Gli ultimi anni hanno prodotto una crescita esponenziale dei doveri di rendicontazione e autovalutazione che sta cambiando il modo di lavorare dentro gli Atenei. Le incombenze “amministrative” e di “rendicontazione” stanno crescendo in maniera esponenziale, anche per seguire una linea normativa nazionale sempre più orientata in tal senso. Questi doveri aggiuntivi assorbono ore di lavoro e stanno erodendo sensibilmente il tempo della ricerca e il tempo della didattica universitaria. Questa “quarta missione” sembra aver prodotto una mutazione genetica e ha generato due tipologie di docenti che sono sempre più presenti negli Atenei: il “ragioniere seriale” e il ”progettista di cruscotti”. Queste competenze stanno diventando un ascensore per le carriere perché portano con sé incarichi e visibilità.

Chi insegna nelle Università pubbliche italiane svolge un lavoro notoriamente gratificante, ma gli ultimi anni hanno prodotto una crescita esponenziale dei doveri di rendicontazione e autovalutazione che sta cambiando il modo di lavorare dentro gli Atenei, introducendo una tendenza che sicuramente comporterà qualche effetto deleterio e di lunga durata. I doveri accademici del personale docente ricadono in tre categorie di attività: didattica, ricerca e gestionale, cui si aggiunge l’attività di divulgazione e di public engagement. In generale, la normativa di riferimento e i diversi regolamenti degli Atenei prevedono che una/un docente a tempo pieno abbia un tempo produttivo annuo di 1500 ore lavorative. Non meno di 350 ore devono essere destinate a compiti didattici e di servizio agli studenti, inclusi le lezioni, il tutorato, e tutte le forme di verifica dell’apprendimento.

Il tempo da dedicare alla  ricerca deve essere garantito:  è un dovere contrattuale, e si configura anche come un diritto di legge che comporta la “piena libertà di scelta dei temi e dei metodi delle ricerche”. Un ultimo dovere, non meno cogente, è costituito dagli obblighi partecipativi. Questo comporta la presenza nelle sedute degli organi collegiali, l’assunzione di compiti di direzione e gestione nei medesimi organi o in altri organi dell’Ateneo (Dipartimenti, Scuole, Centri, ecc.). Le regole di ingaggio sono, quindi, molto precise. Tuttavia, esiste un crescente e cogente impegno in una “quarta missione”: l’autovalutazione e la certificazione della quantità delle azioni realizzate.  Questo aspetto potrebbe sembrare eticamente corretto e di poco impegno. Il vero nodo della questione è che le incombenze “amministrative” e di “rendicontazione” stanno crescendo in maniera esponenziale, anche per seguire una linea normativa nazionale sempre più orientata in tal senso. Questi doveri aggiuntivi assorbono ore di lavoro e stanno erodendo sensibilmente il tempo della ricerca e il tempo della didattica universitaria.

Quali sono i rischi? Un minore tempo per l’aggiornamento (mentre bisognerebbe continuare a studiare) e una mortificazione dell’insegnamento  e della ricerca (quando bisognerebbe perseguire innovazione e originalità). Sono aspetti su cui occorre riflettere in una dimensione nazionale. Si sta, infatti, diffondendo a macchia d’olio una subdola cultura della performance che porta ad un rischio: “simulare” l’efficienza, anziché realizzare effettivamente la qualità.  Mi spiego meglio: produrre la qualità è notoriamente un processo complesso: richiede tempo. Rendicontare la quantità è un percorso molto più facile, che può introdurre qualche scorciatoia, perché affida ogni valutazione all’utilizzo del pallottoliere.

Il tema dell’esposizione al rischio di burnout (è nota la ricerca di Milano – Bicocca sui docenti delle scuole italiane) è assolutamente riproponibile per chi si impegna ad affrontare la progressione di carriera universitaria. Appare evidente che la valutazione dell’output accademico risponde a criteri diversi rispetto alle incombenze quotidiane e a priorità dettate da regole non negoziabili, cogenti e continuamente cangianti. Le naturali conseguenze, come in ogni forma di burnout lavorativo, sono: l’ansia da performance, la crescita di esaurimento emotivo, il cinismo e la mancata empatia nei confronti degli studenti, il senso di inefficacia professionale, ossia la mancanza di soddisfazione rispetto al proprio lavoro.

Infine, occorre riflettere su un ultimo aspetto: la “quarta missione” sembra aver prodotto una mutazione genetica e ha generato due tipologie di docenti che sono sempre più presenti negli Atenei: il “ragioniere seriale” e il ”progettista di cruscotti”. Insospettabilmente, queste competenze stanno diventando un ascensore carrieristico, perché portano con sé incarichi e visibilità: due aspetti che spesso sono ambiti a dismisura in accademia. Solitamente si tratta di soggetti dai comportamenti riconoscibili e omologabili. Magari sono stati reclutati per insegnare scienze archeologiche (utilizzo il mio campo di studio, così evito riferimenti), ma diventano delle autorità indiscusse nell’elaborazione di algoritmi,  nella compilazione di report, statistiche e protocolli di autovalutazione. Per paradosso: esercitano un mestiere diverso da quello per cui sono stati reclutati, e per cui sono mensilmente retribuiti.

L’unica speranza è che il santo protettore degli accademici si indigni, o che la società civile torni a chiederci di produrre qualità, senza il feticcio della “numerosità” di qualcosa. Penso che l’avvio di una riflessione possa servire, soprattutto, a coloro che si impegnano nelle discipline che hanno ricadute professionali, sociali ed economiche di grande impatto. Mi riferisco a chi lavora direttamente sulla salute e la sicurezza delle persone. Penso a tutti coloro che devono garantire progresso e innovazione. Penso alla vera missione dell’Università: fare crescere la nostra società e migliorare la qualità della vita di tutti.

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