Alla fine di giugno all’imbrunire, camminando tra le rocce dell’Argimusco, complesso megalitico nei Nebrodi siciliani fatto oggetto di svariate e ardite ipotesi magico-astrologiche, mi trovai di fronte a una nebbiolina crepitante sospesa a mezz’aria, tale a quella che decenni fa si trovava davanti colui che addormentatosi davanti alla tv si svegliasse di soprassalto dopo la chiusura del palinsesto televisivo. La nebbiolina sembrò addensarsi fino ad assumere forma d’uomo, seppure abbigliato in fogge insolite. L’uomo portava sul viso la circospetta tesa preoccupazione tipica dei postiglioni nel Far West, degli amministratori onesti nei comuni italiani o dei precari nei dipartimenti universitari.

L’uomo (o il suo ologramma) sembrò accorgersi della mia presenza e guardandomi esclamò concitato: “I valori soglia! I valori soglia! Tutto sta iniziando adesso. Potete ancora fermarli!” Non capivo con esattezza cosa cercasse di dirmi, che volesse e da dove fosselibro-aperto spuntato e la mia aria perplessa sembrava gettarlo nello sconforto. Poi fece un gesto come a dirmi “aspetta, guarda questo!” e disparve. Al suo posto, sempre librato a mezz’aria, apparve l’ologramma di un libro aperto. Io presi il taccuino che sono solito portarmi dietro nelle passeggiate e iniziai a trascrivere. Non possedendo tablet o smartphone non ho potuto purtroppo fotografarlo e la trascrizione si è a un certo punto interrotta per la scomparsa dell’ologramma. Fortunatamente, in basso alla pagina, si riportava il titolo e i riferimenti bibliografici del libro. La data, però, era molto di là da venire.

Non avendo capito di cosa si trattasse, misi mentalmente da parte la questione. Nelle settimane successive al mio incontro però, l’indefessa produzione da parte del Miur di circolari, mediane, linee guida, decreti e classificazioni contribuì a snebbiare la strana apparizione. Forse qualcuno, dal futuro, stava avvertendoci di qualcosa. Ma cosa? E a chi si riferisce l’ultima frase che non sono riuscito a copiare per intero? Colmo di dubbi trascrivo e invio ai lettori di Roars le pagine dell’ologramma.

 

Da: Hans Georg Welles, Storia della filosofia universale, vol. XI tomo quarto, Snapchat University Press, Bangalore 2057, ologramma grafico, modalità linguistica temporanea: italiano precedente alla semplificazione sintattica del 2030.

… fascia mediterranea europea nel primo cinquantennio del ventunesimo secolo sembra ancor di più risentire del più ampio declino delle Humanities in Europa. Nel generale squagliamento delle varie tradizioni nazionali spicca il caso Italia che nel periodo in oggetto si caratterizza per l’assoluta impossibilità di produrre una filosofia in possesso di una propria riconoscibilità. Se nel cinquantennio precedente (vedi supra vol. XI tomo secondo) il dibattito aveva mostrato una certa vivacità nell’assorbimento dei temi e delle modalità della filosofia internazionale e una buona produzione storica e teoretica (sebbene quest’ultima perlopiù derivativa), il periodo in oggetto in questo capitolo appare invece come un deserto di opere e individualità filosofiche.

Certamente avranno pesato le condizioni politiche, il restringersi dei finanziamenti al comparto culturale, lo spostamento delle fasce giovanili su discipline tecnologiche o più immediatamente professionalizzabili, il calo di immatricolazioni nelle facoltà umanistiche e il loro impoverirsi finanziario, il crollo degli indici di lettura e il sincoparsi della scrittura causato dalla fase intermedia della portabilità di internet prima della diffusione della endoencefalizzazione dei dispositivi a partire dagli anni trenta di questo secolo. Ma nessuna di civettaqueste condizioni, secondo la maggioranza degli studiosi, può essere considerata sufficiente a spiegare la scomparsa dell’Italia tra i territori produttori di filosofia. Ciò, vuoi perché le ragioni elencate sono presenti anche in altri territori subeuropei che meno però sembrano averne risentito, vuoi perché la specifica disciplina in oggetto diversamente da altre non abbisogna di grandi investimenti economici. Dunque le cause di un tracollo filosofico non possono essere solo “omissive” (una semplice mancanza di stimoli) ma si configurano come un vero e proprio impedimento. In tal senso i sistemi di valutazione della produttività inseriti nel secondo decennio del ventunesimo secolo sono unanimemente considerati come la spinta decisiva all’interruzione della tradizione filosofica italiana.

È difficile per lo storico dare conto del giro di pensieri che può aver portato l’accademico degli anni dieci del secolo ad accettare un sistema palesemente in contrapposizione con ogni forma precedente conosciuta di fioritura della filosofia occidentale. Già lo stesso lettore che stia scorrendo queste pagine avendo letto parte delle precedenti avrà veduto come la filosofia si esprima, se considerata come impresa collettiva, attraverso la costruzione di movimenti e di ambiti entro cui incubare nuove forme di pensiero, cordate teoretico-pratiche che cercano di affermare tesi e movenze filosofiche e, come impresa individuale, si caratterizza per i tempi lunghi di elaborazione, stati quasi di latenza in cui germinano le teorie. Si vedano qui ad esempio, con uno sguardo alle date di composizione e alle pause tra un’opera e l’altra i capp. su Kant o Wittgenstein (supra voll. IIX e X). In questa latenza è spesso avvenuto che alcune carriere filosofiche si siano configurate inizialmente come delle vere e proprie cessioni di credito precedenti alla produzione (si pensi ad Heidegger e Wittgenstein ad esempio), da parte di filosofi più anziani ed affermati.

Il periodo in esame in questo capitolo, invece, vede applicati indici di produttività e di continuità in modo da eliminare dal sistema universitario colui che mediti o faccia pause di riflessione spesso dettate dalla ambizione e difficoltà del suo progetto teorico. La valutazione produttivistica ha finito così con l’espellere alcune caratteristiche senza cui la filosofia non può sopravvivere: l’ambizione del progetto, la cura rigorosa della scrittura, la radicalità della proposta e la tendenza a spingersi al largo del pensiero. Tutte queste caratteristiche non si conciliarono con la necessità di produrre spesso “piccoli” testi per mantenere gli indici di produttività e spinsero sul proscenio un tipo umano che aveva come scopo filosofico fare il suo lavoro di ordinaria amministrazione o partecipare al grande coro del dibattito filosofico senza steccare ma senza prevaricare.

Quanto agli aspetti collettivi dell’impresa filosofica si segnala qui soltanto la sterilizzazione forzata delle riviste che occupandosi di ottemperare ai criteri di valutazione ministeriali persero la capacità di farsi portatrici di una posizione specifica del dibattito filosofico. Anche qui basti consultare il paragrafo “Le riviste filosofiche nella prima metà del Novecento” (supra cap X tomo terzo) per notare come tutte le migliori nascano da un nucleo ristretto di redattori/estensori e da una tesi forte e tutte le peggiori si configurino come magazzino di materiali sparsi. Le nuove disposizioni resero di fatto obbligatorio adottare il modello peggiore causando un vero e proprio mercato degli spazi editoriali in cui il perseguimento, tanto da parte delle redazioni che degli estensori degli articoli, di uno scopo esterno alla mera avvenuta pubblicazione a fini bibliografici diventò impercorribile. Da qui lo sviluppo di una fitta produzione scolastica di articoli pressoché indistinguibili e ridondanti costruiti con una lingua prefabbricata che permettesse l’abbattimento dei tempi di stesura e aiutata da generatori automatici di frasi filosofiche (vietati con l’istituzione di appositi software di rilevamento solo nel 2035).

Così bonificata da ogni individualità non impiegatizia, e ben chiarito a tutti cosa bisognava fare per non sparire dall’Università, la filosofia terminò il suo declino in Italia nel 2051 venendo sostituita in ogni istituzione formativa dove fosse presente da “teoria dell’innovazione e pratica della start-up”.

idioziaDal 2031 gli storici della filosofia non registrano più alcuna opera teoretica superiore alle 120 pagine. L’ultima, che porta la data del 2027 è opera di S. Boezi. Boezi, autore di un monografia che proponeva il superamento teoretico di estetica ed etica, si trovò bocciato all’inizio degli anni venti dalla commissione nazionale che valutava la sua richiesta di abilitazione per associato di Estetica perche i suoi testi furono considerati afferenti al settore disciplinare di Filosofia Morale e bocciato dalla commissione di Filosofia Morale perché i suoi testi furono considerati afferenti al settore disciplinare di Estetica. Ricoverato in un istituto per la cura della depressione dal 2021 qui lavorò al suo grande volume: Teoria filosofica generale dell’idiozia del potere (Davos editore, Isola di Man 2027). Secondo alcuni storici però il testo non può essere considerato l’ultima monografia perché, seppur notevole per mole, impegno e intelligenza, sarebbe stata pubblicata da una casa editrice che, in seguito ad una retata del nucleo antisofisticazione dell’Anvur, risultò priva di peer review.  Tra i vari aspetti di interesse di Teoria filosofica generale dell’idiozia del potere, segnaliamo la ricostruzione per figure, nella sezione “dialettica dell’impedimento” della relazione tra élite, massa e conoscenza attraverso la vicenda di Ulisse e le sirene. Secondo Boezi Ulisse, dopo aver ordinato ai marinai di tapparsi le orecchie per sfuggire alle lusinghe del canto delle sirene, avrebbe cercato di fare lo stesso ma i tappi gli sarebbero caduti in mare. Esposto all’ipnosi canora avrebbe cercato tuffarsi dalla nave inciampando però nel sartiame sparso sul ponte, sbattendo la testa e svenendo.

Le posizioni degli attuali storici della filosofia (che fortunatamente dal 2048 possono usufruire dello storno del 3% come estensione ai ruoli culturali dei fondi universitari destinati alla clonazione dello smilodon dei programmi di Tecnopaleontologia attualizzata) sul periodo in questione in definitiva convergono sulla cosiddetta tesi della “tempesta perfetta dell’ignoranza”. Si ritiene cioè che l’Italia abbia realizzato un efficacissimo laboratorio per eliminare ogni possibilità di esistere nel suo territorio come intellettuale e, per il tema che ci concerne, come filosofo. Il tipo antropologico e psicologico corrispondente al filosofo fu confinato, braccato e infine espiantato. Contestualmente alla trasformazione taylorista fuori tempo massimo del lavoro intellettuale in università si chiuse ogni forma di finanziamento a fondazioni e uffici studi non aziendalistico-politici, si trasformò la scuola secondaria in un luogo dove fu richiesto di diventare somministratori di unità di sapere non decise né interpolate dal somministratore, si eliminò ogni forma di editoria colta di medie dimensioni grazie a una politica mista di tassazione, acquiescenza al monopolio e all’oligopolio, scontistica dissennata e rifiuto di ogni politica di diffusione della lettura. Secondo la versione prevalente di questa tesi il declino sarebbe iniziato già sotto il governo …

 

 

 

 

 

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3 Commenti

  1. Qual è il futuro della filosofia? È questa la domanda che sembra venir fuori dalla lettura di questo intervento; all’autore pare ve ne sia poco di futuro e quello che rimane sarà una vera e propria agonia. Volendo però trattare l’argomento filosoficamente (anche se con un travestimento da flash forward), e non limitandosi alla giornalistiche geremiadi sulle mezze stagioni e sul non c’è più religione, è necessario trovare dei colpevoli: come in un tribunale ideale una persona non è stata uccisa dal destino cinico e baro ma da una o più persone in un certo luogo, in un certo momento e per un certo motivo. La svolta impiegatizia della filosofia è ciò che ha ucciso (o minaccia di farlo in breve tempo) la disciplina stessa: nel voler quantificare nel senso più becero/economicistico ogni lavoro accademico che avesse come argomento la filosofia (potremmo costruire la formula in ore lavorate / pagine prodotte / citazioni ottenute / per mese) si è ridotto tale produzione alla mera intutilità filosofica. Il colpevole è l’élite dominante che, più o meno consapevolmente, ha trovato come sempre nel pensiero razionale (ovvero nella sua mera possibilità) una minaccia intollerabile per il suo dominio senza scopo altro che la sua mera perpetuazione. Se un appunto si potrebbe fare all’autore è se esiste la possibilità di far coincidere le caratteristiche essenziali della filosofia citate nel testo (il progetto ambizioso, lo scrittura rigorosa, ecc.) con un qualsivoglia lavoro universitario o meno nella situazione presente summenzionata. Ciò implicherebbe l’esistenza di una società che credesse prioritario il lavoro intellettuale (sul serio) o almeno di pari dignità rispetto agli altri lavori, e che pensasse di poter mantenere degli individui dediti ad una esistenza di ricerca a volte senza riscontri immediati (diciamo anche oltre venti anni). Dato che questo non è il nostro caso (in nessuna parte del globo terrestre per la verità) chi si interessa di filosofia potrebbe per sfida da un lato richiedere l’esclusione della filosofia da qualunque curriculum scolastico e accademico del pianeta vista l’impossibilità di chiamare filosofia la maggior parte di ciò che passa per tale ovvero di farla per davvero per chi ne avesse la vocazione, dall’altra costui potrebbe indagare la connessione oggettivamente perversa fra ignoranza e stupidità nel mondo contemporaneo al fine di cercare una diagnosi della situazione presente.

  2. L’esclusione dal curriculum scolastico è la morte della materia. Quando saranno rimasti in dieci a fare filosofia, saranno pure gli eletti della terra, ma rimarranno pur sempre dieci. A ogni occasione bisogna ricordare (e più spesso ai colleghi che all’uomo della strada!) che autocondannarsi all’estinzione ‘perché non è più come una volta’ significa solo fare il gioco dei carnefici culturali del presente imbecille millennio. Resistere e continuare.

  3. La filosofia esiste da prima dei curriculum scolastici, per cui l’esclusione dal curriculum scolastico è la morte degli insegnanti, non della materia. E raramente gli insegnanti sono filosofi, più spesso sono storiografi della filosofia e appunto questo insegnano: storiografia della filosofia, non filosofia.
    Né ha molto senso voler supplire l’assenza di qualità con la quantità: se i filosofi rimasti sono solo dieci, che siano solo loro a figurare come tali e non legioni di storiografi sotto mentire spoglie, utili solo a confondere le idee e ridurre ancora il già scarso valore sociale della materia.
    Ma a mio parere la via di una soluzione non è escludere la filosofia dal curriculum scolastico, ma inserirvela – finalmente! – al posto della storiografia filosofica. Così che si insegni a stare a mani nude davanti ai problemi e a dare ad essi risposte nuove, originali, invece di insegnare come altri, in passato, hanno risposto a quei problemi e a come citare correttamente le opere in cui lo hanno detto.
    Certo, neanche questa strada salvaguarderebbe il posto degli insegnanti di oggi, o almeno di gran parte di loro…

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