Il rapporto che c’è tra il libro di testo e il corso di lezioni è paragonabile al rapporto che c’è tra il meccanismo e l’organismo. I primi termini di questa proporzione (libro di testo, meccanismo) sono costruiti secondo un piano prestabilito, studiato fin nei minimi particolari ed esterno rispetto al materiale che realizza questo piano e quindi assolvono il loro compito proprio alla perfezione (“con la precisione di un meccanismo”) anche se, a dire il vero, entro un cerchio già stabilito […].

I secondi termini della proporzione (lezione, organismo), invece, si caratterizzano per la naturalezza e la libertà della costruzione, e proprio in forza di questo hanno un funzionamento multiforme, imprecisabile a priori; in compenso, però, non arrivano alla precisione assoluta nelle proprie azioni (“l’uomo vivo non è una macchina”); la loro crescita è un atto di creazione che si manifesta in ogni dettaglio della loro struttura, mentre il libro di testo e il meccanismo, a essere precisi, non crescono nemmeno ma semplicemente vengono messi insieme, costruiti con parti preconfezionate.

Al contrario, pur attenendosi rigidamente alla direzione generale, alla corrente generale, a un generale progetto di pensiero, in un corso di lezioni, la lezione non procede in linea retta, totalmente rinchiusa in una formula razionale ma, come l’essere vivente, sviluppa i propri organi, rispondendo ogni volta alle esigenze che si manifestano in corso d’opera. In tal senso non sarebbe fuori luogo definire la lezione ideale una sorta di colloquio, di conversazione tra persone spiritualmente prossime.

La lezione non è un tragitto su un tram che ti trascina avanti inesorabilmente su binari fissi e ti porta alla meta per la via più breve, ma è una passeggiata a piedi, una gita, sia pure con un punto finale ben preciso, o meglio, su un cammino che ha una direzione generale ben precisa, senza avere l’unica esigenza dichiarata di arrivare fin lì, e di farlo per una strada precisa. Per chi passeggia è importante camminare e non solo arrivare; chi passeggia procede tranquillo senza affrettare il passo.

Se gli interessa una pietra, un albero o una farfalla, si ferma per guardarli più da vicino, con più attenzione. A volte si guarda indietro ammirando il paesaggio oppure (capita anche questo!) ritorna sui suoi passi, ricordando di non aver osservato per bene qualcosa di istruttivo. I sentieri secondari, persino l’assenza di strade nel fitto del bosco lo attirano col loro romantico mistero. In una parola, passeggia per respirare un po’ di aria pura e darsi alla contemplazione, e non per raggiungere più in fretta possibile la fine stabilita del viaggio, trafelato e coperto di polvere.

Così scriveva il filosofo, teologo e matematico russo, Pavel Florenskij, nel 1917, nelle pagine introduttive del suo corso di lezioni sulla storia della filosofia.

Le sue parole mi sono tornate in mente alla lettura della sezione “Programmi e testi” della piattaforma Gomp, che ogni anno si arricchisce di nuove voci.

Le più recenti, “Programmazione del corso” ed “Esempi di domande”, rimandano, a mio avviso, la prima, proprio alla concezione del corso come meccanismo; la seconda, invece, a un’immagine dello studente come paziente, bisognoso di una incessante e diuturna assistenza.

Scrive il gruppo di lavoro del mio ateneo (che ringrazio del lavoro svolto come ringrazio i colleghi che nel Codice etico hanno voluto ribadire expressis verbis il diritto di ogni membro della comunità accademica alla “libera critica”) che nella sezione “Programmazione del corso” «è possibile fornire ulteriori dettagli sull’organizzazione delle lezioni rispetto a quanto descritto nel campo “Programma”, in termini di articolazione temporale degli argomenti trattati e di collegamento con le specifiche sezioni dei testi di riferimento».

Diamo allora una ripassata a quanto prevede la sezione “Programma”. Leggo che essa oltra a descrivere i contenuti dell’insegnamento, deve, possibilmente, «delineare l’articolazione temporale dei contenuti dell’insegnamento – a tal fine, si consiglia di scomporre il programma in nuclei tematici o unità didattiche (per es. una prima parte nella quale vengono esaminati concetti generali, una seconda parte di approfondimento e una terza parte occupata da attività di laboratorio o esercitazione)». Con la Programmazione, il docente dovrebbe quindi specificare ulteriormente quando (in quale settimana, in quale giorno?) affronterà quella determinata questione, quella determinata attività.

Siamo, per l’appunto, al corso, alle lezioni come treni che devono viaggiare su binari prefissati e raggiungere immancabilmente determinate stazioni, e solo quelle, secondo una tabella di marcia stilata mesi prima dell’inizio del corso stesso. A voler ottemperare a queste indicazioni, chi (come il sottoscritto) insegna Storia contemporanea non potrebbe decidere, in corso d’opera, solo per fare un esempio, di dare più spazio alle vicende del Medio Oriente (e meno quindi ad altre) perché nel frattempo in quell’area è scoppiato l’ennesimo conflitto.

Un corso (quanto meno nell’area delle discipline umanistiche e sociali, sulle altre non mi pronuncio) riesce nel suo intento scientifico nella misura in cui è insofferente e fa strame di ogni tentativo programmatorio. La lezione più riuscita è quella che termina in una stazione diversa da quella prefigurata prima del suo inizio perché nel suo farsi il dialogo tra discenti e docente ha aperto viottoli e vie secondarie da esplorare.

Lo studente evocato da questa continua proliferazione di voci, al di là delle intenzioni dei suoi redattori, mi appare un soggetto impaurito e tremebondo, che ha continuamente bisogno di essere rassicurato e al quale occorre a piè sospinto chiarire cosa gli capiterà a ogni singola lezione, a ogni singolo appuntamento con la vita universitaria.

«L’illuminismo – scriveva Kant nella sua Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, del 1784 – è l’uscita dell’essere umano dallo stato di minorità […]Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro».

Questo dovremmo insegnare a studenti e studentesse, a, progressivamente, liberarsi di guide e tutori. Temo che, invece, con questo continuo nostro prodigarci a eliminare qualsiasi momento di incertezza dalla loro esperienza universitaria, a espungere completamente l’inaspettato dal loro orizzonte educativo, a ridurre la complessità dell’insegnamento a operazioni seriali da compiere secondo tempistiche standardizzate, li restituiremo alla società più fragili e insicuri di quanto fossero al momento del loro ingresso nell’università.

Print Friendly, PDF & Email

1 commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.