Già Gramsci aveva compreso come l’origine sociale determina il destino scolastico, e che solo una riforma della società avrebbe potuto portare una scuola giusta. Nella visione delineata da Meloni nel suo discorso di insediamento le antiche passioni gerarchiche finiscono per sposarsi ad un estremo aziendalismo: il ministro Crosetto ha persino vagheggiato  un algoritmo che agganci i giovani al mondo del lavoro dopo la scuola o l’università, con forme sanzionatorie per chi rifiuti. Ma non è stato il “merito” uno dei cavalli di battaglia della rottamazione renziana, che peraltro radicalizzava suggestioni veltroniane? E l’autonomia differenziata, tanto cara a Bonaccini, non si basa anche su una visione territorialmente meritocratica? Il centrosinistra non potrà fare alcun argine se non facendo seriamente i conti con quanto abbia avuto in comune con il paradigma populistico-mercatistico abbracciato per decenni, dimenticando le proprie origini socialiste e democratico-popolari.

 


 

La Presidente del Consiglio e il ministro Valditara hanno spiegato il senso del nuovo nome del ministero dell’”Istruzione e del merito” con l’idea di una scuola volta a valorizzare talento ed eccellenza proprio a vantaggio dei ceti meno abbienti. Perché, non avendo la possibilità di istruirsi efficacemente nell’ambiente familiare e sociale d’origine, non avrebbero l’opportunità di acquisire gli strumenti per emergere nella società. Questa visione è quella dei vari Ricolfi, Cassese etc… secondo i quali la diseguaglianza non è prodotta dalla differenza di classe, bensì dall’incapacità della scuola di compensarla. Insomma per questi autori se la scuola fosse migliore, allora i soggetti working class meritevoli potrebbero farsi spazio nella gara per la vita. Ma a parte il fatto che da tempo la pedagogia ha compreso come il merito sia il talento irripetibile di ognuno, che una scuola pubblica dovrebbe valorizzare a prescindere da parametri di eccellenza precostituiti, qualche decennio prima di Bourdieu, già Gramsci aveva compreso come l’origine sociale determina il destino scolastico e che quindi soltanto una riforma della società avrebbe potuto portare con sé una scuola davvero giusta.

 

L’articolo 3 della Costituzione italiana risuona anche di questa esigenza e molto più di recente John Goldthorp, pensando al naufragio della Terza via di Blair, scriveva che se realmente si volesse una società meritocratica, allora sarebbe necessario adottare una serie di misure politiche in senso socialista. In caso contrario l’origine sociale renderebbe del tutto illusorio l’investimento sull’istruzione per rendere la società più inclusiva. Sono necessarie, cioè, politiche di tipo redistributivo, basate sulla tassazione fortemente progressiva e il potenziamento del welfare. Non a caso la flat tax viene difesa anche con l’idea che non si debbano tassare le ricchezze di coloro che hanno meritato di accumularle. All’opposto, il reddito di cittadinanza non viene visto come antidoto a un sistema produttivo che fagocita il lavoro e lo precarizza, bensì come un dispositivo di dissipazione delle virtù imprenditoriali. La familiarità di queste posizioni con la cultura trumpiana è lampante, se pensiamo a taluni stati americani governati dai repubblicani in cui – al posto della cultura gender o antirazzista – si tende a introdurre nelle scuole uno storytelling ispirato alle storie di cittadini meritevoli di successo. A ben vedere, la stessa Meloni, nel suo discorso, presentandosi come un underdog, ha agitato questa stessa mitologia. Quanto finora osservato mostra un aspetto debole del pur grande libro di Sandel, La tirannia del merito. Il momento populista-sovranista, infatti, non è stato soltanto un “contraccolpo” rispetto all’elitarismo democratico, come sostenuto dal filosofo di Harvard, bensì un contraccolpo all’interno dello stesso sistema ideologico produttivistico: si tratta cioè di un’oscillazione  fra un neoliberalismo cosmopolitico e progressista sul piano dei diritti civili e uno nazionalista e conservatore. Ma entrambi, come ha notato Nancy Fraser, sostituiscono la meritocrazia alla giustizia sociale.

Roberto Ciccarelli su questo giornale, riportando la critica del reddito di cittadinanza all’idea di una povertà come specchio del fallimento individuale, ha sottolineato l’organicità fra la destra postfascista e il neocapitalismo. La visione delineata da Meloni nel suo discorso di insediamento è ispirata ad un produttivismo estremo basato sul valore della competizione e un vitalismo che trova riscontro nella posizione relativa al contrasto alla pandemia: l’unico bene comune è una libertà individualistica che non sopporta alcun limite collettivo. Le antiche passioni gerarchiche finiscono per sposarsi ad un estremo aziendalismo: il ministro Crosetto ha persino vagheggiato distopicamente un algoritmo che agganci i giovani al mondo del lavoro dopo la scuola o l’università, con forme sanzionatorie per chi rifiuti. E tuttavia va registrato come Calenda abbia sostenuto il nuovo governo sulla questione del merito e Cottarelli, nel suo ultimo libro, abbia interpretato l’articolo 3 della Costituzione all’insegna meritocratica delle “pari opportunità di competere”. E non è stato il “merito” uno dei cavalli di battaglia della rottamazione renziana, che peraltro radicalizzava suggestioni veltroniane? E l’autonomia differenziata, tanto cara a Bonaccini, non si basa anche su una visione territorialmente meritocratica? Insomma questo per dire che il centrosinistra non potrà fare alcun argine se non facendo seriamente i conti con quanto abbia avuto in comune con il paradigma populistico-mercatistico abbracciato per decenni, dimenticando le proprie origini socialiste e democratico-popolari.

Questo articolo è stato ripreso da il Manifesto.

 

L’immagine di copertina è tratta da qui.

3 Commenti

  1. “dei vari Ricolfi, Cassese etc… secondo i quali la diseguaglianza non è prodotta dalla differenza di classe, bensì dall’incapacità della scuola di compensarla. Insomma per questi autori se la scuola fosse migliore, allora …”

    Ma questo non era quello che succedeva efficacemente nella “prima Repubblica” (diciamo tra 1965 e 1979 quando andavo a scuola e all’universita’)? Mia madre era nata in una cascina e aveva fatto la quinta elementare e mi ha insegnato a leggere a tre anni, mio padre aveva iniziato a fare l’operaio prima della guerra e mi spiegava la liquefazione dell’aria, quando ho iniziato le elementari non esisteva ancora la media unica e non sapevo cosa rispondere quando mi chiedevano del futuro). Eppure mi sono maturato e laureato a pieni voti, ho lavorato all’Agenzia Spaziale Europea e poi in un Ente Pubblico di Ricerca. E allora le tasse universitarie non erano impraticabili (anche se il “presalario”, come si chiamava allora, lo prendevano i figli degli evasori e non quelli degli operai … e le borse del datore di lavoro paterno dopo qualche anno venivano degradate a contributi per la pressione redistributoria di certi sindacati).
    Non ho alcuna simpatia per lo spettro governativo tra Renzi e Meloni, ne’ per la retorica abravanelmeritocratica, ma a sentire le terminologie in uso nell’articolo del Manifesto mi sembra di sentire vecchie frasi datate di oltre mezzo secolo fa.

  2. L’argomento merita attenzione. Condivido quel che dice Chiappetti. La famiglia può fornire le scuole migliori, in base al reddito e alle ambizioni, o può trasmettere il piacere del sapere (cosa che spesso fanno padri e madri non necessariamente delle elite finanziarie e culturali).
    Tuttavia, segnalo la perversione di un sistema che crea artificiosamente algoritmi (così li chiamano), contrabbandati per scientifici, asettici misuratori di merito, dimenticando volutamente che sono studiati da qualcuno e per far avanzare uno e far arretrare un altro.
    In questo momento non posso giustificare con uno studio, ma quello che a me pare è che sia in atto una lotta per il mantenimento di una posizione di superiorità da parte di alcuni (parlare di classe sociale è riduttivo, anche i recenti cooptati fanno parte del gruppo) neanche tanto mascherata.
    Ho sempre pensato che lavorando di più si riuscisse, anche se con ritardo, ad ottenere ciò che si merita. In realtà, bisogna essere supportato da una cordata di ‘amici’, dal ‘gruppo’. I giovani che affrontano oggi le scale della vita dovrebbero essere edotti circa queste pratiche e convinti a cambiarle. Ho incontrato miei ex studenti (ovviamente del gruppo elitario in lotta per mantenere privilegi) e li ho trovati profondamente consapevoli di ciò che accade, ma anche disposti a sfruttarlo a proprio vantaggio.

  3. Grazie a Lucio e Mariam per il commento. Volevo però problematizzare la questione posta dal primo (mentre mi sembra che la seconda, anche se dichiara adesione al commento di Lucio, elabori un’analisi vicina alla mia). Giustamente Lucio richiama l’age d’or in cui si è formato e in cui si è anche verificata una forte mobilità sociale anche grazie alla scuola pubblica. Tuttavia ciò è potuto avvenire perchè assieme all’espansione della scuola unica e dell’Università di massa, il capitalismo era in grado di aumentare i profitti aumentando nel contempo il benessere della base sociale, non essendo ancora attivi i processi di finanziarizzazione oggi dominanti. Inoltre i partiti di massa intermediavano fra le istituzioni, le èlite economiche e gli strati popolari e un forte movimento operaio e sindacale era in grado di espandere i diritti dei ceti subalterni. Non erano cioé sviluppati quei processi di riapertura delle diseguaglianze iniziati dagli anni ottanta in poi e che hanno portato ad una concentrazione progressiva delle ricchezze e del potere in poche mani. Non è quindi alla scuola che va attribuita la ridotta mobilità sociale attuale bensì alla società in cui è immersa e ai conflitti che la caratterizzano, che vedono ormai un’assoluta “vittoria” delle classi privilegiate. Inoltre va detto che tale visione di una emancipazione legata soltanto alla scuola, svela un modello di società in cui solo pochi “bravi”, dotati di una innata vocazione e capacità di migliorarsi intellettualmente, possa aspirare all’ascesa sociale e che non sia importante promuovere i diritti e il futuro di tutti i soggetti, superando la struttura competitiva della nostra società e ponendo le basi per un miglioramento rispetto alla prima Repubblica stessa. Un’ultima nota riguardo un aspetto metodologico. Credo che se Lucio consideri vecchie le categorie da me utilizzate nell’articolo, dovrebbe indicare anche quali esse siano e da quali altre vadano sostituite. Grazie ancora però della lettura e dell’attenzione.

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