutazione delle pubblicazioni e dei titoli”.
      È una delle poche disposizioni sufficientemente chiare del D.M. Tuttavia, secondo me, è altrettanto chiaramente illegittima: sia per violazione dello stesso principio generale (prevedibilità dei criteri di valutazione da parte dei candidati sin dal momento della partecipazione alla procedura pubblica) che ho ricordato in precedenza, sia per violazione della L. 240/2010, che aveva affidato a un D.M. (atto normativo) il compito di definire i criteri e i parametri sufficienti per conseguire l’abilitazione, senza prevedere che questo compito potesse essere “delegato” dal D.M. alla valutazione soggettiva postuma di cinque commissari per SC. I paletti dovevano essere nel D.M., non fuori.
      In questo D.M. convivono tesi, antitesi e sintesi. Oltre all’intentio auctoris (meglio non sondarla) e all’intentio operis (qui l’opus, io credo, se potesse si esprimerebbe con l’autocombustione), resta l’intentio lectoris. Grazie a tutti voi (e a Valeria Pinto in particolare) perchè nobilitate quest’ultima Thule.

    • Già nelle prime discussioni sulla derogabilità delle mediane (https://www.roars.it/online/?p=10443) si lamentò il fatto di essere precipitati (io temo, inevitabilmente) in sottigliezze cui non si dovrebbe essere costretti di fronte ad una legge decentemente scritta. Le leggi dovrebbero essere scritte per i cittadini che devono applicarle e non per giuristi. Gli interventi di Jus sono sempre preziosi, e lo ringrazio anche per quest’ultimo (mi riferisco al primo, non alla risposta a Pinto), che però non mi convince sul punto centrale della derogabilità. Non da giurista, ma da cittadino lettore della legge mi sono trovato a cercare di comprenderla, e vorrei riprovarci, tenendo ora conto di quanto Jus scrive.
      Concordo sulla tesi n. 1 di Jus, sul carattere non vincolante di una circolare rispetto al DM. Su questo Jus si era soffermato già in altri interventi, in modo chiaro e illuminante, e mi sembra un punto fuori discussione. Il Ministro ha ritenuto probabilmente che un provvedimento normativo di pari livello avesse conseguenze che non si sentiva di provocare (slittamento delle procedure, ecc.) e ha scelto la scappatoia poco adeguata della circolare.
      Non mi convincono invece le tesi 2 e 3 (e la sua conseguente 4). Dirò fra poco perché. Ma vorrei premettere una osservazione sulla tesi 5, ossia sulla spiegazione di Jus del perché la Circolare invita le commissioni a considerare le mediane derogabili verso il basso (e cioè: perché il Ministro avrebbe compreso che le mediane sono illegittime). Se l’interpretazione corretta è, come credo, che le mediane sono derogabili già secondo il DM, il perché della Circolare Profumo va riassorbito nella risposta al PERCHE’ il DM PREVEDE LA DEROGABILITÀ. Su questo ho da tempo una convinzione, che spiega insieme perché la derogabilità c’è e perché la legge è scritta male (e a seguire, perché ANVUR e Ministro insistono sulla derogabilità). La derogabilità è stata inserita per ricondurre l’intera responsabilità dei criteri adottati alle (singole) commissioni. Questo serve a) per prevenire critiche circa la limitazione al carattere sovrano delle commissioni nel giudicare nel merito; b) (soprattutto) per scaricare la responsabilità dell’uso dei criteri sulle singole commissioni, in modo che un qualche ricorso coinvolga l’operato della commissione in questione e non possa essere generalizzato. La funzione della derogabilità è dunque là fin dal principio, non deriva dall’aver scoperto l’illegittimità delle mediane, ma è stata difesa dall’ANVUR già da subito perché è fin dal principio un trucco per la disinnescare la problematicità delle mediane (e degli altri indicatori: si noti che la derogabilità non riguarda solo le MEDIANE dei settori non bibliometrici, ma anche gli INDICATORI DEI SETTORI BIBLIOMETRICI). Alle mediane e agli indicatori l’estensore del DM e i suoi suggeritori però ci tenevano, e questo motiva il fatto che la derogabilità sia nascosta tra le pieghe di una norma scritta in modo oscuro.

      Questa è la mia ipotesi “storica”, che spiega credo molte cose insieme. Ma veniamo al merito della interpretazione della norma. L’argomento principale della tesi 2) di Jus (che l’interpretazione Profumo sia erronea) è che “Non […] sembra verosimile sostenere che il D.M., all’art. 6, comma 5, abbia lasciato aperta, a ‘Commissioni deroga-tutto’, la possibilità di motivare una deroga anche a criteri qualitativi di questo tipo”, ossia ai criteri di cui all’art. 4, commi 1, 2 e 3 (per la prima fascia) e all’art. 5, commi 1, 2 e 3 (per la seconda fascia), in altre parole i criteri di maturità scientifica, coerenza con il settore, originalità, rigore metodologico, innovatività, attribuzione di incarichi, partecipazione a enti di ricerca, ecc. (sarebbe lungo elencarli tutti). “Ragionevolmente, non può essere”, secondo Jus, che si preveda la possibilità di derogare a criteri qualitativi di merito come (prendiamo già solo questi) quelli di maturità scientifica, originalità, rigore. DUNQUE la deroga non può essere generalizzata, DUNQUE bisogna ricercare un’interpretazione restrittiva, che si trova nel riferirsi (è la tesi 3 di Jus) SOLO agli ‘ulteriori criteri’ di cui parlano il comma 1 dell’art. 4 e il comma 1 dell’art. 5.
      Non condivido però la valutazione che sarebbe irragionevole e dunque non verosimile che la norma abbia previsto una deroga a uno qualunque dei criteri. La norma infatti per così dire “spara nel mucchio”, ossia prevede una derogabilità ai “suddetti princìpi” – che Jus correttamente credo identifica – ossia (cito di nuovo come Jus riassume):

      il “principio secondo il quale l’abilitazione può essere attribuita esclusivamente ai candidati”:
      – “a) che sono stati giudicati positivamente secondo i criteri e i parametri” di cui all’art. 4, commi 1, 2, 3 e 4, lettere b), c), d), e), f), g), h), i) e l) – per la prima fascia – e di cui di cui all’art. 5, commi 1, 2, 3 e 4, lettere b), c), d), e), f), g) e h) – per la seconda fascia –;
      – “b) i cui indicatori dell’impatto della produzione scientifica complessiva presentino i valori richiesti”, ossia LE MEDIANE, di cui agli Allegati A e B, per le diverse fasce e i diversi settori concorsuali.

      La norma non distingue tra i principi, e dunque ne deriverebbe che sono derogabili tutti, nessuno escluso, e pertanto anche criteri che sembrano davvero imprescindibili, come la maturità scientifica. Da cui l’irragionevolezza di questa ipotesi.
      Non c’è dubbio che anche in questo caso la norma avrebbe potuto essere precisa ed univoca, indicando ad esempio uno zoccolo duro di criteri inderogabili. Tuttavia si possono fare due considerazioni, la seconda credo più forte:
      A) la norma lega la possibilità di derogare ad una motivazione preventiva: questo fa sì che la commissione che ritenga di derogare anche da criteri come la maturità scientifica e l’originalità dovrebbe darne una motivazione, la cui ragionevolezza (questa sì) sembra difficile da immaginare. In altri termini il legislatore ha ritenuto superfluo escludere una ipotesi chiaramente assurda. La commissione che derogasse da QUESTE condizioni si esporrebbe a ricorsi d’ogni genere (oltre che al ridicolo). Mentre nel mucchio ci sono viceversa criteri dai quali può ben essere pensabile che si possa derogare (come ha sottolineato Valeria Pinto): partecipazione a comitati editoriali; conseguimento di premi e riconoscimenti; partecipazioni ad enti ed istituti di ricerca di alta qualificazione; risultati nel trasferimento tecnologico, ecc.
      B) L’art. 6 è intitolato (si noti) agli “Indicatori di attività scientifica”. Nel momento in cui questo articolo prevede il

      “principio secondo il quale l’abilitazione può essere ATTRIBUITA ESCLUSIVAMENTE ai candidati” che a) siano stati giudicati positivamente rispetto a criteri e parametri, b) presentino i valori richiesti per gli indicatori di impatto (mediane / h-index),

      sta richiedendo una condizione data DALLA CONGIUNZIONE DI QUANTO ENUNCIATO. Che i criteri e parametri siano necessari lo hanno già stabilito gli art. 4 e 5. L’art. 6 stabilisce il “principio” nuovo che il giudizio positivo su criteri e parametri (la cui interna “ponderazione” è già stabilita come facoltà nell’art. 3, comma 3) debba congiungersi con i valori circa l’impatto richiesti. E’ QUESTO L’OGGETTO SPECIFICO DELL’ART. 6, la necessità che l’ovvia valutazione positiva su criteri e parametri si congiunga con le mediane (se pensiamo ai settori non bibliometrici), ed è dunque su questo che lo stesso art. 6 prevede la possibilità di discostarsi in modo motivato. Si può dunque sostenere che i principi da cui discostarsi non sono i criteri e parametri presi singolarmente, più gli indicatori, in modo disconnesso, ma il principio della congiunzione di valutazione positiva con superamento dei minimi di impatto. L’irragionevolezza del coinvolgimento di criteri qualitativi evidentemente imprescindibili verrebbe del tutto meno.

      Nell’argomentazione di Jus mi sembra incoerente l’identificazione chiara dei “suddetti principi” con quelli enunciati nell’art. 6 stesso con la tesi secondo cui poi sarebbero da identificare con i casi degli “ulteriori criteri” dei commi 1 degli art. 4 e 5.
      Inoltre non si capirebbe l’utilità del comma 5 dell’art. 6 per enunciare una derogabilità per gli “ulteriori criteri” già pacificamente affermata negli art. 4 e 5.

      E’ solo la mia opinione, che ho cercato di motivare. Per questo inferno forse non basta Virgilio. Tocca a noi spander “di parlar sì largo fiume”.

    • Personalmente mi trovo in accordo con Jus. L’accesso alla valutazione di qualità prevede il superamento di indicatori quantitativi (DM). Alle mediane le commissioni possono aggiungere altri criteri da un elenco già esistente e cambiare la ponderazione degli indicatori (il che può portare ad un ribasso del peso delle mediane ma in sostituzione di qualcosa d’altro). Lo devono dire prima della lettura dei lavori di tutti i candidati e gli stessi candidati devono avere la possibilità di ritirarsi se a loro risulta evidente il non superamento di tale scoglio. Il matematico che ha risolto un problema del secolo ma non ha una produzione scientifica o titoli in “quantità” sufficiente (esempio di Fantoni) non può, a mio avviso, essere abilitato. Come si fa a definire a priori un parametro basato sulla qualità di un lavoro senza disegnare un requisito minimo su una persona in particolare?

    • Ho letto l’ottimo intervento di Claudio La Rocca.
      Tutto ciò che sostiene La Rocca è perfettamente argomentato (ben oltre il semplice cittadino lettore della legge).
      In particolare, la sua ipotesi “storica” (il D.M. concepito sin dall’inizio come trojan horse) mi convince. Tuttavia, un atto di natura normativa (un regolamento ministeriale) va interpretato per ciò che obiettivamente è in grado di significare, in sé e in relazione al sistema normativo in cui si inserisce; l’interpretazione giuridica non potrebbe muovere dal presupposto (per quanto plausibile sul piano “politico”) che l’atto normativo sia nato geneticamente con il trucco.
      ***
      La considerazione A) di La Rocca non mi persuade del tutto, perché mi sembra basata su un argomento metagiuridico.
      È vero: potrebbe essere più o meno “difficile”, per una commissione, motivare ex post una deroga a un dato criterio. Questa difficoltà, tuttavia, non varrebbe a retroqualificare, nell’interpretazione ex ante del D.M., quel criterio come giuridicamente inderogabile. Detto in altri termini: un criterio “nasce” derogabile o inderogabile se e perché lo stabilisce il D.M., in quanto atto normativo, sin dall’inizio: non lo “diventa” ipotizzando se e quanto sarebbe difficile per la Commissione derogarlo poi in sede motivazionale. La derogabilità deve precedere giuridicamente la motivazione sulla deroga; sarebbe problematico invertire il rapporto e immaginare che l’ipotesi sulla MOTIVABILITÀ di una deroga possa precedere la valutazione circa l’AMMISSIBILITÀ della deroga.
      ***
      La considerazione B) è quella più intrigante.
      Sostiene giustamente La Rocca, rispetto alla formula sibillina di cui all’art. 6, comma 5, del D.M: “i principi da cui discostarsi non sono i criteri e parametri presi singolarmente, più gli indicatori, in modo disconnesso, ma il principio della CONGIUNZIONE DI VALUTAZIONE POSITIVA CON SUPERAMENTO DEI MINIMI DI IMPATTO”.
      Provo a seguire questa argomentazione ed a portarla, apagogicamente, fino in fondo.
      Stando al sistema dell’art. 6 del D.M. (commi da 1 a 4):
      – la lettera A) prevede che il candidato, per abilitarsi, debba ottenere un GIUDIZIO POSITIVO (complessivo) su CRITERI E PARAMETRI;
      – la lettera B) prevede che il candidato, per abilitarsi, debba superare LE MEDIANE (nei settori non bibliometrici) e anche gli INDICATORI (nei settori bibliometrici).
      Interpretazione La Rocca dell’art. 6, commi 1-4, del D.M.: il “principio” ivi contenuto è il principio A + B (congiunzione): per abilitarsi occorrono A et B.
      Interpretazione La Rocca dell’art. 6, comma 5, del D.M.: è da questo “principio”, quello A + B, che le commissioni possono “discostarsi”, derogandovi. Dunque, le commissioni possono abilitare anche in casi in cui il candidato esibisca un ottimo A (genio), ma manchi di B (genio submediano). Possono derogare motivatamente al principio A + B dicendo che basta A.
      Dalla formula A et B a quella A or B: questo il discostamento dal principio.
      Se ho ben riassunto il pensiero di La Rocca, però, emerge un problema.
      L’idea che la deroga consista nel passare da “A et B” al mero “A or B” conduce, se si intende restare coerenti, a questa conclusione: se può esserci A senza B, allora dovrebbe poterci essere, con pari titolo, anche B senza A.
      La deroga, cioè, se davvero riguardasse il cd. principio di congiunzione, dovrebbe poter essere a doppio senso, non a senso unico, perché il D.M. non ne limita la direzione.
      Si potrebbe abilitare anche chi supera enormemente le mediane (l’infaticabile pubblicatore pigiatasti) che però risulti “scarsino” nel giudizio sui criteri&parametri? Perché no, se specularmente si potrebbe abilitare il ritenuto genio che abbia pubblicato solo due articoli, abissalmente lontano dalle mediane?
      Sarebbe difficile motivarlo? Forse sì, ma si tratta di argomento metagiuridico non decisivo ai fini dell’interpretazione dell’articolo di un regolamento, come ho cercato di chiarire prima.
      ***
      Insomma, il “deroga-tutto” resterebbe in tutta la sua irragionevolezza, se non si accedesse a un’interpretazione restrittiva dell’art. 6, comma 5, del D.M.
      Questa l’interpretazione restrittiva: l’art. 6, comma 5 NON INTRODUCE innovativamente ipotesi di derogabilità, ma RIBADISCE ricognitivamente le sole ipotesi di derogabilità già tipizzate (numerus clausus) dallo stesso D.M. in precedenti articoli (art. 3, comma 3, circa gli “ ulteriori criteri e parametri più selettivi”; artt. 4 e 5, comma 1, circa la possibilità per la commissione “di non utilizzare uno o più di tali ulteriori criteri in relazione alla specificità del settore concorsuale”).
      ***
      Osserva La Rocca che, così interpretato, l’art. 6, comma 5, si rivelerebbe inutile: “non si capirebbe l’utilità del comma 5 dell’art. 6 per enunciare una derogabilità per gli “ulteriori criteri” già pacificamente affermata negli art. 4 e 5”.
      L’argomento, nella mia prospettiva, è esattamente reversibile.
      Se l’art. 6, comma 5, introducesse un “deroga-tutto”, che bisogno ci sarebbe di disposizioni come l’art. 3, comma 3, o gli artt. 4 e 5, comma 1, che prevedono la derogabilità a criteri specifici o la derogabilità verso l’alto? Dovrebbe bastare l’omnibus rappresentato dall’art. 6, comma 5 (nel più c’è il meno).
      Nella mia prospettiva, invece, considerando che l’art. 6 SEGUE gli artt. 3, 4 e 5, l’idea che ribadisca “riepilogativamente”, con formulazione unica, le deroghe tipizzate nei precedenti articoli non è, forse, peregrina.
      ***
      Concludo con un’osservazione. Quando un atto di natura normativa è formulato testualmente in maniera oscura e rende estremamente problematica l’alternativa tra più interpretazioni, occorre privilegiare quella che ponga la norma più in linea con i principi generali dell’ordinamento (comunitari e costituzionali).
      Mi chiedo: tra l’interpretazione delle “commissioni deroga-tutto”, quella delle commissioni capaci di derogare “A et B” trasformandolo in “A or B” e quella della deroga ricognitiva delle sole ed uniche deroghe tipizzate espressamente nel D.M., quale sarebbe più in linea con il principio generale che richiede la prevedibilità dei criteri di valutazione da parte dei candidati sin dal momento della partecipazione alla procedura pubblica?

    • Ringrazio Jus della risposta e soprattutto degli interventi attentissimi che non ci fa mancare, che costringono a cercare, almeno, chiarimenti sempre più … chiari. Quello che è fuori discussione è che una legge dovrebbe parlare con lingua non biforcuta e comprensibile senza eccesso di impegno. I nostri sforzi sono conseguenza di una norma scritta (volutamente?) male. Io cerco di contribuire seguendo il principio che chiamerei di “cocciutaggine ermeneutica” (meno noto dei principi di “equità ermeneutica” o di “carità interpretativa” in uso nella teoria dell’interpretazione), che consiste nel non abbandonare una lettura che mi sembra ragionevole e cercare di argomentarla. Per questo provo a rispondere alle obiezioni di Jus.
      **
      La considerazione A) che proponevo sembrava anche a me meno cogente, appunto perché di secondo livello rispetto al dettato della norma. Però non intendeva mostrare che vi siano criteri inderogabili, ma che il legislatore poteva non preoccuparsi della derogabilità formale (che risultava dallo “sparare nel mucchio”, dalla genericità della norma) di criteri ovviamente imprescindibili come quello della maturità scientifica, proprio perché “difesi” comunque dalla loro ovvietà e ineludibilità di fatto. In altri termini, in una norma comunque mal scritta ci si poteva preoccupare poco di conseguenze improbabilissime. Insomma: anche se tutto fosse derogabile, questo non comporterebbe una automatica irragionevolezza. Ma forse non tutto è derogabile (cf. oltre).
      **
      La considerazione B) mi sembra ancora difendibile. Jus riassume benissimo la mia argomentazione: il principio derogabile è A + B (A et B), ossia congiunzione di valutazione positiva e mediane superate. Può bastare dunque A. L’obiezione di Jus è che “se può esserci A senza B, allora dovrebbe poterci essere, con pari titolo, anche B senza A”, la deroga dovrebbe poter essere a doppio senso, “si potrebbe abilitare anche chi supera enormemente le mediane (l’infaticabile pubblicatore pigiatasti) che però risulti ‘scarsino’ nel giudizio sui criteri&parametri”. Questa conseguenza non è necessaria, per un motivo: A (la valutazione positiva) è incardinato già indipendentemente in altra parte della norma, e cioè in particolare nell’art. 3, comma 2: “la commissione si attiene al principio generale in base al quale l’abilitazione viene attribuita ai candidati che hanno ottenuto risultati scientifici significativi”. Questo principio riguarda la valutazione di pubblicazioni e titoli (dunque tutto ciò che è previsto come valutabile) ed è “generale” perché riguarda la prima e la seconda fascia; viene poi specificato per fasce nei commi 1 dell’art. 4 e 5. Nell’art. 6, dove si citano per quattro volte i giudizi positivi (comma 1, 2, 3, 4, sempre lettera a) mai si fa riferimento all’art. 3, che quindi è anche formalmente fuori dalla derogabilità, se questa riguardasse tutto ciò che vi è in art. 6.
      Dunque: “A et B” è derogabile non in favore di “A or B”, bensì in favore di “(A et B) or A”, tradotto in prosa: benvalutato sovramediano, oppure benvalutato. Escluso è il malvalutato sovramediano.
      (Per la precisione si può ricordare che A può essere Ax, Ay, … An, ossia il criterio generale con la “ponderazione” della commissione dei punti in cui si articola, o Ax+, Ay+, … An+, cioè anche con l’aggiunta dei criteri più selettivi – questi ultimi e la ponderazione previsti in Art. 3).
      Osservo tra parentesi che la circolare introduce una forzatura incoerente là dove parla di un “giudizio ESTREMAMENTE positivo” per poter essere abilitato senza il superamento delle mediane. Jus riassume questo con la bellissima espressione “genio submediano”. Se – come la circolare afferma e io credo la norma affermi – si può derogare dalla sovramedianità, la condizione resta A, ossia il giudizio positivo (di picchi estremi non si fa parola da nessuna parte nella norma) e dunque è abilitabile il “benvalutato submediano”. Non c’è bisogno di geni.

    • Ancora complimenti sinceri a Claudio La Rocca: sono io a ringraziarlo per il dialogo che consente di sviluppare. Siamo compagni di sventura in una terra ermeneuticamente ostile in cui il legislatore infligge sofferenze, non piaceri, ai cittadini ostinati che non rinuncino (pur fortemente scoraggiati) a tentare di razionalizzare in sistema il caos, illusi forse dall’ottimismo della ragione.
      Ribadisco che la sua tesi è sostenibile, con molte frecce al suo arco. Tuttavia, io continuo a preferire – confesso, per una precomprensione ab origine orientata dai principi generali dell’ordinamento – l’orizzonte di senso della non derogabilità ex post da parte delle singole commissioni.
      Di seguito la mia contro-obiezione al suo ragionamento.
      La Rocca: “A (la valutazione positiva) è incardinato già indipendentemente in altra parte della norma, e cioè in particolare nell’art. 3, comma 2: «la commissione si attiene al PRINCIPIO GENERALE in base al quale l’abilitazione viene attribuita ai candidati che hanno ottenuto RISULTATI SCIENTIFICI SIGNIFICATIVI»”.
      Per questo, A è inderogabile. Come dice La Rocca, “nell’art. 6, dove si citano per quattro volte i giudizi positivi (comma 1, 2, 3, 4, sempre lettera a) mai si fa riferimento all’art. 3, che quindi è anche formalmente fuori dalla derogabilità”.
      Seguo questo suo ragionamento, su cui mi sentirei di concordare.
      Sorge un problema.
      La Rocca postula che l’art. 3, comma 2, allorquando enuncia il principio generale dei “risultati scientifici significativi”, si riferisca SOLTANTO ad A (criteri&parametri) E NON INVECE a B (mediane&indicatori).
      Non sono convinto di questo assioma.
      Al contrario, io credo che ANCHE B (mediane&indicatori) sia espressione (nella struttura del D.M.) dello STESSO PRINCIPIO GENERALE dei “risultati scientifici significativi”, ex art. 3, comma 2, del D.M.
      La prova? Leggendo gli Allegati A e B del D.M. 76, che spiegano il significato delle mediane e degli indicatori, si trova questa definizione: “ottengono una VALUTAZIONE POSITIVA DELL’IMPORTANZA E DELL’IMPATTO DELLA PRODUZIONE SCIENTIFICA COMPLESSIVA i candidati all’abilitazione I CUI INDICATORI SONO SUPERIORI ALLA MEDIANA […]”.
      Dunque: superamento di B (mediane&indicatori) = valutazione positiva dell’importanza e dell’impatto della produzione scientifica complessiva = può dirsi che i candidati hanno ottenuto risultati scientifici significativi.
      Se è così, allora proprio l’argomento La Rocca, che fonda l’inderogabilità sull’art. 3, comma 2, del D.M. e sul principio ivi stabilito dei “risultati scientifici significativi”, condurrebbe a concludere nel senso dell’INDEROGABILITÀ da parte delle commissioni:
      – NON SOLO DI A (criteri&parametri);
      – MA ANCHE, a pari titolo, di B (mediane&indicatori).
      Lo schema inderogabile, per me, rimane “A et B”: per conseguire l’abilitazione non può bastare solo A senza B così come non può bastare solo B senza A.

    • Grazie ancora a Jus. Non so se dobbiamo ringraziare anche il legislatore che stimola una discussione approfondita (ma temo che non sia proprio scopo primo delle leggi stimolare discussioni; forse erano nate per evitarle…) oppure se dobbiamo mettere una taglia sostanziosa perché dal Legislatore (figura ermeneutica ideale) si risalga all’estensore fisico (reale) della norma.
      Confesso anch’io, come Jus, la mia precomprensione: dal momento che ritengo che le mediane siano un’invenzione infelice, ed infelicissima sia l’applicazione di criteri quantitativi al reclutamento di individui, la presenza di una possibilità di deroga non solo può essere un fattore di correzione, ma soprattutto costringe le commissioni ad assumersi la responsabilità di quanto fanno. Se dunque si può chiarire con un certo grado di affidabilità cosa dice la norma, ossia a mio avviso che consente la deroga, questo permette una (più) serena assunzione di responsabilità ai commissari. Naturalmente il presupposto di ciò è che la derogabilità ci sia. E affinché una precomprensione non sia un pregiudizio deve tradursi in argomenti. Cerco perciò di rispondere anche all’ultimo argomento di Jus, che ancora non mi convince, brevemente per non abusare della pazienza di tutti.
      La frase degli Allegati A e B (“ottengono una VALUTAZIONE POSITIVA DELL’IMPORTANZA E DELL’IMPATTO DELLA PRODUZIONE SCIENTIFICA COMPLESSIVA i candidati all’abilitazione I CUI INDICATORI SONO SUPERIORI ALLA MEDIANA […]”) non mi sembra dimostrare che dei “risultati scientifici significativi” faccia parte il superamento delle mediane. Gli allegati A e B parlano di valutazione positiva di IMPORTANZA e IMPATTO; si tratta appunto dei fattori misurabili con le mediane (credo che l’”importanza” si riferisca alla famigerata terza mediana). Penso che anche i filobibliometrici più convinti non ritengano che valori bibliometrici in senso stretto o dati quantitativi quali le mediane dei settori “non bibliometrici” possano da soli dimostrare “risultati scientifici significativi”. In ogni caso non lo ritiene il DM, per il quale l’abilitazione “viene attribuita” (dalla commissione) a coloro i cui risultati scientifici essa commissione valuta positivi; mentre la valutazione di “importanza e impatto” è una valutazione automatica e per così dire anonima (OTTENGONO una valutazione positiva i candidati … i cui indicatori SONO …”). Gli indicatori “oggettivi”, automatici e anonimi possono essere (e sono esplicitamente previsti e presentati come) un fattore tra altri. Ma un fattore non indispensabile, che l’art. 6 chiarisce non essere condizione inderogabile. L’art. 3 continua ad attribuire un peso rilevante e imprescindibile agli altri fattori.
      Temo non riuscirò a convincere Jus, ma temo non riuscirò a convincere neanche me stesso con piena certezza nel senso opposto: si può spremere quanto si vuole un testo ambiguo, che getta il sasso e nasconde la mano, non si riuscirà a renderlo pienamente coerente. Forse è il caso di iniziare una colletta per mettere insieme una taglia. Sento che l’Estensore Fisico ci legge e sghignazza.

    • ahh gl estensori fisici hanno nomi e cognomi, ma da un po’ di tempo a questa parte nessuno vuole prendersi la paternità dei suoi parti. Anzi, qualcuno li ha perfino rinnegati pubblicamente, e magari con il tempo tutti rinnegheranno quello che all’epoca definivano come il nuovo che avanza.

  6. Ho visto alcuni criteri stilati da commmissioni ( settori bibliometrici). Non fanno che riportare pari pari frasi tratte dal DM e altri documenti ma non forniscono ai candidati nessun reale elemento aggiuntivo che consenta loro di decidere se ritirare la domanda. Che fare??

  7. ieri sul sito ANVUR si riferiva che l’agenzia sta collaborando col MIUR per mettere a disposizione dei commissari gli indicatori dei sngoli candidati. Ma cosa vuol dire? L’agenzia ha conteggiato le mediame di ogni candidato? come?….

  8. Ho letto sul Fatto di oggi che il consiglio dei ministri ha approvato due decreti legislativi che attuano la legge 190 del 2012 anti-corruzione.
    Tra le altre cose dice che ” Viene stabilita, fra l’altro, il principio della totale accessibilità delle informazioni, sul modello del Freedom of Information Act statunitense. In pratica tutti i cittadini hanno diritto di chiedere e ottenere che le P.a. pubblichino atti, documenti e informazioni che detengono e che, per qualsiasi motivo, non hanno ancora divulgato”.
    Rientra nel caso anche l’ANVUR e i suoi folli metodi di calcolo di mediane?

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.